Quando un nome diventa mitologia, la sua caduta pesa come un impatto cosmico. Gainax non è mai stata semplicemente uno studio di animazione: era un modo di pensare, una certa arroganza creativa che spingeva a disegnare robot troppo grandi, esplorare crisi interiori troppo profonde, e affrontare l’animazione come un campo di battaglia dove ogni episodio era un esperimento. La notizia del suo scioglimento ufficiale ha il sapore di un finale che nessuno voleva davvero vedere, come se un pezzo della storia dell’animazione giapponese si fosse spento all’improvviso, lasciandoci in quel silenzio che precede sempre le grandi domande.
Hideaki Anno, sul sito dello Studio Khara, ha confermato che la procedura fallimentare è giunta al suo epilogo e che Gainax è stata legalmente dissolta il 10 dicembre. Un gesto simbolicamente potente, pronunciato proprio da uno dei co-fondatori che, decenni prima, aveva contribuito a costruire quell’energia creativa che avrebbe fatto scuola. I diritti delle opere sono stati ricondotti ai legittimi proprietari e ai rispettivi creatori, come se i frammenti dispersi della vecchia stella Gainax venissero raccolti uno a uno per evitare un’ulteriore dispersione nel vuoto.
Le parole di Anno non erano un semplice comunicato: erano uno sfogo lungo anni, carico di amarezza verso scelte manageriali che avevano progressivamente eroso la struttura interna dello studio. Accuse di falsa rappresentazione, prestiti mai restituiti, diritti ceduti senza autorizzazione, dirigenti incapaci di proteggere un patrimonio artistico immenso. Una spirale in cui si intrecciano Yoshinori Asao, Hiroyuki Yamaga, Yasuhiro Takeda e altri membri storici, coinvolti loro malgrado in un meccanismo che nel tempo ha corroso tutto ciò che rendeva unico quel nome.
L’ultimo direttore, Yasuhiro Kamimura, ha avuto il compito ingrato di chiudere il cerchio: cercare, recuperare, ricomporre, impedendo che ciò che restava del gigante si disgregasse definitivamente. Un ruolo che ha assunto quasi il tono di un ultimo baluardo, quando ormai la resa dei conti era inevitabile.
L’inizio del sogno: quando un gruppo di studenti cambiò le regole
Tutto era cominciato come un gioco, un esperimento folle guidato da studenti che non avevano nulla da perdere e un immaginario sconfinato. Il corto di Daicon III del 1981, pur con le sue animazioni imperfette, incarnava già lo straordinario entusiasmo che avrebbe definito l’identità Gainax. Era un manifesto estetico travestito da fan film. Due anni dopo, con Daicon IV, quel sogno diventò iconico: la coniglietta che sfreccia attraverso una tempesta di riferimenti pop è ancora oggi una delle sequenze più leggendarie dell’animazione amatoriale giapponese.
Quando nel 1984 il gruppo si riorganizzò sotto il nome Gainax, quell’energia diventò una dichiarazione di intenti. Non c’erano regole inviolabili, non c’erano confini. C’era solo la volontà di cambiare le cose. E, per un certo periodo, ci riuscirono.
Dal mito all’alchimia: Evangelion, Nadia, Gurren Lagann e il peso delle rivoluzioni
Gainax non ha semplicemente prodotto serie di successo: ha riscritto il linguaggio dell’animazione giapponese. Nadia – Il mistero della pietra azzurra portava in TV un’avventura che sfidava i confini narrativi dell’epoca. Neon Genesis Evangelion non era solo un anime: era un terremoto emotivo e filosofico che avrebbe definito una generazione intera. Gurren Lagann rilanciava l’idea di robotica super-energetica con un piglio quasi punk, smontando e rimontando lo spirito del genere.
La costante era sempre la stessa: sperimentare, rompere, ricostruire. Anche quando i problemi produttivi – budget insufficienti, tempi violati, sacrifici del team – segnavano la vita creativa dello studio. Gli anime di Gainax erano rivoluzioni nate nel caos.
Il merchandising di Evangelion, in particolare, divenne un pilastro fondamentale. Per anni ha sostenuto economicamente lo studio, mantenendo viva una fiamma che altrimenti si sarebbe spenta molto prima. Quell’universo non apparteneva più solo agli schermi, ma alle stanze dei fan, agli scaffali dei collezionisti, all’immaginario globale.
La caduta: debiti, fratture interne e decisioni disastrose
Il processo di declino non è stato improvviso. È stato lento, logorante, quasi inesorabile. Dal 2012 in poi la situazione finanziaria si era fatta ingestibile. Investimenti sbagliati in realtà che nulla avevano a che fare con l’animazione, ristoranti improbabili, filiali nate e morte senza vere strategie, prestiti contratti a costi insostenibili. Un labirinto di scelte poco lucide che ha portato Gainax fuori rotta proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di stabilità.
Il colpo più duro è arrivato nel 2019 con l’arresto di Tomohiro Maki, allora direttore dello studio, per atti osceni semi-coercitivi. Un evento che ha travolto la reputazione già fragile dell’azienda, rendendo impossibile ricostruire credibilità verso il settore. Molti dipendenti hanno lasciato l’azienda e la macchina creativa si è fermata.
Nel frattempo, Studio Khara – fondato da Anno dopo la sua uscita da Gainax nel 2007 – aveva provato per anni a sostenere la vecchia “casa madre”. Ma si è trovato di fronte a un cumulo di debiti, diritti venduti senza permesso, materiali di produzione dispersi o ceduti ad altre società. Perfino i tribunali erano intervenuti: nel 2017 il tribunale distrettuale di Tokyo aveva imposto a Gainax di ripagare un debito di 100 milioni di yen a Khara.
Il 29 maggio 2024, dopo una causa da parte di un’agenzia di recupero crediti, Gainax ha dichiarato ufficialmente bancarotta. L’ultimo atto si è consumato pochi mesi dopo con lo scioglimento definitivo.
Quando un gigante cade: la fine di un’epoca e il peso dell’eredità
Gainax non è un semplice capitolo della storia degli anime: è una pietra angolare. Ha ispirato generazioni di autori, registi, animatori. Ha introdotto nuovi modi di raccontare la mente umana, nuove estetiche per la mecha animation, nuovi equilibri tra introspezione e spettacolo.
La sua fine costringe a guardare con più lucidità la fragilità dell’industria dell’animazione giapponese: la dipendenza da pochi successi, la precarietà economica degli studi, la difficoltà nel mantenere talenti, la permeabilità a gestioni discutibili. È un sistema brillante ma spesso instabile, nel quale anche un colosso come Gainax può deragliare.
Eppure, nulla si è davvero dissolto. Perché l’eco di ciò che Gainax ha costruito continua a vibrare nei nuovi anime, nelle opere dei creativi che ha formato, nella memoria di chi ha vissuto l’onda lunga di Evangelion o ha alzato il pugno al cielo gridando “Who the hell do you think I am?”.
Lo scioglimento dello studio è un addio burocratico. Ma la sua eredità culturale resta lì, impossibile da estinguere.
Un lascito che parla ancora
Ogni volta che un fan recupererà Nadia, ogni volta che un nuovo spettatore affronterà il trauma catartico di Evangelion, ogni volta che un giovane animatore troverà coraggio guardando Gurren Lagann, Gainax continuerà a vivere. Come un fantasma buono che accompagna la crescita dell’industria, ricordandole quanto può osare quando smette di avere paura.
Forse non rivedremo mai più uno studio con quella combinazione di ingenuità creativa e audacia visionaria. Ma proprio perché il mito si è chiuso, resta il compito di custodire ciò che ci ha lasciato. Di ricordare da dove veniamo. E di chiederci, da appassionati e da narratori, dove andremo adesso che uno dei grandi titani non c’è più.
E tu, che rapporto avevi con Gainax? Qual è stata l’opera che ti ha segnato più di tutte? Raccontamelo: certe storie meritano di essere condivise, anche quando fanno un po’ male.
