Tokyo di notte ha un modo tutto suo di farti perdere il senso della fame e poi restituirtelo all’improvviso, magari mentre stai uscendo da una sala giochi di Akihabara con ancora nelle orecchie la soundtrack di un rhythm game o dopo aver passato quaranta minuti a fissare una claw machine impossibile da battere. Seoul invece ti colpisce diversamente: insegne al neon, profumo di zucchero caramellato e formaggio fuso che si mescolano all’aria umida delle strade piene di studenti, idol wannabe, coppiette coordinate e creator che filmano qualunque cosa abbia abbastanza “cheese pull” da diventare virale su TikTok. Ed è proprio lì, tra una live improvvisata e una camminata senza meta in quartieri che sembrano usciti da un anime slice of life ambientato nel futuro prossimo, che quei pancake assurdi a forma di moneta iniziano a comparire ovunque. Li guardi una volta e il cervello smette immediatamente di collaborare.
Perché il famoso 10 Yen Bread giapponese, o il suo fratello coreano 10 Won Bread, non è semplicemente street food. Ha la stessa energia di quelle cose che nascono per gioco e poi diventano parte integrante della cultura pop online, un po’ meme culinario, un po’ esperienza fandom da condividere. Sembra quasi progettato per internet: enorme mozzarella filante, impasto soffice e dorato, forma iper riconoscibile, packaging kawaii e quel contrasto dolce-salato che manda completamente in tilt il cervello dopo il primo morso. Una roba che, detta sinceramente, avrebbe tranquillamente potuto comparire come item curativo in un JRPG moderno ambientato a Shibuya.
La prima volta che l’ho visto in video pensavo fosse uno di quei food trend destinati a sparire dopo due settimane, tipo le bevande glitterate o i toast arcobaleno che invadono Instagram e poi evaporano nel nulla digitale. Invece no. Questo mostriciattolo di pastella e mozzarella ha continuato a espandersi come un boss secondario segreto che improvvisamente diventa canonico. E capisco anche il motivo. Perché il 10 Yen Bread non prova minimamente a essere elegante o sofisticato. È teatrale. Esagerato. Quasi infantile nel senso più bello del termine. Ti obbliga a fermarti, fotografarlo, spezzarlo lentamente davanti alla videocamera sperando che il formaggio fili abbastanza da sembrare una scena rallentata di un drama coreano.
La cosa assurda è che in Giappone ormai lo trovi davvero ovunque nelle zone più turistiche e nerd-friendly. Dotonbori a Osaka sembra praticamente il suo habitat naturale, con quelle insegne giganti, il caos sonoro continuo, le file davanti ai negozietti street food e i turisti che girano con sacchetti pieni di merch anime appena comprato. A Tokyo invece è impossibile non pensare subito a Shibuya, soprattutto vicino al MEGA Don Quijote, tempio assoluto del consumismo geek dove puoi comprare una figure di Evangelion, un mascara coreano, una valigia rosa shocking e snack assurdi alle due del mattino senza battere ciglio. Ed è lì che il 10 Yen Bread sembra perfettamente a casa sua: fotogenico, kitsch, irresistibile.
Tecnicamente nasce come reinterpretazione giapponese del coreano 10 Won Bread, arrivato in Giappone attorno al 2022, ma la sua storia parte molto prima e, sinceramente, sembra una di quelle lore intricate che si leggono nei fandom wiki alle tre di notte. Tutto è iniziato a Gyeongju, città storica sudcoreana piena di fascino tradizionale, dove questo pane a forma di moneta da 10 won ha iniziato a conquistare le strade nel 2019. La forma non è casuale: riproduceva la celebre moneta coreana con la pagoda Dabotap del tempio Bulguksa, quasi trasformando uno snack in un souvenir culturale mangiabile. E qui già la situazione diventa molto “coreana” nel senso contemporaneo del termine, perché il cibo smette di essere solo cibo e diventa storytelling, identità locale, branding, esperienza social.
Dietro al fenomeno poi si nasconde una vicenda quasi tragicomica fatta di franchising, cause legali, copie non autorizzate e perfino interventi della banca centrale coreana. Sembra una sottotrama di un drama aziendale su Netflix. L’idea derivava da un’azienda che anni prima aveva creato un pane ripieno di formaggio a forma di calamaro, roba che già racconta tantissimo del modo in cui Corea e Giappone riescono a trasformare qualunque concetto in mascotte pop. Da lì il salto verso la moneta è stato quasi inevitabile, e il successo è esploso così rapidamente che sono comparsi ovunque cloni, varianti e reinterpretazioni.
Ed è impossibile non sorridere pensando al fatto che perfino la Bank of Korea abbia iniziato a preoccuparsi dell’utilizzo commerciale dell’immagine della moneta. Da una parte le autorità che parlano di regolamenti e copyright, dall’altra i venditori di street food che continuano serenamente a preparare montagne di pane filante per creator affamati armati di smartphone. Una scena che sembra scritta da un autore di manga satirici contemporanei. Ancora più folle sapere che nel tempo sono nate versioni diverse ispirate ad altre monete coreane: 50 won, 100 won, persino 500 won. A quel punto manca solo una collaborazione ufficiale con un gacha game e il cerchio si chiude davvero.
Eppure la parte che mi affascina di più non riguarda nemmeno il gusto. Certo, il mix funziona da paura. L’impasto ricorda un waffle soffice ma più gommoso, quasi mochi-like in certi casi, mentre il formaggio caldo crea quella sensazione comfort food che ti colpisce dritta nello stomaco e nella serotonina. Però il vero segreto è emotivo. Questo snack vive esattamente nello stesso spazio mentale occupato dalle foto photobooth coreane, dalle blind box aperte in live, dai café a tema anime e dalle challenge food su YouTube. È un cibo nato per essere condiviso, commentato, mostrato. Non sorprende che sia diventato amatissimo tra fandom K-pop, community anime e creator travel.
Poi ovviamente internet ha fatto il resto. Varianti al cioccolato, crema pasticcera, patata dolce, edizioni limited, colori improbabili. Ho visto persone abbinarlo a bubble tea giganteschi mentre indossavano outfit Y2K degni di un comeback delle NewJeans, e in qualche modo tutto aveva senso. Perché la cultura pop asiatica contemporanea funziona così: mescola nostalgia, spettacolo, food porn, moda e comfort emotivo dentro esperienze apparentemente leggere che però restano impresse moltissimo.
E forse è anche questo il motivo per cui tantissimi nerd, gamer e appassionati di anime finiscono per innamorarsene. Mangiare qualcosa del genere a Tokyo o Seoul non è solo “provare uno snack tipico”. È sentirsi improvvisamente dentro quel mondo che per anni abbiamo visto attraverso schermi, manga scans, vlog notturni e opening animate. Lo stesso identico brivido che provi entrando per la prima volta in una sala arcade giapponese o passeggiando in quartieri che hai visto mille volte negli anime scolastici. Una specie di collisione tra immaginario e realtà.
Ed è buffo pensare che alla fine tutto parta da una moneta trasformata in pancake gigante ripieno di mozzarella. Una premessa che detta così sembra totalmente senza senso e invece racconta perfettamente quanto la cultura pop asiatica riesca a reinventare continuamente le cose più semplici, trasformandole in piccoli rituali collettivi da vivere e ricordare.
Ora la vera domanda è un’altra: quanti di voi l’hanno già assaggiato davvero tra le strade di Osaka o Seoul, e quanti invece lo stanno ancora inseguendo attraverso reel, vlog notturni e fancam di viaggi impossibili da dimenticare? Perché ho la sensazione che questa storia del pane-moneta-filante sia soltanto all’inizio, e conoscendo internet potremmo ritrovarci presto con versioni ispirate agli anime, ai videogiochi o magari direttamente alle idol. E onestamente? Io sarei già pronta a fare la fila.





