Archivi tag: cinema queer

The Black Ball – La bola negra: Glenn Close e Penélope Cruz nel film che riporta in vita l’eredità di García Lorca

Nel cinema europeo contemporaneo stanno tornando a farsi spazio storie che non hanno paura di affondare le mani nella memoria, nel dolore e nelle identità sommerse, e The Black Ball – La bola negra si muove esattamente su questa linea sottile e potentissima. Il nuovo progetto diretto da Javier Calvo e Javier Ambrossi, il duo creativo noto come Los Javis, si presenta già come uno di quei film destinati a lasciare un segno profondo, non solo per il suo impianto narrativo ambizioso ma anche per un cast che fa tremare i polsi. L’ingresso di Glenn Close accanto a Penélope Cruz trasforma infatti questo drama spagnolo in un evento cinematografico che parla la lingua dell’arte, della memoria queer e del tempo che si ripiega su sé stesso.

The Black Ball nasce da un’eredità letteraria incompiuta e tragica. Federico García Lorca, uno dei più grandi poeti e drammaturghi del Novecento, riuscì a scrivere solo quattro pagine del romanzo La bola negra prima di essere assassinato nel 1936. Quelle poche pagine, intrise di desiderio, esclusione e identità negata, diventano il punto di partenza di un racconto che attraversa tre epoche diverse, il 1932, il 1937 e il 2017, intrecciando le vite di tre uomini gay legati da fili invisibili di sessualità, perdita e memoria. Non si tratta di un semplice racconto corale, ma di una vera e propria stratificazione emotiva che dialoga con la Storia e con le ferite ancora aperte della società.

Los Javis, già acclamati per lavori come Veneno e La Mesías, dimostrano ancora una volta di saper maneggiare con estrema delicatezza temi complessi e profondamente umani. Il film trae ispirazione anche dall’opera teatrale La piedra oscura di Alberto Conejero, vincitrice del Premio Nazionale di Letteratura Drammatica, ampliando così il discorso sulla memoria storica e sull’eredità culturale queer spagnola. È interessante notare come i registi abbiano scelto di non confermare se García Lorca apparirà come personaggio nel film, lasciando volutamente sospesa questa suggestione, quasi a ribadire che la sua presenza aleggia ovunque, anche quando non viene mostrata.

Il cast di The Black Ball è uno di quelli che raccontano una visione precisa già solo leggendo i nomi. Accanto a Penélope Cruz, che continua il suo percorso di esplorazione di personaggi intensi e sfaccettati dopo titoli come Madres paralelas e Ferrari, arriva Glenn Close, otto volte candidata all’Oscar e capace come poche altre attrici di incarnare figure complesse, spesso scomode, sempre memorabili. La sua partecipazione dona al film una dimensione internazionale e simbolica, quasi un ponte tra il cinema d’autore europeo e quello hollywoodiano più sofisticato. Close arriva in questo progetto in un momento particolarmente interessante della sua carriera, dopo The Summer Book e mentre il pubblico la ritrova anche in Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery e nella serie All’s Fair di Ryan Murphy.

Attorno a loro si muove un ensemble ricchissimo che include Miguel Bernardeau, volto noto al pubblico delle serie grazie a Élite, Zorro e Querer, Lorenzo Zurzolo, già apprezzato in Prisma, e Lola Dueñas, reduce da una stagione di premi importanti per La Mesías. A sorprendere è anche la presenza del cantautore Guitarricadelafuente, qui al suo debutto cinematografico, scelta che conferma la volontà dei registi di mescolare linguaggi, sensibilità e provenienze artistiche diverse. Completano il cast nomi come Antonio de la Torre, Natalia de Molina, Albert Pla e molti altri, a testimonianza di una produzione corale che punta a raccontare una storia complessa attraverso molteplici sguardi.

La produzione di The Black Ball è altrettanto ambiziosa. Il film è una coproduzione che coinvolge Movistar Plus+, Suma Content Films, El Deseo e Le Pacte, con la partecipazione di Atresmedia, e questo mix produttivo riflette perfettamente la natura del progetto: profondamente spagnolo ma con un respiro europeo e internazionale. Le riprese sono iniziate nell’agosto 2025 e hanno toccato luoghi carichi di suggestione come il villaggio abbandonato di Castil de Carrias, Granada con i suoi angoli più iconici come l’Albaicín e il Carmen de los Mártires, e Comillas in Cantabria. Ogni location sembra scelta non solo per la sua bellezza, ma per il suo peso simbolico, come se i luoghi stessi fossero custodi di memorie pronte a riaffiorare.

Non è mancata una dimensione più intima e umana dietro le quinte. Durante la produzione è infatti emersa la notizia della separazione sentimentale tra Calvo e Ambrossi, una rottura che, secondo quanto riportato, non ha però intaccato la loro collaborazione artistica. Anche questo dettaglio sembra dialogare in modo quasi speculare con il film stesso, che parla di legami che si trasformano, di identità che resistono nonostante le fratture.

L’uscita nelle sale spagnole è fissata per il 2 ottobre 2026, con Elastica Films alla distribuzione nazionale e Goodfellas a occuparsi delle vendite internazionali. Una data che sembra già segnata sul calendario degli appassionati di cinema d’autore, queer cinema e narrazioni storiche non convenzionali.

The Black Ball – La bola negra non si limita a raccontare una storia, ma si propone come un atto di memoria, un dialogo tra passato e presente che parla di esclusione e desiderio, di ciò che è stato taciuto e di ciò che finalmente trova voce. È uno di quei film che non cercano il consenso facile, ma invitano lo spettatore a mettersi in ascolto, a farsi attraversare dalle emozioni e dalle domande che lascia dietro di sé. E ora la palla passa a noi: siete pronti a lasciarvi coinvolgere da questo viaggio nel tempo, nella storia e nelle identità sommerse? La discussione è aperta, e come sempre la parte più bella inizia quando le luci in sala si spengono e restano solo le immagini… e le emozioni.

Dolls: il corto sci-fi che riscrive il genere con uno sguardo trans e cyber-distopico

Immagina un mondo dove il mistero si mescola all’identità, dove la bellezza inquietante degli anni ’70 incontra l’estetica pulsante della fantascienza queer contemporanea. Dolls non è soltanto un cortometraggio di 18 minuti: è una scheggia di futuro che taglia dritto nel cuore della rappresentazione, dell’identità e della narrazione cinematografica. Preparatevi a dimenticare tutto ciò che sapete. Dimenticate le narrazioni stanche, i personaggi bidimensionali e le estetiche riciclate. Dolls è una scheggia di futuro che non ha paura di sporcarsi le mani con temi complessi e identità radicali. Immaginate di fondere la bellezza disturbante dei thriller anni ’70, con i loro colori saturi e le loro psicologie contorte, con la vibrante e urgente estetica queer contemporanea. Ecco, questo è il punto di partenza. Diretto da Geena Rocero, un nome che sta per diventare un’icona, e prodotto nientemeno che da Lilly Wachowski, una delle menti dietro la trilogia di Matrix, questo corto non è solo un esperimento visionario, ma una dichiarazione d’intenti audace e coraggiosa. È un’opera dichiaratamente trans, orgogliosamente queer e, soprattutto, spaventosamente ben scritta e diretta.

Al centro di questa storia di mistero e identità si trova Yan, un’investigatrice privata che si muove con la determinazione e il passo felpato dei grandi detective del cinema noir. La sua missione è chiara: trovare una ragazza scomparsa. Ma quello che scopre non è un indizio o un colpevole, bensì un mistero molto più complesso. La sua ricerca la conduce in un luogo che sembra uscito da un sogno, o forse un incubo: un workshop per donne transgender, gestito dalla carismatica e ambiguamente affascinante Gene. Ma non è un semplice gruppo di supporto; l’atmosfera è densa, quasi palpabile, i volti sorridenti delle partecipanti celano un segreto oscuro e l’intera struttura pulsa di un ritmo da sogno febbrile. Ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni scambio di sguardi sembra fuori posto, come in una realtà distorta, lucida ma allucinata, dove la verità si nasconde dietro una facciata di perfezione plastica.

Geena Rocero non ha nascosto le sue ispirazioni. La regista ha preso a piene mani dall’inquietante distopia de La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives), ma ha avuto il coraggio e la visione di filtrarla attraverso la lente dell’esperienza trans contemporanea. Il risultato è un’estetica da incubo patinato, dove il corpo, la mente e il desiderio non sono semplicemente protagonisti, ma sono sotto costante osservazione, manipolazione e trasformazione. E il titolo stesso, Dolls, non è casuale. Nella comunità, “doll” è un termine di affetto e di affermazione identitaria, un modo per le donne trans e transfemminili di riconoscersi e supportarsi. Ma in questo contesto, la parola si carica di un’inquietudine cyberpunk, quasi da romanzo di William Gibson, dove le bambole non sono solo giocattoli, ma entità programmate, addomesticate, riprodotte in serie, pronte per essere assimilate in una società che le vuole lisce e conformi.

A dare vita a questo sogno febbrile, a questa esplosione di colori e ombre, c’è un cast che è un’affermazione in sé. Completamente composto da donne transgender come Yên Sen, Arewà Basit, Macy Rodman, Vas Eli e la stessa Geena Rocero, la loro presenza sullo schermo è una rivoluzione. Non si tratta di una semplice scelta di casting o di rappresentanza simbolica, ma di un atto di agency, di un’affermazione di esistenza e di potere narrativo. È un’urgenza creativa che esplode in ogni fotogramma. Come ha dichiarato Lilly Wachowski, Dolls è un “sogno febbrile sull’assimilazione e sull’investigazione dell’identità trans”, ma è anche una riflessione tagliente sul controllo, la conformità e il desiderio di essere accettate in un mondo che sembra preferirci addomesticate, silenziose e prive di spigoli.

E a completare questo quadro di meraviglia e minaccia, c’è una colonna sonora che è una vera e propria esperienza sensoriale. Curata dalla vincitrice del Pulitzer Susie Ibarra, il soundscape del film è un tessuto sonoro fatto di battiti ipnotici, voci filtrate che sembrano provenire da un’altra dimensione e silenzi pesanti, che amplificano il senso di sospensione e minaccia costante. Non c’è solo bellezza estetica in Dolls, non c’è solo un’eleganza formale; c’è un’urgenza politica e una potenza emotiva che si mascherano da teatro plastificato.

Geena Rocero, da modella e attivista a regista, ha saputo catturare quel “rumore interiore” che la tormentava da anni, trasformandolo in un’opera d’arte che scuote, disturba e incanta. L’attesa è palpabile, il fermento online è altissimo. Il film ha già fatto il giro dei festival, creando un buzz incredibile, e non potrebbe essere altrimenti. Dolls è un’opera che parla a un’intera generazione di spettatori stanchi di vedersi raccontare sempre la stessa storia, sempre dallo stesso punto di vista. È un piccolo gioiello della fantascienza che merita già uno spazio d’onore nei nostri cuori nerd. Un nuovo culto è nato, e noi siamo qui per celebrarlo.

E tu, sei pronto a entrare nella casa delle Dolls? Sei pronto a farti disturbare e affascinare da un film che non ha paura di essere se stesso?

Twinless: Un’Incredibile Storia di Solitudine e Connessione nella Commedia Queer di James Sweeney

Se c’è un film che ha catturato l’attenzione e ha diviso il pubblico al recente Sundance Film Festival del 2025, quello è senza dubbio Twinless, scritto e diretto da James Sweeney. Il film, che è riuscito a strappare il Premio del Pubblico e il Premio per il Miglior Attore a Dylan O’Brien, si presenta come una commedia drammatica queer che esplora temi di solitudine, perdita e connessione emotiva, il tutto con un tocco di umorismo surreale e un’intensa carica emotiva. La trama, che ruota attorno a due giovani che si incontrano in un gruppo di supporto per persone che hanno perso un fratello o un gemello, si sviluppa in una storia improbabile di affinità emotiva e fisica, che sfida le convenzioni e le aspettative di chi si avvicina al film.

Al cuore della vicenda, Twinless racconta la storia di Roman e Rocky, due uomini che, uniti dalla tragica esperienza della perdita del loro gemello, si trovano a formare una relazione che va oltre il semplice supporto emotivo. Il gruppo di supporto per “gemelli senza gemello”, come viene descritto nel film, diventa il terreno fertile per una connessione che mescola l’intensità sessuale e una dinamica di codipendenza emotiva, in una sorta di inedita “bromance” che riesce a farsi strada tra il dolore, la vulnerabilità e la solitudine. Con una regia sofisticata e una sceneggiatura che gioca con il contrasto tra momenti comici e drammatici, James Sweeney riesce a dar vita a un’opera che si fa strada tra i temi universali del lutto, della ricerca di sé e della necessità di affetto, senza mai cadere nel patetico o nel cliché.

Il cast, guidato da un Dylan O’Brien che, per la prima volta, si cimenta in un ruolo a dir poco complesso, riesce a dare vita a personaggi profondamente vulnerabili e realistici. O’Brien, nel doppio ruolo di Roman e Rocky, offre una performance che lascia il segno, conquistando la critica per la sua capacità di navigare tra la leggerezza e la drammaticità con sorprendente naturalezza. Al suo fianco, James Sweeney, che non solo firma la regia, ma interpreta anche Dennis, aggiunge un ulteriore strato di intensità alla pellicola. La presenza di Aisling Franciosi, Lauren Graham e di un cast di supporto di notevole calibro arricchisce ulteriormente l’opera, conferendo a Twinless un equilibrio perfetto tra le dinamiche personali e le complicate relazioni interpersonali.

Tuttavia, il film non è riuscito ad allontanarsi da un incidente che ha gettato un’ombra sulla sua partecipazione al festival. Durante la presentazione online del film, alcune scene intime tra i protagonisti sono state diffuse illegalmente, suscitando non poche polemiche. Le clip rubate, in particolare quelle che mostravano scene di sesso tra i personaggi interpretati da O’Brien e Sweeney, sono state rapidamente condivise sui social media, generando un putiferio che ha portato il Sundance a ritirare il film dalla sua piattaforma streaming. Un duro colpo per il festival, che ha dovuto emettere un comunicato di scuse agli spettatori online, ribadendo l’importanza di proteggere l’integrità dell’opera. Nonostante l’incidente, Sweeney ha reagito con una sorprendente dose di filosofia, ammettendo che l’attenzione generata dalla pirateria, sebbene fastidiosa, ha comunque contribuito a far parlare del film in maniera profonda.

La reazione della critica è stata entusiastica. Diverse testate hanno sottolineato l’originalità del progetto e la sua capacità di trattare temi complessi con un equilibrio perfetto tra ironia e pathos. The New York Post, per esempio, ha scritto che il film inizia con aspettative relativamente basse e si conclude “con la bocca aperta”, grazie a un crescendo che porta lo spettatore a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con l’isolamento. The Playlist ha definito Twinless un film sulla solitudine, sul trovare qualcuno che riempia quel vuoto che spesso nessun altro può colmare, mentre ScreenRant ha enfatizzato come la pellicola sappia farsi strada attraverso il disagio, trovando in esso sia umorismo che sentimento. Nonostante l’incidente di pirateria che ha rischiato di offuscare la sua carriera, Twinless si è rivelato un trionfo di originalità e profondità emotiva, un film che merita di essere visto e discusso. Non solo per la sua esplorazione di temi universali, ma anche per la sua capacità di trattare con delicatezza e rispetto la condizione umana attraverso una lente queer, offrendo una prospettiva nuova e significativa sulla relazione tra fratelli, tra amanti e tra persone alla ricerca di un senso di appartenenza. La distribuzione del film è ancora in sospeso, ma il forte interesse generato dalla sua presentazione al Sundance lascia presagire che sarà uno dei titoli più attesi del 2025, capace di trovare la sua strada verso il grande pubblico e di diventare un riferimento per il cinema indipendente queer.