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Mario Adorf, addio a un gigante del cinema europeo tra Fantaghirò e Cinecittà

Ci sono volti che non appartengono soltanto al cinema, ma a una specie di memoria condivisa che si stratifica negli anni come scenografie lasciate a prendere polvere su un set gigantesco, e ogni tanto qualcuno riaccende le luci, soffia via il tempo e ti ritrovi esattamente lì, nello stesso punto emotivo in cui eri la prima volta che li hai incontrati; il nome di Mario Adorf per me è sempre stato uno di quei volti, uno di quelli che non devi nemmeno spiegare, basta evocarlo e tutto torna, il peso dello sguardo, quella presenza scenica che sembrava sempre sul punto di esplodere o di scomparire, senza mai scegliere davvero una delle due direzioni.

La notizia della sua scomparsa, l’8 aprile 2026, a Parigi, arriva con quella sensazione strana che si prova quando capisci che non stai salutando soltanto una persona, ma un’epoca intera che si sgretola un pezzo alla volta, senza fare rumore, e ti lascia con la consapevolezza che quel tipo di attori, di cinema, di mestiere… non li fabbricano più così.

La prima immagine che mi viene addosso, senza nemmeno chiedere il permesso, non è una delle sue interpretazioni più celebrate dal cinema internazionale, ma un ricordo molto più pop, quasi domestico, qualcosa che appartiene a quella televisione italiana degli anni Novanta che oggi sembra un’altra galassia: il re padre in Fantaghirò. E chi è cresciuto con quelle immagini sa esattamente cosa intendo, perché lì Adorf non era semplicemente un attore in costume, era un punto di equilibrio tra fiaba e realtà, tra autorità e fragilità, un sovrano che portava sulle spalle il peso di un mondo narrativo che sembrava più grande della televisione stessa.

Eppure fermarsi a Fantaghirò sarebbe quasi ingiusto, perché la sua traiettoria è una di quelle che attraversano il cinema europeo come una linea invisibile che collega mondi apparentemente lontani, passando dalla Germania all’Italia, dalla Francia agli Stati Uniti, senza mai perdere quell’identità ibrida che lo rendeva immediatamente riconoscibile, quasi come se ogni ruolo fosse una variazione sul tema di un’energia interiore difficile da incasellare.

Nato a Zurigo, con radici che affondano tra la Germania e la Calabria, la sua storia personale sembra già scritta come un film, con quella fuga iniziale della madre che decide di tenerlo contro ogni previsione, una scelta che cambia tutto e che in qualche mQodo si riflette in quella sua capacità di stare sempre un passo fuori dagli schemi, di non appartenere completamente a nessun sistema produttivo, ma di attraversarli tutti, lasciando tracce.

A guardare il suo percorso oggi viene quasi da sorridere pensando a quanto fosse imprevedibile, perché il cinema lo scopre davvero con ruoli duri, disturbanti, spesso borderline, come quel killer psicopatico diretto da Robert Siodmak, e da lì inizia a costruirsi un’immagine che lo incastra, almeno per un po’, dentro personaggi oscuri, ambigui, spesso violenti, come se il suo volto contenesse già tutte le contraddizioni del dopoguerra europeo.

Poi arriva l’Italia, e qui succede qualcosa che, da imagineer prima ancora che da narratore, trovo sempre affascinante: Cinecittà, con la sua capacità quasi alchemica di trasformare gli attori, di riscriverli, di dargli nuove identità, lo accoglie e lo rimodella, portandolo dentro un cinema che oscilla tra commedia e tragedia, tra popolare e autoriale, tra leggerezza e profondità.

Basta pensare all’incontro con Luigi Comencini o con Dino Risi, dove improvvisamente quell’attore associato a ruoli duri diventa anche qualcosa di diverso, quasi surreale, come in Operazione San Gennaro, dove accanto a Nino Manfredi costruisce un personaggio che vive di tempi comici strani, sbilenchi, perfettamenWte italiani eppure filtrati da una sensibilità europea.

E poi ci sono gli anni in cui il cinema italiano si sporca le mani, si fa più crudo, più urbano, più nervoso, e lì Adorf trova un altro spazio, un’altra dimensione ancora, diventando uno dei volti simbolo del poliziesco, con film come Milano calibro 9 o La mala ordina, dove la sua presenza non è mai accessoria, anche quando non è protagonista assoluto, ma contribuisce a definire quell’atmosfera sporca, febbrile, quasi tossica che ancora oggi molti provano a imitare senza riuscirci davvero.

E mentre il pubblico lo associa a questi ruoli, lui continua a spostarsi, a cambiare pelle, a infilarsi in progetti completamente diversi, lavorando con registi come Dario Argento in L’uccello dalle piume di cristallo o entrando in produzioni internazionali accanto a nomi giganteschi, muovendosi con quella naturalezza che solo chi non ha paura di perdersi può permettersi.

Forse è proprio questo il punto che oggi resta più difficile da afferrare, guardando indietro: la libertà. Non quella dichiarata nelle interviste, ma quella concreta, fatta di scelte anche scomode, come rifiutare film destinati a diventare monumenti del cinema, dal progetto di Francis Ford Coppola fino a lavori di Sam Peckinpah, perché non si riconosceva in quei personaggi, perché sentiva che non erano “suoi”.

Un attore che dice no a Il Padrino… oggi sembra quasi fantascienza.

E intanto la sua carriera continua a scorrere, attraversando il cinema d’autore europeo, passando per Werner Herzog e il caos produttivo di Fitzcarraldo, sfiorando opere che cambiano forma sotto i suoi occhi, come se il cinema stesso fosse qualcosa di instabile, in continua mutazione.

Poi la televisione, che per molti è un ripiego, mentre per lui diventa un’altra casa, un altro spazio narrativo da esplorare, dove può raggiungere un pubblico ancora più ampio, entrando nelle case con una familiarità diversa, quasi intima, come accade proprio con Fantaghirò o con le grandi produzioni europee.

Resta difficile sintetizzare una carriera così vasta senza cadere nella tentazione di trasformarla in un elenco, perché in realtà quello che rimane non è la quantità, ma la sensazione, quella strana impressione che ogni sua apparizione portasse con sé qualcosa di imprevedibile, una tensione sottile che teneva lo spettatore sempre un filo in allerta.

E forse è proprio questo che oggi manca di più, se devo dirla come la direi a qualcuno davanti a un caffè, parlando di cinema e di come è cambiato tutto: quella capacità di essere “non risolvibile”, di non essere mai completamente leggibile, di lasciare sempre una zona d’ombra.

Adorf aveva quella zona.

E non era una costruzione, non era un vezzo da attore, era qualcosa che gli apparteneva davvero, che si portava dietro da quella storia iniziale così irregolare, da quell’identità spezzata tra Paesi, lingue e culture diverse, che invece di diventare un limite si è trasformata nella sua forza più grande.

Oggi, mentre si chiude questo capitolo, mi viene spontaneo pensare a quanto il nostro immaginario sia fatto di figure come la sua, disseminate qua e là tra film, serie, ricordi televisivi, incontri casuali con personaggi che a un certo punto diventano parte della nostra vita senza che ce ne accorgiamo davvero.

E allora la domanda, più che una chiusura, resta sospesa.

Quanti di quei volti che abbiamo dato per scontati, che abbiamo visto mille volte senza fermarci davvero a guardarli, stanno in realtà reggendo interi pezzi del nostro modo di immaginare storie?

E soprattutto… siamo ancora capaci di riconoscerli, prima che le luci si spengano del tutto?

Visconti, 50° anniversario della scomparsa: in arrivo il volume “Tutto Visconti”

Cinquant’anni possono sembrare un’eternità, soprattutto in un’epoca in cui le immagini scorrono veloci come feed impazziti, eppure basta pronunciare il nome di Luchino Visconti per sentire qualcosa che si riattiva immediatamente, quasi fosse un richiamo antico, una memoria condivisa che attraversa generazioni di cinefili, appassionati, nerd della settima arte che hanno passato notti intere a discutere di inquadrature, costumi, movimenti di macchina e drammi esistenziali scolpiti nella pellicola.

Il 17 marzo 2026 non è solo una data commemorativa, è una soglia simbolica. Mezzo secolo dalla scomparsa di uno dei più grandi narratori visivi del Novecento diventa l’occasione perfetta per rimettere al centro una figura che, se la guardiamo bene, continua a dialogare con il presente molto più di tanti registi contemporanei. Visconti non è solo storia del cinema, è linguaggio vivo, è estetica che continua a influenzare, è storytelling totale che mescola teatro, opera e cinema in un’unica visione autoriale potentissima.

E proprio mentre la community cinefila si prepara a un anno intero di celebrazioni, retrospettive e discussioni infinite su quale sia davvero il suo capolavoro definitivo, arriva una di quelle uscite editoriali che fanno brillare gli occhi a chi ama perdersi nei dettagli: la casa editrice Gremese Editore rilancia la figura del maestro con un volume che già dal titolo promette tantissimo, Tutto Visconti, disponibile in contemporanea in Italia e Francia.

Non stiamo parlando del classico saggio accademico da scaffale polveroso, ma di un progetto internazionale che sembra costruito esattamente come piacciono a noi nerd del cinema: stratificato, enciclopedico, attraversabile. Curato da Jean A. Gili e Piero Spila, con una prefazione firmata da René de Ceccatty, questo libro mette insieme ben 39 autori tra studiosi, critici e storici, creando una sorta di universo condiviso viscontiano che si apre pagina dopo pagina.

E qui viene la parte davvero affascinante: la struttura del volume. Non segue un percorso lineare, non impone una lettura rigida, ma si comporta come un archivio vivo, un sistema quasi “open world” della memoria cinematografica. Dopo alcuni saggi introduttivi che preparano il terreno, si entra in un vero e proprio dizionario dalla A alla Z che permette di saltare tra film, collaborazioni, temi e suggestioni come se si stesse esplorando una wiki definitiva dedicata a Visconti.

Si passa dal realismo sporco e quasi scandaloso di Ossessione fino alla maestosità aristocratica de Il Gattopardo, attraversando un immaginario che non ha mai smesso di essere attuale. In mezzo, incontri artistici che sembrano usciti da un crossover impossibile e invece sono pura storia del cinema: Jean Renoir, Marlene Dietrich, Burt Lancaster. Ogni nome, ogni collaborazione, ogni scelta creativa diventa un nodo di una rete narrativa gigantesca.

Leggere di Visconti oggi significa anche confrontarsi con un modo di fare cinema che non aveva paura della lentezza, della complessità, dell’eccesso visivo. Significa tornare a un’idea di regia in cui ogni dettaglio, dal tessuto di un costume alla luce che attraversa una stanza, racconta qualcosa. Ed è forse proprio questo che rende questo anniversario così potente: la sensazione che il suo sguardo non sia mai davvero scomparso, ma si sia semplicemente trasformato, infiltrandosi in tutto ciò che oggi consideriamo “cinema d’autore”.

Il volume di Gremese sembra voler catturare esattamente questa eredità, non limitandosi a raccontare chi era Visconti, ma mostrando perché continua a essere necessario. Le immagini che accompagnano il testo non sono semplici inserti decorativi, ma veri e propri frammenti di memoria visiva che aiutano a ricostruire l’impatto estetico delle sue opere, rendendo la lettura quasi un’esperienza immersiva, qualcosa che dialoga perfettamente con il nostro modo contemporaneo di fruire contenuti, tra visione e approfondimento continuo.

Quello che emerge, pagina dopo pagina, è il ritratto di un autore che non può essere racchiuso in una definizione semplice. Regista, certo, ma anche scenografo emotivo, architetto di mondi, interprete delle contraddizioni sociali e culturali del suo tempo. Un autore che ha attraversato il neorealismo per poi superarlo, costruendo un linguaggio personale che ancora oggi appare incredibilmente moderno.

E allora viene spontaneo chiederselo, quasi come se fossimo in una discussione infinita tra amici dopo una maratona cinefila: quanto cinema contemporaneo deve davvero qualcosa a Visconti? Quanto di quella ricerca ossessiva della bellezza, della decadenza, del tempo che scorre tra le dita, arriva fino alle produzioni di oggi, anche quando non ce ne accorgiamo?

Tutto Visconti non è solo un libro, è un portale. Un modo per tornare a esplorare un immaginario che, se ami davvero il cinema, prima o poi ti chiama. E forse questo anniversario non riguarda solo il passato, ma anche il futuro di chi guarda, studia, crea e sogna immagini.

Adesso la palla passa a noi, community. Se doveste scegliere un solo film per spiegare a qualcuno perché Visconti è ancora fondamentale oggi… quale sarebbe?

Il Marchese del Grillo: dalla Roma papalina al cinema cult fino all’avatar AI su TikTok

La nascita di Onofrio del Grillo nel 1714 a Fabriano non segna soltanto l’arrivo al mondo di un nobile destinato a una carriera prestigiosa nella Roma papalina, ma l’inizio di una leggenda che avrebbe attraversato secoli, trasformandosi prima in mito popolare e poi in icona cinematografica. Quando oggi pronunciamo il nome del Marchese del Grillo, non stiamo parlando solo di un personaggio storico, ma di un archetipo, di una maschera potentissima della romanità più irriverente, capace di tenere insieme storia, satira sociale e cultura pop con una naturalezza disarmante.

Onofrio del Grillo cresce in una famiglia nobile dalle radici profonde, nobilitata ufficialmente nel 1672 da papa Clemente X. La sua è una stirpe che affonda le mani nel tessuto politico e sociale dell’Italia preunitaria, con legami solidi tra Genova, Firenze e soprattutto Fabriano, città che resta sempre una presenza costante nel suo percorso umano. Laureato in diritto ecclesiastico e civile all’Università di Urbino, Onofrio si muove presto verso Roma, attratto e allo stesso tempo ingabbiato dal fascino della corte pontificia. Qui diventa Cameriere segreto soprannumerario di cappa e spada, sediario pontificio, Guardia nobile e in seguito figura centrale dell’amministrazione urbana, fino a ricoprire ruoli delicatissimi come quello di capo della Camera Capitolina e responsabile dell’ordine pubblico durante le sedi vacanti del Papa.

Dietro questi incarichi, che raccontano una carriera tutt’altro che marginale, si nasconde però un personaggio che sembra uscito da una graphic novel ante litteram. Onofrio è eccentrico, sprezzante delle convenzioni, incline allo scherzo e alla burla come forma di affermazione sociale. Dilapida patrimoni, sfida le regole non scritte dell’aristocrazia e si costruisce una fama che corre più veloce dei fatti reali, alimentata dalla voce popolare che spesso fonde episodi veri con altri attribuiti, per tradizione, a diversi membri della famiglia Del Grillo. A Fabriano lascia un segno tangibile, occupandosi dell’ospedale degli Infermi e facendo costruire una villa sontuosa, celebre per la sua imponenza e per i passaggi segreti, quasi fosse un dungeon degno di un gioco di ruolo storico.

La morte, avvenuta nel 1787 proprio nella sua città natale, chiude la parabola terrena di Onofrio del Grillo, ma apre quella mitologica. La sua sepoltura nella cattedrale di Fabriano, davanti alla cappella del Santissimo Sacramento, suggella il ritorno alle origini di un uomo che aveva vissuto sospeso tra potere e dissacrazione. Eppure, il vero salto nell’immaginario collettivo arriva quasi due secoli dopo, quando il cinema decide di impossessarsi della sua leggenda.

Nel 1981 Mario Monicelli porta sullo schermo Il marchese del Grillo, affidando il ruolo del protagonista a Alberto Sordi, che ne fa una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera. Qui avviene la magia tipica del grande cinema italiano: il personaggio storico viene smontato e rimontato, trasformato in una maschera grottesca e potentissima. Il Marchese cinematografico vive nella Roma del 1809, sotto il pontificato di Pio VII, in piena occupazione napoleonica, nonostante il vero Onofrio fosse già morto da vent’anni. La precisione storica lascia spazio alla forza simbolica, e quello che conta non è il dato cronologico, ma il messaggio.

La frase diventata immortale, “Io so’ io e voi non siete un cazzo”, non nasce dal nulla, ma affonda le radici nella poesia di Giuseppe Gioachino Belli, in particolare nel sonetto Li soprani der Monno vecchio. È qui che il Marchese diventa qualcosa di più di un individuo: diventa la personificazione brutale del privilegio, la sintesi feroce di un potere che si auto-legittima. Monicelli e Sordi giocano con questo concetto, trasformando la comicità in uno strumento di critica sociale che ancora oggi risulta attualissima.

Il film costruisce un mondo popolato da figure memorabili, dal carbonaio Gasperino, sosia povero e sfortunato del Marchese, fino alla cantante lirica Olympia, simbolo di una modernità che seduce e illude. Tra scherzi, travestimenti, beffe e scambi di identità, la narrazione si muove come una commedia nerissima, dove il potere cambia bandiera ma non natura. Anche gli errori storici, gli anacronismi e le libertà narrative contribuiscono paradossalmente al fascino dell’opera, trasformandola in un racconto quasi mitologico, più interessato a raccontare verità universali che a rispettare la cronaca.

Il Marchese del Grillo, così come arriva a noi attraverso il cinema, non evolve davvero. Alla caduta di Napoleone, tutto torna come prima. Le gerarchie si ristabiliscono, i privilegi sopravvivono, e il personaggio riprende il suo posto, pronto a ricominciare da capo con nuove burle. È una conclusione amarissima, mascherata da risata, che rende il film un classico senza tempo.

Negli ultimi anni, questa figura ha conosciuto una nuova rinascita. Nel 2021, a quarant’anni dall’uscita del film, nasce a Fabriano l’Associazione Marchese Onofrio Del Grillo, con l’obiettivo di riscoprire il personaggio storico e valorizzarne il territorio d’origine. Ma il vero salto dimensionale arriva nel 2026, quando HF Immobiliare decide di riportare il Marchese “in scena” su TikTok attraverso un avatar AI iperrealistico. Qui la cultura geek incontra l’intelligenza artificiale e il worldbuilding digitale: il Marchese non vende immobili, racconta Roma. Vicoli, monumenti, leggende, folklore e tradizioni diventano episodi di una narrazione continua, che usa il linguaggio dei social per trasmettere memoria storica. Il legame reale con la famiglia Capranica del Grillo rafforza la coerenza simbolica dell’operazione, trasformando il Marchese in un archetipo di eleganza, competenza e rispetto per il patrimonio culturale.

Il risultato è qualcosa che va oltre la comunicazione tradizionale. È narrazione, è sperimentazione, è un esempio di come la cultura pop possa dialogare con la tecnologia senza perdere anima. E a questo punto la domanda nasce spontanea, rivolta a noi nerd, cinefili, storici improvvisati e viaggiatori digitali: che forma prenderanno le leggende del futuro? Se il Marchese del Grillo è riuscito a sopravvivere per oltre tre secoli, passando dalla cronaca alla poesia, dal cinema ai social, forse il vero segreto non è l’immortalità, ma la capacità di reinventarsi senza smettere di raccontare chi siamo. Ora tocca a voi: il Marchese, oggi, vi fa ancora ridere o vi inquieta più di prima? La discussione è aperta.

20 gennaio, il cinema italiano si racconta al mondo nel nome di Federico Fellini

Gennaio ha un suono particolare per chi ama il cinema italiano. Non è solo il freddo che scricchiola sotto i passi, né l’aria di bilanci e buoni propositi. È un richiamo più sottile, quasi una vibrazione nella memoria collettiva. Una data che torna ogni anno e che non chiede celebrazioni pompose, ma attenzione. Ascolto. Il 20 gennaio non è un numero sul calendario: è un compleanno che continua a fare rumore. Quel giorno nasceva Federico Fellini. E da qualche anno, proprio attorno a quella nascita, il cinema italiano si ritrova a guardarsi allo specchio e a chiedersi che volto mostrare al mondo. Non con nostalgia imbalsamata, ma con la consapevolezza di avere alle spalle un’eredità che pesa e allo stesso tempo spinge in avanti. La Giornata Mondiale del Cinema Italiano vive in questo spazio sospeso, tra memoria e desiderio, tra maestri che hanno scavato solchi profondi e autori nuovi che cercano il coraggio di seguirli senza imitarli.

Fellini, del resto, non è mai stato un autore “da anniversario”. È una presenza che si infila ovunque, anche quando non lo cerchi. In una scena che ti resta addosso per anni, in un modo di guardare l’Italia che mescola sogno e provincialismo, sacro e grottesco, spiaggia e circo. Pensarci il 20 gennaio significa ricordare che il cinema italiano, quando osa essere se stesso, diventa immediatamente universale. Non perché semplifica, ma perché accetta la propria complessità.

La nascita di questa giornata non arriva dal caso, ma da una scelta precisa. Un’idea condivisa, votata, resa concreta, con l’intenzione di portare il cinema italiano fuori dai confini nazionali nello stesso momento, come un’onda che parte da più punti e arriva ovunque. Ambasciate, istituti di cultura, sale e schermi sparsi nel mondo che, per un giorno, parlano la stessa lingua fatta di immagini, dialetti, silenzi, ossessioni. Un modo per dire che il cinema non è solo intrattenimento o industria, ma una forma di diplomazia emotiva, capace di raccontare chi siamo senza bisogno di slogan.

È affascinante che tutto questo sia nato guardando indietro, al centenario di Fellini, ma con gli occhi ben piantati sul presente. Perché celebrare il cinema italiano non significa soltanto proiettare i classici. Significa anche dare spazio a chi sta provando a raccontare l’Italia di oggi, con i suoi cambiamenti, le sue fratture, le sue nuove mitologie. Autori che magari non hanno ancora statue o retrospettive, ma che stanno costruendo adesso il lessico visivo del futuro.

Ogni volta che questa giornata ritorna, mi sorprendo a pensare a quanto il cinema italiano abbia sempre camminato su un filo sottile. Tra successo internazionale e crisi interne, tra genialità riconosciuta e complessi mai del tutto risolti. Forse è proprio questo equilibrio instabile a renderlo interessante. La capacità di cadere, rialzarsi, cambiare pelle. Di passare dal neorealismo ai sogni felliniani, dalle commedie amare alle sperimentazioni più recenti, senza mai smettere di interrogarsi.

La Giornata Mondiale del Cinema Italiano non pretende risposte definitive. Non dice “guardate quanto siamo stati bravi” né “ecco cosa dovremmo essere”. Piuttosto apre una finestra. Invita a rivedere, riscoprire, discutere. A riconoscere che il cinema italiano è una creatura viva, fatta di contraddizioni, di slanci improvvisi, di immagini che a volte arrivano dritte allo stomaco e altre volte ti restano in testa come un sogno strano dal quale non vuoi svegliarti.

E allora il 20 gennaio diventa una scusa perfetta. Per rimettere su un film che conosci a memoria e accorgerti che ti parla in modo diverso. Per scoprire un autore che non avevi mai considerato. Per chiederti, magari insieme ad altri appassionati, che cosa significhi oggi “cinema italiano” e dove potrebbe portarci domani. La risposta, probabilmente, non è una sola. Ed è giusto così. Perché se Fellini ci ha insegnato qualcosa, è che le storie più interessanti sono quelle che non finiscono davvero, ma continuano a rincorrerci, anche dopo che lo schermo si è spento.

Troppa famiglia: il film di Natale che smonta la famiglia italiana tra ironia, sogni e verità scomode

Il Natale, per il cinema italiano, è da sempre una stagione speciale. Un periodo in cui le storie familiari diventano specchi deformanti delle nostre vite, tra risate che sanno pizzicare e malinconie che arrivano dritte allo stomaco. In questo solco si inserisce Troppa famiglia, il film diretto da Pierluigi Di Lallo che dal 25 dicembre 2025 approda su Prime Video, pronto a trasformarsi in una visione natalizia decisamente meno zuccherosa del solito e molto più vicina alla realtà che abbiamo vissuto tutti.

Girato nel 2020, in piena pandemia, Troppa famiglia porta con sé un peso emotivo che va oltre la semplice commedia. È un’opera che nasce dentro uno dei momenti più strani, fragili e sospesi della nostra memoria collettiva, e che proprio per questo riesce a parlare con una voce sorprendentemente autentica. Non a caso, il film ha già fatto parlare di sé nei festival, passando dall’Italian Contemporary Film Festival di Toronto e conquistando al Fara Film Festival due riconoscimenti importanti, quello per il miglior regista e quello per la migliore colonna sonora. Premi che non arrivano per caso, ma che raccontano di un progetto solido, sentito e consapevole.

TROPPA FAMIGLIA - OFFICIAL TRAILER

Al centro della storia troviamo una famiglia allargata che sembra uscita da una di quelle chiacchierate infinite attorno a un tavolo imbandito, quando prima o poi qualcuno dice qualcosa che non doveva dire. Siamo nell’inverno del 2020, in un piccolo centro abruzzese, quando l’emergenza Covid-19 appare ancora lontana, circoscritta, quasi irreale. Alfredo e Felicetta Buongarzone, interpretati da un Antonello Fassari in grande forma e da Daniela Giordano, sono una coppia di vedovi risposati da oltre trent’anni. Lui ex commerciante, lei operatrice ecologica, condividono una quotidianità apparentemente serena, fatta di abitudini, piccoli sogni messi in pausa e una famiglia che ormai sembra camminare con le proprie gambe.

I figli maschi, Filippo e Giacomo, sono grandi e lontani. Giacomo ha costruito la sua vita accanto a Samantha, un’artista di burlesque che porta nel racconto una ventata di libertà e anticonformismo, mentre Filippo resta una presenza più defilata ma non meno significativa. In casa è rimasta solo Maria Concetta, la figlia nata dal secondo matrimonio, prossima a sposarsi con Marcello, un facoltoso olivicoltore locale che incarna un’idea di stabilità rassicurante e, allo stesso tempo, soffocante. Tutto sembra pronto per il classico passaggio di testimone: i genitori possono finalmente pensare a sé stessi.

Ed è qui che Troppa famiglia cambia marcia. Felicetta decide di sfruttare “Quota 100” per anticipare la pensione e, insieme ad Alfredo, coltiva in segreto un sogno che profuma di fuga e rinascita: trasferirsi in Portogallo, cambiare vita, riscoprirsi coppia al di là del ruolo genitoriale. La rivelazione arriva durante una riunione di famiglia carica di simbolismo, il 29 febbraio, giorno del compleanno di Alfredo e del nipotino Andrea. Una data già di per sé sospesa, rara, quasi magica. Da quel momento, però, il film abbandona qualsiasi illusione di quiete e lascia emergere tensioni, verità taciute, egoismi mai davvero affrontati.

Il tono scelto da Pierluigi Di Lallo è uno degli elementi più interessanti del film. L’ironia non è mai fine a sé stessa, il sarcasmo convive con momenti struggenti, e il cinismo non diventa mai disumanizzante. La famiglia raccontata in Troppa famiglia è un microcosmo imperfetto, riconoscibile, in cui è facile rivedere dinamiche che abbiamo vissuto o osservato. Il regista gioca con i colpi di scena non per stupire gratuitamente, ma per deviare continuamente la traiettoria emotiva dello spettatore, costringendolo a schierarsi, a empatizzare, a farsi domande.

Di Lallo ha dichiarato di aver voluto raccontare due “eroi” insoliti, Alfredo e Felicetta, genitori che osano sognare una vita oltre i figli, oltre gli obblighi, oltre le aspettative sociali. Ed è proprio questa la chiave nerd, quasi fantascientifica, del film: il desiderio di un altrove come dimensione alternativa, come portale verso una versione diversa di sé stessi. In un periodo storico in cui siamo stati tutti costretti a fermarci, Troppa famiglia parla del bisogno di movimento, di cambiamento, di ribellione gentile.

Il cast contribuisce in modo decisivo alla riuscita dell’opera. Accanto a Fassari e Giordano troviamo Ricky Memphis, Claudia Potenza, Alessandro Tiberi, Riccardo Graziosi e il giovanissimo esordiente Pietro Santercole, con la partecipazione di Rocío Muñoz Morales. Ognuno porta sullo schermo un personaggio sfaccettato, mai ridotto a macchietta, capace di incarnare una precisa posizione emotiva all’interno del conflitto familiare.

Anche il comparto tecnico merita attenzione. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Di Lallo insieme a Daniela Giordano e Riccardo Graziosi, mantiene un equilibrio delicato tra dialoghi serrati e momenti di silenzio carichi di significato. La fotografia di Rocco Marra restituisce un’Italia provinciale intima e riconoscibile, mentre il montaggio di Angelo D’Agata accompagna il racconto senza mai spezzarne il ritmo. La colonna sonora, curata da Umberto Smaila e Silvio Amato, non si limita a fare da sottofondo, ma diventa una vera e propria guida emotiva, tanto da meritare il premio ricevuto.

Prodotto da Alessandro Gatto, Giorgio Bruno, Mariella e Maurizio Tuccio, Troppa famiglia nasce dalla collaborazione tra Gatto Film, Explorer Entertainment e Variety Distribution, con Germano Del Conte per ICTA, e arriva su Prime Video distribuito da Showlab. Una filiera produttiva che dimostra come il cinema italiano sappia ancora raccontare storie intime con ambizione e respiro internazionale.

Alla fine, Troppa famiglia non è solo un film di Natale. È una riflessione amara e ironica su cosa significhi essere genitori, figli, coppia, individui. È una storia che parla di scelte rimandate, di sogni messi in pausa, di legami che stringono e soffocano allo stesso tempo. Ed è proprio questo che lo rende perfetto per una visione natalizia diversa dal solito, magari dopo l’ennesimo pranzo in famiglia, quando le risate iniziano a incrinarsi e qualcuno sente il bisogno di aprire una finestra.

Ora la parola passa a voi: siete pronti a guardarvi allo specchio di Troppa famiglia? O preferite continuare a far finta che, in fondo, la vostra non sia poi così… troppa?

Profondo Rosso: il cofanetto del cinquantenario che trasforma i Goblin in leggenda definitiva

Cinque decenni: non è solo un lasso di tempo misurabile con il calendario, ma una vera e propria porta dimensionale che si spalanca su un’epoca in cui il cinema, la musica e l’intera cultura pop si fondono in una danza ipnotica. Ci sono ricorrenze che vanno oltre la semplice nostalgia, e il cinquantenario di Profondo Rosso – il capolavoro seminale di Dario Argento – è indiscutibilmente una di queste. Non stiamo parlando di una comune celebrazione, ma di un evento totalizzante che ha scolpito il DNA del fantastico italiano e, soprattutto, di una colonna sonora, quella dei leggendari Goblin, che continua a risuonare, ossessiva e vitale, attraverso le generazioni di aficionados.

AMS Records e Cinevox hanno colto la natura quasi mistica di questo anniversario, trasformandolo in un rito collettivo attraverso la realizzazione di un’edizione limitata che si configura come un vero e proprio artefatto da museo del cult: il Profondo Rosso – 50th Anniversary Boxset. Prodotto in sole 450 copie numerate, questo cofanetto non è concepito per essere un mero supporto d’ascolto, ma un oggetto da possedere, studiare e tramandare, destinato a diventare una vera e propria reliquia all’interno del multiverso geek.

Un Grimorio Proibito: L’Esperienza Tattile e Visiva

Come ogni appassionato di lore sa bene, quando si racconta qualcosa di eccezionale, i dettagli tecnici non bastano: bisogna trasmettere lo spirito, l’anima stessa dell’opera. E il boxset, per come è stato immaginato, chiede di essere descritto come si farebbe con un grimorio della cultura nerd. La sensazione inizia dalla confezione: una copertina lenticolare esclusiva che, con un movimento quasi magico, rivela una delle sequenze più iconiche e disturbanti del cinema argentiano. Tenere tra le mani questo effetto grafico è come compiere un gesto proibito, quasi come sfogliare un tomo che non dovrebbe essere aperto troppo spesso, un’esperienza immersiva che lega il collezionismo alla missione stessa di trasformare ogni contenuto in una porta verso un altro universo.

Il vero cuore pulsante del cofanetto è, naturalmente, l’esperienza sonora. Il box ospita due vinili trasparenti rossi dedicati alla colonna sonora originale e un LP nero che raccoglie l’insieme di tutte le musiche effettivamente impiegate nella pellicola. La resa sonora cattura non solo l’impatto ritmico e ossessivo dei Goblin, ma ne esalta la straordinaria capacità di costruire la tensione narrativa attraverso progressioni ipnotiche e arrangiamenti che, nel lontano 1975, sfuggivano audacemente a ogni logica musicale precostituita. Quei suoni, impressionanti per l’epoca, proiettavano già l’horror italiano in un territorio in cui la sperimentazione diventava un vero e proprio linguaggio narrativo, un elemento di trama in sé.

L’Approfondimento che il Fan Desiderava

A dare la prospettiva critica che ogni appassionato di cinema di genere ha sempre desiderato è l’inclusione del volume Nel rosso più profondo di Fabio Capuzzo. In un’epoca in cui l’approfondimento culturale rappresenta una colonna portante della divulgazione per il pubblico attento, un contributo che analizza l’evoluzione e l’impatto di quest’opera con una profondità rara assume un valore inestimabile. Non ci si accontenta del prodotto finito; si cerca di rivivere la storia che lo ha generato, scoprire le influenze, gli aneddoti e i passaggi che hanno reso Profondo Rosso un film inevitabile.

La “Side Quest” Perfetta: Calibro 35

Ma la vera sorpresa, l’elemento che ribalta ogni aspettativa e incarna lo spirito della cultura geek più pura, è un mini album inatteso dei Calibro 35 intitolato Canzoncine per bambini. Si tratta di sei tracce inedite che giocano con un immaginario infantile distorto, esplicitamente ispirato a una delle sequenze più celebri e inquietanti del film.

Questo mini-album è un piccolo, prezioso gioiello concettuale che fonde magistralmente lo stile dei maestri del jazz-funk cinematografico con l’innocenza perturbante delle filastrocche malate. È un gesto creativo che non si limita a omaggiare Argento, ma ne espande attivamente l’universo narrativo, intercettando proprio quella “side quest” culturale che i nerd adorano: prendere un elemento apparentemente marginale – la celebre filastrocca – e trasformarlo in un nuovo, fondamentale tassello di lore.

Un Ponte tra Generazioni

In un panorama editoriale e discografico in cui la riscoperta dei classici si riduce spesso a ristampe standardizzate e frettolose, questa edizione si impone come un vero e proprio atto d’amore. L’intento non è una mera replica anacronistica, ma una ridefinizione dell’oggetto attraverso materiali, studi e scelte artistiche che lo rendono totalmente attuale, un tributo e, al tempo stesso, un nuovo punto di accesso per chi si avvicina all’opera per la prima volta. Come insegna il buon storytelling, un’edizione celebrativa efficace non deve limitarsi a guardare indietro, ma deve generare attesa, entusiasmo e l’incontenibile voglia di approfondire.

Per gli appassionati sfegatati di Argento, del progressive rock italiano, del collezionismo musicale e della storia del cinema di genere, questo box è un oggetto che supera ogni semplice definizione. È un ponte tra generazioni, un’opera che parla il linguaggio dell’immaginario condiviso, quello che tiene insieme la cultura pop come una rete viva e in costante evoluzione. Chiudendo il cofanetto, la sensazione che persiste è quella che accompagna le grandi esperienze della cultura nerd: la consapevolezza di essere custodi di qualcosa che continua a mutare, a ispirare e a terrorizzare. Il fascino immortale di Profondo Rosso è racchiuso qui: la sua musica non accompagna soltanto un film, ma scandisce cinquant’anni di immaginario condiviso, promettendo di farlo ancora per moltissimo tempo.

“Se domani non torno”: il film che porterà la storia di Giulia Cecchettin sul grande schermo

Esistono storie che superano il recinto della cronaca e diventano ferite collettive, simboli, specchi crudi della nostra società. La vicenda di Giulia Cecchettin è una di queste. Una storia che l’Italia intera ha vissuto con un misto di dolore, rabbia e impotenza, un racconto che ha incrinato il nostro immaginario e che ora, con tutta la delicatezza possibile, si prepara a diventare cinema.

Il progetto si intitola “Se domani non torno”, un titolo che già di per sé è un pugno nello stomaco, una di quelle frasi che restano sospese nell’aria come una domanda che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare. A firmare regia e sceneggiatura sarà Paola Randi, autrice visionaria e sensibile, già apprezzata per film come Tito e gli alieni, Beata te e Into Paradiso. Questa volta, però, Randi dovrà confrontarsi con una materia diversa: non l’immaginazione, non la fantascienza, ma la realtà più feroce.


Un film che nasce da un libro scritto nel dolore

Il film è ispirato a “Cara Giulia”, il libro che Gino Cecchettin – padre di Giulia – ha scritto insieme allo scrittore Marco Franzoso. Un testo che non ha nulla della spettacolarizzazione morbosa con cui spesso la cronaca nera viene raccontata. È, invece, una lunga lettera, un tentativo di mettere ordine nel dolore, di dare voce a una domanda che continua a risuonare: come si arriva a questo?

Le pagine di Cara Giulia non cercano colpevoli da crocifiggere – quelli la giustizia li conosce già – ma scavano nelle radici culturali del femminicidio, nella fragilità tossica di un modello di mascolinità che troppo spesso trasforma la fine di un amore in violenza. Il film raccoglierà questo spirito, cercando di non spettacolarizzare, ma raccontare. E raccontare, a volte, è l’unico modo per non lasciar cadere il silenzio.


Dal dolore alla responsabilità: perché questa storia va raccontata

La vicenda di Giulia non è un caso isolato. È il volto di un fenomeno che in Italia – e non solo – continua a colpire, a scavare, a toglierci future ingegnere, future artiste, future professioniste, future donne che avrebbero meritato di invecchiare. Giulia aveva 22 anni, studiava ingegneria biomedica, aveva una mente brillante e progetti che facevano immaginare un futuro luminoso.

L’11 novembre 2023, però, tutto si è spezzato. Un ex fidanzato che non accetta la fine della relazione. Un incontro che doveva essere l’ultimo chiarimento. Un epilogo che nessuno avrebbe mai dovuto leggere.

Raccontare tutto questo in un film è una scommessa delicatissima, ma anche necessaria. Perché il cinema, quando sceglie il suo lato più etico e umano, può diventare una lente d’ingrandimento sul presente. Può trasformarsi in un megafono per chi non ha più voce.


Il progetto cinematografico

Notorious Pictures, che produrrà il film, ha già annunciato che le riprese dovrebbero cominciare nel 2026. Non è ancora stato scelto il cast e, soprattutto, non si conosce il nome dell’attrice che interpreterà Giulia. Una scelta che richiederà sensibilità estrema e attenzione, perché qui non si tratta solo di interpretare un ruolo: si tratta di incarnare una memoria.

La regista Paola Randi porterà nel film il suo approccio autoriale, capace di mescolare sguardo umano, cura estetica e profondità narrativa. Accanto a lei, nella sceneggiatura, ci sarà Lisa Nur Sultan, una delle penne più solide e sensibili del panorama italiano.

“Se domani non torno” sarà il sesto lungometraggio della Randi. Un tassello importante in una carriera che ha sempre mostrato affetto per i personaggi fragili, disallineati, alla ricerca di un posto nel mondo. Una sensibilità preziosa per una storia come questa.


La memoria che si fa impegno: la Fondazione Giulia Cecchettin

Il film non nasce nel vuoto. Nasce dentro un percorso che la famiglia Cecchettin ha voluto affrontare trasformando il dolore in impegno. Nasce dentro la “Fondazione Giulia Cecchettin”, creata da Gino, Elena e Davide per combattere la violenza di genere, sostenere percorsi educativi e culturali, e mantenere viva la memoria di Giulia attraverso azioni concrete e collettive.

Questa fondazione è un faro, un invito a cambiare, un modo per ricordare che Giulia non può tornare, ma il mondo può – e deve – cambiare per tutte le altre.


Un film che non vuole intrattenere: vuole far pensare

Siamo abituati a considerare il cinema come evasione, come viaggio, come fuga. Ma ci sono film che non ci permettono di scappare, che ci costringono a guardare in faccia ciò che non vorremmo vedere. “Se domani non torno” sarà uno di questi.

Non sapremo se il pubblico uscirà dalla sala in silenzio, arrabbiato, scosso, in lacrime. Ma uscire indifferenti sarà impossibile. E forse è proprio questo il suo compito: creare consapevolezza, far discutere, rendere chiaro che non stiamo parlando di “fatti di cronaca”, ma di vite.


Oltre il grande schermo: cosa può diventare questo film

La speranza è che il film diventi qualcosa più di una semplice opera cinematografica. Che diventi materiale per le scuole, per i centri di formazione, per i dibattiti pubblici. Che diventi una storia da raccontare e da ascoltare, perché solo ciò che resta nella memoria può essere trasformato.

E, forse, questo progetto potrebbe essere anche un modo per costruire un ponte tra memoria e futuro, tra dolore e possibilità. Un modo per guardare negli occhi un’intera generazione e dire: noi non distogliamo lo sguardo.


Aspettando il 2026

Il film è ancora in lavorazione, il cast è da scegliere e le riprese devono iniziare. Ma la notizia del progetto ha già acceso una conversazione nazionale. Perché non riguarda solo il cinema. Riguarda tutti noi.

E mentre aspettiamo di vedere come Paola Randi tradurrà questa storia sullo schermo, possiamo solo sperare che “Se domani non torno” diventi un’opera che non ferisce, non specula e non semplifica, ma ascolta, rispetta, illumina.

La domanda ora la giro a te, lettore e compagno di viaggio nel multiverso nerdo-culturale di CorriereNerd:
come pensi debba essere raccontata una storia così difficile?
La community è pronta ad aprire il confronto.

Sarah Cosmi, l’eleganza ribelle di una musa tra cinema e rinascita

Roma, un bar del centro. La luce del pomeriggio si riflette nei bicchieri di vetro e nel sorriso enigmatico di Sarah Cosmi, che sorseggia un succo di frutta dello stesso colore dei suoi occhi: un verde intenso, ipnotico, quasi alieno. Di lei si dice tutto e il contrario di tutto: ex musa di Tinto Brass, cantante, attrice, giornalista, oggi autrice premiata e professionista della comunicazione. In realtà, Sarah è molto più di un’etichetta: è un universo narrativo che attraversa decenni di spettacolo italiano, con la grazia di chi ha imparato a danzare tra le luci di scena e le ombre dell’anima. Nata a Venezia ma cresciuta artisticamente tra l’Umbria e Roma, Sarah Cosmi inizia a studiare danza a soli quattro anni. È il movimento, dice, la prima lingua che impara a parlare. A quindici anni debutta nel musical Benvenuti a Broadway accanto a Raffaele Paganini, portando sul palco l’energia di una ragazzina che sa già di voler raccontare storie. Negli anni Novanta, mentre il mondo dello spettacolo italiano si trasforma e la televisione privata vive il suo periodo d’oro, Sarah trova una seconda casa davanti alle telecamere umbre, lavorando come giornalista sportiva e presentatrice per TeF e Umbria TV. La sua voce, calda e vellutata, la accompagna anche in un percorso musicale sorprendente: interpreta la sigla canora del Giro Festival della Canzone Italiana e incide in Svezia il brano Never Cry for Boys, che raggiunge il diciottesimo posto in classifica. È un successo che la porta a collaborare come corista in programmi di Rai Uno come Numero Uno, ma è al cinema che Sarah lascia un’impronta indelebile.

Nel 1995 arriva la chiamata di Tinto Brass, il regista che ha fatto dell’erotismo un linguaggio estetico e politico. Sarah interpreta un piccolo ruolo in Fermo posta Tinto Brass, ma è nel 2003, con Fallo!, che conquista la scena e viene notata anche all’estero: Stati Uniti, Spagna, Giappone, dove la sua immagine diventa simbolo di una sensualità colta, mai volgare. “Con Tinto ho imparato a non avere paura dello sguardo”, racconta. “Non del suo, ma del mio. Guardarsi davvero significa accettarsi, e questo non è mai facile, né davanti a una cinepresa né nella vita.” Sull’onda di quel successo, Sarah diventa protagonista del calendario 2004 della rivista Boss, firmato dal fotografo Roberto Rocchi e distribuito dalle Edizioni Cioè. Ma non si lascia mai intrappolare in un solo ruolo. Recita in spot televisivi – come quello dei Chocofriends Bahlsen, che le vale una nomination al Festival di Cannes – e si lancia anche nel teatro comico, entrando nel gruppo I Picari. Con la commedia Vengo anch’io debutta al Teatro dei Satiri e porta la sua ironia su palchi di tutta Italia. Il passaggio al piccolo schermo arriva nel 2005: Sarah compare nella soap Vivere e nella trasmissione cult Cronache marziane su Italia 1. È un periodo intenso, ma anche un crocevia. “Sentivo che la mia vita stava cambiando,” confida. “Avevo bisogno di cercare un senso più profondo, di capire cosa ci fosse dietro la scena.” È così che nasce la sua seconda vita. Sarah comincia a studiare la Bibbia, un percorso interiore che la porta ad allontanarsi progressivamente dal mondo dello spettacolo. Nel 2005 lascia le luci dei riflettori per dedicarsi alla comunicazione in modo diverso: diventa direttrice creativa di un’agenzia pubblicitaria, e nel 2012 completa un master in Programmazione Neuro Linguistica. Oggi è una professionista che unisce empatia e strategia, mente e cuore, spiritualità e creatività.

La incontro poco dopo che ha ritirato un premio per il suo libro a Palazzo Valentini, nel cuore di Roma. È raggiante, elegante, eppure autentica. Ha lo stesso sguardo magnetico di un tempo, ma nei suoi occhi si legge qualcosa di più profondo: la consapevolezza di chi ha attraversato molte vite e non ha smesso di imparare da nessuna.

Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo dello spettacolo?

 Sono stati precoci. Quella che io chiamo la mia prima vita è iniziata da piccolissima con la danza. Ho presentato spettacoli musicali anche all’età di 13 anni, per esempio  il cantante Mal disse ai miei genitori che ero una giovane talento. Poi ho lavorato in piccole televisioni private… sono andata anche in Svezia da sola a 18 anni  perché avevo fatto un disco con 4 canzoni (che lei sottolinea bruttissime )  spedite tramite un amico in Svezia ad un produttore discografico.  A sorpresa  mi chiamarono per sostituire una cantante, simile a me, che era rimasta incinta.   Il disco Never cry for boys edito in Svezia raggiunse il 18º posto in classifica, Poi ci furono problemi contrattuali perché firmai  un contratto capestro. Delusa da quella esperienza tornai in Italia dove ho cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo non come attrice, ma come cantante, ballerina,  show-girl.

Invece il primo provino con Brass ? So che hai lavorato in due film con lui . Un ruolo secondario in “Fermo Posta” e un ruolo primario nel film ad episodi  “Fallo”.

Avevo letto sul giornale che cercava ragazze per un nuovo film. Andai a fare il provino a Cinecittà senza essere stata convocata e senza agente . Infatti non mi volevano fare entrare.  Per fortuna mi aiutò ad entrare il comico Enrico Brignano incontrato per caso…e che non conoscevo.  Inaspettatamente sono riuscita ad entrare e  a superare il provino.

Che ricordo hai di Tinto Brass ?

Tinto è la persona più corretta che io ho conosciuto nel mondo dello spettacolo. Ho un ricordo meraviglioso. Una persona chiara e onesta…diverso dalle sue esternazioni in pubblico. (Ricordo sue frasi celebri: “È sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri.” “Godere, se dipendesse da me, sarebbe un dovere per tutti.”)  … Nei suoi set c’era una grande professionalità e fu molto soddisfatto di me  tanto da chiamarmi anche per fare una parte in “Monella” . Ma non potei accettare perché stavo il dolce attesa. Allora  mi richiamò per un film successivo: “Fallo” dove ero la protagonista femminile dell’episodio. “Alibi”.  Mi disse che avevo un talento sexy comico…e infatti poco dopo mi propose uno spettacolo teatrale che avrebbe realizzato solo se lo interpretavo io.  Purtroppo rifiutai il progetto perché avevo già deciso di non lavorare più nel mondo dello spettacolo.  Io penso che avevo del talento…ma forse io non ero abbastanza preparata per reggere il mondo dello spettacolo. Infatti stracciai ben tre contratti: Vivere per Canale 5,  Cronache Marziane per Italia Uno…e rifiutai anche a continuare una tournée  teatrale con la compagnia I Picari. 

Non è stato un gruppo teatrale romano, comico ? Li conosco.

Si. Nel 2004 avevo fatto parte del loro gruppo teatrale e debuttai con successo come protagonista femminile al Teatro dei Satiri  con la commedia Vengo anch’io, che successivamente venne portata in tournée in tutta Italia. Lavorai un anno con loro.

Quindi ti piaceva il fatto di avere un pubblico dal vivo in sala? Ti trovavi a tuo agio anche a teatro ?

Si si, certo, mi piaceva molto, mi divertivo di più a teatro che nel cinema, infatti ho nostalgia di quel periodo. Anzi tra i miei progetti futuri ci sarebbe quello di tornare a lavorare ad uno spettacolo teatrale tutto mio. Vedremo.

Oltre i Picari so che te hai lavorato con un regista che conosco. Vincenzo Badolisani. Un vero cinefilo che ha vissuto a New York.

Ho fatto una parte in un solo film suo “Tornare indietro” Però la scena più bella che abbiamo fatto è stata tagliata.  Eccetto questo mi sono trovata bene anche con lui.

Riguardo il tuo cammino con il cinema erotico? L’hai interrotto volutamente.

Si certo. Non credo fosse il mio cammino. Avrò un carica erotica…ma quella rappresentata nei film era l’aspetto più superficiale. Mi sento molto più a mio agio in questo mio nuovo percorso, che considero come una seconda vita . Prima ero un’attrice e ora mi sento una formatrice. Penso di avere un forte capacità comunicativa che cerco di utilizzare per migliorare gli altri….sono diventata una coach.

Può dire meglio ?

Sono anche diventata una ipnotista … Ho creato un mio metodo che integra 12 discipline…tra cui la più importante è la PNL  La programmazione neuro linguistica. Programmare la mente attraverso il linguaggio. Ho studiato con Richard Bandler , che certifica quelli che studiano la sua disciplina. (Richard Wayne Bandler è uno psicologo, saggista, linguista, counselor e life coach statunitense. È stato il cofondatore negli anni settanta – insieme a John Grinder – della Programmazione neuro linguistica.)

Come sei arrivata a questo cambiamento?

È stato un segno del destino, anche se io lavoravo già nella comunicazione. Dopo aver abbandonato la carriera nello spettacolo ho aperto una agenzia di comunicazione che si occupava di pubblicità. Insegnavo neuro-marketing. Avevo però una aspirazione più alta, mi piaceva l’idea di poter aiutare gli altri, di insegnare uno stile di vita. All’improvviso, come per miracolo, si è aperto il computer su dei corsi di comunicazione PNL . Mi sono interessata…tanto da iscrivermi ad un corso dimostrativo gratuito. Lì mi sono innamorata di questa disciplina, così ho cominciato a studiare e ad approfondire la materia per insegnarla io stessa.

Sarah so che ha pubblicato di recente un libro: “La responsabilità della bellezza.” Nel libro parli di queste tue esperienze da coach ?

In realtà no. Ho aspettato a pubblicare un libro per trovare l’argomento giusto. Poi l’ho trovato… ed è stato “la bellezza”… Il libro ha vinto 4 premi internazionali Per esempio come eccellenza italiana all’istituto di cultura italiana a  Bruxelles. Oggi, (sabato 25 ottobre) prima di venire qui per questa tua intervista ho ritirato il premio: “Istinti Artistici” a palazzo Valentini a Roma. Il tema del libro è la responsabilità della bellezza, vista a 360 gradi  Tutte le persone dovrebbero prendersi cura di portare e di coltivare la bellezza. Insomma tutti  dovremmo diffondere e avere la responsabilità della propria bellezza…solo in questo modo potremmo salvare il mondo… come scriveva nel suo libro il grande romanziere russo Fëdor Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”

Quindi è un libro che parla di estetica e di filosofia ?

Si certo…infatti lo considero un saggio filosofico. La bellezza  deve essere una luce interiore capace di guidarci e aiutarci ad orientarci nel mondo. (In “La Responsabilità della Bellezza”, Sarah Cosmi ci accompagna in un viaggio straordinario, dove ogni capitolo svela nuovi aspetti di questa potenza invisibile ma onnipresente.  Attraverso riflessioni, dialoghi interiori e “Appunti di Viaggio”, l’autrice ci invita a scoprire come la bellezza possa risvegliare la nostra parte divina, guarire le ferite dell’anima e trasformare la nostra visione del mondo.)

Sarah ora mi saluta per ritornare a Perugia in auto con suo  marito. La sua visita a Roma è finita. Ha impegni con la sua nuova accademia di NEOCoaching:  Dove insegna  un metodo con un protocollo all’avanguardia

“La sua peculiarità è quella di formare professionisti capaci e in linea con la Nuova Era, che abbiano l’ambizione di contribuire alla costruzione di un mondo migliore, fatto di persone in equilibrio con se stesse, consapevoli e ricche di conoscenza, che diano valore alla diversità come risorsa fondamentale a garantire l’unicità di ciascun individuo.”

Una famiglia sottosopra: quando la magia di Gardaland ribalta la realtà

Il 6 novembre arriva al cinema Una famiglia sottosopra, la nuova commedia di Alessandro Genovesi prodotta da Eagle Pictures, con protagonisti Luca Argentero e Valentina Lodovini. Il regista di successi come 10 giorni senza mamma e La peggior settimana della mia vita torna con un film che mescola ironia e sentimento, ambientando la sua storia in un luogo inaspettato ma perfetto: il Gardaland Resort, trasformato per l’occasione in un palcoscenico dove la magia del divertimento incontra quella del cinema.

Alessandro Moretti (Argentero) è un uomo in crisi. Ex lavoratore da troppo tempo disoccupato, marito in difficoltà e padre di tre figli tutt’altro che facili, vive quella stanchezza emotiva che spesso precede il punto di non ritorno. La moglie Margherita (Lodovini) si allontana sempre di più, i ragazzi lo trattano come un intruso in casa loro, e perfino la suocera non risparmia giudizi. È un equilibrio familiare traballante, di quelli che tutti abbiamo visto — o vissuto — almeno una volta. Ma una notte a Gardaland cambierà tutto. Durante una giornata di festa per il compleanno della piccola Anna, la famiglia Moretti decide di fermarsi a dormire nell’hotel del parco. Quando l’alba arriva, però, il risveglio è letteralmente… sottosopra. Ogni membro della famiglia si trova intrappolato nel corpo di un altro: il padre nel corpo del figlio, la madre in quello della suocera, i bambini nei panni dei genitori. Un disastro esilarante e al tempo stesso tenerissimo, che trasforma la quotidianità in un vortice di situazioni comiche, imbarazzanti e paradossali.

Genovesi usa il meccanismo narrativo del “body swap” — il classico scambio di corpi tanto caro alle commedie americane — per raccontare con leggerezza un tema profondamente umano: la difficoltà di comprendersi davvero all’interno di una famiglia. Vedere il mondo dagli occhi dell’altro diventa qui non solo un espediente comico, ma un’esperienza catartica che ribalta le prospettive e insegna, in fondo, a ritrovare l’empatia perduta.

Gardaland, in questo film, non è una semplice location, ma un vero personaggio. Le attrazioni iconiche come il Mammut, il Colorado Boat o l’Albero di Prezzemolo diventano il teatro di corse sfrenate e momenti di riflessione, un universo parallelo dove la fantasia e la realtà si confondono fino a fondersi. La Head of Marketing del parco, Luisa Forestali, ha sottolineato come “Gardaland Resort abbia contribuito in modo concreto alla realizzazione del progetto, dimostrando la propria capacità di dialogare con il mondo del cinema e dell’intrattenimento contemporaneo”.

La collaborazione tra Gardaland e la produzione del film non è casuale. Il parco ha infatti una lunga tradizione di sinergie con il mondo dello spettacolo: dai programmi televisivi cult come Bim Bum Bam alle pellicole di Leonardo Pieraccioni (Ti amo in tutte le lingue del mondo), fino ai videoclip musicali e ai cortometraggi con i PanPers. Con Una famiglia sottosopra, Gardaland consolida il suo ruolo di set cinematografico d’eccellenza, capace di trasformare la magia dei suoi scenari in un racconto visivo irresistibile.

Accanto ad Argentero e Lodovini, il cast riunisce nomi come Licia Maglietta, Chiara Pasquali, Carlo Alberto Matterazzo e Martina Bernocchi, ognuno impegnato in un ruolo “scambiato” che mette alla prova tanto il loro talento quanto la loro autoironia. Tutti si muovono in un racconto che unisce risate e malinconia, trasformando l’assurdo in occasione di crescita personale.

Il film è una commedia per tutta la famiglia, ma anche una piccola parabola moderna sull’importanza di fermarsi, ascoltare e rimettere ordine nei propri affetti. La magia che ribalta la realtà diventa così metafora del cambiamento possibile — di quella necessità, tutta umana, di guardarsi allo specchio e riconoscersi, anche quando si è costretti a farlo con un volto diverso.

Con Una famiglia sottosopra, Alessandro Genovesi firma un nuovo capitolo del cinema italiano leggero ma intelligente, capace di intrattenere e far riflettere senza mai perdere il sorriso. E, nel frattempo, Gardaland conquista un altro piccolo primato: essere il luogo dove il sogno di ritrovare se stessi, anche solo per una notte, diventa (letteralmente) realtà.

“Porcile” di Pasolini: il ritorno della musica che graffia l’anima

A cinquant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, CAM Sugar riporta alla luce una gemma nascosta del suo cinema: la colonna sonora di Porcile (1969), firmata dal compositore, direttore d’orchestra e pianista Benedetto Ghiglia. Un’uscita che non è solo un atto di memoria, ma un vero e proprio viaggio nel cuore della poetica pasoliniana, dove la musica non accompagna le immagini, ma le scava, le ferisce, le trasforma. Oggi quella partitura, restaurata e finalmente disponibile sulle principali piattaforme digitali, risuona come una dichiarazione d’intenti: ricordare Pasolini significa riscoprire il suono della sua ribellione.

Porcile è uno dei film più controversi del regista friulano, una parabola feroce sul potere, l’alienazione e la disumanità borghese, costruita su due storie parallele: una ambientata nel dopoguerra tedesco, l’altra in un medioevo mitico dove un uomo si abbandona a una fame primordiale e cannibale. Ghiglia, con le sue dodici composizioni, entra in questa doppia dimensione come un controcanto inquieto, un coro di suoni che si fa carne, sangue e spirito. Le sue note non cercano di addolcire, ma di amplificare la crudeltà delle immagini, lacerando l’ascoltatore come le parole del poeta-regista laceravano la società del tempo.

Ascoltando i brani di questa soundtrack – da Marcia scellerata a L’antropofago, da Julian e Ida fino a Percorso malinconico – ci si accorge di quanto Ghiglia fosse, in realtà, un narratore parallelo. La sua musica non descrive: interpreta, deforma, mette a nudo. Le dissonanze orchestrali evocano il caos di un’epoca in crisi, i ritmi ossessivi diventano metafora della prigionia morale, e nei momenti di apparente quiete si intravede quella malinconia pasoliniana che mescola pietà e condanna. È un dialogo tra cinema e suono che oggi ritrova la sua forza originaria, restituendo a Porcile la densità sensoriale che solo l’audio analogico dell’epoca poteva contenere.

La pubblicazione di CAM Sugar non è solo una ristampa, ma un gesto di archeologia culturale. L’etichetta – erede di uno dei più vasti cataloghi di colonne sonore del cinema italiano – ha dedicato un lavoro di restauro accurato a questo progetto, curando ogni dettaglio sonoro per riportare in vita la dimensione più autentica della partitura. Un’operazione che si inserisce nel percorso di riscoperta delle musiche pasoliniane iniziato con Mamma Roma e La ricotta (episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G.), restituendo finalmente unità a un universo estetico dove le immagini, la parola e la musica erano parte di un’unica visione politica e poetica.

In Porcile, la musica di Ghiglia non è mero accompagnamento, ma carne viva del film: urla quando le parole tacciono, sospira quando l’immagine si fa muta. Risuona come un’invocazione o una bestemmia, in perfetta sintonia con l’estetica pasoliniana, che cercava nella contraddizione la forma più alta della verità. E a cinquant’anni di distanza, quella verità suona ancora attuale, disturbante, necessaria.

CAM Sugar – custode di oltre 2.500 titoli originali che hanno fatto la storia del cinema, da La dolce vita a Il Gattopardo, da Amarcord a Il postino – conferma con questa release la sua missione di “museo vivente” della musica da film. Le sue pubblicazioni digitali e su vinile non si limitano a conservare, ma traducono in linguaggio contemporaneo il suono di un’epoca irripetibile, coinvolgendo nuove generazioni di ascoltatori, registi e musicisti. Non è un caso che le partiture del catalogo CAM continuino a ispirare artisti come Quentin Tarantino, Wes Anderson o James Blake: la musica del nostro cinema continua a parlare, anche quando il mondo cambia lingua.

Oggi, ritrovare Porcile significa rientrare nel laboratorio visionario di Pasolini, dove ogni suono è un atto politico, ogni nota una lama di pensiero. Ghiglia ne interpreta la rabbia e la pietà, l’ironia e il disgusto, la tensione tra umano e bestiale. È la colonna sonora di un’Italia che non voleva guardarsi allo specchio, ma che Pasolini costrinse a farlo. E il fatto che oggi quella musica torni a vivere in digitale – limpida, restaurata, pulsante – è un modo per dire che il suo cinema non è finito: si è solo spostato di frequenza.

Quando Lucca diventa Cinema: la magia di un sogno nerd chiamato I Love Lucca Comics & Games

C’è un momento, durante ogni Lucca Comics & Games, in cui il tempo sembra fermarsi. Le strade medievali diventano corridoi di fantasia, i palazzi si trasformano in pagine di fumetto, e la realtà si dissolve sotto una pioggia di mantelli, armature e sorrisi. È in quell’istante sospeso tra arte e magia che nasce I Love Lucca Comics & Games, il primo film-documentario dedicato alla manifestazione più iconica della cultura pop italiana. Un’opera che, per la prima volta, racconta dall’interno la comunità, le emozioni e le storie che rendono unico questo evento.

L’anteprima assoluta si è tenuta in un palcoscenico d’eccezione: la Festa del Cinema di Roma 2025, all’interno della sezione FreeStyle Arts. Sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica, e poi nella suggestiva cornice del MAXXI, hanno sfilato protagonisti di mondi apparentemente lontani ma uniti da una stessa passione: il regista e sceneggiatore Manlio Castagna, il produttore e direttore editoriale di I Wonder Pictures Andrea Romeo, il direttore di Lucca Comics & Games Emanuele Vietina, e l’executive producer Giulia Moretti.

Accanto a loro, una costellazione di ospiti che rappresentano l’anima multiforme di Lucca: la scrittrice Licia Troisi, il country manager di Asmodee Italia Massimo Bianchini, il rapper e produttore Frankie hi-nrg mc, il fumettista Roberto Recchioni, il direttore della fotografia Luca Ciuti, la montatrice Ilaria Cimmino e il compositore Fabio Antonelli. A completare il quadro, oltre quaranta cosplayer tra cui icone internazionali come Leon Chiro, Elizabeth Rage, Nynphahri, Himorta, Gaia Giselle e Nives Sela, che hanno portato sul tappeto rosso tutta la potenza visiva e la creatività della community lucchese.

La festa non si è fermata a Roma: I Love Lucca Comics & Games arriverà nei cinema italiani il 10, 11 e 12 novembre 2025, distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection. Tre giorni per vivere o rivivere un’esperienza che, per molti, non è solo un festival, ma un vero rito collettivo di appartenenza.


Un film che racconta un mondo, non un evento

Prodotto da All At Once (partner produttivo di I Wonder Pictures) in collaborazione con Lucca Crea, I Love Lucca Comics & Games è molto più di un documentario: è una dichiarazione d’amore per un’idea di cultura che unisce generazioni, linguaggi e immaginari.

L’idea nasce da Andrea Romeo e Manlio Castagna, che firma anche la regia e la sceneggiatura con Giulia Giapponesi e Alessandro Diele, sotto la supervisione editoriale di Anita Rivaroli. Il risultato è un mosaico di voci e visioni che restituisce l’essenza di Lucca: un luogo fisico e insieme mentale, una dimensione dove il gioco diventa arte e la creatività assume forma collettiva.

Come recita la sinossi ufficiale: “Lucca Comics & Games non è solo una manifestazione: è un’esperienza trasformativa, un punto d’incontro capace di generare felicità, di far esplodere la creatività e di unire migliaia di persone sotto il segno della gentilezza e della passione.”


La regia di Manlio Castagna: tra cinema e comunità

Chi conosce Manlio Castagna sa che la sua sensibilità autoriale non si limita alla messa in scena: è un narratore empatico, capace di trasformare le persone in protagonisti di un racconto corale. Già autore de La notte dei Biplani e collaboratore di lunga data di Giffoni, Castagna porta nel film la stessa energia di chi crede che il cinema possa essere un atto d’amore verso il pubblico.

“Non volevo raccontare i padiglioni, ma le persone,” ha spiegato Castagna. “Volevo mostrare chi vive Lucca come una seconda casa: visitatori, artisti, famiglie, autori. Tutti accomunati da un senso di appartenenza che trascende la passione per il fumetto o per il gioco.”

A dargli manforte, la visione produttiva di Andrea Romeo, che sintetizza così l’intento del progetto: “Lucca Comics & Games è un ecosistema culturale in continua evoluzione. Con questo film abbiamo voluto restituire l’emozione pura che attraversa le sue strade e le sue persone.”


Tra Gabriele Mainetti, R.L. Stine e Yoshitaka Amano: la voce del fandom globale

Il documentario raccoglie le testimonianze di giganti della cultura pop internazionale: Gabriele Mainetti, R.L. Stine, Licia Troisi, Pera Toons, Sio, Fumettibrutti, Yoshitaka Amano e molti altri. Le loro parole si intrecciano con quelle dei fan, dei volontari, dei cosplayer e dei creativi che ogni anno fanno di Lucca un laboratorio di meraviglia collettiva.

E come ogni storia degna di questo nome, anche I Love Lucca Comics & Games ha una colonna sonora che diventa manifesto: “Lucca Around”, brano inedito scritto da Frankie hi-nrg mc e interpretato da Lillo Petrolo, è un inno ironico e luminoso dedicato alla gioia condivisa, a quel “caos ordinato” che ogni ottobre trasforma la Toscana nel cuore pulsante della cultura nerd mondiale.


Sessant’anni di sogni in movimento

Nel 2026 Lucca Comics & Games festeggerà sessant’anni di vita. Sessant’anni in cui è passato dall’essere una piccola fiera del fumetto a un fenomeno internazionale capace di catalizzare più di 300.000 visitatori, 900 ospiti e 600 espositori.

Per Emanuele Vietina, attuale direttore del festival, il film arriva in un momento simbolico: “Essere raccontati da un’opera cinematografica che pone al centro la nostra community è un’emozione travolgente. È il modo migliore per celebrare un viaggio iniziato nel 1966 e mai interrotto.”

Dalle intuizioni di Rinaldo Traini e Renato Genovese, pionieri del fumetto e della divulgazione, fino all’attuale apertura verso l’intelligenza artificiale, il gaming e la crossmedialità, Lucca ha saputo evolversi senza perdere la sua identità: un luogo dove ogni linguaggio trova casa e ogni appassionato trova il proprio clan.


Quando la cultura pop diventa patrimonio

Lucca Comics & Games è un organismo vivente, fatto di voci, di emozioni, di fandom intrecciati. È il posto dove un disegnatore giapponese può discutere con uno sceneggiatore italiano, dove un cosplayer può ispirare un artista, dove un gioco da tavolo può insegnare più di un manuale universitario.

Con I Love Lucca Comics & Games, questa energia contagiosa si trasferisce sul grande schermo, rendendo visibile l’invisibile: l’anima di una comunità che da quasi sessant’anni costruisce ponti tra generazioni e immaginari.


Un invito alla community

Dal 10 al 12 novembre, il grande schermo sarà il nuovo padiglione di Lucca. Tre giorni per ritrovarsi, riconoscersi e rivivere quella sensazione di casa che solo chi ha varcato le mura toscane può capire davvero.

🎟️ I biglietti sono già disponibili, pronti a scatenare la corsa dei fan più appassionati.

E voi, lettori e lettrici nerd, siete pronti a vivere Lucca anche al cinema? Raccontateci nei commenti la vostra esperienza più bella al festival, il vostro primo cosplay, la vostra notte lucchese sotto la pioggia o il sole di novembre. Perché, in fondo, Lucca Comics & Games non è solo un luogo: è un sentimento. E adesso ha finalmente trovato il suo film.

The Last Image: il cinema italiano guarda l’AI negli occhi

Immaginate di togliere dal set gli attori in carne e ossa, di smantellare le scenografie, di azzerare i costi di troupe e location esotiche. E di ritrovarvi comunque con un film tra le mani. Un’opera cinematografica che respira, emoziona, racconta, ma che è nata interamente da un flusso di calcolo, da una sinapsi digitale che ha trasformato prompt in pixel, algoritmi in arte.Il cinema italiano, quello che per tradizione evoca i fasti di Cinecittà, il neorealismo e le grandi star hollywoodiane nate sul Tevere, ha appena segnato una svolta epocale, un vero e proprio glitch nel continuum spazio-temporale della Settima Arte. E a farlo è un cortometraggio che sta già facendo discutere gli addetti ai lavori, i cinephile e, ovviamente, noi appassionati di tutto ciò che è avanguardia tecnologica e cultura nerd: stiamo parlando di The Last Image.

Il Manifesto Digitale: Nessun Set, Solo Algoritmi e Visione Umana

Presentato con clamore all’Anica di Roma, The Last Image non è semplicemente un corto; è un manifesto generativo. È il primo film italiano, a firma del regista Frankie Caradonna e prodotto da HAI – Human & Artificial Imagination in collaborazione con EDI Effetti Digitali Italiani, a essere stato interamente generato con Intelligenza Artificiale (AI). E con interamente, intendiamo proprio questo: nessun attore sul set, nessun oggetto fisico, solo la potenza algoritmica guidata dalla visione umana.

In un’era dove l’AI non è più una cosa da cyberpunk o fantascienza distopica, ma uno strumento concreto che ridisegna l’industria, questo progetto si impone come un ponte tra il vecchio mondo e una nuova frontiera. Non si tratta di sostituire il genio umano con la fredda logica del machine learning, ma di amplificare all’ennesima potenza la creatività, come se avessimo improvvisamente a disposizione la Bacchetta di Sambuco del visual design.

Un Film che Non Esiste… Ma che Ti Emozione Fin Dal Primo Prompt

La prima sequenza di The Last Image è una dichiarazione di intenti. Vediamo una ragazza dai capelli rossi che corre in un aeroporto, le luci al neon che si riflettono sull’acciaio, il respiro affannato che riempie l’aria. Sembra tutto incredibilmente reale, ma ogni ombra, ogni dettaglio, è il frutto di un prompt (un comando testuale) che l’AI ha trasformato in un’immagine dinamica, in movimento. È il trionfo della Computer Grafica elevata alla n-esima potenza, dove il processo di rendering viene automatizzato e potenziato da una mente artificiale.

Eppure, a dispetto della genesi “non umana” delle immagini, si percepisce chiaramente il respiro della regia. The Last Image non è un algoritmo impazzito lasciato libero di “scarabocchiare” video, ma una coreografia controllata tra l’uomo e la macchina. Una danza tra l’ordine (il workflow creativo) e il caos (la capacità generativa dell’AI).

La narrazione stessa ci catapulta in un’atmosfera quasi fantasy o, per dirla in termini più precisi, in una sorta di Medioevo Immaginario. Seguiamo Adam, un giovane contadino condannato per un furto. Mentre si avvicina il patibolo, la sua mente si aggrappa disperatamente alla donna che ama, Charlotte. Quello che si dipana è un vortex di ricordi e visioni, un sogno digitale costruito con la grammatica del cinema classico, ma plasmato con strumenti che fino a pochi anni fa erano pura speculative fiction.

HAI: La Nascita del Nuovo Rinascimento Digitale Italiano

Dietro l’ambizione di questo esperimento c’è la nascita di HAI – Human & Artificial Imagination, la software house che si è staccata dal corpo di EDI Effetti Digitali Italiani. Il loro obiettivo non è timido: ridefinire il modo in cui l’AI può entrare nel cinema, forgiando una via italiana all’ibridazione tra tecnologia, etica e creatività. Come sottolinea Stefano Leoni, veterano dei VFX italiani e fondatore di HAI: “Il futuro sarà ibrido. Non più full CGI, ma AI first.”

Francesco Grisi, CEO di EDI, definisce il corto un “esercizio di stile e un esperimento di linguaggio”, ribadendo che la meta non è la sostituzione, ma l’amplificazione. L’AI, insomma, diventa un superpotere narrativo, uno strumento in grado di democratizzare la produzione e permettere a registi emergenti con budget limitati di dare vita a progetti altrimenti impossibili.

Ascoltando le voci di chi ci ha lavorato, si percepisce l’entusiasmo pionieristico che ci ricordano i primi geek che smanettavano con i personal computer negli anni ’80. Francesco Pepe, produttore e supervisore, confessa di essere passato dal terrore (“la macchina ci spazza via!”) allo stupore (“se la governi, ti porta oltre. È come domare un drago…”).

E il regista Caradonna? Per lui è un “viaggio nel caos controllato”. L’uso dell’AI ti obbliga ad “abbandonare il controllo, ma non la visione. Senza immaginazione umana, l’intelligenza artificiale è solo un generatore di meme“. Un’affermazione che dovrebbe rassicurare tutti coloro che temono la fine dell’Autore.

La Nuova Grammatica Visiva: Dal Soggetto all’Immagine Animata

Il vero punto di forza del workflow ideato da EDI e HAI risiede nel mantenimento di una dignità autoriale. Un film generato con AI non nasce da un semplice prompt gettato a caso, ma da un soggetto e una sceneggiatura sviluppati come in un set tradizionale. I personaggi, i costumi, le luci: tutto viene studiato, progettato.

Solo dopo l’approvazione delle prime immagini statiche (i concept art digitali), si passa alla loro animazione in movimento. L’Autolab gestisce l’intero flusso di lavoro (dalla colorazione al montaggio), automatizzando il “superfluo” e lasciando all’uomo ciò che è intuitivo: la regia, la fotografia, la scrittura.

L’AI, in questo scenario, non è il regista; è la matita digitale più potente che si sia mai vista.

Il Futuro Ibrido: Una Frontiera Aperta per la Cultura Geek

Il dibattito sull’AI nel cinema è solo all’inizio. C’è chi invoca la Legge di Asimov e chi teme l’estinzione delle professioni creative. Ma come ogni rivoluzione tecnologica (dal sonoro al colore, dalla CGI alle deepfake), questa non farà che trasformare il paesaggio, non distruggerlo.

The Last Image non è solo un film sul futuro, ma un film del futuro. Segna, nel 2025, un nuovo capitolo nel dialogo tra l’uomo e la macchina, un dialogo che per noi nerd è sempre stato il pane quotidiano, da Asimov a Blade Runner.

Se il cinema è, come amiamo credere, il luogo dove la realtà incontra il sogno, allora preparatevi: il sogno è appena diventato algoritmico. E non potremo più smettere di guardare ciò che l’immaginazione artificiale, guidata dal genio italiano, è in grado di produrre.


E voi, cosa ne pensate di questo cortometraggio pionieristico? L’Intelligenza Artificiale è la vera nuova frontiera del cinema o un pericoloso shortcut per la creatività? Diteci la vostra nei commenti qui sotto e non dimenticate di condividere questo articolo con tutti i vostri amici appassionati di tecnologia, cinema e cultura nerd!

Tre Ciotole: il film che trasforma il dolore in arte – Isabel Coixet porta al cinema l’universo di Michela Murgia

Quando si dice che un film è “più di un adattamento”, si sta parlando di “Tre Ciotole”, diretto dalla maestra catalana Isabel Coixet e basato sull’omonimo, commovente romanzo di Michela Murgia. Non è stata una semplice operazione di copy-paste dalla pagina allo schermo; è stato un dialogo sussurrato, quasi telepatico, tra due giganti che condividono una fede quasi religiosa nel potere della narrazione. Da un lato abbiamo Isabel Coixet, un’artista che ha fatto della fragilità emotiva e della malinconia distillata la sua cifra stilistica – pensate a lei come alla sensei delle emozioni non dette, capace di trasformare un battito di ciglia in un dramma shakespeariano. Dall’altro, c’è Michela Murgia, la scrittrice sarda che con le sue parole aveva già tracciato una mappa per leggere la vita non attraverso i successi, ma proprio attraverso le cicatrici. Il film, presentato in anteprima mondiale in un tempio sacro come il Toronto International Film Festival, non è solo cinema: è un ponte culturale. Parliamo di co-produzione: una vera e propria super-squad italo-spagnola che farebbe invidia agli Avengers. Cattleya (il colosso di ITV Studios), Ruvido Produzioni, Bartlebyfilm e Vision Distribution, affiancati da Buenapinta Media, Bteam Prods, Perdición Films, Apaches Entertainment e Tres Cuencos AIE. Un progetto talmente robusto da aver ricevuto l’endorsement dei ministeri della cultura di entrambi i paesi e la partecipazione di heavy hitters del calibro di SKY, RTVE e MAX. Insomma, una prova di forza che dimostra quanto la narrazione possa superare i confini geografici e linguistici.

Roma, Trastevere, e la Decostruzione di un Amore Quotidiano

Il cuore pulsante della trama ci porta in un interno romano, precisamente a Trastevere, dove la luce gioca con le ombre, creando un’atmosfera che è essa stessa un personaggio. Qui incontriamo Marta (una Alba Rohrwacher in stato di grazia, una vera alien del recitato, capace di veicolare un universo con uno sguardo) e Antonio (Elio Germano, che ha il superpotere di essere sia il bravo ragazzo che l’uomo dilaniato). Sono una coppia apparentemente normale, ma sotto la superficie ribollono tutte quelle insicurezze e quella capacità di amare “troppo o male” che sono il pane quotidiano dell’umanità.

Dopo un litigio che definire “banale” è quasi un eufemismo (la miccia che accende l’incendio, come spesso accade nella vita vera), Antonio sbatte la porta. La reazione di Marta è fisica, viscerale: si chiude, e il suo corpo, prima ancora della sua mente, le invia un alert rosso fuoco, rifiutando persino il cibo.

Antonio, lo chef in ascesa, prova a soffocare i sensi di colpa tra i vapori della cucina, ma ogni suo piatto, ogni aroma, si trasforma in un amaro flashback. Il cibo, da veicolo di piacere e sostentamento, diventa un doloroso memento. La svolta narrativa, il plot twist che rimescola tutte le carte, arriva quando Marta scopre che la sua anoressia emotiva non è solo un sintomo psicologico, ma il segnale inequivocabile di un boss finale: un tumore metastatico inoperabile.

A questo punto, la prospettiva si ribalta con la violenza di un uragano. Il cibo, la musica, persino l’eros—ogni singolo piacere e desiderio della vita terrena—acquisisce un significato nuovo, feroce, amplificato. È la vita che, proprio mentre si prepara a tirare il sipario, svela la sua bellezza più accecante.

A guidarla nel suo quest di accettazione c’è una gastroenterologa che non è solo un medico, ma una figura guida, quasi sciamanica, che incarna la rinascita. Intorno a Marta, una galassia di figure satellite: la sorella, un collega timido con un amore inespresso che è pura poesia, e infine Antonio, il cui ritorno è macchiato dalla consapevolezza tardiva dell’entità della sua perdita. L’ultima sequenza è il culmine emotivo, un rito di decommissioning esistenziale: la casa di Marta si riempie di affetti, e ognuno porta via un oggetto. Non un furto, ma un gesto rituale, un tentativo di conservare un frammento della sua essenza, come se la sua anima potesse sopravvivere nell’eredità tangibile dei suoi giorni.

La Sinestesia Visiva di Coixet: Corpi, Perdita e Simboli

Isabel Coixet dirige “Tre Ciotole” con quella sua inconfondibile eleganza visiva, un pacing meditativo e una padronanza della luce degna di un maestro fiammingo. Alterna primi piani talmente stretti da farti sentire il respiro dei personaggi a wide shots che ne amplificano la solitudine. I volti, più delle parole, diventano il vero script. La regista riesce nell’impresa non da poco di tradurre in un linguaggio cinematografico intimo il romanzo della Murgia, che ricordiamolo, ha venduto oltre 200.000 copie in Italia per Mondadori.

Il titolo stesso, “Tre Ciotole”, smette di essere un semplice nome e si trasforma in una metafora polisemica. Rappresenta i tre stadi del viaggio emotivo della protagonista: la perdita, la consapevolezza e, infine, la trasformazione. Ogni “ciotola” è un contenitore sacro, un rituale di nutrimento e addio, un modo per dare cibo all’anima quando il corpo si arrende.

La Coixet non è interessata al pathos facile o al melodramma da fazzoletto. Lei cerca l’empatia profonda, quella che ti smuove dentro. Il dolore è spogliato di ogni spettacolarizzazione e viene elevato a rito di passaggio. E in questo, Alba Rohrwacher è il suo strumento perfetto: un’interpretazione misurata, quasi ascetica, che le vale una delle sue performance più intense, bilanciata da un Elio Germano che riesce a incarnare il conflitto tra orgoglio e disperazione con la sola forza dello sguardo.

L’Eredità di una Voce: Michela Murgia Oltre la Pagina

È impossibile parlare di questo film senza riconoscere il suo peso storico ed emotivo. Pubblicato pochi mesi prima della prematura scomparsa di Michela Murgia, “Tre Ciotole” è stato, in molti sensi, il suo testamento spirituale. Un libro che parlava di corpo, autonomia di scelta, malattia, ma soprattutto di libertà radicale. Vederlo ora sul grande schermo, guidato dalla Coixet, è assistere a una sorta di miracolo artistico, una reincarnazione cinematografica. Il cinema diventa l’eco potente dove la voce di Michela continua a risuonare, interrogarci e, incredibilmente, consolarci.

La Murgia, che aveva fatto della condivisione e del femminismo una forma militante di resistenza, trova in Isabel Coixet una complice ideale, quasi una “sorella d’arte”. Entrambe raccontano donne che rifiutano di farsi schiacciare dalla sofferenza, ma che al contrario, la utilizzano come catalizzatore per la conoscenza e l’accettazione.

Un Successo di Cui Avevamo Bisogno

Girato negli angoli più autentici di Roma – pensiamo ai vicoli di Trastevere e alla vivacità di Testaccio – “Tre Ciotole” è una produzione curata in ogni minimo dettaglio, che fonde l’estetica calda e mediterranea con la sensibilità europea e intellettuale della Coixet. Distribuito in Italia e Spagna dal 9 ottobre 2025, il film ha già superato i 700.000 euro d’incasso nella prima settimana di programmazione: un dato che grida al successo e che dimostra quanto il pubblico fosse affamato di un racconto così complesso e, oserei dire, necessario.

“Tre Ciotole” trascende i generi. Non è solo una storia d’amore interrotta, né una mera riflessione sulla malattia. È un saggio visivo, profondo e commovente, sul modo in cui decidiamo di riempire, o svuotare, il tempo che ci è concesso. È un invito alla consapevolezza, alla riscoperta della lentezza, all’implacabile rispetto di sé e dell’altro.

E, come ogni grande opera che si rispetti, non parla solo di Marta e Antonio, ma di ognuno di noi: delle nostre paure inconfessabili, dei nostri addii mancati, e di quella fame insaziabile di vita che – e questo il film lo urla forte – nessuna diagnosi potrà mai spegnere. Un must-watch per chiunque creda che il cinema possa ancora essere un atto di resistenza e di bellezza.

Attitudini: Nessuna – Aldo, Giovanni e Giacomo si raccontano come mai prima d’ora

Cari compagni di risate e amanti della cultura che ha fatto dell’assurdo il suo pilastro, preparatevi a segnare in rosso un’altra data fondamentale sul calendario. Il mito della comicità italiana, l’irripetibile trio formato da Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, sta per tornare sul grande schermo non con una nuova, esilarante commedia, ma con un’opera destinata a scavare molto più a fondo: il documentario “Attitudini: Nessuna”. Il film-evento, diretto dall’acclamata Sophie Chiarello, si prepara a sbarcare nelle sale italiane il 4 dicembre, distribuito da Medusa Film, e si preannuncia come un viaggio intimo e rivelatore nel cuore di una delle amicizie più longeve e geniali del nostro panorama culturale.

“Attitudini: Nessuna” è una frase che suona immediatamente come una delle loro battute surreali, un guizzo di autoironia che da sempre li caratterizza. Eppure, in questa apparente negazione si nasconde la chiave di lettura della loro longevità artistica. L’opera, prodotta da Agidi Due in collaborazione con Medusa Film, Indigo Film e Driadi, suggerisce che il loro talento inossidabile non risiede in un’unica, specifica “attitudine” comica, ma in una profonda umanità condivisa, in una capacità unica di trasformare l’ordinario in magia e di creare risonanza emotiva con il pubblico. Questo documentario è un invito a scoprire come il destino abbia unito tre individui tanto diversi, trasformandoli in una leggenda vivente della risata, capace di attraversare le mode restando sempre fedele a sé stessa.

L’Introspezione di un Trio Leggendario

Dimenticate il classico making of promozionale. “Attitudini: Nessuna” si configura come un vero e proprio autoritratto ibrido, un’immersione sincera nel “dietro le quinte” non dei loro film, ma delle loro vite. È un’opera “su e con Aldo, Giovanni e Giacomo”, e la distinzione è cruciale: non è un tributo esterno o una celebrazione retorica, ma un dialogo aperto e schietto in cui i tre comici si fanno narratori e protagonisti della propria storia. Attraverso un sapiente mix di immagini d’archivio e confessioni inedite, il film ripercorre le tappe di un’amicizia che ha dato vita a un’epopea comica, alternando ilarità e momenti di malinconia, risate contagiose e riflessioni profonde sulla vita e sull’arte. Il documentario promette di svelare l’equilibrio delicato, quasi alchemico, che ha permesso ad Aldo, l’anarchico imprevedibile, a Giovanni, il perfezionista poetico, e a Giacomo, il sognatore razionale, di coesistere in una sinfonia di contrasti perfetta.

La Regista che Li Conosceva Già

Dietro la macchina da presa troviamo Sophie Chiarello, un nome che ha già un legame saldo con il mondo del trio. La regista italo-francese, reduce dalla vittoria del prestigioso David di Donatello 2023 per il suo documentario Il Cerchio, non è affatto una neofita in casa A.G.G. Il suo percorso professionale l’ha vista crescere accanto a maestri come Gabriele Salvatores e Massimo Venier, e la sua collaborazione con il trio risale addirittura al 2006 con il cortometraggio Un filo intorno al mondo, finalista ai Nastri d’Argento, proseguendo poi come aiuto regista in film iconici come La banda dei Babbi Natale. Questa profonda conoscenza pregressa le ha permesso di superare il ruolo di semplice documentarista, adottando uno sguardo delicato e umano che non si limita a inquadrare, ma che ascolta e indugia. La sua regia, infatti, lascia spazio ai silenzi e alle esitazioni, cogliendo l’attimo in cui la risata si trasforma in memoria, offrendo una prospettiva matura e disarmante sui tre uomini che si celano dietro le maschere comiche.

L’Eredità Immortale: Da Mai dire Gol alla Leggenda

Aldo, Giovanni e Giacomo hanno fatto molto più che intrattenere: hanno plasmato il linguaggio della commedia italiana. Dai leggendari sketch di Mai dire Gol al successo folgorante di pellicole come “Tre uomini e una gamba” (1997), “Così è la vita”, “Chiedimi se sono felice” e “La leggenda di Al, John e Jack”, hanno saputo coniugare lo slapstick più puro con una venatura poetica e una malinconia sottile. Il loro impatto sulla cultura popolare è incalcolabile; le loro battute sono diventate veri e propri meme prima che la parola esistesse, i loro personaggi archetipi di un’italianità fatta di nevrosi, sogni strampalati e amicizia indissolubile.

“Attitudini: Nessuna” non è solo un film sulla loro carriera, ma un pezzo di storia collettiva. È un’occasione per la generazione cresciuta a pane e Pdor di scoprire l’origine di quella chimica irripetibile che li ha resi immortali. Il documentario, come anticipato dalle prime clip, promette di mantenere il tono intimo e spontaneo, dove l’ironia serve da ponte per affrontare le inevitabili sfide e divergenze artistiche. È la prova che la loro comicità non è solo un atto di bravura, ma un vero e proprio atto d’amore verso la vita e le sue contraddizioni. In un panorama cinematografico dominato dalla fugacità, il docu-film di Chiarello celebra la rarità di una formula che, resistendo al tempo, ha già conquistato la vittoria più grande: quella di restare incisa nella memoria collettiva. Non ci resta che aspettare dicembre per rituffarci nell’universo tragicomico del trio, un’eredità che è tanto comica quanto profondamente emotiva.

Heidrun Schleef: la voce invisibile del cinema italiano – tra Moretti, Muccino e la magia delle parole che diventano immagini

Quando ho incontrato Heidrun Schleef, era una di quelle giornate romane in cui il tempo sembra sciogliersi nella luce, e anche la frenesia della città rallenta. L’ho raggiunta in un bar nei pressi della Piramide, durante una sua pausa pranzo, ed è stato come entrare in una scena scritta da lei stessa: ironia sottile, sguardo attento, parole calibrate come se ogni frase fosse già un frammento di sceneggiatura. Heidrun è tedesca di nascita ma italiana d’adozione, e la sua voce – morbida, curiosamente musicale – tradisce un amore autentico per il cinema e per il linguaggio, in tutte le sue sfumature. Parlare con lei significa attraversare decenni di cinema d’autore italiano, quello che ha saputo raccontare l’animo umano con una sensibilità quasi chirurgica. Sceneggiatrice di punta, Heidrun Schleef ha firmato copioni che oggi fanno parte della memoria collettiva del nostro cinema: dai lavori con Mimmo Calopresti a quelli con Michele Soavi, Roberta Torre, Michele Placido, Gabriele Muccino e – soprattutto – Nanni Moretti. Ed è proprio con lui che ha raggiunto uno dei vertici della sua carriera: “La stanza del figlio”, Palma d’Oro a Cannes nel 2001, David di Donatello, Nastro d’Argento, Ciak d’Oro per il miglior film, e Globo d’Oro per la migliore sceneggiatura. Un’opera scritta a sei mani insieme a Moretti e Linda Ferri, in cui la delicatezza dell’elaborazione del lutto si fonde con la lucidità della narrazione cinematografica. Nel corso della sua carriera, Heidrun Schleef ha ricevuto due Nastri d’Argento del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani: uno per la miglior sceneggiatura con “Ricordati di me” di Gabriele Muccino, l’altro per il miglior soggetto originale con “La parola amore esiste” di Mimmo Calopresti. Due opere diversissime, ma accomunate da un tema centrale nel suo cinema: la fragilità dei rapporti umani e l’impossibilità di comunicare davvero, anche quando si parla la stessa lingua.  La sua filmografia è una costellazione di emozioni trattenute, di personaggi che cercano un posto nel mondo, di famiglie che si disgregano e si ricompongono con fatica. In un certo senso, Heidrun Schleef ha raccontato meglio di molti altri l’Italia che cambia, le sue paure, la sua bellezza contraddittoria. E lo ha fatto sempre con uno sguardo che non giudica, ma ascolta.

Puoi raccontare come hai iniziato questo lavoro  ? Hai viaggiato parecchio?

Si. Prima ho vissuto a New York con un fidanzato italiano, cercavamo di lavorare nella campo artistico , io come regista, lui come musicista. Però costava troppo vivere lì. Allora abbiamo deciso di trasferirci a Roma. Peccato. New York era una città interessante.  Sono riuscita superare gli esami del centro sperimentale di cinematografia del corso di regia, perché appunto volevo diventare una regista. Però, siccome lavoravo molto alla sceneggiature di amici e colleghi, alla fine il mio destino è stato diverso.  Ironia della sorte nel mio corso c’era Virzì che stava nel corso di sceneggiatura ed è poi diventato regista.

Poi per cinque anni ho lavorato come lettrice di copioni per la Fininvest ora Medusa. Insomma ho sempre lavorato.

Una organizzazione armata terroristica di estrema sinistra di stampo comunista. Nata come associazione politica extraparlamentare formata da fuoriusciti da Lotta Continua, i cui membri maturarono la scelta della lotta armata. Una organizzazione seconda per dimensioni alle sole Brigate rosse, attiva tra il 1976 e il 1981 principalmente a Torino, Milano, Firenze e Napoli.)

Determinate è stato il tuo esordio con il regista Mimmo Calopresti alla stesura della “La seconda volta” 1995 Un film prodotto e interpretato dal già famoso Nanni Moretti. Un esordio importante, di peso, con un argomento scottante come quello del terrorismo.

Si. La sceneggiatura  fu abbastanza complessa Tramite una ragazza che lavorava in produzione  ho conosciuto Mimmo Calopresti che cercava collaboratori per scrivere una storia sui terroristi rossi di Prima Linea… artivamo da fatti reali Mimmo è stato un documentarista. Avevamo la consulenza di alcuni capi:  Sergio Segio e Susanna Ronconi, ex Br, che intervistavamo in carcere. «Prima Linea non è un nuovo nucleo combattente comunista, ma l’aggregazione di vari nuclei guerriglieri che finora hanno agito con sigle diverse»… La sceneggiatura ultimata vinse un bando importante con un finanziamento economico del Ministero, L’articolo 28, poi diventato 8, senza il 2, purtroppo non utilizzato perché abbiamo cambiato la storia.

Avevamo conosciuto una ragazza in semilibertà. Non aveva partecipato alle uccisioni,  che ci ha raccontato che era stata seguita da un uomo… lei pensava che la stesse corteggiando. Invece poi ha scoperto che l’uomo era interessato a lei perché era stato gambizzato dal suo gruppo…La storia era interessante e originale e ci credevamo molto.

Avendo rinunciato al finanziamento pubblico, abbiamo cominciato a mandare il copione in giro a diverse produzioni. Inaspettatamente Nanni Moretti ci lasciò un messaggio in segreteria.  Aveva letto il copione ed era interessato a realizzarlo. Credevamo fosse un scherzo Invece era veramente lui…Il film è andato bene, è stato selezionato e candidato alla Palma d’oro a Cannes.  Vinse un David di Donatello, come migliore attrice a Valeria Bruni Tedeschi e come produzione a Moretti e Barbagallo della Sacher.  Vinse  anche un ciak d’oro come Migliore opera prima  Un Premio Flaiano come migliore interpretazione femminile.

Poi hai collaborato alle sceneggiature di molte opere prime ?

Si. Sono diventata la “regina delle opere prime”…e non mi è dispiaciuto..le trovo anche interessanti.  I registi sono al loro debutto,  sono  più in ascolto e meno condizionati dal mercato.

Un padre psicoanalista, una madre dolce e affettuosa, due figli adolescenti: legami familiari attraversati dalle luci e dalle ombre di una vita vissuta insieme. Finché l’irruzione del dolore non mette alla prova anche gli affetti più profondi.

Dopo hai lavorato ancora con Nanni Moretti ?

Si. Dopo un po’ di anni, mi ha chiamato per scrivere  insieme a Linda Ferri  la “Stanza del figlio” Scritto nel 2001, ottenne la Palma d’oro a Cannes e David di Donatello come miglior film…  E’ stata però una lavorazione molto faticosa, durata ben due anni e mezzo.

Poi con Nanni ho lavorato solo sul soggetto del film”Il Caimano”del 2006.  Premi: David di Donatello come miglior  film, regia, attore protagonista e produttore.

Bruno Bonomo vede la propria casa produttrice vicina al baratro del fallimento. La salvezza sembra giungere da un copione che gli viene sottoposto da una giovane regista, Teresa, che racconta la storia di Silvio Berlusconi.

…Però fu sceneggiato successivamente  da Francesco Piccolo e Federica Pontremoli.

Penso che sia stato profetico rispetto al rapporto di Berlusconi con la giustizia…come lo è stato anche il film  “Habemus Papa” rispetto alla crisi e le dimissioni di Papa Benedetto XVI

Invece come è stato il rapporto con Muccino ?

Molto buono. Mi chiamato lui per il film “Ricordati di me” del 2003

Lo reputo uno dei migliori film suoi.

Era arrivato già con un trattamento del film. Aveva le idee molto chiare, è stata una buona collaborazione. Anche se per esempio la scelta iniziale della voce fuori campo è stata sua, io non l’avrei messa. Il film ha vinto tra l’altro anche un nastro d’argento alla migliore sceneggiatura. Muccino e Schleef.

Il film racconta le aspirazioni soffocate e la vita complicata e deludente dei componenti di una famiglia borghese in crisi . Tutti cercano di dare un nuovo senso alle proprie vite. Però nessuno accetta la volontà di separazione del padre.

Come consideri il lavoro di sceneggiatore in Italia? E’ diverso l’approccio alla scrittura di un film rispetto ad una serie Tv ?

Certo che è diverso. In Italia c’è una visione più da autore del film, dove il regista scrive e propone anche il soggetto.

Io spesso nel mio lavoro mi devo confrontare con le idee dei registi che sono il motore del film.

In America non è sempre così. Come non è così nelle varie serie prodotte dalle televisioni e dalle piattaforme.

Lì il regista viene chiamato per ultimo.

 Che ne pensi dei film di genere?

Non mi interessano molto Non sono un amante dei film di genere, anche come spettatrice,  spesso mi annoiano.

Ps.Però il suo ex compagno con cui ha avuto un figlio  è stato Michele Soavi un bravo regista di genere, ex collaboratore di Dario Argento e di Aristide Massaccesi, produttore del suo primo film: Deliria, un bel debutto di film thriller che vinse un premio ad Avoriaz.

Con quali registi recenti ti sei trovata bene?

Con Michel Zampino…mi sono trovata molto bene. Metà francese e metà italiano  Abbiamo lavorato insieme  anche nel film Governance – Il prezzo del potere è un film del 2021 che ha vinto il Globo D’oro come migliore sceneggiatura  a Michael Zampino,  Giampaolo G. Rugo e Heidrun Schleef…

Puoi parlare allora del un tuo prossimo film in uscita?

Sempre con Michel Zampino abbiamo scritto la storia di un fantino e del suo cavallo, liberamente ispirato al romanzo “Laghat, il cavallo normalmente diverso” di Enrico Querci,j “un’immersione nel mondo delle corse: con uno stile fortemente documentaristico, con l’alternanza di momenti spettacolari delle corse a momenti più intimisti.

Scusa. Ora però devo andare via… il  lavoro mi aspetta a casa e ho un appuntamento. Ciao.

Pausa pranzo finita.