Supergirl: Woman of Tomorrow – La rinascita feroce della kryptoniana che cambierà il DCU

Quando il trailer di Supergirl: Woman of Tomorrow è esploso online, quel che si è percepito immediatamente è stato un colpo di frusta emotivo. Non il classico momento da “ok, vediamo cosa combina Kara stavolta”. Piuttosto, la sensazione di essere davanti a un personaggio che pretende attenzione, che si prende lo spazio che per decenni le è stato negato, che rielabora l’eredità della Casa di El con una forza quasi dolorosa. Nel 2026 la kryptoniana interpretata da Milly Alcock farà il suo debutto da protagonista nel nuovo DCU di James Gunn e Peter Safran, e l’impressione è quella di assistere a un vero cambio d’epoca.

Questa Kara non è un simbolo prefabbricato. Non è sorridente, non è accomodante, non è la versione luminosa del cugino Kal-El. È ferita, arrabbiata, ironica, borderline, più incline a fare colazione con un bicchiere forte su un pianeta lontano che con un succo d’arancia nel Kansas. Il trailer la introduce mentre brinda al suo ventitreesimo compleanno con un senso dell’umorismo così malconcio da diventare subito irresistibile. E quando esplode “Call Me” dei Blondie, l’energia cambia completamente: non siamo davanti a una principessa kriptoniana, ma a una sopravvissuta che vive in equilibrio precario tra trauma e resilienza.

Il DCU la presenta fin dal primo secondo come Kara Zor-El, e questo dettaglio racconta più di quanto sembri. A differenza di Clark, lei non ha mai davvero trovato una nuova casa sulla Terra. Non ha avuto le praterie del Midwest, i genitori amorevoli, le notti sotto le stelle. Ha visto Krypton morire con i propri occhi. Ha vissuto l’agonia del suo popolo, non l’ha immaginata. E mentre Clark cresceva imparando ad amare l’umanità, Kara cresceva ricordando ogni minuto ciò che aveva perduto.

Il trailer lo sottolinea senza pietà. Mentre lei parla della facilità con cui Superman vede il bene nelle persone, lascia cadere la frase destinata a definire l’intero film: “Io vedo la verità.” Ed è una verità che brucia.

La Kara di Milly Alcock: perché il fandom è già in ginocchio

L’ingresso di Milly Alcock nel DCU ha lo stesso effetto che ebbe l’arrivo di Gal Gadot nei panni di Wonder Woman: un’improvvisa sensazione di inevitabilità. Alcock non interpreta Kara, Alcock è Kara. Nella sua interpretazione c’è la stanchezza di chi ha vissuto la fine del mondo, il sarcasmo di chi ha visto troppo, la fragilità mai ammessa di chi si protegge dietro una facciata da “niente mi tocca”.

La prima apparizione in Superman (dove arrivava barcollando dopo una notte di festa interplanetaria) aveva già acceso l’entusiasmo, ma il trailer di Woman of Tomorrow ha fatto qualcosa di più. Ha trasformato l’interesse in investimento emotivo. Kara entra in scena come un fulmine, ma quel fulmine ha radici profonde.

Il successo di Superman e il peso che ora ricade su Supergirl

Con il Superman di Gunn protagonista di un debutto da oltre seicento milioni di dollari, molti spettatori hanno iniziato a chiedersi quale sarebbe stato il prossimo tassello per testare la solidità del nuovo universo narrativo. La risposta arriva adesso. Supergirl non è un semplice sequel, non è un progetto di contorno: è la prova di maturità del DCU. È la storia che può definire se l’ambizione di Gunn di raccontare un universo più corale, più drammatico e più stratificato reggerà davvero allo sguardo del pubblico.

Woman of Tomorrow, tratto dalla splendida graphic novel di Tom King e Bilquis Evely, è costruito come un viaggio iniziatico sporco, crudo, emotivamente devastante. Il film conserva questa visione senza compromessi e la porta sul grande schermo con una fedeltà che, pare, abbia già conquistato chi ha assistito alle prime proiezioni riservate.

Un film che nasce da ferite antiche e nuove alleanze

Il cuore narrativo del film si costruisce intorno a una missione che all’inizio sembra quasi un diversivo, ma che diventerà un imperativo morale. Kara incontra Ruthye Mary Knoll, interpretata da Eve Ridley, una ragazza aliena determinata a vendicare l’assassinio del padre. La loro alleanza non nasce dall’empatia, ma dalla necessità. Kara non è in cerca di redenzione. È in cerca di qualcosa che assomigli a un motivo per continuare a essere viva.

E poi c’è Krypto, il cane più maleducato dell’universo, l’amico più fedele che una kryptoniana possa desiderare, il compagno di viaggio che la segue attraverso deserti stellari e pianeti desolati. La loro dinamica è sporchissima e dolcissima insieme: se Kara è spezzata, Krypto è il cerotto che non tiene, ma che lei continua a mettere lo stesso.

Il villain principale, Krem of the Yellow Hills, interpretato da Matthias Schoenaerts, è l’incarnazione della crudeltà senza scrupoli. Niente trasformazioni digitali, niente follie cosmiche: solo un assassino con ideali distorti e una presenza scenica da incubo.

E in mezzo a tutto questo, sbuca lui: Lobo, interpretato da Jason Momoa, finalmente libero di abbracciare la versione più sfacciata e punk del personaggio. Anche se la sua presenza potrebbe essere limitata, la sua impronta sarà devastante.

Il costume che ha fatto impazzire il fandom

Durante il CCXP è stato rivelato il nuovo costume, diventato immediatamente un simbolo programmatico. Non più colorato, non più infantile, non più un doppione di quello del cugino. Il mantello ha linee tese che ricordano l’iconografia di Evely, lo stemma della Casa di El è grande e deciso, la cintura dorata elimina ogni dettaglio superfluo. Non è un abito da supereroina: è un’armatura emotiva.

Un messaggio chiaro: Kara non è un eco femminile di Superman. Kara è una soldatessa che ha già perso tutto e che ha ancora troppi conti aperti con l’universo.

Un DCU che riscrive la mitologia kryptoniana

Una delle svolte narrative più impattanti del nuovo universo riguarda Krypton stesso. L’idea introdotta nel film di Superman, che l’arrivo di Kal-El fosse parte di un piano di colonizzazione, apre scenari completamente inediti. Non più un popolo di puri e illuminati, ma una civiltà complicata, contraddittoria, forse persino colpevole.

David Krumholtz, interprete di Zor-El, ha confermato che il film sarà estremamente fedele alla graphic novel e chiarirà molto della storia familiare della Casa di El. La domanda che il fandom continua a ronzare è affilata come una lama: e se l’eroismo di Krypton non fosse stato così cristallino? E se la famiglia di Kara fosse coinvolta in dinamiche ben più oscure di quelle finora raccontate?

Il film sembra intenzionato ad affrontare queste domande senza paura.

Una costruzione estetica che profuma di epopea sci-fi

Le riprese tra Islanda, Scozia e Londra hanno permesso a Gillespie di costruire un universo visivo che sembra scolpito più che filmato. Niente luci perfette, niente colori saturi, niente spazi rassicuranti. Ogni pianeta è una ferita. Ogni cielo è un ricordo infranto. Ogni navicella ha graffi, bruciature, segni di guerra. Il costume stesso di Kara è segnato, consumato, vissuto. Non un simbolo pulito, ma un’armatura sopravvissuta all’inferno.

Prime reazioni: il film che potrebbe diventare un cult immediato

Secondo alcune indiscrezioni, chi ha visto il film in anteprima privata è uscito in lacrime e applausi. Milly Alcock viene descritta come un “uragano controllato”, capace di unire durezza e delicatezza con una naturalezza quasi spiazzante. Gunn pare esserne innamorato artisticamente, e questo è sempre un segnale potentissimo: quando un regista costruisce un universo narrativo intorno alla psicologia dei suoi personaggi, l’evoluzione è garantita.

Se Superman è la luce, Kara è il coltello che la attraversa

Questa è la vera chiave del film. Superman rappresenta ciò che crediamo di poter essere. Supergirl rappresenta ciò che serve per diventarlo: il dolore, la perdita, la resilienza, la rabbia, la scelta di rialzarsi ogni volta. Non è escluso che David Corenswet appaia in un cameo che ribalterebbe la dinamica vista in Superman. Sarebbe un gesto narrativo perfetto, una danza di specchi fra i due eredi della Casa di El.

Dalle ceneri nasce l’eroina che aspettavamo da anni

Per troppo tempo Kara è stata trattata come un’appendice, come una derivazione, come una variante rosa di Superman. Woman of Tomorrow spezza questa tradizione e la riscrive da capo. Kara diventa il volto della resilienza kryptoniana, la voce di chi ha visto l’oscurità e ha scelto di affrontarla, non di ignorarla.

Il 26 giugno 2026 sta arrivando. E se il trailer è solo un assaggio, allora prepariamoci: il futuro del DCU non parla più soltanto il linguaggio dell’eroismo classico. Parla con la voce graffiata di Milly Alcock. Una voce che brucia come un sole morente e promette una rinascita che potrebbe cambiare tutto.

James Gunn gela i fan: il “Big Bad” del nuovo DCU non sarà Darkseid — ed è (forse) la scelta più coraggiosa

C’è un suono, un brivido che attraversa la spina dorsale di ogni vero appassionato DC quando il nome viene pronunciato. Non è l’eco della risata squilibrata del Joker, né il tonfo cupo degli stivali di Batman. È il martello cosmico di Darkseid, il signore incontrastato di Apokolips, l’incarnazione granitica dell’ombra profonda del Quarto Mondo di Jack Kirby. Da quando James Gunn ha sollevato il sipario sulla sua ambiziosa tabella di marcia per il nuovo DC Universe — battezzata con l’evocativo titolo di “Gods and Monsters” — una domanda ha sferzato l’aria come un raggio Omega: chi sarà il nemico finale, l’architetto del caos, il filo rosso che terrà insieme le Fasi di questo universo condiviso rifondato?

Ebbene, fan della cultura nerd, la risposta è arrivata ed è destinata a incendiare i forum di discussione: non sarà Darkseid.

Gunn ha messo le cose in chiaro, e le sue motivazioni sono tanto pragmatiche quanto intriganti per chi vive di lore e speculazioni. Il primo ostacolo è l’inevitabile sovrapposizione iconografica e tematica con Thanos, l’eco marvelliana di Darkseid che ha dominato l’epopea cinematografica per un decennio. Per quanto i puristi sappiano che Darkseid è cronologicamente il predecessore e concettualmente ben più stratificato, il grande pubblico vedrebbe una mossa del genere come meno “fresca,” meno distintiva. A questo si aggiunge un’altra, potentissima ragione: la versione di Zack Snyder lo ha già scolpito nell’immaginario recente, offrendo un ritratto muscolare, ieratico e riconoscibile. Ripartire subito dallo stesso “tiranno cosmico” rischierebbe di trasformare il nuovo DCU in una fastidiosa reverberazione di qualcosa che il pubblico ha già assimilato, sia esso in salsa Marvel o in versione Snyder.

Il Mito del Tiranno di Pietra

Per comprendere la risonanza di questa decisione, dobbiamo afferrare chi è Darkseid. Non è solo un cattivo; è un concetto metafisico. È il volto di pietra del dominio assoluto, l’entità che vuole estinguere il libero arbitrio dal Multiverso attraverso il ritrovamento dell’Equazione Anti-Vita. Il suo passato è tessuto nella materia stessa del mito: prima si chiamava Uxas, secondogenito di Yuga Khan e Heggra. Un guerriero che divenne mostro per scelta, ascendendo al trono di Apokolips solo dopo aver assassinato il fratello Drax per impossessarsi della leggendaria Forza Omega. Egli è il despota che regna su un mondo distopico e industriale, una fabbrica per i suoi Paradaemoni, in eterna e ciclica guerra con la luminosa Nuova Genesi dell’Altopadre.

Il suo destino è scritto nelle stelle: la profezia dell’Armaghetto stabilisce che cadrà per mano del proprio figlio. Quel figlio è Orion, gemma di una delle intuizioni più audaci di Kirby, ovvero lo scambio di eredi tra i due regni, un legame indissolubile che semina tragedia, impossibile redenzione e battaglie titaniche.

Nel Canone DC, Darkseid è una tempesta che sconquassa ogni cosa. Il suo nome coincide con “scala cosmica.” Quando i suoi occhi si accendono, l’Effetto Omega trasforma lo spazio-tempo in una pista di caccia personale: i raggi inseguono il bersaglio attraverso le dimensioni, capaci di disintegrazione, teletrasporto, e persino di riportare in vita ciò che hanno annientato. La sua intelligenza tattica, i poteri telepatici e telecinetici, la resistenza sovrumana e i tempi di reazione in microsecondi ne fanno un avversario virtualmente inattaccabile. Eppure, il suo vero tallone d’Achille non è fisico: è l’orgoglio, un’etica distorta dell’onore che, a tratti, lo rende prevedibile. È un dio crudele che preferisce la manipolazione attraverso emissari come DeSaad, le Furie, l’Intergang o il suadente Glorious Godfrey, e che non smette mai di considerare la Terra una ferita aperta da cauterizzare. L’ha invasa, l’ha manipolata, l’ha quasi spezzata in saghe che vanno dal Quarto Mondo all’identità criminale reinventata in Sette Soldati, fino al baratro di Crisi Finale.

Perché Dire “Non Ora” è la Mossa Più Nerd

La storia editoriale di Darkseid è una costellazione di momenti fondamentali, dall’atto di nascita della Justice League nel reboot The New 52 al duello cataclismico con l’Anti-Monitor ne La Guerra di Darkseid. La sua figura è un picco narrativo. Se lo si scala subito, cosa resta dopo? Il rischio è quello di bruciare la curva d’attesa, di riproporre un conflitto “finale” quando il pubblico deve ancora innamorarsi dei nuovi volti, delle alchimie e dei codici estetici del DCU di Gunn.

La scelta di evitare Darkseid significa riscoprire il catalogo sterminato di “mostri e dèi” di casa DC e giocare con traiettorie meno battute sul grande schermo. Questa è la vera scommessa, e la prospettiva più eccitante per la comunità degli appassionati.

I Candidati al Trono Oscuro

Chi potrebbe essere allora l’architetto del caos? Chi brandirà il primo grande disegno in “Gods and Monsters”?

Pensiamo a Brainiac: intelligenza fredda, collezionista di città e di conoscenza. Perfetto per un’epopea fantascientifica che parli di algoritmi, controllo e colonialismo digitale. Un nemico della mente, non solo dei muscoli. O ancora, l’Anti-Monitor: un incubo metafisico che potrebbe mettere in scena il Multiverso non come pretesto narrativo, ma come tema centrale, riportando al cinema il senso di minaccia astratta ma tangibile che solo i grandi eventi DC hanno saputo evocare su carta. C’è Mongul con il suo Warworld, una creatura capace di ribaltare il super-melodramma in un’arena gladiatoria cosmica di crudo spettacolo. Si potrebbe puntare su Vandal Savage per cucire trame millenarie tra passato e futuro, o persino su figure più eccentriche, come l’Intergang e i suoi culti sotterranei, per insinuare il dubbio e la paura a livello più terrestre.

La scelta di Gunn suggerisce un universo che si costruisce in crescendo, per modulazioni di tono, generi che si parlano, minacce che si svelano a strati. Prima l’esplorazione, l’innamoramento dei personaggi, poi l’epica apocalittica.

La Potenza dell’Attesa

Non archiviare Darkseid in un cassetto. Al contrario: tenerlo fuori scena adesso può renderlo più potente domani. Ogni riferimento, ogni sussurro sull’Equazione Anti-Vita, ogni cicatrice lasciata da Apokolips, può lavorare come un trailer lungo anni. Quando e se tornerà, dovrà farlo per chiudere un cerchio, non per aprirlo. È la differenza tra “un grande cattivo” e “il mito.” E i miti hanno bisogno di attesa, hanno bisogno di essere venerati nell’ombra prima di manifestarsi in piena gloria o orrore.

Nel frattempo, il fandom ha il privilegio dell’ignoto: speculare, confrontare canoni, immaginare connessioni. Chi sarà il vero filo rosso di “Gods and Monsters”? Vi intriga l’idea di un DCU che mette al centro il tema del controllo senza ricorrere subito al suo santo patrono?

Ditecelo, carissimi lettori: quale villain dovrebbe diventare il “grande disegno” del DCU di Gunn e perché? La conversazione è il vero superpotere di questa community, e CorriereNerd è qui per alimentarla, numero dopo numero.

Ci leggiamo nei commenti, e occhio ai raggi Omega… almeno per ora.

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