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Puppy Play: tra maschere, headspace e community. Viaggio nerd dentro un mondo spesso frainteso

Un collare che brilla sotto le luci di un club. Una hood in neoprene che trasforma il volto in muso. Ginocchiere, guinzagli, code. E poi risate, abbai scherzosi, persone che si muovono a quattro zampe come in una scena uscita da un anime cyberpunk che ha deciso di flirtare con la realtà.

La prima volta che ho sentito parlare di Puppy Play non ero a una festa fetish. Ero su X, in mezzo a fanart furry, thread chilometrici su cosplay e discussioni infinite su cosa sia identità e cosa sia roleplay. Confusione totale. Screenshot di infografiche con cerchi sovrapposti. Commenti indignati. Altri super entusiasti.

E io, nerd cronica con il vizio di analizzare tutto come fosse una lore espansa, ho iniziato a scavare.

Puppy Play: cos’è davvero e perché se ne parla tanto

Nel linguaggio più tecnico viene definito come una forma di animal play in cui una persona assume atteggiamenti, comportamenti e talvolta un’estetica ispirata al mondo canino. Ma detta così suona fredda. Quasi clinica. E non racconta l’atmosfera.

Nel concreto significa entrare in uno “headspace” da cucciolo. Giocare. Semplificare. Lasciare che l’istinto prenda spazio, sempre in un contesto adulto e consensuale. A volte la dinamica include una figura di riferimento – chiamata handler o trainer – altre volte i “pups” interagiscono tra loro come pari, lottando per gioco, rincorrendosi, simulando dinamiche di branco.

Il Puppy Play nasce e cresce in ambienti legati alla cultura leather e BDSM, quindi porta con sé un’estetica precisa: pelle, lattice, neoprene, collari, maschere canine. Ma ridurlo solo alla dimensione sessuale sarebbe una semplificazione brutale. Per alcune persone è erotico, per altre è soprattutto sociale, identitario, performativo.

E qui scatta la prima grande distinzione nerd-style.

Identity ≠ Fandom ≠ Dynamic: perché non è tutto la stessa cosa

Online gira spesso un messaggio chiaro come un cartello al Comic-Con: identità, fandom e dinamica non sono sinonimi.

I therian parlano di identità. Si percepiscono a livello profondo come legati a un animale non umano. Non è un gioco. Non nasce nel BDSM. Non è necessariamente collegato alla sessualità.

I furry vivono un fandom. Amano personaggi antropomorfi, creano fursona, disegnano, fanno cosplay, scrivono storie. È creatività, community artistica, espressione. Non implica identificarsi realmente come un animale.

Il Puppy Play riguarda una dinamica o un ruolo. Spesso collocato in contesti kink, sempre basato sul consenso. Può essere sessuale oppure no. È uno spazio mentale, una modalità relazionale.

Le tre realtà possono sovrapporsi nella stessa persona, come build multiclass in un GDR. Ma non sono intercambiabili. La somiglianza estetica – maschere, code, community – non significa equivalenza concettuale. E questa distinzione, nel mare di disinformazione social, fa la differenza.

Dentro il “pup space”: gioco, istinto e comunità

Una cosa che mi ha colpita leggendo testimonianze e studi è quanto il Puppy Play venga descritto come liberatorio. Molti parlano di semplificazione dei desideri, di ritorno a una dimensione istintiva. Meno sovrastrutture. Più immediatezza.

Durante eventi dedicati – che esistono in diverse parti del mondo – i partecipanti possono giocare a riporto, rilassarsi insieme, interagire in modo ludico. Non tutto ruota attorno alla sessualità. Spesso si tratta di socialità, appartenenza, senso di branco.

Il linguaggio è quasi sempre in inglese: pup, handler, alpha, beta, omega, stray. Una terminologia che riflette l’origine internazionale del fenomeno. E anche qui, come in ogni community nerd che si rispetti, le parole costruiscono l’universo.

Un pup “unowned” o “uncollared” può definirsi stray, randagio. Alcuni usano piattaforme online per entrare in quello che viene chiamato “pup space”, uno spazio digitale dove presentarsi con il proprio nome da cucciolo, conoscere persone affini, condividere esperienze.

Se penso al cosplay, capisco benissimo il meccanismo. Cambiare nome. Indossare una maschera. Abitare un’altra energia. Non perché si fugga da sé, ma perché si esplora una parte di sé.

Dati, numeri e uno sguardo meno superficiale

Uno studio internazionale del 2019, promosso dall’organizzazione australiana Nerdy Doggo e analizzato da Wignall e colleghi, ha raccolto centinaia di risposte online. Una maggioranza significativa dei partecipanti si identificava come uomo gay, con una forte presenza nella fascia 18-30 anni. Molti dichiaravano di possedere attrezzatura specifica, dalle hood ai collari.

Un’analisi successiva ha esplorato la presenza di tratti autistici all’interno della community, rilevando percentuali interessanti di punteggi elevati nei questionari dedicati. Non significa “spiegare” il Puppy Play attraverso l’autismo, ma suggerisce che per alcune persone l’accesso a dinamiche strutturate, rituali chiari, ruoli definiti possa avere un valore particolare.

E qui mi si accende la lampadina nerd. Perché le community geek sono spesso spazi di rifugio e sperimentazione per chi si è sentito fuori posto altrove. Il Puppy Play, in certi casi, sembra funzionare allo stesso modo: un codice condiviso, regole esplicite, consenso dichiarato.

La bandiera Puppy Pride: simboli che evolvono

Come ogni community che si consolida, anche quella pup ha i suoi simboli. La bandiera originale del Puppy Pride, con una testa di Dobermann rossa al centro, ha generato discussioni perché percepita come poco neutrale.

La versione attuale, con nove strisce blu, bianche e nere disposte in diagonale e un osso rosso centrale, richiama visivamente la tradizione leather ma sceglie un simbolo più inclusivo. L’osso è riconoscibile, neutro, immediato.

Da cosplayer so quanto conti un simbolo. Un dettaglio grafico può far sentire dentro o fuori. Può includere oppure escludere. Anche qui la community ha fatto un passo evolutivo.

Tra estetica e percezione pubblica

Guardando foto di eventi pubblici come i Pride europei, si vedono pup in hood e collari sfilare accanto a drag queen, famiglie arcobaleno, attivisti. Per alcuni è scandaloso. Per altri è semplice espressione.

La verità, come spesso accade, è meno urlata dei commenti su Facebook.

Il Puppy Play resta una pratica adulta, consensuale, con radici nel kink. Non è un cartone animato, non è un gioco per bambini, non è un cosplay furry travestito. È una dinamica specifica, con confini chiari per chi la vive.

E forse il punto più interessante, per noi che amiamo analizzare fenomeni pop e sottoculture, è proprio questo: come internet amplifichi, confonda, mescoli. Come l’estetica diventi meme. Come la complessità venga ridotta a slogan.

Perché parlarne su CorriereNerd

CorriereNerd nasce come spazio che racconta culture considerate “strane” e le restituisce con dignità. L’Associazione Culturale Satyrnet da anni lavora per spiegare che dietro fumetti e cosplay non c’è infantilismo, ma un universo di significati . Raccontare il Puppy Play significa fare la stessa operazione: distinguere, contestualizzare, evitare etichette facili.

Non tutto deve piacere a tutti. Non tutto va vissuto. Ma capire è diverso da giudicare.

Io continuo a vedere paralleli con il mondo geek. Maschere che liberano. Community che accolgono. Ruoli che permettono di esplorare parti di sé in sicurezza. E, come sempre, la parola chiave resta consenso.

Adesso però voglio sentire voi.

Vi è mai capitato di imbattervi nel Puppy Play online o a un evento? Lo avete confuso con il furry fandom? Vi incuriosisce o vi lascia perplessi? Parliamone nei commenti, senza flame, come in una vera community nerd che sa discutere anche di temi complessi.

La porta dimensionale è aperta. Sta a noi decidere come attraversarla.

Furry Fandom: tra fursona, fursuit e identità. Viaggio dentro uno degli universi più fraintesi della cultura nerd

Una coda che ondeggia tra la folla di una convention. Orecchie morbide che spuntano sopra un cappuccio. Un abbraccio peloso lungo dieci secondi che vale più di mille like.
E no, non è un episodio di un anime slice of life ambientato in un liceo alternativo. È il furry fandom.

Lo dico subito, senza girarci intorno: il mondo furry è uno degli spazi più creativi, discussi e spesso fraintesi della cultura geek contemporanea. E ogni volta che qualcuno lo riduce a una battuta da commenti tossici sotto un post, mi viene voglia di aprire Discord, fare share screen e spiegare tutto da capo.

Perché essere furry non è un meme. È un fandom. È espressione. È community. E a volte è anche identità. Ma non sempre, e qui iniziano le sfumature.

Animali antropomorfi: da Bugs Bunny a Sonic, passando per i nostri OC

Partiamo dalla base, quella che sembra semplice ma non lo è mai davvero.
Un personaggio furry è, in senso ampio, un animale antropomorfo. Cioè un animale con caratteristiche umane: parla, cammina su due zampe, indossa vestiti, ha emozioni complesse.

Bugs Bunny? Antropomorfo.
Sonic? Assolutamente sì.
Blacksad? Iconico esempio di animalità che diventa noir esistenziale.

La cultura pop è piena di personaggi così. Li abbiamo amati da bambin*, li abbiamo cosplayati, disegnati sui quaderni, trasformati in avatar su forum che oggi non esistono più. E negli anni ’80 qualcuno ha iniziato a dire: ok, ma se questi personaggi non fossero solo “di qualcun altro”? Se potessimo crearne di nostri?

Boom. Fursona.

La fursona è il personaggio animale antropomorfo che rappresenta una parte di te. Non sei “convinto di essere un lupo”. Non stai vivendo in un delirio fantasy permanente. Stai creando un alter ego artistico. Un’estensione narrativa. Un avatar emotivo.

Un po’ come scegliere una classe su un MMORPG. Solo che qui la build la costruisci tu, con tratti, specie, colori, lore personale.

Furry non significa “peloso”. E non significa solo quello che pensate

Sì, “furry” in inglese vuol dire peloso.
No, non riguarda solo mammiferi.

Nel fandom trovi draghi, serpenti, creature ibride, fenici, squali, protogen con LED negli occhi, design che sembrano usciti da un incrocio tra cyberpunk e Studio Ghibli. Se è un animale – reale o fantastico – e ha caratteristiche umane, può essere considerato furry.

Ma attenzione. Non tutto ciò che è fantastico è furry. Una fata non lo è. Un orco neanche. Un alieno? Dipende da quanto è “animale” nella sua concezione.

E qui si apre una delle discussioni più nerd che abbia mai letto su un forum: dove finisce il fantasy e dove inizia l’anthro? Sembra una questione accademica, ma per chi crea arte e storie è fondamentale.

Gradazioni, estetica, stile: dal funny animal al digitigrade selvaggio

Un personaggio furry può essere super cartoon, con proporzioni esagerate e vibe da animazione anni ’90. Oppure può avere un’anatomia più realistica, magari digitigrada, con le gambe che ricordano quelle di un lupo vero.

Può essere urban, in trench coat sotto la pioggia.
Può essere feral, a quattro zampe ma capace di parlare.
Può essere quasi umano, con solo alcuni tratti animali.

Non esiste un’unica estetica. Esistono infinite interpretazioni, come succede negli anime tra uno stile moe e uno più realistico. E ogni artista porta dentro il proprio bagaglio culturale, il proprio mood, la propria playlist in sottofondo mentre disegna.

Ed è qui che il furry fandom diventa soprattutto un movimento artistico.

Arte, webcomic, commission: l’economia creativa del fandom

Chi pensa che il furry sia solo “gente in costume” probabilmente non ha mai passato un pomeriggio su una gallery anthro online.

Illustrazioni digitali incredibili.
Webcomic serializzati da decenni.
Sculture, musica, animazioni, live show con pupazzi digitali.

Molti artisti vivono di commission: creano la fursona di qualcuno, progettano una reference sheet, disegnano una scena su richiesta. È un microcosmo creativo che funziona con le sue regole, la sua etica, il suo mercato.

E poi ci sono le fursuit.

Fursuit: armature morbide da migliaia di euro

Una fursuit completa può costare come una console next gen più collector edition di un JRPG. E spesso anche di più.

Non sono semplici mascotte. Sono opere artigianali con meccanismi per la mandibola mobile, sistemi di ventilazione, LED integrati, dettagli che richiedono settimane di lavoro. Indossarle non è solo “travestirsi”. È performance. È presenza scenica. È partecipazione a eventi, parate, raccolte fondi.

Ho visto fursuiter fare beneficenza, intrattenere bambini, creare momenti di pura gioia collettiva. E ogni volta mi sono chiesta perché questo aspetto venga raccontato così poco rispetto ai soliti stereotipi.

Il grande equivoco: identità, fandom, dinamica

Negli ultimi anni online è circolata un’infografica con una frase chiave:
Identity ≠ Fandom ≠ Dynamic.

Tradotto: identità, appartenenza a un fandom e dinamica di ruolo non sono la stessa cosa.

Essere furry significa partecipare a un fandom artistico e creativo legato agli animali antropomorfi.
Essere therian riguarda un vissuto identitario personale, non un hobby.
Il pet play è una dinamica consensuale adulta, spesso legata al mondo kink.

Possono coesistere nella stessa persona? Sì.
Sono automaticamente collegati? No.

E questa distinzione è fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui internet mescola tutto in un unico feed confuso.

Sessualità: sì, esiste. No, non è tutto.

Parliamone. Perché ignorarlo sarebbe ipocrita.

Una parte della produzione artistica furry è esplicitamente adulta. Il termine “yiff” è noto a chi frequenta certi spazi online. E alcuni sondaggi hanno mostrato che per una percentuale significativa di persone l’identità furry è collegata anche alla sfera sessuale.

Ma ridurre l’intero fandom a questo è come dire che gli anime sono solo fanservice. È una fetta della torta. Non la torta intera.

Molti furry sono interessati esclusivamente all’arte, alla community, alla creatività. Molti altri vivono la propria sessualità in modo aperto e consapevole all’interno di uno spazio che percepiscono come sicuro. Non è diverso da ciò che accade in tanti altri fandom.

La differenza è che qui il pregiudizio è più rumoroso.

Dalle convention anni ’80 a internet: una storia lunga decenni

Il termine “Furry Fandom” inizia a circolare nei primi anni ’80, tra fanzine e convention di fantascienza. Con l’arrivo di internet esplode tutto: newsgroup, MUCK, forum, chat.

Oggi la community è globale. Convention dedicate, raduni internazionali, server Discord, TikTok con milioni di visualizzazioni. È un ecosistema che si è evoluto insieme al web.

E forse è proprio questo che lo rende così interessante da osservare come fenomeno culturale: è una sottocultura nata tra carta e penna che ha trovato la sua vera casa online.

Perché il furry fandom parla anche di noi

Ogni volta che creo un cosplay sto facendo la stessa cosa: sto esplorando una parte di me attraverso un personaggio.

Ogni volta che passo ore su un character creator sto scegliendo come rappresentarmi in un mondo virtuale.

Ogni volta che disegno un OC sto dicendo: questa è la mia immaginazione, questo è il mio modo di raccontarmi.

Il furry fandom porta tutto questo a un livello ulteriore. Trasforma l’animale in specchio. L’istinto in metafora. La pelliccia in simbolo.

E forse è per questo che continua a esistere, crescere, reinventarsi.

Ora voglio sapere la vostra. Avete mai creato una fursona? Avete mai partecipato a una furry convention o incrociato una fursuit dal vivo? Pensate che il pregiudizio intorno a questo mondo sia ancora troppo forte?

Parliamone nei commenti. Senza meme stanchi. Con curiosità vera.
Perché se c’è una cosa che la cultura nerd mi ha insegnato è che dietro ogni maschera – anche quella con il muso e le orecchie – c’è una storia che vale la pena ascoltare.

Otherkin: identità oltre l’umano tra fantasy, community e cultura nerd

Draghi. Elfi. Ali invisibili che prudono tra le scapole mentre sei in fila alla posta.

Se bazzichi da anni tra forum fantasy, server Discord pieni di lore chilometriche e community Tumblr che sembrano uscire da un romanzo urban fantasy scritto alle tre di notte, la parola Otherkin non ti suona nuova. Se invece l’hai intercettata per caso su TikTok, magari tra un video di therian con la maschera da lupo e una fursuit color pastello, è facile fare confusione.

Respira. Parliamone come si fa tra nerd veri, senza giudizi e senza meme facili.

Otherkin: sentirsi “altro” in un corpo umano

Otherkin è un termine ombrello che indica persone che si identificano, in modo totale o parziale, come non umane. Non per gioco. Non per roleplay. Non come semplice estetica da cosplay.

Per qualcuno l’identità è legata a una dimensione spirituale – reincarnazioni, anime non umane, universi paralleli. Per altri la spiegazione è psicologica, narrativa, legata al modo in cui costruiscono il proprio senso di sé. La parola chiave che spesso accompagna questo mondo è alterhuman, una macro-categoria che raccoglie diverse esperienze di identità non strettamente umana.

La cosa che mi ha colpita la prima volta che ho letto testimonianze otherkin è stata la serietà con cui parlavano del proprio “kintype”. Così viene chiamata la creatura con cui ci si identifica: dragonkin, elfkin, angelkin… Non è una skin da selezionare nel menu iniziale. È qualcosa che, per chi lo vive, si scopre. Non si sceglie.

E qui scatta la differenza fondamentale con il gioco di ruolo.

Non è cosplay, non è roleplay

Io faccio cosplay da anni. Ho passato pomeriggi interi a incollare orecchie da elfo e a litigare con parrucche sintetiche che sembravano possedute da uno spirito maligno. Quando indosso un costume, sto interpretando. Sto celebrando un personaggio. Un furry crea una fursona, un alter ego animale antropomorfo con nome, design, backstory. È fandom, è espressione artistica, è community creativa. E sì, può essere intensissimo, ma resta una scelta consapevole di rappresentazione.

Per un otherkin, invece, la narrativa è diversa. Non si tratta di “interpretare un drago”. Si tratta di sentirsi drago, a livello identitario. Anche se il corpo è umano. Anche se allo specchio non spuntano corna.

Questa distinzione è fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui online tutto viene messo nello stesso calderone.

Therian, Furry, Puppy Play: stessa estetica, mondi diversi

Scrollando su Instagram o TikTok è facile vedere maschere, code, orecchie, costumi. E pensare: “È tutto la stessa cosa”. No.

I therian si identificano con animali reali, esistenti o esistiti in natura. Lupo, volpe, gatto, falco. Il loro riferimento è biologico. L’esperienza viene spesso descritta come involontaria, radicata, parte integrante del sé.

Gli otherkin, invece, spaziano nel fantastico. Draghi. Elfi. Sirene. Demoni. Angeli. Creature che appartengono al mito, alla letteratura, al fantasy. Se ti senti affine a un drago antico che vola tra mondi paralleli, tecnicamente sei più vicino all’universo otherkin che a quello therian.

Poi c’è il fandom furry: comunità artistica e sociale che ruota attorno a personaggi animali antropomorfi. E ancora il puppy o pet play, che è una dinamica consensuale di ruolo, spesso inserita in contesti adulti e relazionali.

Stessa estetica, a volte. Maschere, code, headspace animale.
Ma identità, fandom e dinamica relazionale non sono sinonimi.

Confonderli significa alimentare stigma. E nel 2026 possiamo fare di meglio.

Le radici online e la stella a sette punte

Il fenomeno otherkin è esploso negli anni ’90, nei newsgroup e nelle mailing list dedicate a elfi, draghi e creature mitologiche. Internet era ancora una terra di mezzo digitale, e proprio lì hanno trovato spazio queste narrazioni identitarie.

Uno dei simboli più associati alla community è la stella a sette punte, l’heptagramma {7/3}, spesso chiamato “Elven Star” o “Fairy Star”. Se l’hai vista tatuata o disegnata in bio su qualche profilo, ora sai perché.

È affascinante pensare che, mentre noi farmavamo exp su MMORPG e scrivevamo fanfiction su forum phpBB, altre persone stavano usando la rete per dare forma a una parte profonda di sé.

Identità e multiverso: perché proprio ora?

Viviamo in un’epoca in cui l’identità è fluida, esplorata, raccontata. Avatar nei videogiochi. Skin personalizzate. VTuber che incarnano creature digitali. AI che generano alter ego.

La cultura nerd è sempre stata un laboratorio di possibilità. Se per anni abbiamo detto “mi sento più a casa a Hogwarts che nel mondo reale”, forse non è così strano che qualcuno abbia preso sul serio quella sensazione.

Questo non significa romanticizzare tutto o accettare qualsiasi narrazione senza spirito critico. Significa riconoscere che, dietro ogni etichetta, c’è un percorso personale.

Alcuni otherkin parlano di “awakening”, un momento di consapevolezza in cui capiscono il proprio kintype. Altri descrivono sensazioni come arti fantasma – ali, code, corna – percepite a livello mentale o emotivo. Non è un discorso che si può liquidare con un meme sarcastico.

E no, non è automaticamente una religione. Alcuni vivono l’esperienza in chiave spirituale, altri no. Anche su questo, la community è variegata.

Politica dell’identità o fuga dal mondo?

Fuori dalle community, le reazioni oscillano tra curiosità e scherno. Alcuni vedono negli otherkin una forma di insoddisfazione verso la modernità, altri un’espressione politica dell’identità, altri ancora una stranezza da tabloid.

Io, da gamer cresciuta tra isekai e mondi paralleli, non riesco a non vedere una cosa: il desiderio di raccontarsi in modo diverso. Di non sentirsi ingabbiati in un’unica definizione.

La cultura geek ha sempre accolto outsider. Cosplayer, roleplayer, fan di generi di nicchia. Satyrnet lo ripete da anni: dietro fumetti e giochi di ruolo non c’è infantilismo, ma cultura e sogno.

Forse anche il fenomeno otherkin chiede solo questo: non essere ridotto a caricatura.

E noi, come community nerd?

Parlarne non significa aderire. Significa capire.

Significa distinguere tra identità, fandom ed espressione. Significa evitare di sessualizzare ciò che non è sessuale. Significa non trasformare tutto in contenuto cringe per views facili.

Se qualcosa ci ha insegnato il multiverso Marvel, gli anime isekai e le campagne di D&D è che le identità sono storie. E le storie meritano ascolto.

Mi fermo qui, ma la conversazione è appena iniziata.

Avete mai incontrato qualcuno che si definisce otherkin o therian? Vi siete mai sentiti “altro” dentro, anche solo per un attimo, leggendo un fantasy o creando un avatar?

Parliamone nei commenti. Senza flame. Solo con quella curiosità genuina che ci ha fatto innamorare del nerdverse.

Therian: significato, differenze con Furry e Otherkin e identità animale spiegata

Pelle d’oca. Non per il freddo. Per quel brivido strano che senti lungo la schiena mentre guardi un lupo correre in un documentario e, per un secondo, hai l’impressione che quella corsa ti appartenga.

Non è cosplay.
Non è un filtro Instagram.
Non è “mi piacciono gli animali, quindi mi ci identifico”.

Per alcune persone, quella sensazione ha un nome preciso: Therian.

E no, non stiamo parlando dell’ennesima micro-etichetta nata su TikTok. Stiamo entrando in un territorio delicato, complesso, spesso frainteso anche dentro la stessa community nerd che di identità alternative dovrebbe saperne qualcosa.

Io stessa, da gamer che ha passato più ore nei panni di Khajiit in Skyrim che nella propria camera, ho dovuto fermarmi e chiedermi: ok, ma qui stiamo parlando di roleplay… o di identità?

La risposta non è semplice. E forse è proprio questo il punto.


Therian: identità, non personaggio

La parola “therian” deriva dal greco thērion, bestia. Ma la definizione fredda non rende l’idea.

Un therian è una persona che percepisce la propria identità come, in parte o totalmente, non umana a livello animale. Non come hobby. Non come costume da indossare alle fiere. Non come fursona costruita a tavolino.

È qualcosa che si scopre, non si progetta.

Chi vive questa esperienza spesso parla di una consapevolezza interiore, a volte presente fin dall’infanzia. Sogni ricorrenti. Istinti. Sensazioni fisiche di “phantom limbs”, come se una coda o orecchie invisibili facessero parte del proprio schema corporeo. Non sempre. Non per tutti. Ma il filo rosso è l’identità.

E qui serve chiarezza. Perché internet ama mescolare tutto in un unico grande calderone “animalesco”.

Identità ≠ fandom ≠ dinamica.

Tre parole che sembrano simili solo a chi guarda da fuori.


Therian, Furry, Puppy Play: stessa estetica, universi diversi

Sui social vedo spesso commenti del tipo: “Ah quindi i therian sono furry?” oppure “È una cosa fetish, no?”

Respira. Facciamo ordine.

La furry fandom è una community creativa e artistica. Disegni, fumetti, fursuit, storytelling, fursona personalizzate. È espressione. È scelta. È appartenenza a un fandom che celebra personaggi antropomorfi. Nessuno diventa furry per errore: si entra, si crea, si partecipa.

Un therian, invece, non “interpreta” un animale. Non crea un avatar. Non sceglie un design con palette e reference board su Pinterest. Parla di sé. Del proprio senso di identità.

Poi certo, una persona può essere sia therian sia furry. Le cose possono sovrapporsi. Ma non sono intercambiabili.

Ancora diverso è il Puppy o Pet Play, che nasce in contesti kink e BDSM consensuali. Qui parliamo di dinamica e ruolo, talvolta sessuale, talvolta no. È headspace. È gioco relazionale. Non è identità ontologica.

Eppure, da fuori, si vedono maschere, code, comportamenti “animali”. L’estetica inganna. Community, maschere, espressione fisica: sì, possono essere elementi comuni. Ma l’origine e il significato cambiano radicalmente.

Dire che sono la stessa cosa perché “c’è di mezzo un animale” è come dire che cosplay e identità di genere siano identici perché entrambi parlano di rappresentazione. Semplificazione brutale.


Teriomorfismo: psicologia, spiritualità, mistero

La parola chiave qui è teriomorfismo. L’idea di avere una natura animale interiore.

Ma attenzione: non esiste un manuale ufficiale. Non c’è un’enciclopedia con capitolo uno, due, tre. Alcuni therian interpretano la propria esperienza in chiave spirituale, parlando di reincarnazione o anima animale. Altri la vivono come fenomeno psicologico, legato alla costruzione dell’identità e alla percezione di sé.

La verità? Le interpretazioni sono personali.

E questa cosa, da nerd cresciuta tra forum e fandom, mi è stranamente familiare. Pensate a come ognuno vive il proprio rapporto con un personaggio: per qualcuno è semplice passione, per altri è specchio esistenziale. Cambia la profondità, cambia il linguaggio, cambia la radice.

Qui però non stiamo parlando di headcanon. Parliamo di identità vissuta.


Totem, istinto, riconoscimento

Molti therian raccontano il proprio percorso come una scoperta. Non una scelta.

Il concetto di animale totemico ritorna spesso: una figura guida, uno spirito affine. Ma anche qui serve precisione. Nel totemismo tradizionale l’animale è simbolo, archetipo. Nel vissuto therian diventa parte integrante del sé.

Non è “mi sento simile a un lupo perché amo la libertà”.
È “essere lupo fa parte della mia identità”.

Suona estremo? Forse. Ma se siamo in grado di accettare che l’identità umana non sia monolitica – e la cultura nerd lo dimostra ogni giorno – allora possiamo almeno ascoltare senza ridere.


E gli Otherkin? Draghi, elfi e confini fantasy

Qui il bestiario cambia.

Gli otherkin si identificano con entità non umane di natura fantastica: elfi, vampiri, sirene, draghi. Universo fantasy puro. Se il riferimento è un animale reale – lupo, volpe, felino, rapace – si parla di therian. Se l’identità è legata a creature mitologiche o immaginarie, si entra nell’ambito otherkin.

E ammettiamolo: per chi vive di manga, anime e high fantasy, il confine può sembrare sottile. Siamo abituati a giocare con identità non umane nei videogiochi, nei GDR, nel cosplay.

Ma la differenza sta sempre lì. Gioco o identità?

Io posso sentirmi potentissima nei panni di un demone in un JRPG. Posso costruire un cosplay di un kitsune e viverlo con tutta me stessa. Ma spengo la console, tolgo la parrucca, torno a essere umana.

Per un therian la questione è più profonda. Non si spegne.


Cultura nerd e identità non convenzionali

Forse è proprio la nostra community il luogo più adatto per affrontare questi temi senza sarcasmo facile.

Abbiamo passato anni a spiegare che il cosplay non è infantilismo. Che i videogiochi non sono perdita di tempo. Che i manga non sono “roba per bambini”.

Ora tocca fare uno step in più: distinguere senza ridicolizzare.

Il fenomeno therian si muove tra psicologia, spiritualità e cultura digitale. Le community online hanno dato spazio a chi prima si sentiva solo. E come ogni identità vissuta intensamente, può essere fragile, può essere controversa, può generare dibattito.

Ma ignorarla o ridurla a meme non aiuta nessuno.


Sotto la pelle, qualcosa che ruggisce

La cosa che mi colpisce di più, parlando con chi si definisce therian, è la parola “riconoscimento”. Non trasformazione. Non travestimento. Riconoscimento.

Come se, a un certo punto, qualcuno desse un nome a una sensazione che c’era da sempre.

Nel nostro multiverso fatto di Marvel, isekai, intelligenze artificiali e identità digitali fluide, forse non è così assurdo che esistano persone che sentono la propria umanità come parziale.

Capirlo non significa necessariamente condividerlo. Ma ascoltare sì.

E adesso la domanda la giro a voi, community di CorriereNerd: vi è mai capitato di imbattervi nel mondo therian? Vi ha incuriosito, spiazzato, fatto storcere il naso? Pensate che la cultura geek renda più facile esplorare identità non convenzionali o rischi di confondere ancora di più le cose?

Parliamone. Senza meme pronti, senza giudizi preconfezionati.

Perché sotto ogni nickname, sotto ogni avatar, sotto ogni maschera… c’è sempre una storia che merita di essere ascoltata.

“Il mio corpo!” di Elise Gravel: il libro che ogni piccolo umano dovrebbe avere nella sua libreria

C’è qualcosa di magico nei libri capaci di parlare ai bambini con parole semplici eppure universali, testi che riescono a scardinare i pregiudizi non con discorsi altisonanti ma con illustrazioni buffe, colori vivaci e messaggi che arrivano dritti al cuore. Il mio corpo! di Elise Gravel, edito in Italia da Becco Giallo e tradotto con cura da Antonia Mattiello, è esattamente questo: un piccolo albo che contiene un messaggio gigantesco.

Chi conosce il lavoro di Gravel — autrice e illustratrice canadese dal tratto distintivo, ironico e schiettamente inclusivo — sa bene che ogni suo libro è molto più di una storia per bambini. È un manifesto. In questo caso, un manifesto dolce e potente che celebra la diversità dei corpi e insegna ai più piccoli qualcosa che a molti adulti ancora sfugge: il rispetto, per sé stessi e per gli altri.

Pubblicato originariamente con il titolo Ton corps est ton meilleur ami, l’albo si presenta come un viaggio alla scoperta del corpo umano… ma non aspettatevi un’enciclopedia anatomica o una sequenza di didascalie scientifiche. Qui il corpo è raccontato come un compagno di vita, un amico fedele che ci accompagna, ci permette di esplorare il mondo, giocare, sentire, vivere. E soprattutto: un corpo che ci appartiene.

Una lezione delicata, che arriva dritta dove serve

Il libro di Gravel non pretende di insegnare, e forse è proprio per questo che funziona così bene. Non c’è tono paternalistico, non c’è imposizione, ma solo una narrazione accessibile, che si rivolge al lettore come farebbe un amico fidato. Ogni pagina invita i bambini a riconoscere le differenze — di forma, di colore, di mobilità, di espressione — come qualcosa da accogliere e festeggiare. La normalità non è un modello unico, ma un ventaglio di possibilità.

“Il tuo corpo è il tuo migliore amico”, recita una delle frasi chiave del libro. Una verità semplice, potente, talmente essenziale che sembra incredibile non venga ripetuta più spesso. In un’epoca in cui i bambini sono esposti fin troppo presto a modelli irrealistici, giudizi e confronti social, Il mio corpo! diventa un argine di consapevolezza, un momento di respiro, un’occasione per imparare ad amare sé stessi senza filtri o hashtag.

Il consenso, spiegato come solo i grandi libri per l’infanzia sanno fare

Ma è nella trattazione del consenso che l’albo compie il suo salto di qualità. Gravel affronta un tema complesso con una semplicità disarmante, senza paura e senza retorica. “Il mio corpo mi appartiene” è la dichiarazione che ogni bambina e bambino dovrebbe poter interiorizzare il prima possibile. Qui, quella frase diventa un mantra rassicurante, un messaggio da portare con sé nella quotidianità, dentro e fuori le mura di casa.

Nessun moralismo, nessuna lezione frontale. Solo una verità normalizzata, offerta come un dato di fatto. E proprio per questo assimilabile anche dai più piccoli, che potranno riconoscere nei propri gesti — e in quelli degli altri — il valore del rispetto reciproco.

Un universo visivo che accoglie tutte le diversità

Le illustrazioni di Gravel sono un altro punto di forza del libro. Chi ha già avuto modo di sfogliare le sue opere saprà riconoscere subito il suo stile: personaggi buffi, espressioni esagerate, colori pieni e mostriciattoli adorabili che fanno sorridere ma anche riflettere. Ogni corpo è rappresentato senza idealizzazioni, con un’ironia affettuosa che restituisce dignità a ogni forma, ogni colore, ogni peculiarità.

Ed è proprio questa combinazione tra testo e disegno che rende Il mio corpo! uno strumento educativo tanto efficace. Perché è solo riconoscendosi in ciò che si vede, che si può iniziare ad accettarsi davvero.

Un’accoglienza entusiasta, meritata e contagiosa

Non sorprende che le recensioni di chi ha letto questo albo siano tutte entusiaste. Genitori, educatori e lettrici e lettori occasionali lo descrivono come “perfetto”, “illuminante”, “necessario”. C’è chi lo usa a scuola per introdurre il concetto di consenso, chi lo legge insieme ai propri figli per imparare a parlarsi meglio, chi semplicemente lo regala con il cuore, sapendo che in quelle pagine c’è un seme destinato a fiorire.

Ed è questo, forse, il più grande merito del libro: riuscire a generare dialogo. Dopo la lettura, i bambini fanno domande, condividono pensieri, raccontano esperienze. Un libro che stimola la conversazione è un libro che funziona.

Un albo per tutti, nessuno escluso

Sebbene pensato per la prima infanzia, Il mio corpo! ha molto da dire anche a chi bambino non lo è più. Perché ci sono verità che si possono (ri)scoprire solo quando qualcuno le mette nero su bianco con tanta semplicità e coraggio. Elise Gravel riesce in questa impresa con la naturalezza dei veri maestri della narrazione.

In definitiva, si tratta di un piccolo gioiello da tenere in libreria, da leggere, rileggere e condividere. Un albo che fa bene al cuore, al cervello e a quel compagno silenzioso che ci accompagna ogni giorno: il nostro corpo.


Il mio corpo! è molto più di un libro illustrato per bambini. È una dichiarazione d’intenti, un gesto d’amore verso le nuove generazioni. E voi? Lo avete già letto? L’avete sfogliato con i vostri piccoli o lo avete consigliato a qualcuno? Raccontatecelo! Parliamone insieme sui social del CorriereNerd.it: condividete le vostre impressioni, le riflessioni dei vostri bambini o anche solo una pagina che vi ha fatto sorridere. Perché parlare di rispetto, consapevolezza e libertà non è mai stato così bello.

Sessualità: La Graphic Novel che Smaschera i Tabù e Ridefinisce il rapporto tra Sesso e società

Il sesso è ovunque. Nei film che guardiamo, nei libri che leggiamo, nelle pubblicità che ci bombardano ogni giorno, nelle conversazioni che affrontiamo con più o meno imbarazzo e nei nostri pensieri, spesso più di quanto ammettiamo. Definisce chi siamo e il nostro posto nella società, o almeno così ci viene detto. Ma, paradossalmente, ne sappiamo davvero poco. La sessualità è un argomento che, nonostante la sua onnipresenza, rimane circondato da tabù, incomprensioni e, soprattutto, da una buona dose di preconcetti che affondano le loro radici in secoli di costruzione sociale.

“Sessualità”, la graphic novel firmata da Meg-John Barker e Jules Scheele, si propone di fare esattamente questo: illuminare il buio, smascherare i “mostri” che si annidano nella nostra percezione del sesso e offrire una visione più libera e consapevole dell’argomento. Il duo non è nuovo a queste imprese: dopo aver esplorato tematiche di genere e identità queer nelle loro precedenti opere, tornano con un libro che, tra ironia e divulgazione, si pone come una guida imprescindibile per chiunque voglia comprendere meglio la sessualità nel suo contesto storico, sociale e culturale.

Immaginate di entrare in una casa infestata, una di quelle piene di ombre inquietanti e rumori inspiegabili. Ora immaginate che, con una torcia in mano, possiate finalmente vedere ciò che si cela dietro quelle ombre: non mostri spaventosi, ma costrutti sociali, narrazioni manipolate e paure indotte da secoli di moralismo. Barker e Scheele fanno esattamente questo: prendono le paure e le ansie legate alla sessualità e le scompongono pezzo dopo pezzo, con uno stile che ricorda un mix tra un episodio di Scooby-Doo e un saggio accademico accessibile.

Dalla costruzione delle identità sessuali agli atti erotici, dal desiderio al consenso, fino a tematiche spesso evitate come il lavoro sessuale e le relazioni non convenzionali, il libro affronta ogni argomento con una chiarezza e una profondità che non lasciano spazio a fraintendimenti. E, cosa forse più importante, lo fa con empatia e umorismo, rendendo accessibili anche le questioni più complesse.

Non mancano riferimenti ai maggiori teorici della sessualità, da Foucault a Butler, passando per studi contemporanei che hanno ridefinito il modo in cui pensiamo al sesso e al desiderio. Ma “Sessualità” non è solo un libro di teoria: è una guida per decostruire i miti che ci sono stati imposti e immaginare un futuro in cui la sessualità non sia più fonte di ansia, vergogna o oppressione, ma un aspetto della vita umana vissuto in maniera autentica, libera e consensuale.

Per chi si avvicina per la prima volta a queste tematiche, il libro rappresenta un punto di partenza ideale: il formato graphic novel rende la lettura scorrevole e coinvolgente, mentre il tono amichevole di Barker e Scheele invita alla riflessione senza mai risultare pedante. Per chi invece ha già familiarità con gli studi di genere e la sessuologia, “Sessualità” offre una rilettura stimolante e ricca di spunti su come il sesso è stato costruito e su come potrebbe essere reinventato. In un’epoca in cui il dibattito sulla sessualità è più acceso che mai, con vecchi pregiudizi che si scontrano con nuove consapevolezze, “Sessualità” si inserisce come un’opera necessaria. Non solo un libro da leggere, ma un viaggio da intraprendere, armati di curiosità e voglia di smantellare le impalcature del passato per costruire un futuro più inclusivo e libero da stereotipi.

Le Ombre del Cosplay: L’Abuso Psicologico e la Forza del Riscatto

Il Cosplay, abbreviazione di “costume play”, è una pratica che ha acquisito una popolarità sempre crescente negli ultimi decenni. Nata come un’attività dedicata agli appassionati di anime, fumetti, videogiochi e cultura pop, oggi il cosplay si è esteso a un fenomeno globale che coinvolge persone di ogni età e provenienza. Sebbene il cosplay abbia trovato un suo spazio all’interno di una nicchia culturale ben definita, non è esente da critiche e pregiudizi da parte di chi lo considera un’attività infantile o fuori dalle convenzioni sociali. Per comprendere meglio queste critiche, è necessario esaminare il fenomeno da diverse prospettive psicologiche, antropologiche e sociologiche.

Dal punto di vista psicologico, il cosplay rappresenta una forma di espressione dell’identità personale, una via per esplorare e manifestare aspetti del sé che altrimenti potrebbero rimanere nascosti. In molti casi, il cosplay è una pratica di “gioco di ruolo” che permette agli individui di indossare i panni di personaggi che ammirano, prendendo su di sé caratteristiche o qualità che nella vita quotidiana potrebbero essere inaccessibili o inespresse. Si tratta di una forma di evasione che può servire anche come meccanismo di coping per chi affronta difficoltà emotive o psicologiche. Tuttavia, la società tende a giudicare negativamente comportamenti che si discostano dalle norme convenzionali. La teoria dell’identità sociale di Tajfel e Turner suggerisce che gli individui tendono a categorizzarsi in gruppi sociali e che chi si dedica a pratiche non conformi può essere etichettato come “outsider”, suscitando reazioni di disapprovazione. In particolare, il cosplay degli adulti può essere visto come immaturo, poiché la nostra cultura associa il travestimento principalmente al mondo infantile o a eventi occasionali come il carnevale, piuttosto che a una pratica costante e matura.

L’aspetto antropologico del cosplay rivela un altro livello di comprensione. Il travestimento, nella storia dell’umanità, ha sempre avuto un significato profondo, legato a rituali religiosi, cerimonie e riti di passaggio. In molte culture tradizionali, l’uso di maschere e costumi era (e in alcuni casi è ancora) una pratica che consentiva agli individui di trasformarsi simbolicamente, assumendo nuovi ruoli e identità. Il cosplay, in un certo senso, si inserisce in questa tradizione di trasformazione, ma nella società moderna, dove la razionalizzazione e la specializzazione hanno ridotto il valore simbolico di queste pratiche, è spesso percepito come un’attività frivola e senza una funzione “utile”. L’idea di “persona”, proposta da Carl Jung, suggerisce che il cosplay possa essere una manifestazione delle “ombre” interiori degli individui, ossia quei tratti del sé che non vengono generalmente espressi nella vita quotidiana. Tuttavia, la società tende a reprimere queste espressioni, vedendole come incompatibili con i ruoli sociali tradizionali.

Sul piano sociologico, il cosplay può essere visto come una forma di devianza, secondo la teoria di Howard Becker. La devianza non è un comportamento intrinsecamente negativo, ma è definita dalla reazione della società a tali comportamenti. Se il cosplay è visto come “strano” o “infantile”, è perché una parte della società lo etichetta come tale, non perché esso sia di per sé problematico. Inoltre, il cosplay sfida le norme di genere e di ruolo sociale, poiché molti cosplayer scelgono di interpretare personaggi di genere opposto o ruoli che non corrispondono al loro status sociale. Questo sfida alle convenzioni può generare disapprovazione tra coloro che percepiscono tali comportamenti come una minaccia all’ordine stabilito.

Tuttavia, la disapprovazione psicologica che circonda il cosplay non si limita alla critica di chi vi si dedica, ma si estende anche agli effetti che questa attività può avere su chi la pratica. Il cosplay, come molte subculture, è uno spazio di incontro dove le dinamiche interpersonali e sociali si amplificano.

Il cosplay può essere definito come una pratica che coinvolge la creazione e l’indossamento di costumi ispirati a personaggi di cultura popolare, come quelli di anime, videogiochi o film. Tradizionalmente, il cosplay ha rappresentato uno spazio sicuro per gli “emarginati” sociali, in particolare per i nerd e gli appassionati di cultura pop, che in altri contesti possono sentirsi esclusi o marginalizzati. Originariamente, il cosplay fungeva da rifugio per coloro che, a causa di preferenze o caratteristiche particolari, non riuscivano a integrarsi nelle norme sociali dominanti. La comunità cosplay offriva, e in alcuni casi continua a offrire, uno spazio in cui l’identità individuale e le diversità potessero essere espresse senza paura di giudizio. Se inizialmente il cosplay era un luogo di inclusività, oggi si è trasformato in una subcultura più ampia, dove nuove forze sociali ed economiche – come i fotografi professionisti, i social media e le dinamiche di notorietà online – hanno cominciato a esercitare una crescente influenza. La commercializzazione del cosplay ha portato, purtroppo, alla comparsa di comportamenti psicologicamente dannosi e manipolativi, che hanno intensificato le dinamiche di abuso.

Le “Menti Deboli” e il Narcisismo

Una delle problematiche psicologiche più evidenti che emergono all’interno della comunità cosplay è l’esistenza di individui con tratti psicologici distruttivi che sfruttano la vulnerabilità emotiva degli altri. Questi individui, definiti come “menti deboli”, non corrispondono al concetto di debolezza mentale o psicologica nel senso tradizionale. Piuttosto, si tratta di individui che, insoddisfatti della propria vita reale, cercano di alimentare il proprio ego e il proprio potere all’interno di questa subcultura. Persone con tratti narcisistici, manipolatori, bugiardi patologici, e in generale coloro che cercano di esercitare il controllo sugli altri per mascherare le proprie insoddisfazioni, trovano nel cosplay un terreno fertile per le proprie frustrazioni.

Questi soggetti, in molti casi, utilizzano le dinamiche di fiducia, amicizia e apertura che caratterizzano il cosplay per manipolare emotivamente altri membri della comunità. Ciò si traduce in abusi psicologici, in cui le vittime sono sfruttate per il proprio vantaggio personale, diventando pedine nelle mani di chi cerca di consolidare la propria superiorità percepita.

La Creazione di un Ambiente Tossico

Il caso di studio riportato dalla scrittrice e cosplayer Alex L. Mainardi, che ha vissuto in prima persona l’evoluzione del cosplay, offre uno spunto per comprendere come le dinamiche tossiche possano svilupparsi all’interno di una subcultura originariamente inclusiva. L’autrice descrive come, in passato, il cosplay fosse un rifugio per coloro che cercavano di evadere dalle difficoltà quotidiane della vita, come nel suo caso, dove la disabilità rendeva la realtà quotidiana particolarmente difficile da affrontare. La comunità cosplay, con la sua inclusività, rappresentava un luogo dove la disabilità e altre limitazioni non erano un ostacolo, ma semplicemente una caratteristica personale.

Con l’ingresso di nuovi attori, come fotografi e influencer sociali, il cosplay ha visto l’emergere di un cambiamento nelle sue dinamiche interne. Non è più solo un atto di passione, ma un mezzo per raggiungere notorietà e fama. Questo ha aperto la porta a coloro che vedono nel cosplay non un’espressione artistica, ma un’opportunità per ottenere visibilità e potere. Le vittime, in particolare quelle più vulnerabili emotivamente, sono spesso attirate da queste dinamiche, non riconoscendo immediatamente il danno psicologico che può derivarne.

Abilismo e Abuso Psicologico

Un aspetto cruciale delle dinamiche di abuso psicologico all’interno del cosplay riguarda il fenomeno dell’abilismo. In un contesto in cui il fisico e l’apparenza possono diventare un fattore di discriminazione, le persone con disabilità o altre limitazioni fisiche possono essere particolarmente vulnerabili. L’autrice descrive come, a causa della propria disabilità, sia stata manipolata emotivamente e finanziariamente da soggetti che si sono approfittati della sua insoddisfazione e della sua necessità di appartenere a un gruppo. Questo tipo di abuso psicologico può essere devastante, poiché coinvolge la manipolazione delle emozioni e dei sentimenti di chi si sente emarginato o inadeguato.

Resilienza e Rinascita

Il vero valore del cosplay, tuttavia, non risiede solo nelle sue potenzialità come strumento di abuso, ma anche nella capacità delle sue vittime di superare tali esperienze. La resilienza delle persone che sono state vittime di manipolazioni è un aspetto fondamentale del processo di guarigione. La liberazione dalle dinamiche di abuso consente a chi ha subito danni di ricostruire la propria identità e, in alcuni casi, di ritrovare una nuova forza interiore. Come afferma l’autrice, “dalle ceneri un nuovo inizio sorgerà”, sottolineando come la capacità di lasciar andare il passato e di rinascere da esperienze traumatiche possa portare a una rinnovata forza interiore.

Il cosplay, come molte subculture, offre uno spazio di espressione e appartenenza, ma è anche un contesto dove le dinamiche di potere, abuso e manipolazione possono emergere in modo amplificato. Le vulnerabilità psicologiche individuali sono facilmente sfruttabili in un ambiente dove la fiducia e l’apertura sono valori prevalenti. È fondamentale, quindi, sviluppare una maggiore consapevolezza delle implicazioni psicologiche del cosplay, non solo per proteggere i partecipanti da possibili abusi, ma anche per garantire che il cosplay continui a essere un luogo sicuro e inclusivo per tutti. Solo così potrà evolversi come una forma autentica di espressione, lontano dalle manipolazioni emotive e dalle dinamiche di abuso psicologico.

Cosplay is not consent: Sensibilizzazione Contro le Molestie e la Sessualizzazione

Il cosplay, acronimo di “costume play”, è molto più di una semplice forma di intrattenimento; è un’espressione artistica che fonde passione, creatività e performance, coinvolgendo milioni di appassionati in tutto il mondo. Questa pratica, che vede i partecipanti indossare costumi ispirati a personaggi tratti da anime, manga, fumetti, videogiochi e film, è diventata un fenomeno globale ampiamente riconosciuto. Tuttavia, dietro l’apparente bellezza dei costumi e delle interpretazioni si celano problematiche sociali e culturali che meritano un’attenta riflessione, in particolare riguardo alle dinamiche di parità di genere e al rispetto per l’individuo.

Il Cosplay come Espressione Artistica

Il cosplay non è semplicemente un atto di travestirsi, ma una forma di espressione che consente a chi lo pratica di immergersi in mondi immaginari, dando vita a storie di avventure, speranze e lotte. Quando una persona sceglie di incarnare un personaggio amato, lo fa per esprimere una parte di sé, per celebrare la propria passione e per condividere un pezzo della propria identità. Non si tratta di un gesto volto alla ricerca di attenzioni o di giudizi superficiali, ma di una creazione che si fonda sull’autoconsapevolezza. Tuttavia, questa libertà creativa è spesso ostacolata da pregiudizi sessisti che riducono il cosplay a una mera vetrina estetica, snaturando il suo vero significato culturale.

Le Donne nel Cosplay: Vittime di Molestie e Discriminazione

Le donne nel mondo del cosplay sono frequentemente oggetto di molestie e discriminazioni. Un fenomeno preoccupante come il “slut shaming” emerge soprattutto quando una cosplayer sceglie di interpretare un personaggio con un costume che può essere percepito come provocante. In questi casi, scatta un meccanismo di colpevolizzazione che trasforma la cosplayer in un oggetto di giudizi negativi, accusandola di svilire l’autenticità del cosplay con una presunta sessualizzazione.

Questa visione riduttiva non giustifica in alcun modo un trattamento invadente. Purtroppo, il focus viene spesso posto sulla superficialità del costume, ignorando che ogni dettaglio è frutto di un atto creativo e personale. Le critiche si concentrano sull’aspetto estetico piuttosto che riconoscere il valore culturale e emotivo di ogni scelta. Questo non solo minaccia la libertà di espressione, ma perpetua dinamiche discriminatorie basate su stereotipi sessisti.

Sessualizzazione e Oggettificazione: Una Questione Sociale

La sessualizzazione nel cosplay non è un fenomeno isolato, ma un riflesso di dinamiche culturali più ampie. I personaggi, soprattutto quelli femminili, sono spesso costruiti con un’estetica ipersessualizzata: abiti succinti e pose provocatorie. Sebbene questa estetica faccia parte di molte opere originali, essa porta a una distorsione della percezione del cosplayer, che viene visto come una proiezione del personaggio piuttosto che come un individuo.

La cultura della sessualizzazione ha come effetto diretto l’oggettificazione del cosplayer, riducendolo a un mero oggetto di desiderio, privandolo della sua individualità. Questo fenomeno contribuisce a una comprensione errata del cosplay, non solo come arte, ma come opportunità per giudicare, sessualizzare o aggredire chi lo pratica. Ciò accade tanto nelle fiere fisiche quanto nelle interazioni online, dove il confine tra espressione artistica e violazione del consenso è sempre più labile.

Episodi di Molestie: Un Problema Persistente

Sfortunatamente, le fiere di cosplay non sono immuni da episodi di molestie. Commenti offensivi, fotografie non richieste, palpeggiamenti indesiderati e altre forme di violenza sono pratiche che si verificano con frequenza, danneggiando l’immagine del cosplay e creando un ambiente ostile per molti partecipanti. Eventi come Lucca Comics & Games e Comicon di Napoli hanno fatto emergere questi problemi con episodi che hanno sollevato interrogativi cruciali sul rispetto delle cosplayer.

L’evento Lucca Comics & Games, uno dei festival più importanti d’Italia, ha messo in luce quanto possa essere grave la situazione, quando un uomo, qualche edizione fa, travestito da confezione di croccantini per cani, ha lanciato biscotti alle donne in costume, accusandole di indossare abiti troppo succinti. Questo gesto ha sollevato numerosi interrogativi sul rispetto che viene riservato alle cosplayer e ha dimostrato quanto sia urgente una riflessione culturale sul comportamento verso le donne all’interno di questi eventi.

Un altro caso che ha suscitato indignazione è quello di Maria Muollo, meglio conosciuta come Faenel, che nel 2024 ha denunciato di essere stata ripresa di nascosto da un uomo durante il Comicon di Napoli. Non solo è stata filmata senza il suo consenso, ma l’uomo ha mostrato un atteggiamento minaccioso quando la cosplayer ha chiesto la rimozione del video. Questo episodio ha messo in evidenza le problematiche di sicurezza durante le fiere, un tema che richiede una discussione urgente. L’organizzazione del Comicon ha prontamente avviato un’indagine interna per accertare i fatti e prendere provvedimenti. Questo è solo uno degli innumerevoli esempi che evidenziano la necessità di garantire eventi sicuri e rispettosi per tutti i partecipanti.

La sicurezza, purtroppo, continua a essere una questione irrisolta in molti eventi cosplay. Durante il festival Cartoon Club di Rimini 2024, un altro episodio di molestie ha coinvolto una cosplayer, palpeggiata da un uomo mentre si trovava vicino a uno stand. Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine, l’uomo è stato identificato e rilasciato, mentre la vittima non ha ancora formalizzato la denuncia. Questo caso conferma che le fiere, purtroppo, non sono esenti da episodi di violenza e molestie, ribadendo l’importanza di rafforzare le misure di sicurezza per proteggere i partecipanti durante eventi affollati.

Oggi, il cosplay non si limita più ai contesti fisici, ma si estende anche al mondo digitale, attraverso piattaforme come Patreon e OnlyFans. Queste realtà permettono ai cosplayer di monetizzare il proprio lavoro e di creare contenuti anche sensuali, ma la sensualizzazione dei costumi è spesso criticata da una parte della comunità, che la considera un elemento che svilisce l’essenza del cosplay. È fondamentale ricordare che ogni cosplayer ha il diritto di scegliere come esprimersi, e nessun tipo di abbigliamento dovrebbe essere correlato al rischio di molestie o aggressioni. Le aggressioni, infatti, avvengono a prescindere da quanto una persona possa essere vestita.

Recentemente, purtroppo, diverse testimonianze hanno denunciato episodi di abusi fisici e psicologici all’interno della community cosplay italiana. Alcune ragazze, tra cui Alessia Boccola, Arianna Gaspardo (@reddieblack), Martina Bubi (@bubi.cosplay), Poison Demi ed Elisa Merchiori (@elisamerch), hanno condiviso pubblicamente le loro esperienze, rivelando comportamenti inaccettabili attribuiti a tre individui noti nella comunità. Le loro dichiarazioni, disponibili sui social nei loro rispettivi profili, hanno acceso i riflettori su una realtà preoccupante, alla quale si sono aggiunte ulteriori voci di chi ha vissuto situazioni simili o ne è stato testimone. È emerso inoltre che alcuni episodi erano già noti, ma il silenzio ha spesso prevalso. Questa vicenda sottolinea la necessità di denunciare, sostenere le vittime e promuovere una maggiore consapevolezza. Durante eventi e fiere, è fondamentale segnalare eventuali episodi di molestia alla sicurezza, agli organizzatori o, se necessario, alle forze dell’ordine. La community cosplay deve rimanere uno spazio sicuro e inclusivo, basato sul rispetto e sul supporto reciproco.

Cosplay Is not consent

Per contrastare questo fenomeno e sensibilizzare il pubblico sul tema del consenso e del rispetto, è nato il movimento “Cosplay is not consent”, ovvero “Cosplay non significa consenso”. Si tratta di una campagna di informazione e prevenzione che si propone di diffondere il messaggio che il fatto di indossare un costume non implica l’accettazione di qualsiasi tipo di contatto o interazione da parte degli altri, e che i cosplayer hanno il diritto di decidere chi, come e quando può avvicinarsi a loro, parlare con loro o fotografarli.

Il movimento “Cosplay is not consent” è emerso intorno al 2012, grazie alla testimonianza e alla mobilitazione di molti cosplayer che hanno denunciato le molestie subite nelle varie convention in cui hanno partecipato. Attraverso i social network, i blog e i siti web dedicati al cosplay, hanno condiviso le loro esperienze, le loro emozioni e le loro richieste di cambiamento, creando una rete di solidarietà e di supporto tra di loro. Inoltre, hanno realizzato dei cartelli, dei volantini e dei badge con lo slogan “Cosplay is not consent”, che hanno esposto e distribuito nelle manifestazioni, per rendere visibile il problema e coinvolgere anche gli altri partecipanti.

Il movimento ha avuto un impatto positivo sulla cultura e sull’organizzazione delle convention, che hanno iniziato a prestare maggiore attenzione alla sicurezza e al benessere dei cosplayer. Alcune manifestazioni, come il New York Comic Con, hanno adottato una politica di tolleranza zero verso le molestie, e hanno esposto dei cartelli con il messaggio “Cosplay is not consent” all’ingresso e nei vari punti del centro espositivo¹. Altre, come il RuPaul’s DragCon, hanno esteso il concetto anche al drag, con il motto “Drag is not consent”. Inoltre, sono stati creati dei gruppi e delle associazioni, come il Cosplayer Survivor Support Network, che offrono risorse e assistenza ai cosplayer che hanno subito abusi, e che valutano le procedure di sicurezza delle varie convention, per informare i fan su come le molestie vengono gestite.

Il movimento “Cosplay is not consent” ha contribuito a creare una maggiore consapevolezza e una maggiore responsabilità tra i partecipanti alle manifestazioni nerd, ma non ha ancora eliminato completamente il problema delle molestie ai cosplayer. Molti di loro, infatti, continuano a subire episodi di violenza e di umiliazione, e a dover adottare delle strategie di auto-difesa, come evitare di indossare costumi troppo rivelatori, andare sempre in gruppo o portare con sé degli spray al peperoncino³. Per questo, è necessario che il movimento continui a crescere e a diffondersi, coinvolgendo non solo i cosplayer, ma anche gli organizzatori, i media, le istituzioni e la società civile, per garantire il rispetto e la dignità di chi pratica il cosplay, e di chiunque esprima la propria identità e la propria creatività in modo libero e autentico.

Analisi e Cultura del Rispetto

Il cosplay rappresenta una forma di espressione artistica che ha la capacità di abbattere le barriere culturali, unendo persone di diverse origini, storie e passioni attraverso l’amore condiviso per i personaggi e gli universi immaginari. Sebbene il fenomeno del cosplay sia cresciuto notevolmente negli ultimi decenni, diventando una pratica riconosciuta e celebrata a livello globale, sono ancora presenti problematiche significative che ne minano il pieno sviluppo come forma inclusiva e rispettosa. Tra queste problematiche, le molestie nei confronti dei cosplayer   continuano a essere un fenomeno preoccupante, sia durante eventi dal vivo che sulle piattaforme digitali. Da una prospettiva sociologica, le molestie nel cosplay possono essere analizzate alla luce delle dinamiche di potere e controllo sociale. Il corpo del cosplayer diventa, così, un territorio conteso, dove la libertà di espressione individuale si scontra con le aspettative sociali e i pregiudizi. La percezione errata che un costume rivelatore sia un invito a interazioni non richieste riflette una cultura ancora radicata in dinamiche di dominio e oggettificazione. Questo fenomeno non riguarda solo la sfera privata del cosplayer, ma contribuisce a plasmare la percezione sociale di questa arte, riducendo l’interpretazione di un personaggio a un’azione che può essere vista come un’opportunità per giudicare, sessualizzare o aggredire.

La risposta della comunità cosplay a tali problematiche si è tradotta in numerose iniziative. Le campagne di sensibilizzazione come “Cosplay is Not Consent” (“Il cosplay non è consenso”) sono state fondamentali nel sensibilizzare il pubblico e promuovere un rispetto reciproco. Parallelamente, alcune fiere e piattaforme online hanno rafforzato le loro politiche interne, adottando regolamenti chiari contro le molestie e creando spazi di supporto per le vittime di abusi. Questi sforzi, sebbene importanti, non sono sufficienti da soli a risolvere la questione, e richiedono un continuo impegno per garantire che ogni individuo possa vivere il cosplay in modo sicuro e rispettoso.

Per affrontare efficacemente il problema della sessualizzazione e delle molestie nel cosplay, è necessario adottare un approccio multidisciplinare che coinvolga diverse aree di intervento. In primo luogo, è essenziale promuovere una cultura del rispetto attraverso campagne educative mirate e workshop durante le convention. Inoltre, le fiere e gli eventi dovrebbero dotarsi di codici di condotta più rigorosi, con sanzioni chiare per chi non rispetta le regole, creando anche punti di supporto immediato per le vittime di molestie. Le piattaforme digitali, dal canto loro, devono rafforzare gli strumenti di moderazione per prevenire abusi online, implementando funzioni di segnalazione e rimozione di contenuti inappropriati. Infine, è fondamentale offrire supporto psicologico alle vittime di molestie, creando spazi sicuri dove queste possano ricevere assistenza e sostegno emotivo.

Il cosplay, infatti, è molto più di una semplice esibizione estetica: è una forma di espressione personale e creativa che merita di essere rispettata nella sua integrità. Le esperienze negative legate alla sessualizzazione e alle molestie non devono offuscare il valore profondo di questa arte, ma piuttosto fungere da stimolo per una maggiore consapevolezza sociale e culturale. Solo attraverso il rispetto reciproco, la comprensione e il sostegno collettivo il cosplay potrà continuare a crescere come una vera e propria forma d’arte, in grado di celebrare la diversità, la passione e la creatività di ogni individuo.

Un’analisi psicologica e sociologica della sessualizzazione nel cosplay evidenzia come le rappresentazioni mediatiche di alcuni personaggi, soprattutto quelli femminili, contribuiscano a rinforzare la percezione errata che i cosplayer che li impersonano siano oggetti di desiderio, piuttosto che artisti che esprimono affetto o ammirazione per il personaggio stesso. L’influenza dell’industria dell’intrattenimento e dei media alimenta stereotipi che si riflettono anche nel cosplay, dove le donne, in particolare, sono spesso costrette a confrontarsi con una percezione esterna che enfatizza la sensualità piuttosto che il talento interpretativo. Le molestie sono, dunque, il risultato di una cultura che non riesce a superare le sue radici patriarcali e che continua a oggettivizzare il corpo femminile, riducendo la libertà di espressione delle donne.

Per contrastare questo fenomeno, è fondamentale un impegno costante. Campagne educative, normative più severe, moderazione online e supporto psicologico sono misure indispensabili per tutelare i cosplayer e garantire che fiere e piattaforme digitali diventino spazi sicuri, in cui ogni partecipante possa esprimere liberamente la propria passione senza temere molestie o aggressioni. Solo attraverso una maggiore sensibilizzazione e un impegno collettivo, il cosplay potrà tornare ad essere quello che dovrebbe essere: un rifugio creativo, un luogo dove ogni individuo può essere libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, molestato o sessualizzato.

Storie Spaziali per Maschi del Futuro

È finalmente disponibile su Amazon “Storie Spaziali per Maschi del Futuro”, l’ultima creazione di Francesca Cavallo, autrice due volte best seller del New York Times. Questa raccolta di 12 fiabe, edita da Undercats, non solo ha fatto breccia nei cuori dei lettori, ma è subito balzata in cima alla classifica della Letteratura per Bambini e si è piazzata al quinto posto tra i Bestseller per adolescenti e ragazzi, guadagnando anche una posizione significativa nella classifica generale.

Le fiabe, splendidamente illustrate da Luis San Vicente, trasportano i lettori su 12 pianeti immaginari, ognuno dei quali è un riflesso di questioni cruciali che influenzano la crescita e l’identità maschile. In un’epoca in cui le aspettative sui maschi stanno evolvendo, Francesca Cavallo affronta domande provocatorie, come come sarebbe un mondo in cui i maschi si rifiutano di fare la guerra o non sentono il bisogno di essere eroi per sentirsi amati.

Ogni racconto è concepito per esplorare temi fondamentali: dalla capacità di riconoscere e accettare le proprie emozioni, all’importanza del consenso, passando per la difficoltà di confrontarsi con le aspettative familiari, fino alla gestione del rifiuto e il coraggio di riparare ciò che si è rotto. “Se un tempo si diceva ‘Auguri e figli maschi’, oggi forse si dovrebbe dire ‘Figli maschi? Auguri! Perché crescere un maschio non è mai stato difficile quanto lo è adesso”, afferma Cavallo, sottolineando l’urgenza di una nuova narrazione.

La scrittrice ha riscontrato un forte interesse internazionale per il suo lavoro: i diritti di pubblicazione di “Storie Spaziali per Maschi del Futuro” sono stati acquistati in lingue come spagnolo, tedesco, catalano, polacco, danese, portoghese e croato, confermando la sua rilevanza nel panorama editoriale contemporaneo. Tuttavia, la situazione in Italia è stata differente. “In Italia non ho trovato nessun editore che volesse investire nel progetto così com’era e allora lo pubblico con il mio marchio editoriale, Undercats, usando la piattaforma di self-publishing di Amazon”, racconta Cavallo, evidenziando la sua determinazione a far arrivare la sua visione al pubblico.

Per celebrare il lancio del libro, Francesca Cavallo ha organizzato una serie di eventi in tutta Italia. Tra i primi appuntamenti, il 4 ottobre a Milano, dove parteciperà Claudio Nader dell’Osservatorio Maschile, e il 6 ottobre a Brescia, al Festival Librixia, con Nicoletta Tonoli. A Venezia, il 7 ottobre, l’autrice sarà accompagnata da Francesca Zucchi, mentre a Roma, il 12 ottobre, parteciperà al XXI Congresso dell’Associazione Luca con Chiara Lalli. La tappa finale di questa prima serie di presentazioni si svolgerà a Bologna il 29 ottobre, con Vincenzo Branà.

Francesca Cavallo, originaria di Taranto e nata nel 1983, ha all’attivo 16 libri, tra cui il celebre “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli”, un fenomeno mondiale con oltre 8 milioni di copie vendute. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per il suo contributo innovativo alla letteratura per l’infanzia e ha una lunga carriera di autoproduzione di progetti attraverso campagne di crowdfunding. Cavallo è diventata una voce autorevole sulla rappresentazione, l’inclusione e la diversità, portando il suo messaggio in contesti di prestigio come il Museo dei Nobel di Stoccolma e la Commissione Europea.

“Storie Spaziali per Maschi del Futuro” non è solo una raccolta di fiabe, ma un invito a riflettere su come si possa crescere un maschio nel XXI secolo, abbracciando una narrazione più inclusiva e complessa. Per ulteriori informazioni, è possibile visitare i siti ufficiali maschidelfuturo.it e francescatherebel.com.

In questo modo, Francesca Cavallo non solo contribuisce al dibattito culturale attuale, ma crea anche uno spazio narrativo dove i giovani lettori possono esplorare e comprendere meglio le loro emozioni e identità in un mondo in continua evoluzione. La sua missione è chiara: costruire un futuro dove i maschi possano esprimersi liberamente, senza paura di essere giudicati o limitati da stereotipi obsoleti.