Manara: il documentario che svela l’uomo dietro al mito del fumetto erotico

Tra le figure che hanno trasformato il fumetto in un linguaggio adulto, libero e capace di attraversare arte, cinema, politica e desiderio, il nome di Milo Manara continua a occupare uno spazio quasi mitologico nell’immaginario collettivo italiano e internazionale. Le sue tavole non hanno semplicemente raccontato storie erotiche: hanno spalancato un dibattito culturale enorme sul corpo, sul piacere, sulla censura e sul modo stesso in cui il fumetto poteva essere percepito fuori dalla nicchia. Per questo motivo l’arrivo in streaming di “Manara”, il nuovo documentario diretto da Valentina Zanella, disponibile in anteprima esclusiva su CG TV, assume il peso di un vero evento culturale per chiunque abbia vissuto almeno una volta l’emozione di sfogliare un albo di Manara sentendo quella sensazione stranissima di trovarsi davanti a qualcosa di proibito e raffinatissimo allo stesso tempo.

Manara - Trailer

Oltre cinquant’anni di carriera, milioni di copie vendute in tutto il mondo, traduzioni internazionali, mostre, collaborazioni leggendarie e un tratto immediatamente riconoscibile hanno reso Milo Manara molto più di un autore di fumetti erotici. Ridurre il suo lavoro a quell’etichetta significherebbe ignorare la rivoluzione culturale che ha attraversato l’Italia dagli anni Settanta in poi, un periodo in cui il fumetto iniziava lentamente a liberarsi dall’idea di prodotto per ragazzi per diventare un territorio di sperimentazione narrativa, politica e persino filosofica. Il documentario di Valentina Zanella entra proprio dentro questa trasformazione storica, ricostruendo il percorso umano e artistico di un autore che ha avuto il coraggio di portare il desiderio femminile al centro della scena in un Paese ancora profondamente intrappolato nei propri tabù.

L’aspetto più affascinante di “Manara” sta proprio nella sua capacità di raccontare non solo l’artista, ma il contesto culturale che lo ha generato. Guardando il film si ha quasi la sensazione di attraversare una gigantesca macchina del tempo che riporta lo spettatore dentro l’Italia delle riviste scandalose nascoste nei cassetti, dei dibattiti televisivi infuocati sulla morale pubblica, delle edicole che diventavano punti di incontro segreti per adolescenti curiosi e adulti apparentemente rispettabili. Quel mondo fatto di carta stampata, inchiostro e provocazione viene ricostruito con una sensibilità che evita la semplice celebrazione nostalgica e preferisce scavare nella complessità di un autore che ha continuamente camminato sul confine tra arte alta e cultura popolare.

Naturalmente il documentario dedica ampio spazio all’incontro fondamentale con Hugo Pratt, una figura che per Manara è stata molto più di un maestro. Pratt rappresenta quasi il ponte tra il fumetto avventuroso classico e una nuova idea di narrazione adulta. La loro amicizia, fatta di viaggi, discussioni, visioni artistiche condivise e libertà creativa assoluta, emerge come uno dei motori principali della maturazione artistica di Manara. Guardando le immagini del film viene spontaneo pensare a quanto il fumetto europeo abbia vissuto in quegli anni una stagione irripetibile, una sorta di New Hollywood della nona arte dove gli autori sembravano avere finalmente il potere di rompere tutte le regole.

Poi arriva inevitabilmente lui, Federico Fellini, e il documentario cambia quasi pelle. L’incontro tra Fellini e Manara appartiene a quelle collisioni creative che sembrano uscite da una fanfiction perfetta scritta da qualche divinità nerd del multiverso culturale italiano. Da una parte il regista che aveva trasformato il cinema in sogno, memoria e carnevale psichedelico; dall’altra un disegnatore capace di rendere il desiderio qualcosa di etereo e sensuale insieme. Il loro sodalizio artistico viene raccontato nel film come una continua contaminazione tra fumetto e cinema, tra storyboard e fantasia, tra erotismo e surrealismo. Guardando certe sequenze si percepisce chiaramente quanto Manara sia riuscito a tradurre l’universo felliniano in immagini disegnate senza mai perdere la propria identità grafica.

Il documentario di Valentina Zanella non si limita però alla dimensione storica o celebrativa. Uno degli elementi più riusciti è la coralità delle testimonianze. Sullo schermo si alternano artisti, scrittori, musicisti e autori che hanno incrociato il percorso di Manara o che sono stati profondamente influenzati dal suo lavoro. La presenza di Frank Miller ha un valore simbolico enorme, perché dimostra quanto il segno di Manara abbia attraversato oceani culturali apparentemente lontanissimi. Pensare all’autore di Sin City che parla di Manara significa vedere due modi opposti ma complementari di intendere il fumetto adulto: uno sporco, violento e noir, l’altro elegante, sensuale e quasi onirico.

Accanto a Miller compaiono figure come Tanino Liberatore, Paolo Bacilieri, Matteo Bussola, Vincenzo Mollica, Paolo Conte e persino Elodie, a dimostrazione di quanto il lavoro di Manara abbia attraversato generazioni e linguaggi differenti. Particolarmente interessante risulta anche la presenza di Fumettibrutti, che crea un ponte ideale tra il fumetto contemporaneo e la rivoluzione visiva iniziata da Manara decenni fa. Queste voci costruiscono un mosaico emotivo che evita continuamente la retorica del “genio intoccabile” e restituisce invece l’immagine di un uomo curioso, ironico, a tratti fragile, ma sempre fedele alla propria idea di libertà artistica.

Una parte centrale del film riguarda inevitabilmente “Il Gioco”, l’opera che più di ogni altra ha trasformato Manara in un simbolo mondiale dell’erotismo a fumetti. Ancora oggi basta pronunciare quel titolo per evocare discussioni infinite sul rapporto tra desiderio, fantasia, potere e rappresentazione del corpo femminile. Il documentario affronta il tema senza paura, mostrando come quelle tavole abbiano generato contemporaneamente accuse, scandali, adorazione e riflessioni profondissime sulla sessualità nell’arte. In un’epoca dominata da social network, cancel culture e dibattiti continui sulla rappresentazione del corpo, rivedere oggi il percorso artistico di Manara diventa quasi uno specchio per capire quanto il rapporto tra erotismo e libertà espressiva sia ancora incredibilmente irrisolto.

Dal punto di vista produttivo, “Manara” conferma anche il talento registico di Valentina Zanella, già nota per progetti molto diversi tra loro ma sempre caratterizzati da una forte attenzione al racconto umano. La sua carriera attraversa cinema, documentario, musica e televisione, passando da lavori come “Disco Ruin”, “Sound Gigante” e il documentario dedicato a Gilles Villeneuve, fino ad arrivare a questo ritratto intimo e potente di Milo Manara. La regista evita intelligentemente il rischio della biografia scolastica e costruisce invece un flusso narrativo emotivo, quasi sensoriale, che sembra seguire il movimento stesso delle linee disegnate dall’artista.

L’uscita streaming in anteprima esclusiva su CG TV rappresenta inoltre un passaggio importante anche per la diffusione del documentario presso una nuova generazione di spettatori. Molti ragazzi e ragazze conoscono Manara solo per sentito dire, magari attraverso meme, citazioni online o polemiche nate sui social. Questo film offre invece l’occasione di capire davvero perché il suo nome continui a essere così centrale nella storia del fumetto mondiale. Non soltanto per il tratto raffinato o per la sensualità delle sue figure femminili, ma perché Manara ha contribuito a demolire l’idea che il fumetto fosse un linguaggio minore.

Guardando “Manara” emerge chiaramente una sensazione molto precisa: il documentario non parla soltanto di un artista, ma racconta un pezzo enorme della cultura italiana contemporanea, con tutte le sue contraddizioni, le sue provocazioni e le sue improvvise esplosioni di libertà creativa. Per chi è cresciuto leggendo fumetti di nascosto, collezionando albi consumati dal tempo o discutendo per ore su quanto il fumetto potesse essere considerato arte vera, questo film assomiglia quasi a una dichiarazione d’amore verso la potenza narrativa delle immagini disegnate.

Il docufilm “Manara” è disponibile da oggi in anteprima streaming esclusiva su CG TV

Dantedì: perché Dante Alighieri è ancora il boss finale della nostra cultura pop

Il 25 marzo non è soltanto una data sul calendario. È una specie di checkpoint culturale, uno di quelli che ti fanno salvare la partita e guardare indietro per capire da dove arrivi. Dal 2020 quella giornata ha un nome preciso: Dantedì, la celebrazione nazionale dedicata a Dante Alighieri.

E lo so, qualcuno potrebbe pensare che parlare di Dante su un magazine come CorriereNerd sia una deviazione “alta” rispetto a fumetti, serie tv e videogiochi. In realtà è l’opposto. Dante è la matrice. È worldbuilding medievale portato a livelli che oggi definiremmo cinematic universe. È lore stratificata, mitologia remixata, boss fight metafisiche e character arc degni di una saga fantasy da cento volumi.

Se ami le grandi narrazioni, devi passare da lui. Per forza.

Il 25 marzo: l’inizio del viaggio, non una data casuale

La scelta del 25 marzo non è un vezzo accademico. Secondo la tradizione, è il giorno in cui ha inizio il viaggio della Divina Commedia: la discesa nell’Inferno, la scalata del Purgatorio, l’ascesa al Paradiso.

  1. Selva oscura. Smarrimento. Arriva Virgilio come guida. Se la guardi con gli occhi di oggi è la perfetta opening scene di una saga dark fantasy. Il protagonista è fragile, confuso, in crisi esistenziale. Non è un eroe invincibile. È uno che ha perso la strada.

Ecco perché Dante continua a funzionare. Non è distante. Non è marmoreo. È umano. È uno che sbaglia, che giudica, che ama, che soffre, che si arrabbia. Un protagonista tridimensionale prima ancora che il concetto esistesse.

Dantedì: una festa culturale nata da un’idea semplice

L’idea di dedicare una giornata nazionale a Dante prende forma nel 2017 grazie a Paolo Di Stefano, e trova poi una concretizzazione ufficiale con il sostegno di studiosi e istituzioni culturali. Nel gennaio 2020 il Ministero della Cultura formalizza la nascita del Dantedì.

Tempismo quasi simbolico. Proprio nel periodo in cui l’Italia si sarebbe ritrovata a fare i conti con smarrimenti collettivi, isolamento, paura. E all’improvviso la selva oscura non sembrava più soltanto una metafora medievale.

Il Dantedì non è una commemorazione polverosa. È un reset culturale. Un reminder che la lingua che usiamo ogni giorno, le immagini che popolano il nostro immaginario, persino il modo in cui pensiamo l’aldilà e il peccato, hanno un’origine potente e stratificata.

Dante e la cultura pop: molto più vicini di quanto crediamo

Chiunque abbia giocato a un RPG con livelli infernali, boss demoniaci, strutture a cerchi concentrici o gerarchie morali deve qualcosa a Dante.

Dalla graphic novel più cupa fino ai videogame action ambientati tra dannati e angeli, l’eco della Divina Commedia è ovunque. Il concetto di Inferno organizzato per gradi di colpa è puro game design ante litteram. Ogni cerchio è una meccanica diversa. Ogni punizione è coerente con il peccato. È worldbuilding rigoroso, sistemico.

E Gustave Doré con le sue incisioni ha fatto per Dante quello che un concept artist fa per una saga fantasy: ha fissato un immaginario visivo che ancora oggi condiziona film, serie tv, copertine, fumetti.

Chi ama l’horror, il dark fantasy, la fantascienza teologica, dovrebbe rileggerlo non per obbligo scolastico ma per puro piacere geek.

Lingua italiana: la vera super arma di Dante

Parliamo di superpoteri. Dante ne ha uno gigantesco: ha dato forma alla lingua italiana.

Non è solo questione di poesia. È architettura linguistica. Prima di lui il volgare non aveva lo status per sostenere un’opera monumentale. Lui lo prende, lo plasma, lo eleva. È come se qualcuno avesse deciso di usare un linguaggio “minore” per creare l’opera più ambiziosa del suo tempo.

Un atto rivoluzionario. Un hack culturale.

In un’epoca in cui la comunicazione corre tra meme, reel e thread velocissimi, fermarsi sui versi danteschi significa riconnettersi con la struttura profonda del nostro modo di esprimerci.

Inferno, Purgatorio, Paradiso: la trilogia definitiva

Tre atti. Tre atmosfere. Tre registri emotivi.

L’Inferno è puro dark. Visionario, crudele, teatrale. Il Purgatorio è transizione, fatica, speranza. Il Paradiso è astrazione luminosa, quasi fantascienza mistica.

Ogni cantica cambia tono, ritmo, linguaggio. È come passare da una stagione gritty a una più introspettiva fino a un finale cosmico e filosofico. E in mezzo, personaggi memorabili. Francesca, Ulisse, il Conte Ugolino. Figure che hanno una forza narrativa che regge qualsiasi adattamento moderno.

Non stupisce che registi, fumettisti, game designer abbiano attinto a piene mani da quell’universo.

Il nostro omaggio: l’Inferno a Cinecittà World

A CorriereNerd raccontiamo cultura nerd da vent’anni sotto l’ombrello di Satyrnet, e Dante per noi non è solo pagina scritta. È esperienza.

L’attrazione “Inferno” (Darkmare) a Cinecittà World, immaginata da Gianluca Falletta, è stata la nostra dichiarazione d’amore a quell’immaginario. Un percorso immersivo che traduce in spazio fisico la potenza visionaria dantesca. Non una semplice casa degli orrori, ma un viaggio tra simboli, suggestioni, citazioni.

Camminare lì dentro significa rendersi conto che la Commedia non è chiusa in un libro. È materia viva. È scenografia, è sound design, è adrenalina.

E forse questo è il modo più onesto di celebrare il Dantedì: trasformare la memoria in esperienza.

Dante oggi: perché parlarne ancora

Ogni generazione riscrive Dante. Lo interpreta, lo contesta, lo attualizza. È successo nel Risorgimento, nel Novecento, succede oggi tra adattamenti teatrali, graphic novel, podcast narrativi.

La sua forza sta nella struttura. Nel viaggio come metafora universale. Nel desiderio di conoscenza. Nel bisogno di attraversare l’oscurità per arrivare a una visione più ampia.

Chiunque abbia affrontato una crisi personale può riconoscersi in quella selva iniziale. Chiunque abbia cercato senso, redenzione, risposte, ha percorso il proprio Purgatorio. E ognuno, almeno una volta, ha intravisto un personale Paradiso.

Il Dantedì allora diventa più di una celebrazione istituzionale. È un’occasione per riprendere in mano un testo che a scuola magari sembrava distante e riscoprirlo con occhi diversi. Più maturi. Più nerd. Più consapevoli.

Perché Dante non è un monumento immobile. È un autore che continua a parlarci. A provocarci. A metterci davanti alle nostre ombre.

E adesso lo chiedo a voi, community di CorriereNerd: qual è il vostro personaggio dantesco preferito? Avete mai riletto la Divina Commedia da adulti, senza l’ansia dell’interrogazione?

Parliamone. Perché le grandi storie non finiscono mai davvero. Cambiano forma. Cambiano medium. Ma restano. E Dante, piaccia o no, è ancora il nostro boss finale culturale.

Ci vediamo nei commenti.

“Gli anni del Prog”: quando il rock visionario degli anni Settanta arriva su Prime

Apprezzato docufilm diretto da Pierfrancesco Campanella e dedicato a quel particolare genere musicale che negli anni Settanta ha cercato di nobilitare il rock tradizionale attraverso una fusione con la musica classica, Gli anni del Prog è ora su Prime Video Channel e CG tv.

Il rock progressivo ha rappresentato decisamente una rottura col sound del passato: basti pensare che i brani di durata tradizionale furono rimpiazzati da lunghe suite musicali che potevano arrivare ad occupare l’intera facciata di un disco LP, includendo influenze sinfoniche, temi musicali estesi, ambientazioni e testi fantasy, oltre a complesse orchestrazioni.

Molti brani progressive sono caratterizzati dall’utilizzo di tempi dispari e inconsueti, frequenti cambi di tempo e variazioni di intensità e velocità nel corso di uno stesso brano. E, soprattutto, dall’utilizzo di strumenti inusuali come l’organo Hammond, il moog e il mellotron.

Trailer GLI ANNI DEL PROG di Pierfrancesco Campanella

Un’altra innovazione del genere è la presenza di testi di un certo spessore culturale, con riferimenti a figure od opere letterarie e teatrali, allusioni a fatti storici, con testi di difficile comprensione e a volte impenetrabili, con riferimenti alla mitologia, alle fiabe e alla religione. Senza tralasciare i riferimenti politici che rimandavano all’impegno sociale e alle lotte di classe di quegli anni.

La ricerca estetica si riflette sulla confezione del prodotto, all’epoca LP. In molti casi l’aspetto grafico assume una rilevanza particolare: sia per le illustrazioni, sia per particolari packaging del disco in vinile. Un esempio su tutti: la mitica copertina a salvadanaio del primo album ufficiale del Banco.

Da queste premesse, c’è materiale interessante e diversificato per poter gustare un documentario dedicato al rock progressivo di casa nostra, partendo da quello made in England.

Nel lavoro di Campanella sono intervistati alcuni degli artisti protagonisti dell’epoca , oltre ad addetti ai lavori, a giornalisti, critici musicali ed esperti. Per avere un quadro il più possibile esaustivo di una musica “alternativa” in un decennio “difficile”.

Tra i nomi coinvolti ricordiamo Vittorio e Michelangelo Nocenzi del Banco, Gianni Leone del Balletto di Bronzo, Livio Macchia dei Camaleonti, Paolo Siani de La Nuova idea, Gianni Dall’Aglio degli Area, Tony Esposito, Lino Vairetti degli Osanna, Gianni Togni, Tony Cicco dei Formula 3, Mauro Goldsand, Enrico Capuano, Ivan Cattaneo, Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik, Claudio Simonetti dei Goblin, Natale Massara, James Senese dei Napoli Centrale. Oltre ai produttori discografici Matteo Pagano e Salvatore De Falco, al cinefilo Fabio Melelli, agli esperti Andrea Ungheri, Paolo Reale e Gino Saladini, agli scrittori Donato Zoppo e Nicola Iuppariello, ai giornalisti Fernando Fratarcangeli e Renato Marengo.

Prodotto da Sergio De Angelis per Parker Film, Gli anni del Prog, inoltre, è stato appena acquisito dalla Rai, che lo trasmetterà insieme ad altri documentari nei quali è coinvolto a vario titolo Pierfrancesco Campanella, a cominciare da C’era una volta il Beat italiano.

Allegro non troppo compie 50 anni: il capolavoro animato di Bruno Bozzetto che ha insegnato all’Italia a sognare (e a pensare)

Cinquant’anni. Mezzo secolo. Eppure Allegro non troppo non ha perso un grammo della sua forza, della sua ironia, della sua capacità di parlare al presente come se fosse stato creato ieri. Anzi, forse oggi risulta ancora più attuale, più graffiante, più necessario.

Rivederlo oggi è come aprire una capsula del tempo che non contiene nostalgia, ma visione. Perché il film di Bruno Bozzetto non è semplicemente un classico dell’animazione italiana: è un’opera che ha avuto il coraggio di dialogare con i giganti, guardare in faccia Fantasia della Disney… e rispondere con qualcosa di completamente diverso, profondamente europeo, profondamente umano.

E profondamente nerd, nel senso più autentico del termine: sperimentale, coraggioso, libero.


Un film che nasce come sfida… e diventa identità

Alla base di Allegro non troppo non c’è solo l’omaggio a un capolavoro come Fantasia, ma una vera e propria dichiarazione di intenti. Bozzetto non voleva imitare Disney. Voleva superarlo sul piano del linguaggio, raccontando storie invece di “illustrare” la musica.

Questa differenza è fondamentale. Dove Disney costruiva sinfonie visive, Bozzetto inserisce la musica dentro narrazioni vere, spesso amare, a volte sarcastiche, sempre cariche di significato.

E lo fa con una libertà creativa che oggi, in un’industria sempre più standardizzata, fa quasi paura.

Non è un caso che l’idea del film nasca proprio ascoltando il Bolero di Ravel: una crescita continua, ossessiva, inarrestabile. Una metafora perfetta per la società contemporanea… e per il cinema stesso.


Il teatro dell’assurdo: live action, satira e caos controllato

Prima ancora dell’animazione, Allegro non troppo ci accoglie in un mondo surreale e irresistibile: un teatro vuoto, un presentatore pomposo, un direttore d’orchestra fuori controllo e… un’orchestra composta da vecchiette in abiti Belle Époque.

Sì, hai letto bene.

Questa cornice live action, girata in bianco e nero con un’estetica volutamente “antica”, è molto più di un semplice collegamento tra gli episodi animati. È satira pura. È metacinema. È una presa in giro dell’industria cinematografica, delle sue pretese, delle sue ipocrisie.

E dentro questo caos troviamo il disegnatore, interpretato da Maurizio Nichetti, praticamente schiavo della produzione, costretto a creare animazioni in tempo reale. Una figura che oggi potremmo leggere come simbolo dell’artista intrappolato tra creatività e mercato.

Una lettura incredibilmente moderna, vero?


Sei episodi, sei universi: quando la musica diventa racconto

Ogni segmento animato è un piccolo universo a sé, con uno stile grafico e narrativo diverso. Ed è proprio qui che Allegro non troppo diventa qualcosa di irripetibile.

Nel Preludio al pomeriggio di un fauno, Bozzetto gioca con sensualità e malinconia, raccontando il desiderio e la solitudine con una leggerezza solo apparente.

La Danza slava è pura satira sociale: l’uomo che cerca di distinguersi, ma finisce per essere imitato e annullato dalla massa. Una critica all’omologazione che oggi, nell’era dei social, suona quasi profetica.

Poi arriva il Bolero. E qui succede qualcosa di straordinario. Dalla bottiglia di Coca-Cola abbandonata da un’astronave nasce la vita. Evoluzione, sopraffazione, dominio. Fino all’uomo, che si rivela essere ancora quella scimmia primordiale. È uno dei momenti più potenti della storia dell’animazione italiana.

E poi il Valse triste, forse il segmento più struggente: un gatto che vaga tra le rovine di una casa, aggrappato a ricordi che si dissolvono. Un episodio che colpisce allo stomaco, perché parla di perdita, memoria e tempo che scorre.

Il segmento di Vivaldi introduce una leggerezza quasi slapstick, mentre L’uccello di fuoco chiude con una riflessione cupa e visionaria sulla civiltà dei consumi, tra pubblicità, demoni e disillusione.


Tecnica, libertà e follia creativa

Uno degli aspetti più incredibili di Allegro non troppo è la sua varietà tecnica. Animazione tradizionale, rotoscopio, stop motion, inserti live action: tutto convive in un equilibrio perfetto.

E dietro ogni episodio c’è una libertà artistica totale. Gli animatori coinvolti – tra cui nomi come Walter Cavazzuti e Giovanni Ferrari – hanno potuto esprimere il proprio stile senza vincoli, creando un mosaico visivo unico.

Persino Bozzetto si mette in gioco direttamente, animando personalmente uno degli episodi.

E poi ci sono dettagli che fanno impazzire chi ama scavare dietro le quinte: il gatto del Valse triste ispirato a una storia vera, i cartelloni pubblicitari di Milano ripresi dal vivo per l’episodio di Stravinskij, la “morte” simbolica del Signor Rossi come atto di ribellione contro l’animazione seriale.

Questa non è solo produzione. È dichiarazione artistica.


Un film universale, senza tempo

Quello che rende Allegro non troppo eterno non è solo la sua qualità tecnica o narrativa. È la sua capacità di parlare a chiunque, ovunque.

Non ha bisogno di traduzioni culturali. Non ha bisogno di spiegazioni. Funziona perché è diretto, viscerale, immediato.

E soprattutto, non tratta l’animazione come un “genere”, ma come un linguaggio. Un linguaggio capace di raccontare l’ecologia, il consumismo, la sessualità, la solitudine, la società.

Temi enormi. Raccontati con disegni.

Non è un caso che ancora oggi venga considerato uno dei punti più alti dell’animazione europea. Un’opera che dimostra quanto il cinema animato possa essere adulto, complesso, stratificato.


Perché oggi è più importante che mai

Riguardare Allegro non troppo oggi significa riscoprire un modo di fare animazione che non esiste più – o che sopravvive solo in nicchie coraggiose.

In un’epoca dominata da franchise, sequel e algoritmi, questo film ricorda che l’arte può essere libera. Che può essere imperfetta, provocatoria, scomoda.

E che proprio per questo può lasciare il segno.

Non è solo un anniversario. È un promemoria.


Il futuro passa dal passato

Forse la cosa più affascinante di Allegro non troppo è che non si limita a essere un pezzo di storia. Continua a dialogare con il presente, a influenzare artisti, a ispirare chiunque creda nel potere della creatività.

E mentre il presentatore del film immagina già una nuova storia “con una donna e sette piccoli uomini”, non possiamo fare a meno di sorridere.

Perché Bozzetto, cinquant’anni fa, aveva già capito tutto.


Se anche tu hai visto Allegro non troppo, raccontami: qual è l’episodio che ti ha segnato di più? Il Bolero ti ha fatto riflettere quanto ha fatto riflettere me? O sei rimasto intrappolato nella malinconia del Valse triste?

Scrivilo nei commenti e condividi questo articolo sui tuoi social: celebriamo insieme uno dei più grandi capolavori dell’animazione italiana. Perché certe opere non vanno solo ricordate… vanno tramandate.

Il Carnevale di Viareggio: Tradizione, Arte e Satira in una Festa Senza Tempo

Febbraio 2026 si prepara a tingersi di cartapesta, ironia e immaginazione sfrenata, perché il Carnevale di Viareggio torna a occupare la scena con quella potenza visiva e narrativa che, da oltre un secolo, lo rende una vera leggenda popolare. L’edizione 2026 promette di essere una di quelle che restano impresse nella memoria, con sei Corsi Mascherati distribuiti tra domeniche e giornate simboliche: il 1° febbraio per l’inaugurazione ufficiale, poi il 7, il 12 febbraio in occasione del Giovedì Grasso, il 15, il 17 per il Martedì Grasso e infine il 21 febbraio, quando la festa si concluderà con il gran finale accompagnato dai fuochi d’artificio che illuminano il cielo toscano come un ultimo, gigantesco applauso collettivo.

Viareggio, durante il Carnevale, non è soltanto una città che ospita un evento: diventa un universo narrativo a cielo aperto. I carri allegorici, enormi e visionari, sfilano come boss finali di un videogioco fantasy, caricature titaniche che raccontano l’attualità, la politica, i sogni e le paure di un’epoca attraverso il linguaggio universale della satira. Ogni carro è una storia che cammina, una graphic novel tridimensionale fatta di colore, movimento e ingegno artigianale. Ed è proprio questa fusione tra arte popolare e spirito critico a rendere il Carnevale di Viareggio così vicino alla sensibilità nerd: qui la creatività non conosce limiti e la fantasia diventa uno strumento per leggere il mondo.

Il viaggio di questa manifestazione inizia nel lontano 1873, quando l’élite cittadina dava vita a eleganti veglioni mascherati nei salotti più raffinati. Ma il vero plot twist arriva quando la festa scende in strada e incontra il popolo, trasformandosi in qualcosa di molto più grande e condiviso. Nel 1883 fanno la loro comparsa i primi carri allegorici, segnando una svolta epocale: non più semplici decorazioni floreali, ma strutture pensate per stupire, provocare e raccontare. È il momento in cui il Carnevale smette di essere esclusivo e diventa una celebrazione collettiva, un rito laico capace di unire classi sociali e generazioni diverse.

L’evoluzione accelera nel Novecento, quando nel 1925 entra in scena la cartapesta, materiale destinato a diventare sinonimo stesso di Viareggio. Leggera, resistente e incredibilmente versatile, permette agli artigiani di dare forma a visioni sempre più ambiziose. Sei anni dopo, nel 1931, nasce Burlamacco, la maschera ufficiale disegnata da Uberto Bonetti. Burlamacco è un’icona pop ante litteram, un personaggio che sembra uscito da un fumetto d’autore, capace di incarnare allo stesso tempo ironia, ribellione e spirito festoso. Da quel momento, il Carnevale ha finalmente un volto riconoscibile, una mascotte che parla a grandi e piccoli con lo stesso linguaggio universale del sorriso.

Come ogni grande saga, anche quella viareggina conosce momenti di crisi e rinascita. Il tragico incendio del 1960, che distrusse gli hangar, avrebbe potuto rappresentare un punto di non ritorno. Invece diventa una lezione di resilienza: la città si rimbocca le maniche e ricostruisce, dimostrando che il Carnevale non è solo un evento, ma parte integrante dell’identità collettiva. Nel 1967 arriva un’altra innovazione destinata a entrare nel mito, la sfilata notturna, che aggiunge un’atmosfera quasi cinematografica alle parate, con luci, musica e fuochi d’artificio a trasformare il lungomare in un set da kolossal.

Il Carnevale di Viareggio non vive però solo di carri e maschere. Attorno a esso ruota un intero ecosistema di eventi che ne amplificano il respiro internazionale. Tra questi spicca il Torneo di Viareggio, noto anche come Coppa Carnevale, una competizione calcistica giovanile che ogni anno porta in Toscana i talenti del futuro. È un crossover perfetto tra sport e cultura popolare, un esempio di come la festa sappia dialogare con linguaggi diversi senza perdere la propria anima.

Visitare Viareggio in questi giorni significa assistere a un Carnevale che continua a reinventarsi senza tradire le sue radici. Le date scandiscono un vero e proprio calendario dell’hype, con ogni Corso Mascherato che diventa un appuntamento imperdibile per chi ama lasciarsi sorprendere. La cartapesta prende vita, le maschere raccontano storie, la musica accompagna passi e risate, mentre la satira colpisce con precisione chirurgica, ricordandoci che ridere è anche un atto di intelligenza collettiva.

Per noi appassionati di cultura nerd, il Carnevale di Viareggio è un laboratorio creativo che funziona da oltre centocinquant’anni. È la prova che l’immaginazione può essere una forza sociale, capace di unire, criticare e far sognare allo stesso tempo. L’edizione 2026 si annuncia come un nuovo capitolo di questa saga infinita, pronta a regalarci immagini, emozioni e storie da raccontare ancora a lungo. E ora la parola passa a voi: quale carro vi ha fatto innamorare nelle edizioni passate e cosa vi aspettate di vedere sfilare quest’anno lungo il viale a mare? La discussione è aperta, come sempre, sotto le luci colorate del Carnevale.

In uscita il 7 novembre Giorgio Ghiotti con “L’avvenire. Pier Paolo prima di Pasolini” per Editrice Carabba

Nel 2025, a cinquant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, torna a risuonare la sua voce più intima e vulnerabile grazie a L’Avvenire. Pier Paolo prima di Pasolini, il nuovo romanzo di Giorgio Ghiotti, in uscita il 7 novembre per Editrice Carabba. Un titolo che non è solo un omaggio, ma un atto di restituzione: un viaggio letterario nel tempo in cui il poeta non era ancora leggenda, quando le sue parole, i suoi amori e le sue contraddizioni stavano ancora prendendo forma.

L’opera inaugura Corsara, la nuova collana narrativa diretta da Angela Bubba per la storica casa editrice abruzzese, che riapre le porte alla narrativa contemporanea dopo aver dato voce ad autori come Pirandello, Salgari, De Céspedes, Vittorini, Alvaro e Matilde Serao. Una scelta simbolica, che collega il passato glorioso della letteratura italiana al presente inquieto e visionario di una nuova generazione di scrittori.


Pasolini prima di Pasolini

Il romanzo si apre nella Ciampino del 1950, in un’Italia che cerca di rinascere dalle macerie della guerra. Tra le strade polverose e i cortili scolastici, un giovane insegnante trentenne di nome Pier Paolo Pasolini tenta di trovare la propria voce. Vive con la madre Susanna, insegna nella scuola fondata da Anna e suo marito, e scrive di notte, divorato da una fame di senso che non lo abbandonerà mai. Non è ancora il Pasolini dei processi, dei film scandalosi e delle polemiche televisive: è un uomo fragile, tenero, affamato di futuro.

Ghiotti lo racconta come un personaggio immerso nel fermento della rinascita, circondato da una Roma che si trasforma, dai ragazzi del Sacro Cuore e dagli intellettuali che si affacciano a un’epoca di cambiamento. Sono gli anni delle prime collaborazioni con Mario Soldati, dei viaggi con Giorgio Bassani, delle notti passate sull’Antologia della poesia popolare, delle prime intuizioni di Ragazzi di vita. Tutto vibra di un’energia primitiva, di quella tensione che precede ogni mito.


L’Italia che rinasce e la letteratura che si risveglia

Attorno al giovane Pasolini si muove un’Italia sospesa tra miseria e desiderio. Le strade di Ciampino e del quartiere Esquilino diventano microcosmi di un Paese che cerca di reinventarsi, tra scuole che nascono dal nulla e case editrici che tentano di dare voce a una generazione orfana della guerra. Anna e suo marito — due figure inventate ma emblematiche — incarnano la speranza di un’educazione che possa ricostruire non solo le menti, ma anche le anime.

È questo “tempo dell’avvenire”, come lo chiama Ghiotti, il centro pulsante del romanzo. L’autore intreccia storia e invenzione, documento e poesia, per comporre un affresco corale in cui la letteratura non è più solo parola scritta, ma atto politico e umano. Il tono è lirico ma preciso, una prosa che respira empatia e musica, capace di far percepire al lettore il battito di un’Italia che, come il suo protagonista, cerca disperatamente di capire chi è e dove sta andando.


L’uomo dietro il mito

In L’Avvenire non c’è il Pasolini delle icone e delle polemiche, ma quello degli inizi: un uomo ancora ignaro del destino che lo attende. Un Pasolini che sogna, sbaglia, ama, insegna. Ghiotti lo racconta con una tenerezza priva di retorica, costruendo un ritratto vibrante, quasi cinematografico, di un artista prima della gloria.

Il romanzo diventa così una riflessione sull’origine della vocazione, sull’attimo in cui l’arte e la vita si toccano per la prima volta. È il momento in cui la giovinezza diventa promessa, e il futuro – l’avvenire – appare ancora come un orizzonte pieno di possibilità.


Giorgio Ghiotti e il dono della memoria

Nato a Roma nel 1994, Giorgio Ghiotti si è imposto fin dal suo esordio con Dio giocava a pallone (Nottetempo, 2013), rivelandosi una delle voci più sensibili e mature della nuova narrativa italiana. Tra i suoi titoli più recenti spiccano Atti di un mancato addio e Casa che eri, insieme alle raccolte poetiche La via semplice (Premio Paolo Prestigiacomo), Ipotesi del vero (Premio Luciana Notari) e I perduti amori.

Con L’Avvenire Ghiotti compie un gesto quasi archeologico: riporta alla luce il Pasolini che ancora non era “Pasolini”, l’uomo prima del personaggio, lo scrittore prima del mito. Un esercizio di empatia e ricostruzione che restituisce calore a una figura troppo spesso cristallizzata nel marmo delle celebrazioni.


Un romanzo sull’inizio di tutto

Più che una biografia romanzata, L’Avvenire è una dichiarazione d’amore alla nascita stessa della letteratura. Un racconto sull’inizio, sulla potenza dei momenti che precedono ogni destino, su quella linea sottile che separa l’uomo dall’icona.

Ghiotti costruisce un Pasolini giovane e pieno di domande, ma anche un’Italia che si specchia nei suoi dubbi. In questo intreccio di memoria e invenzione, la scrittura diventa atto di resistenza contro l’oblio, un modo per ricordarci che ogni mito nasce da un istante fragile e umano.

E forse è proprio lì, in quella vulnerabilità condivisa, che si nasconde il vero avvenire della nostra cultura.

Book Pride 2025: Genova si conferma capitale dell’editoria indipendente

Il Palazzo Ducale si è trasformato, per tre giorni, in un grande alveare di parole, idee e storie. Con oltre 79.000 visitatori, 150 incontri e più di 400 ospiti, l’edizione genovese di Book Pride 2025 ha confermato ancora una volta di essere un punto fermo per l’editoria di progetto in Italia. Un successo di pubblico e di contenuti che chiude in bellezza il capitolo ligure della fiera nazionale dell’editoria indipendente, pronta a tornare il prossimo marzo a Milano e di nuovo a Genova nell’ottobre 2026.

Nata nel 2015 come manifestazione dedicata alle case editrici indipendenti, Book Pride è oggi parte integrante dei progetti del Salone Internazionale del Libro di Torino, e la sua crescita negli anni racconta molto della trasformazione culturale del nostro Paese. L’edizione 2025 — realizzata in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, il Comune di Genova, la Regione Liguria e l’Università di Genova — ha ribadito il valore di un evento capace di unire editori, scrittori, lettori e operatori culturali in una rete viva e inclusiva.

Una festa della parola e dell’incontro

“È stata un’edizione in cui i chiostri e gli incontri di Palazzo Ducale sono stati letteralmente invasi dall’entusiasmo della città,” ha dichiarato Silvio Viale, presidente del Salone Internazionale del Libro di Torino. “La nostra sfida è continuare a promuovere la lettura e a sostenere l’editoria di progetto.”

Sulla stessa linea Sara Armella, presidente della Fondazione per la Cultura di Genova: “Book Pride qui a Genova si è confermato un appuntamento irrinunciabile. L’alta qualità dell’offerta culturale è stata premiata da un pubblico attento e numeroso. Il legame con il Salone di Torino ha aperto le porte a nuove collaborazioni. E, a proposito di grandi nomi, il 28 ottobre ospiteremo Annie Ernaux, Premio Nobel per la Letteratura 2022, per inaugurare la nostra iniziativa ‘Il libro della settimana’”.

Danzare sull’orlo del mondo

Il tema di quest’anno, “Danzare sull’orlo del mondo”, ispirato alle parole di Ursula K. Le Guin, ha tracciato il filo conduttore di un programma ampio e appassionato. La letteratura, come un passo di danza sul confine tra immaginazione e realtà, è diventata terreno di dialogo e riflessione.

Tra i momenti più intensi, la lezione di Veronica Raimo sul valore politico dell’immaginazione, un reading di Giuseppe Civati contro la censura, e l’incontro con Michele Brambilla sul ruolo del giornalismo di cronaca. Code lunghissime hanno accompagnato la tavola rotonda sul Mediterraneo con Leila Belhadj Mohamed, Luca Misculin e Matteo Macor, mentre grande entusiasmo ha accolto ospiti internazionali come David Quammen, Michael Hardt, Guðrún Eva Mínervudóttir ed Eric Reinhardt.

La Sala del Minor Consiglio ha ospitato la vincitrice del Premio Mondello Valeria Luiselli, in dialogo con Annalena Benini, mentre tra le altre voci protagoniste si sono alternate la scrittrice argentina Georgina Orellano, la divulgatrice Marianna The Influenza, la fotografa Paola Agosti, l’autrice Rossella Milone e il cantautore Maurizio Carucci.

La forza delle storie, la vitalità dei lettori

Uno dei tratti distintivi di Book Pride 2025 è stata la partecipazione delle nuove generazioni. I laboratori curati dalla rivista Andersen hanno coinvolto centinaia di bambini e ragazzi, insieme a autori come Chiara Carminati, Massimo Tappari, Sergio Olivotti, Giulia Pastorino e Davide Calì, trasformando la fiera in un piccolo universo narrativo a misura di lettore in erba.

Non sono mancati gli appuntamenti dedicati alla memoria e alla storia ligure, come l’omaggio alla femminista e ambientalista Leila Maiocco e al politico Arrigo Cervetto, a testimonianza della volontà di Book Pride di intrecciare cultura e territorio.

Le voci dell’editoria indipendente

“Abbiamo visto corridoi sempre pieni, lettori curiosi, desiderosi di incontrare autrici e autori,” hanno raccontato le curatrici Ilaria Crotti, Valentina Mancinelli, Francesca Mancini, Laura Pezzino e Marco Amerighi. “Book Pride Genova è un segnale della vitalità dell’editoria indipendente italiana.”

Un entusiasmo condiviso dagli editori presenti: Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari de L’Orma Editore hanno parlato di “un’esperienza positiva in termini di pubblico e vendite”, mentre Pietro Biancardi di Iperborea ha sottolineato come, “nonostante lo sciopero della prima giornata, l’affluenza sia stata altissima e il riscontro ottimo”. Anche Matteo Moraglia (Edizioni Leucotea) ha ricordato quanto “il desiderio di cultura e libri resti fortissimo, anche nei momenti di crisi”.

Perfino i nuovi arrivati, come Giorgio Arcari di Sabir, hanno lodato l’atmosfera: “È stata la nostra prima volta a Genova. Non sapevamo cosa aspettarci, ma torniamo a casa con una bellissima esperienza alle spalle.”

Un evento che cresce insieme ai lettori

Book Pride 2025 non è stata solo una fiera, ma un esperimento di comunità: un luogo dove autori, editori e lettori si sono ritrovati sul terreno comune dell’amore per la parola scritta. La manifestazione si conferma così come un laboratorio di idee che guarda avanti, fedele al suo spirito originario ma aperta alle nuove forme della cultura contemporanea.

Il prossimo appuntamento è fissato per marzo 2026 a Milano, con il ritorno a Genova nell’ottobre 2026. Nel frattempo, l’eco di queste giornate resterà viva: nelle sale di Palazzo Ducale, nei libri che si sono incontrati, e nei lettori che, una volta usciti, portano con sé la voglia di continuare a danzare sull’orlo del mondo.

 

Italia-chan e il trionfo del Padiglione Italia: l’Expo di Osaka 2025 come non l’avete mai visto

Dal 13 aprile al 13 ottobre 2025, Osaka non è solo una delle città più iconiche Giappone, ma il centro gravitazionale di un evento capace di attirare culture, innovazioni e sogni da ogni angolo del globo: l’Esposizione Universale. In mezzo a padiglioni futuristici, installazioni mozzafiato e progetti visionari, l’Italia ha deciso di giocare la sua partita più ambiziosa. E, a quanto pare, l’ha vinta a mani basse. A sancire questa vittoria non sono solo le code davanti all’ingresso o le foto condivise sui social, ma anche la critica internazionale: Esquire Japan ha incoronato il Padiglione Italia come numero uno per contenuto culturale, lodandone la capacità di stimolare l’intelletto e il cuore. Una medaglia che brilla ancora di più se si pensa alla concorrenza serrata di questa Expo, dove ogni nazione ha messo in campo il meglio di sé.


Un ponte tra Rinascimento e futuro

Immaginate un viaggio che parte dalle tele drammatiche di Caravaggio, attraversa la perfezione scultorea di Michelangelo e sfoglia i geniali manoscritti di Leonardo da Vinci. Poi, senza soluzione di continuità, vi ritrovate davanti alla storia dell’innovazione italiana: dal biplano di Arturo Ferrarin, protagonista del leggendario volo Roma-Tokyo, fino alle tecnologie aerospaziali e subacquee che oggi portano la creatività italiana nello spazio e negli abissi.

Il commissario generale Mario Vattani lo ha detto chiaramente: “Vogliamo mostrare un’Italia che non si ferma al passato, ma che continua a innovare e a creare”. Ed è proprio questa fusione di eredità e avanguardia a conquistare il pubblico giapponese, che vede nell’Italia un alleato culturale e creativo di lungo corso.


Architettura, sapori e musica: l’Italia in 4D

Il Padiglione, progettato da Mario Cucinella Architects, è già di per sé un’opera d’arte contemporanea: linee fluide, materiali sostenibili e spazi pensati per immergere il visitatore in un’esperienza sensoriale completa. E sì, la parte gastronomica non poteva mancare: grazie a Eataly, il profumo di pasta fresca e focaccia appena sfornata guida i visitatori verso pause gustose tra un capolavoro e l’altro.

Per chi non può volare fino a Osaka, c’è il Virtual Expo, una versione digitale interattiva creata da Almaviva ed EY, che permette di esplorare il padiglione comodamente da casa, vivendo un’esperienza immersiva quasi quanto quella dal vivo.

E poi c’è la musica: l’Italy Pop-Music Fest porta sul palco nomi come Negramaro, Elisa e Achille Lauro, unendo la tradizione melodica italiana con le vibrazioni pop contemporanee. Per Vattani, sono “il genio e l’originalità” che costruiscono l’identità italiana di oggi.


Italia-chan: quando l’Italia parla in lingua kawaii

Ma il vero colpo di scena per gli appassionati di cultura pop e anime è Italia-chan, mascotte ufficiale del nostro paese all’Expo. Creata dall’artista Simone Legno, fondatore del brand Tokidoki, Italia-chan è una giovane ragazza dai lunghi capelli blu, occhi ispirati ai colori della bandiera italiana e un kimono che fonde stile giapponese e tricolore. Sulla testa, una corona decorata con ulivo, quercia e un delicato fiore di ciliegio: un manifesto visivo di pace, forza e bellezza.

Il soprannome “chan” non è casuale: in Giappone è un vezzeggiativo affettuoso, spesso usato per le bambine. Vattani ha spiegato che la scelta è legata al tema dell’Expo, “la società del futuro”, dove i bambini rappresentano speranza e potenziale. Italia-chan diventa così ambasciatrice non solo dell’Italia, ma anche di un dialogo culturale basato sulla dolcezza e la curiosità.

Lucca Comics & Games: il cuore nerd batte in Giappone

Se il Giappone ama l’Italia, gran parte del merito va anche a Lucca Comics & Games, che nel luglio 2025 ha portato al Padiglione Italia un’esplosione di fumetti, cosplay, videogiochi e fantasy. La settimana “Toscana. Rinascimento senza fine” è stata una festa di incontri epici. Il leggendario Go Nagai, padre di Mazinga, Goldrake e Devilman, ha ricevuto il premio “Pegaso alla Cultura” per la sua straordinaria versione manga della Divina Commedia, un ponte tra Dante Alighieri e il fumetto contemporaneo. Le sue tavole, intrise dell’eco di Gustave Doré, hanno ipnotizzato il pubblico. Altrettanto emozionante è stato l’omaggio di Yoshitaka Amano, artista che ha plasmato l’immaginario di Final Fantasy e creato opere oniriche dedicate a Puccini, esposte in una installazione luminosa. La sua capacità di fondere estetica nipponica, Art Nouveau e atmosfere rinascimentali italiane ha reso palpabile il legame tra i due paesi. E per gli appassionati di mecha e fantascienza, Shoji Kawamori – creatore di Macross e designer di un intero padiglione dell’Expo – ha partecipato a un incontro che ha visto coinvolti colossi come Kadokawa, Crunchyroll e Bandai Spirits, confermando il ruolo di Lucca come porta d’ingresso europea per le industrie creative giapponesi.

Durante tutta la settimana, il Padiglione Italia è diventato un auditorium di emozioni e scambi culturali, con eventi trasmessi in diretta streaming anche su YouTube, così che nessuno, nemmeno a migliaia di chilometri di distanza, rimanesse escluso. Come ha detto Emanuele Vietina, direttore di Lucca Comics & Games, “questi riconoscimenti ci ricordano quanto il fumetto e il gioco siano ambasciatori culturali globali”. E in effetti, per chi vive di hashtag come #Community, #Inclusion e #Gratitude, l’Expo 2025 è più di una fiera: è un’esperienza collettiva, un atto d’amore verso la creatività.


E voi, lettori di CorriereNerd.it, siete pronti a farvi travolgere da questa Italia così pop, rinascimentale e futuristica allo stesso tempo? Raccontateci nei commenti cosa vi piacerebbe vedere dal vivo all’Expo di Osaka e condividete questo articolo con la vostra crew nerd. Perché il bello del nostro mondo è che il viaggio si fa sempre insieme.

Il ritorno del mito: il Piaggio Ciao rinasce come e-bike e conquista il futuro

Certe leggende non muoiono mai. A volte si assopiscono, restano nei ricordi, nelle fotografie ingiallite, nei garage polverosi e nei racconti nostalgici di chi ha vissuto anni di libertà e avventura. Ma poi, in un impeto di passione e ingegno, risorgono. È proprio questo il caso del mitico Piaggio Ciao, il ciclomotore che ha segnato un’epoca e che ora torna a far battere i cuori grazie a un’idea visionaria firmata Ambra Italia. Non stiamo parlando di una semplice operazione nostalgia, ma di un vero e proprio atto d’amore verso un’icona italiana, reinterpretata in chiave green e moderna, pronta a solcare di nuovo le strade — questa volta senza rumore, senza fumo, ma con la stessa, inconfondibile anima di sempre.

Per chi è cresciuto tra gli anni ’70 e ’90, il Ciao era molto più di un mezzo di trasporto: era un passaporto per la libertà, un simbolo di indipendenza, un compagno di avventure. Agile, leggero, facile da guidare, capace di accompagnarti ovunque con un pieno da pochi spiccioli. Con il suo motore a 2 tempi da 49,77 cm³, la trasmissione automatica a cinghia e l’avviamento a pedali, incarnava la praticità assoluta e un certo spirito bohémien. Nessuna patente, nessun vincolo, solo tu, la strada e il vento tra i capelli.

Negli anni, il Ciao ha attraversato spot pubblicitari indimenticabili, apparizioni cinematografiche e canzoni popolari. È stato l’antitesi dell’auto familiare, la risposta giovane e ribelle al conformismo su quattro ruote. Ricordi quelle pubblicità in cui le auto venivano ironicamente chiamate “sardomobili”? In quel mondo grigio e compresso, il Ciao era il raggio di sole che faceva sognare la fuga, l’avventura, la città vissuta senza filtri.

Ed eccolo di nuovo, il nostro piccolo eroe su due ruote, pronto a scrivere un nuovo capitolo della sua storia. Stavolta con un cuore elettrico, alimentato non più dalla miscela, ma da una batteria agli ioni di litio, con un motore da 250W che rispetta tutte le normative sulle e-bike. La nuova incarnazione del Ciao arriva fino a 25 km/h, può circolare senza casco, senza assicurazione e, soprattutto, senza patente. Un sogno? No, una splendida realtà nata da un’idea tutta italiana, firmata da Ambra Italia, azienda toscana che ha deciso di riportare in vita il mito nel rispetto dell’ambiente e delle regole del presente.

Ma non aspettatevi una banale e-bike dal look vintage: qui si parla di autenticità. Il telaio originale è stato mantenuto, rinforzato dove necessario, e la silhouette del Ciao è rimasta intatta, con le sue linee sobrie e riconoscibili che fanno battere il cuore a chiunque abbia passato almeno un’estate in sella. La verniciatura è quella di sempre, i dettagli curati con amore maniacale. Solo il motore, silenzioso e nascosto nella parte posteriore, tradisce il salto tecnologico.

Il progetto offre più strade per tornare in sella. Se hai ancora un vecchio Ciao abbandonato in garage, puoi affidarlo ad Ambra Italia, che provvederà al restauro completo e alla conversione elettrica. Se invece non ne possiedi più uno, nessun problema: l’azienda può fornirti un modello restaurato e pronto alla trasformazione. In alternativa, per i più smanettoni o per chi vuole coinvolgere un meccanico di fiducia, è disponibile anche un kit di conversione fai-da-te. I prezzi? Si parte da 2.490 euro per il kit base, ma per chi preferisce la formula “pensano a tutto loro”, con montaggio incluso, si sale a 3.050 euro. Il restauro completo ha invece un costo variabile, in base alle condizioni del veicolo originale.

Certo, non si tratta di un giocattolo da ordinare su Amazon e ricevere il giorno dopo. Ogni Ciao è un pezzo unico, realizzato su richiesta, lavorato con la cura e la lentezza di chi sa che certe cose non si improvvisano. E forse è proprio questo il segreto del suo fascino: sapere che dietro ogni modello c’è una storia, un pezzo d’Italia, un artigianato che resiste e si rinnova.

Il nuovo Ciao elettrico è molto più di un mezzo di trasporto. È un ponte tra generazioni, un modo per riscoprire le città con occhi nuovi e con la leggerezza di un tempo che sembrava perduto. È anche una risposta concreta alla crescente domanda di mobilità sostenibile, capace di unire stile, praticità e rispetto per l’ambiente.

In un mondo dove spesso si corre troppo e si dimentica il valore delle piccole cose, il ritorno del Ciao ci ricorda che anche la semplicità può essere rivoluzionaria. E che certi amori, anche se sembrano finiti, possono tornare a brillare più forti che mai.

E tu? Hai mai avuto un Piaggio Ciao? Ti piacerebbe risalire in sella, stavolta in versione elettrica? Raccontaci la tua storia, i tuoi ricordi, le tue emozioni. Condividi l’articolo sui tuoi social e fai sapere ai tuoi amici che il mito è tornato. Perché certi sogni non si dimenticano mai. E adesso, finalmente, si possono rivivere.

Grande successo per la due giorni di Epica Etica Estetica dell’Immaginario

Si è conclusa con successo presso We GIL a Roma Epica Etica Estetica dell’Immaginario, la due giorni (12 e 13 Aprile 2025) atta ad analizzare come si sta evolvendo lo scenario artistico culturale italiano nel XXI secolo, organizzata con la partecipazione della Regione Lazio e la collaborazione di Plusnews.it.

A cura del critico e saggista cinematografico Pier Luigi Manieri, la rassegna ha debuttato con l’incisivo contributo di Emanuele Merlino e Carlo Prosperi, rispettivamente Capo Segreteria Tecnica del MIC e Capo Segreteria Presidenza della Commissione Cultura della Camera, i quali, dopo aver illustrato i risultati eccellenti delle due mostre evento dedicate a Tolkien e Futurismo, hanno ribadito la necessità di rilanciare e diffondere l’Immaginario della Nazione, con la sua funzione tanto di collante quanto di consapevolezza di sé. Entrambi si sono soffermati sugli obiettivi di rilancio della cultura pop e d’immaginario come motore anche attraverso la costituzione di spazi quali il Museo del Fumetto di Lucca, di prossima apertura, per volontà del Ministro della Cultura Alessandro Giuli. Hanno inoltre illustrato gli sforzi del governo a sostegno della creatività, sia sul fronte degli spettacoli dal vivo che per il cinema e l’industria del libro.

Fabrizio Zappi di Rai Cultura ha puntato l’attenzione su Etica ed Estetica, i due fari che hanno sempre guidato la sua opera come produttore e come Dirigente Rai; il dialogo è stato portato poi avanti dal Direttore Artistico Manieri, che ha ricordato l’impressionante numero di documentari (circa trecento) dedicati in larga misura a personaggi della cultura popolare italiana come Achille Togliani, Franco Battiato e Gabriella Ferri.

E si è trattato soltanto dei primi interessanti interventi, in quanto molte sono le personalità che hanno partecipato anche solo per assistere alla manifestazione: dal senatore Marco Scurria all’assessore regionale Fabrizio Ghera, passando per il deputato Gianni Sammarco, le attrici Elisabetta Rocchetti, Loredana Cannata, Denny Mendez e Maria Luce Pittalis, gli attori Corrado Solari, Roberto Manieri e Fabrizio Sabbatucci, i produttori Gianluca Curti, Simonetta Amenta, Roberto Cipullo, Claudio Corbucci, Laura Beretta, Mario Rossini, Filippo Montalto, Giovanni Amico, Andrea De Liberato, Stefano Agostini, Alberto Rizzo e Salvatore Scarico, il modello Federico Simoncini, gli avvocati Cristina Massaro e Pasquale Gallo, le registe Eleonora Puglia, Emanuela Rossi, Chiara Rapisarda, Ludovica Lirosi e Lucilla Colonna, i registi Pierfrancesco Campanella, Alessio Di Cosimo, Alessio Pascucci, Roberto Palma, Tommaso Barba, Claudio Agostini, Maurizio Maria Merli, Adelmo Togliani, Claudio Alfonsi e Roberto Di Vito, i musicisti Giacomo Rendine e Andrea Montepaone, Manuela Maccaroni, CDA della Festa del Cinema, Davide Aragona di Rai Cultura, il giornalista Patrizio Li Donni, il fotografo Claudio Orlandi, l’ingegner Paolo Panfili, l’ufficio stampa Nicola Conticello e gli scrittori Arnaldo Colasanti ed Enrico Luceri.

La regista Eleonora Puglia ha osservato che l’“estetica” è una funzione a rigor di logica non negoziabile, eppure soppiantata dall’omologazione; mentre i professori Lino Damiani e Ivan Paduano hanno rimarcato la vicinanza estetica tra il Futurismo, la Metafisica e precise espressioni dell’immaginario quali i videogiochi, il fumetto e il cinema, analizzando come queste ultime siano state influenzate dalle due correnti e avanguardie artistiche e come la Pop Art abbia, a sua volta, portato il videogioco, i personaggi dei fumetti e le icone al centro della speculazione intellettuale.

Acceso inoltre il dibattito attorno al pregiudizio ideologico o stilistico, portando ad esempio casi come il libro di racconti horror Primi delitti di Paolo Di Orazio, l’intemerata Corvisieri-Iotti per cancellare il cartoon Goldrake dai palinsesti RAI e le accuse di sessismo e razzismo rivolte al fumetto Tex.

La sessione con il fumettista Edym (Ediberto Messina) è stata utile per ribadire il ruolo della famiglia e della scuola nella capacità di leggere un testo, e, partendo da Dago, si è riaffermato il ruolo archetipico dell’eroe.

E non poteva mancare l’Intelligenza Artificiale in una conversazione che ha coinvolto Gabriella Carlucci impegnata ad illustrare la querelle Mascagni-Verga, ponendola come primo caso di controversia di diritto d’autore nello stesso panel in cui gli avvocati Tiziana Carpinteri e Giacomo Ciammaglichella hanno tracciato i percorsi giuridico-legali in merito alle prime sentenze relative ai casi di plagio tra umani e IA. Apertamente contrari si sono mostrati Edym e la sceneggiatrice Francesca Romana Massaro, la quale ha sottolineato come anche la parte più infinitesimale di creatività originale dell’uomo non possa essere in nessun modo sottratta, ponendo poi sul tavolo della questione la quantità di ricorsi già avviati, la sempre più complessa difficoltà nel distinguere un lavoro umano da quello artificiale e i posti di lavoro in pericolo.

Preziosi gli interventi nel panel sull’ideologia woke: da quello del giornalista Francesco Vergovich, il quale si è interrogato sull’utilità di certificare il rispetto, all’opinione di Massimo Galimberti di Anica Academy, secondo cui, pur registrando l’esistenza di alcune derive tossiche, la vera minaccia alla libertà di espressione è nel fronte anti woke. Al contrario dei produttori Roberto Cipullo e dei registi Claudio Agostini e Alessio Pascucci, i quali hanno rimarcato attraverso esempi di casi reali (il film del 2025 Biancaneve) come l’ideologia woke finisca per essere un oggettivo limite alla libertà di espressione, tanto da arrivare a condizionare la struttura creativa nonché la capacità di poter produrre liberamente. La giornalista Valeria Fatone ha sottolineato, poi, le problematiche inerenti i rapporti uomo-donna nel contesto woke, portando anche ad esempio i casi di revenge porn.

Tanto spazio, ovviamente, al cinema, secondo l’onorevole Gimmi Cangiano disciplina di grande presa popolare che non può prescindere dal recupero dei generi come grande occasione, tanto creativa quanto occupazionale.

Ospiti attesissimi i Manetti Bros, tra aneddoti relativi al loro U.S. Palmese e il rapporto con Diabolik e Coliandro, oltre ai dialoghi con Manieri circa la capacità di orientarsi tra i diversi generi, dall’horror al poliziesco, alla fantascienza nonché sulla personale organizzazione sul set e sui processi di costruzione dell’opera filmica nel suo complesso.

Aneddoti, ma anche elementi di critica cinematografica, definizione delle criticità che vedono il cinema italiano in ritardo sul fronte del genere e condizione psicofisica che si deve avere su un set di un film d’azione nella spumeggiante sessione che ha visto interagire il professor Fabio Melelli, il regista Saverio Deodato e gli attori e campioni di arti marziali Claudio Del Falco e Stefano Maniscalco ben orchestrati da Pier Luigi Manieri; quest’ultimo ha concordato con Michele Medda – creatore di Nathan Never – circa la necessità di ideare figure e situazioni autenticamente identitarie in un confronto che ha coinvolto anche i cineasti Adelmo Togliani e Luigi Cozzi. Confronto da cui è emerso inoltre un certo provincialismo di editori e autori nel creare storie ambientate in Italia con personaggi italiani. Lo stesso Cozzi, poi intervistato da Vito Tripi, oltre a ripercorrere la propria carriera ha parlato delle grandi potenzialità inespresse che ha il cinema di genere, auspicando che le nuove generazioni riscoprano il gusto per l’immaginazione.

Infine Giulio Leoni, intervistato da Alessandro Bottero, nel ricordare come Dante sia presente in molto dell’attuale immaginario, da Altieri a Go Nagai fino a John Wick, ha concluso Epica Etica Estetica dell’Immaginario insistendo con forza su Dante come roccia a cui ancorarsi per difendersi e controbattere alla deriva del falsamente moderno. Secondo Leoni, infatti, Dante è l’esempio di come bellezza e poesia ci salveranno dai pensieri unici e dall’abitudine al brutto.

“Nonnas” – Quando Netflix sforna un film che è un comfort food per l’anima (con Vince Vaughn e una squadra di nonne imbattibili)

Ci sono film che spuntano fuori dal nulla e ti prendono alla sprovvista, come quando apri Netflix con l’intenzione di guardare “qualcosa di veloce” e invece finisci per piangere, ridere e voler chiamare tua nonna. Nonnasè esattamente uno di quei film. E fidatevi, non importa se il vostro algoritmo vi spinge di solito verso fantasy epici o sci-fi distopici: questa commedia drammatica è nerd nel cuore. Perché cosa c’è di più geek dell’onorare la memoria della propria madre creando un ristorante dove la cucina è gestita da… nonne guerriere? Altro che Avengers, qui si parla di lasagne, amore e resilienza.La storia – e già qui ci viene da alzare le sopracciglia con sorpresa – è vera. Joe Scaravella, dopo la perdita della madre, non crolla: si reinventa. E come lo fa? Aprendo un ristorante a Staten Island, Enoteca Maria, in cui a cucinare sono solo nonne italoamericane, ognuna con le sue ricette tramandate da generazioni. E se questo non è un plot degno di una serie di culto, non sappiamo cosa lo sia.

Nel film, diretto da Stephen Chbosky (quello di Noi siamo infinito, per capirci) e scritto da Liz Maccie, Joe ha il volto di un sorprendentemente toccante Vince Vaughn, che qui abbandona la sua solita ironia da commedia per darci una performance che sa di umanità, fragilità e affetto sincero. Ed è proprio questo mix che ci ha fatto sciogliere davanti allo schermo.

Ma aspettate, perché il cast è un’altra bomba nerd-cinefila: Susan Sarandon, Lorraine Bracco, Talia Shire, Linda Cardellini, Drea de Matteo, Joe Manganiello… insomma, è come se Hollywood avesse tirato fuori dal cilindro tutte le carte migliori della memoria collettiva e le avesse messe in un solo film. Talia Shire poi, che ci ha fatto versare lacrime nella saga del Padrino, qui torna a raccontarci un’altra sfaccettatura dell’orgoglio italoamericano, ma con un tono più dolce, più affettuoso, più… da tavola apparecchiata.

Girato nel cuore del New Jersey, in location vere, vissute, Nonnas ha quella patina di realismo che profuma di sugo appena fatto e tovaglie a quadretti. E poi c’è Netflix che, dopo una battaglia all’asta da oltre 20 milioni di dollari (sì, avete letto bene), si è aggiudicata la distribuzione globale. Il che significa che dal 9 maggio 2025 avremo questa piccola meraviglia a portata di clic. Letteralmente. Mentre magari impastiamo gli gnocchi o sistemiamo le spezie come farebbe una nonna napoletana.

La cosa straordinaria? Non è solo un film. È un manifesto. Un elogio a quelle storie tramandate sussurrando tra un cucchiaio di ragù e una risata. È come se Coco incontrasse Chef e passasse una serata a parlare con La mia Africa, ma in versione casalinga, con accento italiano e mani infarinate. Nonnas  ti entra sotto pelle. Ti fa ridere con dolcezza, ti stringe il cuore con discrezione, e poi – in modo quasi subdolo – ti mette in testa la voglia di telefonare alla tua nonna, o di tornare a quel piatto della domenica che non mangiavi da anni. È un film che racconta il lutto senza pesantezza, la rinascita senza retorica, e la cucina come fosse un superpotere ancestrale.Nel mondo del binge-watching selvaggio, delle serie che si divorano in due notti e si dimenticano in tre giorni, Nonnas è l’antitesi: un film da gustare lentamente, come un brasato che cuoce per ore. E quando finisce, hai quella strana sensazione di calore allo stomaco. Non solo per la fame che ti viene. Ma per l’umanità che ti lascia.In conclusione? Preparate i fazzoletti, scaldate il forno, e segnatevi la data: 9 maggio 2025, Netflix. Nonnas non è solo una visione. È un abbraccio. Un piatto di casa servito in full HD. E sì, vi farà dire: “Non mi aspettavo di commuovermi così tanto per un gruppo di nonne in cucina. Ma sono felice di averlo fatto.”

Il Ritorno di un Capolavoro: «I Promessi Sposi» a Fumetti di Attilio Micheluzzi e Mino Milani

Edizioni NPE ha recentemente dato il via a un’operazione culturale di grande valore, proponendo una nuova edizione di «I Promessi Sposi» a fumetti, il celebre adattamento realizzato negli anni Ottanta da Attilio Micheluzzi e Mino Milani. Un’opera che, da oggi, torna a far parlare di sé, in un’edizione di pregio che si aggiunge alla collana “Attilio Micheluzzi”, dedicata alla riproposizione dell’intera produzione del maestro.

Il romanzo «I Promessi Sposi», scritto da Alessandro Manzoni, è una delle opere più importanti della letteratura italiana e, con il passare degli anni, ha ispirato innumerevoli trasposizioni artistiche. Dalla letteratura al teatro, dal cinema alla musica, non c’è forma di espressione che non abbia cercato di rendere omaggio alla storia di Renzo e Lucia, due giovani protagonisti costretti a lottare contro le ingiustizie e le avversità del loro tempo. Micheluzzi e Milani, negli anni Ottanta, decisero di affrontare la sfida di portare questo capolavoro letterario nel mondo del fumetto, regalando ai lettori una versione unica, dalle tavole straordinarie.

Il risultato di questa trasposizione è un’opera dalla potenza espressiva straordinaria. Il tratto deciso e dinamico di Micheluzzi, uno degli artisti più acclamati del fumetto italiano, è accompagnato dalla sceneggiatura di Mino Milani, che riesce a restituire tutta la maestosità e la complessità del romanzo manzoniano. La narrazione si sviluppa attraverso i punti di vista di alcuni dei personaggi più emblematici del romanzo, come Padre Cristoforo, l’Innominato e Don Rodrigo, i quali permettono di esplorare la trama da angolazioni diverse, riflettendo così la natura corale dell’opera di Manzoni. Ogni tavola è un inno visivo all’intensità emotiva della storia, con una cura minuziosa delle ambientazioni che rendono palpabile l’atmosfera dell’Italia seicentesca.

Le illustrazioni di Micheluzzi non solo si riflettono nella narrazione, ma contribuiscono a costruire il mondo che Manzoni ha creato nei suoi romanzi, dove la lotta tra il potere e l’umiltà, il destino e la speranza, sono raccontati con una profondità che solo un medium come il fumetto può esprimere. La trasposizione a fumetti di «I Promessi Sposi» è dunque un’interpretazione che non tradisce l’opera originale, ma la arricchisce con un dinamismo narrativo che rende l’esperienza di lettura ancora più coinvolgente e visivamente affascinante.

Pubblicata per la prima volta nel 1981 in tre numeri della rivista «Il Messaggero dei Ragazzi», questa trasposizione è ora raccolta in un unico volume in formato cartonato a colori. Edizioni NPE, con questa nuova edizione, vuole rendere omaggio a un capolavoro che non smette mai di affascinare nuove generazioni di lettori. Disponibile in libreria a partire dal 21 marzo, il volume rappresenta un’occasione imperdibile per gli appassionati del fumetto, della letteratura e della storia del nostro paese.

La nuova edizione, che rientra nella collana “Attilio Micheluzzi”, non si limita a essere una ripubblicazione, ma un atto di recupero culturale che celebra l’importanza di un’opera che ha segnato un’epoca. Micheluzzi, con il suo tratto inconfondibile, e Milani, con la sua capacità di rendere le parole di Manzoni ancora più vive e potenti, hanno creato un adattamento che è diventato, negli anni, un riferimento imprescindibile per tutti gli amanti del fumetto e della letteratura. Con questa nuova uscita, «I Promessi Sposi» a fumetti si conferma come un’opera imprescindibile per ogni appassionato di fumetto e letteratura, un incontro straordinario tra la classicità della letteratura manzoniana e la forza visiva del fumetto. Non perdere l’opportunità di rivivere una delle storie più amate della cultura italiana, sotto una nuova e affascinante veste grafica.

Frigidaire: Storia e immagini della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo

Si apre oggi a Roma, fino al 7 settembre, la mostra “Frigidaire: Storia e immagini della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo“, un evento imperdibile per gli appassionati di fumetto, arte e cultura alternativa. Ospitata nel suggestivo Museo di Roma in Trastevere, l’esposizione celebra la storia e l’eredità di una delle riviste più innovative del panorama artistico italiano e internazionale. La manifestazione vede la partecipazione di Lucca Comics & Games come unico festival partner, rafforzando il legame storico tra la rivista e il più importante evento italiano dedicato al fumetto e al gioco.

Frigidaire è stata una pubblicazione che ha segnato un’epoca, fungendo da catalizzatore per alcuni dei più grandi talenti della nona arte. Sotto la direzione di Vincenzo Sparagna e con il contributo di maestri come Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari e Massimo Mattioli, la rivista ha dato vita a un movimento culturale unico. Presentata per la prima volta a Lucca nel 1980, Frigidaire ha ridefinito i confini del fumetto, fondendo satira, giornalismo d’assalto, arte e politica in un mix esplosivo che continua a influenzare il panorama contemporaneo.

La mostra propone un viaggio straordinario attraverso l’universo visivo e concettuale di Frigidaire, con oltre 300 opere originali tra copertine iconiche, tavole inedite, fotografie e documenti d’archivio. Un ruolo centrale avrà il concetto di “Arte Maivista”, teorizzato dagli stessi autori della rivista: un approccio rivoluzionario che ha spinto i confini dell’espressività artistica e narrativa.

Il percorso espositivo ripercorre le tappe fondamentali della rivista, dall’esordio negli anni Ottanta fino alle più recenti pubblicazioni, mostrando l’evoluzione stilistica e tematica che ha reso Frigidaire un simbolo della controcultura. Tra le opere in mostra, spiccano le tavole di RanXerox, il celebre antieroe cyberpunk creato da Tamburini e Liberatore, che con la sua estetica brutale e visionaria ha ridefinito il fumetto europeo.

Oltre ai materiali storici, l’evento offrirà una serie di incontri e approfondimenti con esperti del settore, proiezioni video e performance artistiche, creando un’esperienza immersiva per i visitatori. L’obiettivo è non solo celebrare il passato glorioso della rivista, ma anche stimolare un dialogo con le nuove generazioni di artisti e lettori.

L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di valorizzazione del fumetto come espressione artistica e culturale, in vista della creazione del Museo Nazionale del Fumetto, un progetto promosso da Lucca Comics & Games. “L’ecosistema di Lucca Comics & Games sta crescendo e sulla soglia di una fondazione di un museo di livello internazionale, riafferma sempre la centralità della storia del fumetto italiano”, ha dichiarato Emanuele Vietina, direttore della manifestazione lucchese.

Frigidaire non è stata solo una rivista, ma un manifesto di libertà creativa, un laboratorio di idee che ha sfidato convenzioni e censura, lasciando un’impronta indelebile nella storia della comunicazione visiva. La mostra romana rappresenta un’opportunità unica per riscoprire un capitolo fondamentale del fumetto italiano e del pensiero artistico alternativo. Per chi ama la sperimentazione, la satira e la cultura underground, questa esposizione è un appuntamento da non perdere.

Il Festival del Romance Italiano 2025: Un’Edizione da Non Perdere

Il Festival del Romance Italiano sta per tornare con la sua quinta edizione, e si preannuncia come un evento imperdibile per tutti gli appassionati del genere. Questo importante appuntamento culturale, che si terrà il 15 marzo 2025, dalle 10:00 alle 19:00, presso il Superstudio Maxi di Milano, accoglierà più di 2000 lettori e oltre 280 tra autori, case editrici, editor, grafici e giornalisti. Un vero e proprio punto di riferimento per chi vive la passione per il romance, in tutte le sue sfumature, il festival sarà una vetrina per il meglio della letteratura italiana dedicata all’amore, alla passione e alle emozioni.

Nato da un’idea di Lidia Ottelli, il festival è organizzato da L.O. Agency, in collaborazione con Kinetic Vibe. La sua proposta è chiara e coinvolgente: mettere in contatto autori e lettori, creando uno spazio unico dove gli appassionati del genere romance possono scoprire nuovi libri, incontrare i propri autori preferiti e vivere l’esperienza del libro in prima persona. Questo evento ha ormai raggiunto una popolarità notevole, con un pubblico che cresce anno dopo anno.

La quinta edizione si caratterizzerà per la presenza di oltre 250 autori, tra cui alcuni dei più noti del panorama editoriale italiano, sia da case editrici tradizionali che dal mondo del self-publishing. La formula vincente dell’evento resta quella della signing session collettiva, che permette ai lettori di incontrare direttamente gli autori, fare domande e ottenere una dedica sui loro libri preferiti. Non mancheranno anche case editrici di medio/alto livello, librai, esperti del settore editoriale, giornalisti, blogger, youtuber, grafici e agenti letterari.

Uno degli aspetti che rende il festival ancora più affascinante è la sua capacità di adattarsi alle nuove tendenze del romance fantasy, un genere che unisce la magia del romance rosa con l’immaginazione del fantasy. Questo sottogenere è diventato un vero fenomeno sui social, soprattutto su piattaforme come TikTok, dove i giovani lettori si scambiano consigli e recensioni su libri che mescolano l’amore con elementi fantastici. Da quando il romance fantasy è entrato nel cuore del festival, quest’ultimo ha visto crescere il numero di visitatori, con una particolare predominanza femminile tra i partecipanti.

Il Festival del Romance Italiano nasce nel 2019, con una prima edizione che aveva visto la partecipazione di circa 800 lettori e 100 autori. Da allora, l’evento ha conosciuto una crescita esponenziale, diventando un appuntamento fisso per migliaia di appassionati del genere. Nel 2025, il festival conta ben 5000 lettori e più di 300 espositori. Questi numeri testimoniano il grande successo e l’importanza dell’evento nel panorama culturale italiano.

Un altro grande protagonista della quinta edizione del festival sarà la saga “The Hidden Society” di Castoro Off, che ha conquistato il cuore dei lettori. La saga, ambientata in una città magica e avvolta nell’amore, è composta da quattro libri, ciascuno scritto da una delle sorelle Archer. Il terzo volume, “Sogni e Scintille”, è ambientato a Firenze e ha già riscosso un grande successo, vendendo rapidamente. La storia di Cordelia e Dante, un umano e un fae destinati a un amore impossibile, è il cuore pulsante di questo volume, e il pubblico non vede l’ora di immergersi nuovamente nell’affascinante universo di “The Hidden Society”.

L’edizione 2025 del festival si preannuncia quindi come un evento ricco di emozioni, incontri, sorprese e nuove scoperte. Gli appassionati di romance e romance fantasy troveranno sicuramente molteplici spunti di interesse, mentre gli autori potranno confrontarsi con un pubblico sempre più entusiasta e coinvolto. Non resta che segnare la data sul calendario e prepararsi per una giornata dedicata all’amore per i libri, dove ogni pagina diventa una nuova avventura da vivere insieme.

Topolino celebra il Carnevale di Venezia con una storia ispirata alla Commedia dell’Arte

Il Carnevale di Venezia torna a splendere tra le pagine di Topolino, e lo fa con un’avventura speciale che rende omaggio a una delle tradizioni più affascinanti della cultura italiana. Sul numero 3613 del celebre settimanale edito da Panini Comics, in edicola da mercoledì 19 febbraio, debutta Le Maschere, una storia in tre atti ispirata alla Commedia dell’Arte. Questa avventura, scritta e disegnata da Andrea Malgeri, conduce i lettori in un viaggio attraverso le calli e i canali della Serenissima, intrecciando magia, teatro e antiche narrazioni popolari.

La storia si sviluppa nell’arco di tre uscite, con il secondo e il terzo atto previsti rispettivamente sui numeri 3614 e 3615 del magazine. Attraverso le pagine di Le Maschere, il lettore incontrerà alcuni dei personaggi più iconici della tradizione carnevalesca italiana, da Pulcinella a Balanzone, da Pantalone ad Arlecchino, in un racconto che celebra l’arte delle marionette e il teatro popolare.

Andrea Malgeri, autore della storia, ha raccontato come l’ispirazione sia nata osservando le somiglianze tra le maschere storiche della Commedia dell’Arte e i personaggi del mondo Disney. «Ci sono tratti universali che accomunano entrambe le figure», spiega Malgeri. «Paperone e Pantalone condividono l’indole avara, Paperoga e Pulcinella incarnano l’irriverenza, Pico e Balanzone sono i sapientoni, mentre Paperino e Arlecchino rappresentano gli spiriti inquieti e ribelli. Anche Ciccio e Gianduja si ritrovano nella loro passione per il cibo e l’indole bonaria».

Ad arricchire ulteriormente questo omaggio al Carnevale veneziano è la splendida cover del numero 3613, realizzata da Francesco D’Ippolito, che ritrae Paperino nei panni di Arlecchino immerso nell’atmosfera festosa della città lagunare.

Con Le Maschere, Topolino non solo festeggia il Carnevale, ma porta avanti la sua lunga tradizione di racconti che sanno mescolare cultura, avventura e divertimento, regalando ai lettori di ogni età una storia capace di emozionare e far sognare.

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