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Donne nell’arena: la storia dimenticata delle gladiatrici romane

Quando si parla di gladiatori, l’immaginario collettivo corre subito a figure maschili, muscolose e sudate, pronte a darsi battaglia nell’arena sotto il sole cocente di Roma antica. Eppure, in un angolo meno esplorato di quella stessa storia fatta di sangue e spettacolo, esiste un capitolo affascinante e poco conosciuto: quello delle gladiatrici. Sì, donne guerriere, vere e proprie combattenti che affrontavano le stesse sfide, i medesimi rischi e, a volte, il medesimo splendore dei loro colleghi uomini. Ma chi erano davvero queste donne? Come venivano addestrate? E perché la loro memoria è così evanescente nei secoli?

Le prime tracce delle gladiatrici si insinuano nei documenti storici e archeologici come spifferi di un vento antico, accennate con pudore o con stupore dagli autori romani. Svetonio, nella sua Vita dei Cesari, racconta che l’imperatore Domiziano organizzava spettacoli notturni alla luce delle torce, dove anche le donne si affrontavano in duelli cruenti. Cassio Dione aggiunge un tocco macabro e teatrale alla narrazione: nei giochi notturni di Domiziano si vedevano persino nani e donne combattersi tra loro. La scena doveva apparire grottesca e straordinaria agli occhi del pubblico, ma nulla lascia intendere che fosse un evento unico o isolato.

A dimostrazione di ciò vi è una testimonianza materiale di straordinaria importanza: il bassorilievo rinvenuto ad Alicarnasso, oggi conservato al British Museum. Su questa lastra di marmo del I o II secolo d.C., si distinguono due figure femminili in assetto da combattimento, identificate come “Amazon” e “Achillia”. Le due sono rappresentate mentre si affrontano con armatura completa: schinieri, manica protettiva, scudo e spada. L’assenza dell’elmo e la nudità del busto – probabilmente più iconografica che reale – le avvicina alle figure mitiche delle amazzoni greche, eroine al contempo esotiche e spaventose. L’iscrizione ci informa che entrambe le combattenti ottennero la missio, cioè la grazia per il loro valore: un gesto riservato ai gladiatori più abili.

Ma perché queste figure, seppur suggestive e spettacolari, risultano così rare nei documenti ufficiali? Una risposta possibile arriva dal senatus consultum di Larinum, un decreto senatorio emanato nel 19 d.C. durante il regno di Tiberio. In esso si vieta categoricamente ai membri dell’aristocrazia – sia uomini che donne – di esibirsi in spettacoli pubblici, incluso quello gladiatorio. L’attenzione verso le donne è significativa: significa che alcune già si erano cimentate nell’arena, tanto da indurre il potere romano a mettere per iscritto un divieto. Un’eco di quel decreto si ritrova anche in una legge del’11 d.C., che impediva alle giovani sotto i vent’anni di combattere, segno di una prassi che stava forse assumendo contorni più diffusi di quanto si volesse ammettere.

La Roma dei Flavi e dei primi Antonini sembra tuttavia essere stata un’epoca in cui le gladiatrici godettero di una certa visibilità, forse persino di un fugace momento di celebrità. Nerone, come riferiscono più fonti, fece combattere donne di ogni estrazione sociale, persino senatrici e nobildonne, durante i giochi organizzati a Pozzuoli per l’arrivo del re Tiridate d’Armenia. La spettacolarizzazione dell’esotico e dell’anomalo era una delle chiavi del successo nell’arena romana, e l’immagine di una donna, magari di alto lignaggio, che impugnava la spada sotto gli occhi di una folla urlante era perfettamente funzionale a questo scopo.

Non mancavano, però, le voci critiche. Il poeta satirico Giovenale, nella sua celebre Satira VI, tuona contro le donne che abbandonano l’ago e il fuso per il gladio, descrivendole mentre si allenano sudate con il palo e la spada, armate di elmi e protette da corazze. La sua è una condanna morale e sociale: una donna che combatte è, secondo lui, una donna che ha perso il senso del pudore, del ruolo e dell’identità femminile. Ma proprio da queste invettive traspare quanto la figura della gladiatrice dovesse essere più reale e presente di quanto la storiografia ufficiale abbia voluto tramandare.

Eppure, a partire dal III secolo, il vento cambia. L’imperatore Settimio Severo proibisce espressamente i combattimenti femminili intorno al 200 d.C. Il motivo non è tanto morale quanto politico: con l’imperializzazione del potere e l’ascesa del cristianesimo, gli spettacoli gladiatori iniziano a perdere la loro aura eroica e diventano oggetto di polemiche sempre più accese. Tuttavia, anche dopo questo bando, le tracce delle gladiatrici non si esauriscono. A Ostia, un’iscrizione ci informa che un certo Hostilinianus fu il primo a portare le gladiatrici nella città, lasciando intendere che queste donne avessero una fama tale da essere un elemento di richiamo.

Ancora più intrigante è il ritrovamento avvenuto nel 2001 nel quartiere di Southwark a Londra. In una tomba periferica, fuori dall’area cimiteriale, è stato scoperto lo scheletro di una giovane donna sepolta con una serie di oggetti simbolici: lucerne con immagini gladiatorie, ciotole con resti di pigne bruciate – un chiaro riferimento ai giochi circensi – e altre offerte insolite per una tomba femminile. L’identificazione della donna come gladiatrice resta discussa tra gli studiosi, ma gli indizi convergono in una direzione suggestiva. Il Museo di Londra attribuisce al 70% la probabilità che fosse una combattente, e il suo scheletro chiude oggi il percorso della sezione romana del museo, come a voler testimoniare la fine – e l’oblio – di una figura scomoda e affascinante.

C’è poi la possibilità che le donne gladiatrici si addestrassero in luoghi diversi rispetto alle famigerate ludi gladiatorii. Lo storico Mark Vesley ipotizza che potessero formarsi nei collegia iuvenum, scuole dedicate ai giovani patrizi, e ha individuato tre casi di donne che vi furono ammesse. Una di loro, Valeria Iucunda, è ricordata in un’epigrafe come appartenente al corpus degli iuvenes. Morì a soli 17 anni e 9 mesi, troppo giovane forse per combattere davvero, ma già inserita in un contesto marziale.

Il mosaico della Villa del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, aggiunge un ulteriore tassello. Celebre per le cosiddette “ragazze in bikini”, mostra giovani donne impegnate in attività ginniche. Alcune studiose ipotizzano che non fossero semplici atlete, ma forse aspiranti gladiatrici o intrattenitrici addestrate per spettacoli da circo.

Le gladiatrici, quindi, non sono una leggenda, né un’invenzione postmoderna alla ricerca di figure femminili forti nel passato. Sono un fenomeno reale, benché ai margini, che affiora tra le pieghe della storia ufficiale, in contrasto con i canoni sociali della Roma imperiale. Donne che hanno imbracciato il gladio e calcato le sabbie dell’arena, sfidando non solo i propri avversari ma anche le convenzioni di un mondo che non le voleva guerriere.

Oggi, mentre le immagini delle combattenti di Alicarnasso campeggiano al British Museum, mentre lo scheletro di Southwark veglia muto su secoli di silenzio, e mentre nuovi scavi e studi continuano a gettare luce su queste figure dimenticate, possiamo finalmente restituire alle gladiatrici il loro posto nella storia: quello di protagoniste, sia pure effimere, di uno dei capitoli più affascinanti e controversi dell’antica Roma.

Una donna preistorica era una cacciatrice esperta: ecco come cambia la nostra visione dei ruoli di genere

Per molto tempo si è pensato che nelle antiche società di cacciatori e raccoglitori gli uomini fossero i cacciatori e le donne le raccoglitrici. Ma una scoperta archeologica sulle Ande del Perù ha messo in discussione questa idea. Scopriamo insieme cosa hanno trovato gli scienziati e perché è così importante.

Immagina di essere in una spedizione archeologica sulle Ande del Sud America, 9.000 anni fa. Stai scavando una tomba dove sono sepolti i resti di un individuo con accanto una collezione di strumenti in pietra. Questi strumenti sono quelli che usavano i cacciatori per uccidere e lavorare le grandi prede, come i lama e i cervi. Ti sembra evidente che si tratti di un uomo, un cacciatore abile e rispettato dalla sua comunità.

Ma poi fai un’analisi più approfondita e scopri che in realtà si tratta di una donna. Una donna che cacciava animali di grandi dimensioni con la stessa abilità e lo stesso coraggio degli uomini. E non solo: questa donna non era un caso isolato. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances, tra il 30% e il 50% dei cacciatori di caccia grossa nelle Americhe preistoriche erano donne.

Questa scoperta è una vera e propria rivoluzione nel campo dell’archeologia e della storia. Per anni si è creduto che i ruoli di genere fossero fissi e immutabili, basati su studi antropologici su popolazioni di cacciatori e raccoglitori moderni. Ma questi studi erano influenzati dai pregiudizi e dalle convenzioni sociali del XIX e XX secolo, quando si riteneva che le donne fossero naturalmente destinate a occuparsi della casa e dei figli, mentre gli uomini a procurare il cibo e a difendere il territorio.

Ora sappiamo che le cose non sono sempre andate così. Le donne preistoriche erano attive e partecipavano alla caccia, alla difesa e alla gestione della comunità. Gli strumenti che hanno lasciato testimoniano la loro abilità e la loro creatività. Tra questi ci sono punte litiche per perforare la pelle degli animali, rocce pesanti per rompere le ossa o scuoiare le prede, scaglie per raschiare e tagliare la carne e l’ocra rossa per tingere e conservare le pelli.

 

“Questi dati sono sempre stati lì, ma sono stati ignorati o mal interpretati”, dice Pamela Geller, archeologa presso l’Università di Miami, che non ha partecipato allo studio. “Ora dobbiamo rivedere la nostra visione della storia e dei ruoli di genere, e riconoscere il contributo delle donne alla sopravvivenza e all’evoluzione della nostra specie”.

Doctor Who: Il ritorno di David Tennant e Catherine Tate per il 60° anniversario

Lo scorso autunno, Disney Branded Television e BBC hanno annunciato di aver unito le forze per portare l’amatissima Doctor Who al pubblico globale. Sono stati svelati il trailer e le date di debutto dei tre nuovi speciali per il 60° anniversario della serie, che arriveranno su Disney+ in tutto il mondo, ad eccezione del Regno Unito e dell’Irlanda, dove invece andranno in onda sulla BBC. I tre speciali, intitolati “The Star Beast” (25 novembre), “Wild Blue Yonder” (2 dicembre) e “The Giggle” (9 dicembre), riuniranno il Quattordicesimo Dottore (David Tennant) e Donna Temple-Noble (Catherine Tate) che si troveranno faccia a faccia con il loro cattivo più terrificante: il Giocattolaio (interpretato da Neil Patrick Harris al suo debutto in Doctor Who). Il nuovo cast include Yasmin Finney nel ruolo di Rose Temple-Noble, Miriam Margolyes, voce del Meep, e Ruth Madeley nei panni di Shirley Anne Bingham, oltre ai personaggi che ritornano come Jacqueline King nel ruolo di Sylvia Noble, Karl Collins in quello di Shaun Temple e Jemma Redgrave nei panni di Kate Lethbridge-Stewart.

Doctor Who ha debuttato nel 1963 e nel corso dei decenni ha visto vari cambiamenti sia nel volto che nel protagonista, il Dottore. La serie della Bbc è la più longeva al mondo, con 60 anni di storia e oltre 100 premi vinti. La serie britannica per eccellenza ha un enorme seguito a livello mondiale, con 9,6 milioni di fan su piattaforme/canali social e 100 milioni di visualizzazioni su YouTube solo nell’ultimo anno. Il volto che parteciperà a queste celebrazioni è già familiare ai fan della saga: David Tennant, che ha interpretato il Decimo Dottore dal 2005 al 2010, tornerà come Quattordicesimo Dottore prima di passare il testimone al Quindicesimo Dottore, Ncuti Gatwa di Sex Education, come già annunciato. Gatwa sostituirà a sua volta l’ultima incarnazione di Jodie Whittaker. Catherine Tate tornerà anche lei negli speciali nel ruolo di Donna Noble, compagna di avventure del Decimo Dottore.

Doctor Who: Il Dottore e Donna Noble si riuniscono per scongiurare la fine del mondo!

Nel trailer ufficiale, rilasciato da BBC, vediamo il Dottore e Donna Noble riuniti dopo che lui le aveva cancellato la memoria per salvarle la vita. La vita di Donna è di nuovo in pericolo mentre lei inizia a ricostruire il suo passato. Così, Dieci riappare come Quattordicesimo Dottore per accompagnare Donna in un viaggio fatto di violenza, cattivi ed esplosioni per scongiurare il suo destino. Uno di quei cattivi, il più pericoloso di tutti, è il Giocattolaio di Neil Patrick Harris, un nemico visto l’ultima volta nella serie nel 1966. Il trailer mostra inoltre Beep the Meep, un adorabile extra-terrestre apparso finora solo nei fumetti Marvel basati sulla longeva serie di fantascienza, così come la veterana del franchise Jemma Redgrave nei panni di Kate Lethbridge-Stewart, la leader dell’UNIT, un’organizzazione impegnata a proteggere la Terra da minacce fuori dal comune. Infine, il trailer mostra Ncuti Gatwa nei panni del Quindicesimo Dottore, che debutterà nel nuovo ciclo di episodi della serie.

Già da qualche mese conosciamo i titoli di questi speciali celebrativi, che sembrano nascondere alcuni indizi o easter egg legati alla storia della serie. Il primo speciale si intitolerà The Star Beast, che i fan collegano a una serie di fumetti del 1979 intitolata Doctor Who and the Star Beast, in cui il Quarto Dottore e la sua assistente Sharon aiutano l’alieno peloso Beep the Meep a sfuggire ai Wrath Warriors. Beep the Meep appare anche nel trailer con i suoi grandi occhioni affettuosi. Il secondo speciale si chiamerà The Wild Blue Yonder, un termine solitamente associato al cielo mattutino ma che è anche il titolo di un film del 2005 di Werner Herzog su una civiltà aliena che fallisce nel tentativo di stabilirsi sulla Terra.

Infine, il terzo speciale si intitola The Giggle, che si traduce in “La risata”. Nel trailer vediamo Neil Patrick Harris (noto per la sua interpretazione in How I Met Your Mother e Uncoupled) ballare con Tennant. Poiché ci sono marionette nel video, si presume che il suo personaggio sia il Toymaker, un nemico storico di Doctor Who che prende il controllo delle persone intrappolandole in giochi truccati in cui la loro stessa libertà è in gioco. Naturalmente, sono tutte supposizioni che dobbiamo aspettare con ansia l’arrivo degli speciali nel novembre 2023.

Doctor Who è prodotto da Bad Wolf e BBC Studios. La serie torna sotto la visione creativa del nuovo showrunner Russell T. Davies, che è anche sceneggiatore e produttore esecutivo. Altri produttori esecutivi sono Phil Collinson, Joel Collins, Julie Gardner e Jane Tranter. Gli speciali del 60° anniversario sono scritti da Russell T. Davies e diretti rispettivamente da Rachel Talalay, Tom Kingsley e Chanya Button. BBC Studios si occupa della distribuzione globale. Ncuti Gatwa prenderà il controllo del TARDIS come Quindicesimo Dottore durante il periodo delle feste e la nuova stagione di Doctor Who arriverà nel 2024 in streaming su Disney+ a livello globale e sulla BBC nel Regno Unito e in Irlanda.

Eunice Newton Foote, l’antenata di Greta

Eunice Newton Foote era una scienziata, inventrice e attivista per i diritti delle donne che ha fatto una scoperta rivoluzionaria: l’effetto serra. Eunice Newton Foote era una donna straordinaria, e il suo lavoro ha lasciato un’impronta indelebile sulla scienza. Era una pioniera, e il suo esempio ha ispirato generazioni di donne scienziate.

Foote nacque nel 1819 nel Connecticut, negli Stati Uniti. Suo padre era un fisico e matematico, e Foote fu incoraggiata a seguire le sue orme sin da piccola. Studiò chimica e biologia al college, e in seguito lavorò come assistente di ricerca per diversi scienziati. Nel 1856, Foote fece un esperimento che avrebbe cambiato per sempre la nostra comprensione del clima. Mise quattro termometri in due cilindri di vetro, e in uno dei cilindri inserì dell’anidride carbonica. Poi espose i cilindri al sole e osservò che il cilindro con l’anidride carbonica si riscaldava più velocemente dell’altro.

Foote concluse che l’anidride carbonica cattura il calore solare, e che questo può portare al riscaldamento globale. Questa scoperta fu rivoluzionaria, ma fu ignorata per molti anni perché Foote era una donna. Fu solo nel 1956 che il lavoro di Foote fu finalmente riconosciuto. Lo scienziato Joseph Henry pubblicò la sua ricerca sulla rivista “American Journal of Art and Science”, e Foote fu finalmente riconosciuta come la prima persona a scoprire l’effetto serra.

La scoperta di Foote è ancora oggi importante. Ci aiuta a capire come il nostro pianeta si sta riscaldando, e ci dà gli strumenti per combattere il cambiamento climatico. Foote era una donna straordinaria, e il suo lavoro ha lasciato un’impronta indelebile sulla scienza. Era una pioniera, e il suo esempio ha ispirato generazioni di donne scienziate.

Ecco alcuni degli aspetti della storia di Eunice Newton Foote:

  • Foote era una donna molto creativa. Per fare i suoi esperimenti, usò cilindri di vetro, termometri e una pompa. Non aveva a disposizione attrezzature all’avanguardia, ma riuscì comunque a fare una scoperta rivoluzionaria.
  • Foote era anche una donna molto determinata. Nonostante le difficoltà, non si arrese mai. Continuò a studiare e a fare esperimenti, e alla fine riuscì a dimostrare che l’anidride carbonica è un gas serra.
  • Foote era anche una donna molto coraggiosa. In un’epoca in cui le donne non erano prese sul serio nella scienza, Foote non ebbe paura di portare avanti le sue idee. Fu una pioniera, e il suo lavoro ha aiutato a cambiare il mondo.