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CG Entertainment accende l’estate dei cinefili: da Battle Royale a Eraserhead, un giugno che profuma di cult

Giugno ha sempre qualcosa di speciale per chi vive il cinema come una passione che va oltre la semplice visione di un film. È il periodo in cui le giornate si allungano, le sale iniziano a svuotarsi lentamente a favore delle arene estive e molti appassionati riscoprono il piacere di costruire una collezione domestica fatta di edizioni curate, restauri prestigiosi e titoli che meritano di essere tramandati. Proprio in questo scenario si inserisce il nuovo calendario di uscite di CG Entertainment, che inaugura la stagione estiva con una proposta capace di attraversare decenni, continenti e linguaggi cinematografici diversi, offrendo un vero viaggio tra cinema d’autore, fantascienza, animazione, thriller psicologici e grandi classici restaurati.

Chi segue da tempo il mercato home video italiano sa bene quanto CG Entertainment abbia costruito negli anni una propria identità editoriale molto precisa. Non si tratta semplicemente di distribuire film, ma di recuperare opere fondamentali, valorizzare produzioni indipendenti e permettere a nuove generazioni di spettatori di entrare in contatto con pellicole che hanno cambiato la storia del linguaggio cinematografico. Il catalogo di giugno rappresenta perfettamente questa filosofia, mettendo insieme titoli apparentemente lontanissimi tra loro ma accomunati da una forte personalità artistica.

Tra le uscite più interessanti spicca sicuramente Gioia Mia, opera diretta da Margherita Spampinato che, dopo aver conquistato festival e critica, arriva finalmente in edizione DVD. Il film racconta il percorso esistenziale di una donna anziana che si ritrova a fare i conti con ricordi, rimpianti e ferite mai completamente rimarginate. Lontano dalle rappresentazioni stereotipate della terza età, il racconto costruisce un ritratto delicato e autentico della memoria e dell’identità, sostenuto da una straordinaria interpretazione di Aurora Quattrocchi. È uno di quei film che dimostrano come il cinema italiano contemporaneo sia ancora capace di raccontare emozioni universali con sensibilità e profondità.

Se però esiste un titolo destinato a far battere forte il cuore degli appassionati di fantascienza e animazione d’autore, quel titolo è senza dubbio Il Pianeta Selvaggio. Il capolavoro realizzato da René Laloux e illustrato dal genio visionario di Roland Topor continua ancora oggi a mantenere intatta la propria forza immaginifica. Guardarlo nel 2026 significa ritrovarsi davanti a un’opera che sembra arrivare da una dimensione alternativa del cinema, un luogo in cui la fantascienza incontra la filosofia, la critica sociale e il surrealismo più radicale.

La storia degli umani ridotti a esseri inferiori sul pianeta dominato dai giganteschi Draags conserva una modernità impressionante. Dietro le immagini oniriche e disturbanti si nascondono riflessioni sul colonialismo, sull’oppressione culturale e sul rapporto tra conoscenza e libertà. Per molti spettatori cresciuti tra anime, manga e animazione contemporanea, la visione di Il Pianeta Selvaggio rappresenta ancora oggi una scoperta sorprendente. L’edizione proposta da CG Entertainment in Blu-ray e 4K UHD restituisce finalmente tutta la straordinaria ricchezza visiva dell’opera.

Dalla Francia degli anni Settanta si passa poi alla Corea del Sud contemporanea con The Roundup: Punishment, capitolo conclusivo della popolarissima saga action guidata dal carismatico Don Lee. Chiunque abbia seguito l’ascesa del cinema coreano negli ultimi vent’anni sa bene quanto il genere action sia diventato uno dei punti di forza dell’industria cinematografica del Paese. Inseguimenti, combattimenti spettacolari e criminalità digitale si fondono in una pellicola che riesce a essere adrenalinica e divertente senza perdere ritmo nemmeno per un istante.

Un discorso a parte merita invece Battle Royale, autentica leggenda del cinema giapponese e opera che continua a esercitare un’influenza enorme sulla cultura pop contemporanea. Molto prima che videogiochi come Fortnite, PUBG o Apex Legends trasformassero il termine “battle royale” in un fenomeno globale, Kinji Fukasaku aveva già raccontato una società distopica in cui un gruppo di studenti veniva costretto a eliminarsi a vicenda per sopravvivere.

Rivedere oggi quel film significa rendersi conto di quanto fosse avanti rispetto al proprio tempo. Dietro l’elemento shock e la violenza esplicita si nasconde infatti una critica feroce ai meccanismi di controllo sociale, alla competizione esasperata e al rapporto tra giovani generazioni e autorità. La Director’s Cut restaurata in 4K UHD rappresenta una delle uscite più importanti dell’intero mese e probabilmente una delle più attese dagli appassionati di cinema asiatico.

Accanto al primo capitolo arriva anche Battle Royale II – Requiem, sequel che amplia l’universo narrativo della saga spostando il focus verso temi apertamente politici e antimilitaristi. Un’opera spesso discussa e controversa, ma che continua a suscitare interesse proprio per la sua capacità di spingersi oltre i confini del semplice survival movie.

La seconda metà del mese prosegue lungo percorsi molto diversi ma altrettanto affascinanti. Good Boy di Jan Komasa si presenta come uno dei thriller psicologici più intriganti arrivati recentemente in Europa. Atmosfere disturbanti, tensione crescente e una narrazione costruita sull’ambiguità trasformano il film in un’esperienza inquietante che affronta temi legati alla manipolazione e alla costruzione dell’identità.

Accanto a esso trova spazio Il Maestro di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino, interprete che continua a rappresentare una delle eccellenze assolute del cinema italiano. Attraverso il rapporto tra un insegnante di tennis e un giovane atleta emergono riflessioni sulla crescita personale, sul talento e sulle aspettative che spesso accompagnano il concetto stesso di successo.

Più intimo e introspettivo appare invece La Gioia di Nicolangelo Gelormini, che affida a Valeria Golino un personaggio impegnato in un percorso di rinascita personale. Il risultato è un racconto intenso che affronta il tema della libertà individuale senza rinunciare a una forte componente emotiva.

Anche La Mattina Scrivo di Valérie Donzelli esplora territori interiori, seguendo una scrittrice alle prese con il difficile equilibrio tra vita privata e aspirazioni artistiche. Un tema che chiunque abbia tentato di trasformare una passione creativa in una professione conosce molto bene.

Tra tutte le uscite di giugno, però, una possiede un fascino quasi mitologico per gli appassionati di cinema visionario. Eraserhead non è semplicemente il primo lungometraggio di David Lynch. È uno di quei film che sembrano provenire da un sogno disturbato e che continuano a sfuggire a qualsiasi interpretazione definitiva.

L’universo industriale e opprimente in cui si muove Henry Spencer resta ancora oggi una delle rappresentazioni più potenti dell’ansia, della paura e dell’alienazione mai apparse sul grande schermo. Molte delle immagini che avrebbero definito l’intera carriera di Lynch nascono proprio qui, in un’opera indipendente che ha influenzato generazioni di registi, artisti e autori. Per gli amanti del cinema surreale, horror psicologico e sperimentazione visiva, questa pubblicazione rappresenta un piccolo evento.

A chiudere il mese arriva invece uno dei pilastri assoluti della cinematografia italiana. I Soliti Ignoti di Mario Monicelli torna in una nuova edizione restaurata in 4K UHD, permettendo di riscoprire tutta la grandezza di una commedia che continua a far ridere e riflettere a distanza di decenni. Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Claudia Cardinale danno vita a personaggi entrati ormai nell’immaginario collettivo, protagonisti di un racconto che ha ridefinito il genere della commedia all’italiana.

Parallelamente alle uscite home video, anche la piattaforma CGtv continua ad ampliare la propria offerta con nuove proposte streaming. Tra queste emerge Dragonkeeper – La Custode del Drago, avventura fantasy ambientata nell’antica Cina che unisce immaginario mitologico e racconto di formazione. Draghi, imperi e leggende si intrecciano in una storia capace di parlare sia ai più giovani sia agli appassionati di fantasy classico.

L’offerta streaming include inoltre opere come Non è la fine del mondo, tratto dal bestseller di Alessia Gazzola, insieme a numerosi classici italiani e internazionali che spaziano dal cinema dei fratelli Taviani fino ai lavori di Francesco Rosi.

Particolarmente interessante risulta anche la selezione destinata agli abbonati, che comprende produzioni internazionali come Nido di Vipere, thriller sudcoreano ricco di colpi di scena, Lontano da Qui di Sara Colangelo, La Religiosa di Guillaume Nicloux e lo straordinario La Vita Invisibile di Euridice Gusmao di Karim Aïnouz, opera che negli ultimi anni ha conquistato pubblico e critica grazie alla sua straordinaria capacità di raccontare desideri, sacrifici e legami familiari.

Osservando nel complesso tutte le novità di giugno emerge chiaramente un aspetto che gli appassionati di cinema conoscono bene: la ricchezza culturale non nasce dall’omologazione ma dalla diversità. Pochi cataloghi riescono a mettere sullo stesso scaffale David Lynch, Mario Monicelli, Kinji Fukasaku, René Laloux, il cinema coreano contemporaneo e nuove produzioni italiane mantenendo una coerenza editoriale riconoscibile. Eppure è proprio questo dialogo tra epoche, stili e sensibilità differenti a trasformare ogni nuova uscita in una potenziale scoperta.

Per chi ama il cinema come esperienza culturale, collezionismo, memoria e continua esplorazione, giugno si presenta quindi come uno di quei mesi destinati a riempire scaffali, wishlist e serate davanti allo schermo. E tra un restauro in 4K, una gemma dell’animazione europea e un classico del cinema giapponese pronto a tornare più spettacolare che mai, la sensazione è che questa estate abbia ancora parecchie sorprese da offrire. Quale di queste uscite finirà per conquistare maggiormente la community dei cinefili e degli appassionati di cultura pop?

Rental Family – Nelle vite degli altri: Brendan Fraser torna in un dramma emozionante ambientato nella Tokyo più malinconica

Pioggia sottile sui neon di Tokyo, insegne che sembrano uscite da una visual novel malinconica delle due di notte, silenzi così pesanti da ricordare quei momenti sospesi negli anime slice of life dove i personaggi non parlano ma ti devastano comunque. Basta pochissimo a capire che Rental Family – Nelle vite degli altri non vuole essere il classico dramma “strappalacrime” costruito a tavolino per inseguire premi e reaction emozionali su TikTok. Ha quell’energia strana dei film che ti entrano addosso lentamente, quasi senza farsi notare, e poi restano lì come una OST che continui a sentire in testa anche giorni dopo aver spento lo schermo. Dal 27 maggio arriverà su Disney+, e onestamente è uno di quei titoli che rischiano di diventare ossessione silenziosa per chi vive il fandom in modo emotivo, quasi fisico, non solo come intrattenimento da consumare.

Rental Family - Nelle Vite degli Altri | Dal 27 Maggio su Disney+

Brendan Fraser, ormai entrato definitivamente nella categoria degli attori che portano addosso la propria storia personale anche quando recitano, interpreta un uomo che sembra aver perso il contatto con tutto. Non solo con il successo o con il lavoro, ma proprio con l’idea stessa di appartenenza. Phillip vaga nella Tokyo contemporanea come un NPC dimenticato dal gioco principale, uno di quei personaggi che incontri per caso in una side quest malinconica e che improvvisamente ti spezzano il cuore con due righe di dialogo. Fa piccoli lavori, pubblicità assurde, ruoli umilianti che sembrano parodie dei sogni che aveva avuto da ragazzo, e la sensazione è quella di osservare qualcuno che si è lentamente scollegato dalla propria identità.

Poi succede qualcosa di assurdo. Non assurdo nel senso fantasy o sci-fi, ma in quel modo profondamente giapponese di raccontare la solitudine moderna attraverso concetti realissimi che a noi occidentali sembrano quasi distopie emotive. Phillip entra in contatto con un’agenzia di “famiglie a noleggio”, realtà che in Giappone esiste davvero e che HIKARI utilizza non per fare denuncia sociale urlata, ma per costruire una riflessione molto più delicata e devastante insieme. Persone che pagano qualcuno per interpretare un padre, una moglie, un amico, un figlio. Figure temporanee che riempiono assenze troppo dolorose da affrontare apertamente.

E mentre guardavo la storia prendere forma mi è venuto spontaneo pensare a quanto questa cosa, in fondo, parli anche a noi nerd molto più di quanto sembri. Passiamo metà della vita a costruire identità parallele. Avatar, nickname, cosplay, personaggi su Discord, campagne GDR durate anni, server Minecraft diventati quasi più veri di certe amicizie reali. Quante volte una persona riesce a raccontarsi meglio attraverso una skin di un MMO che durante una conversazione faccia a faccia? Quante volte abbiamo usato personaggi immaginari per dire cose che nella vita vera non riuscivamo nemmeno a formulare?

Rental Family prende quella sensazione e la trasforma in cinema emotivo puro.

Phillip comincia così a interpretare ruoli per sconosciuti, entrando letteralmente nelle loro vite. Ed è qui che il film smette di essere soltanto interessante e diventa quasi ipnotico. Perché ogni incarico sembra un frammento di umanità spezzata. Una bambina che vuole ritrovare una figura paterna. Un anziano terrorizzato dall’idea di essere stato dimenticato. Persone che non cercano perfezione, ma presenza. Qualcuno che resti lì abbastanza a lungo da rendere meno insopportabile il vuoto.

Takehiro Hira regala al proprietario dell’agenzia un’eleganza trattenuta incredibile, mentre Mari Yamamoto costruisce un personaggio che sembra vivere costantemente sospeso tra professionalità e fragilità emotiva. Però il centro gravitazionale resta Fraser. Il suo volto qui racconta più dei dialoghi. Ogni esitazione, ogni sorriso accennato, ogni sguardo perso tra le luci di Tokyo sembra parlare di fallimenti, nostalgia e bisogno disperato di sentirsi ancora utile a qualcuno. E forse è impossibile non vedere anche il percorso personale dell’attore dentro questa interpretazione. Dopo anni di ombre, Brendan Fraser è tornato in una maniera che fa quasi male da quanto è umana.

La Tokyo raccontata da HIKARI evita completamente il fetish turistico da cartolina anime-style. Non punta sui quartieri iconici urlati da influencer o sulle immagini da reel “Japan aesthetic”. La città qui sembra respirare malinconia digitale. Pioggia, distributori automatici illuminati nel vuoto, treni silenziosi, appartamenti stretti pieni di assenze. Una metropoli dove milioni di persone convivono senza davvero toccarsi mai. E la fotografia di Takurō Ishizaka amplifica tutto questo con una delicatezza assurda, quasi da sogno triste.

Poi arriva la colonna sonora di Jónsi e Alex Somers a completare il colpo critico emotivo. Chiunque abbia passato adolescenza e primi anni adulti tra AMV depressi, playlist notturne e opening anime ascoltate fissando il soffitto capirà immediatamente quella sensazione. Musica che non accompagna soltanto le scene: le infiltra.

La parte più forte del film, però, sta nel modo in cui affronta il concetto di autenticità. Perché a un certo punto smetti davvero di chiederti se quei rapporti siano “finti”. Anzi, la domanda quasi perde significato. Se qualcuno ti ascolta davvero, se qualcuno ti aiuta davvero, se qualcuno ti guarda come se la tua esistenza avesse valore… importa davvero che sia stato pagato per farlo? È una domanda scomodissima, soprattutto oggi, nell’epoca delle relazioni consumate attraverso schermi, reaction, messaggi vocali lasciati a metà e amicizie che sembrano intense ma evaporano appena chiudi l’app.

E qui il film colpisce durissimo chi vive online tanto quanto offline. Perché la community nerd lo sa bene quanto siano reali certe connessioni nate in spazi considerati “finti” dal resto del mondo. Un party su Final Fantasy XIV che diventa supporto emotivo durante un periodo orribile. Un gruppo Telegram sul cosplay che si trasforma in famiglia. Una call notturna su Discord che salva una serata storta più di qualsiasi dialogo “reale”.

Forse è proprio questo il motivo per cui Rental Family – Nelle vite degli altri riesce a toccare corde così profonde. Non parla solo della solitudine giapponese o di un uomo alla deriva. Parla del bisogno universale di essere riconosciuti. Di sentirsi finalmente parte di qualcosa. Di trovare qualcuno disposto a restare abbastanza vicino da vedere la versione più fragile di noi senza scappare via.

Il film è stato accolto benissimo dopo l’anteprima al Toronto International Film Festival e ha conquistato pubblico e critica in mezzo mondo, raccogliendo premi e recensioni entusiaste. E sinceramente si capisce il perché. Non cerca mai il melodramma facile. Non forza la commozione. Ti accompagna lentamente dentro vite spezzate e ti lascia lì a osservare quanto possa essere sottile il confine tra interpretare qualcuno e diventarlo davvero.

La cosa che continua a ronzarmi in testa dopo aver pensato a questo film è una frase non detta ma presente ovunque nella storia: forse tutti noi stiamo già recitando qualcosa ogni giorno. La versione forte di noi stessi. Quella simpatica. Quella produttiva. Quella che non soffre troppo. E magari il problema non è fingere. Magari il problema nasce soltanto quando nessuno si accorge più della persona nascosta sotto il personaggio.

Phillip entra nelle vite degli altri per lavoro, ma finisce per ritrovare pezzi di sé stesso dentro quelle esistenze temporanee. E a quel punto il film smette di parlare solo di lui. Comincia a parlare anche di noi. Dei nostri avatar. Delle maschere che scegliamo. Dei nickname che ci rappresentano meglio del nostro vero nome. Delle identità che abbiamo costruito online per sopravvivere a momenti in cui la realtà sembrava troppo pesante da sostenere.

Ed è assurdo quanto faccia effetto vedere tutto questo raccontato senza cinismo.

Disney+ probabilmente si ritroverà tra le mani uno di quei film destinati a generare discussioni infinite tra chi lo amerà visceralmente e chi invece lo troverà troppo delicato, troppo sospeso, troppo emotivo. Però è proprio quella sensibilità quasi fragile a renderlo speciale. Non urla mai. Non cerca frasi da trailer motivazionale. Ti guarda negli occhi e basta.

E forse, in tempi in cui tutti sembrano costretti a performare continuamente qualcosa sui social, una storia che parla di persone pagate per fingere affetto riesce paradossalmente a sembrare una delle cose più sincere viste ultimamente.

Brendan Fraser torna ancora una volta a ricordarci che la gentilezza può essere una forma di resistenza emotiva potentissima. E adesso sono curiosissima di capire come reagirà la community nerd italiana davanti a un film che parla di maschere, identità e bisogno disperato di connessione usando Tokyo come sfondo e il dolore umano come linguaggio universale. Perché ho la sensazione che tanti di noi, guardandolo, finiranno per riconoscersi molto più di quanto vorrebbero ammettere.

Hidari: Keanu Reeves sarà il samurai meccanico del nuovo film stop-motion giapponese

Una delle cose più affascinanti della cultura pop contemporanea riguarda la capacità del Giappone di prendere materiali antichi, quasi mitologici, e trasformarli in qualcosa che sembra arrivare dal futuro. Vale per gli anime cyberpunk degli anni Ottanta, vale per i videogiochi samurai pieni di malinconia e acciaio, vale perfino per certe pubblicità giapponesi che durano trenta secondi ma riescono a sembrare cortometraggi sperimentali. E adesso vale anche per Hidari, progetto che negli ultimi giorni è tornato a incendiare la fantasia della community nerd mondiale grazie a una notizia che sembra uscita da una timeline alternativa costruita apposta per noi: Keanu Reeves doppierà il protagonista del lungometraggio stop-motion diretto da Masashi Kawamura.

Chi aveva già intercettato il pilot del 2023 probabilmente sa di cosa stiamo parlando. Chi invece se l’è perso deve recuperarlo immediatamente, perché Hidari non assomiglia quasi a nulla di quello che passa oggi nell’animazione mainstream. Non è il classico anime digitale ultra-lucido, non è Pixar, non è nemmeno la stop-motion “confortevole” alla Laika. Qui si entra in un territorio molto più sporco, artigianale, fisico. Legno, incisioni, pupazzi scolpiti a mano, movimenti volutamente irregolari, scenografie che sembrano costruite da un maestro falegname impazzito dopo una maratona di cinema chambara e body horror meccanico.

La prima volta che vidi il corto online ebbi la stessa sensazione che provai anni fa davanti ai primi trailer di Mad God di Phil Tippett o a certe sequenze di Tekkonkinkreet: quella strana percezione di trovarsi davanti a qualcosa di vivo, quasi pericoloso, difficile da classificare. Non un semplice esercizio estetico, ma un’opera con un’identità feroce. E infatti il web reagì immediatamente. Milioni di visualizzazioni, festival internazionali, passaparola incontrollabile tra animatori, appassionati di cinema orientale e fanatici della stop-motion. Era inevitabile che qualcuno decidesse di trasformare quel mondo in un lungometraggio.

Il bello è che Hidari nasce da un’idea che sembra costruita apposta per diventare leggenda nerd. Periodo Edo. Tradimenti. Scultori. Protesi meccaniche. Samurai. Castelli trasformati in armi gigantesche. Un gatto addormentato che accompagna il protagonista. Sembra un mix impossibile tra folklore giapponese, steampunk e revenge movie anni Settanta, con dentro frammenti di Dororo, echi di Lone Wolf and Cub, la poesia tragica di certi personaggi di Hayao Miyazaki e persino quel gusto da action orientale che negli ultimi anni ha influenzato mezzo cinema occidentale.

Il protagonista Jingoro Hidari affonda le radici nella leggenda reale di un misterioso scultore giapponese del periodo Edo, figura quasi mitologica legata a storie di animali scolpiti talmente realistici da prendere vita durante la notte. Una di quelle narrazioni che in Giappone sopravvivono sospese tra storia e folklore, e che inevitabilmente finiscono per diventare carburante creativo. La versione immaginata da Kawamura trasforma questo personaggio in una macchina di vendetta mutilata e ricostruita attraverso l’artigianato. Dopo aver perso il padre, la donna amata e un braccio durante la ricostruzione del Castello di Edo, Jingoro si reinventa letteralmente da solo, costruendosi protesi meccaniche capaci di trasformarlo in un’arma vivente.

E qui entra in gioco una delle cose più belle dell’intero progetto: la coerenza assoluta tra tema e tecnica. Hidari parla di mani che costruiscono, scolpiscono, assemblano. E viene realizzato attraverso una forma d’animazione che richiede precisamente quello: mani, pazienza, materia, artigianato reale. In un’epoca dominata da pipeline digitali sempre più automatizzate e da immagini generate industrialmente, vedere un progetto del genere ottenere attenzione internazionale produce quasi un effetto emotivo difficile da spiegare. Soprattutto per chi è cresciuto divorando making-of su DVD speciali, modellini di Ray Harryhausen, pupazzi animati fotogramma per fotogramma e speciali televisivi notturni dedicati agli effetti pratici.

Poi arriva il nome di Keanu Reeves e tutto assume una dimensione ancora più surreale.

Perché Reeves, ormai, è diventato qualcosa di diverso da una semplice star hollywoodiana. È una figura che attraversa trasversalmente generazioni nerd differenti. Per qualcuno resterà Neo di The Matrix, per altri Johnny Silverhand di Cyberpunk 2077, per altri ancora il guerriero malinconico di John Wick. Ha quella rarissima qualità di sembrare sempre perfettamente a suo agio dentro universi che mescolano filosofia pop, estetica cyberpunk, violenza coreografica e romanticismo tragico. Metterlo dentro Hidari significa quasi completare un circuito culturale che collega Oriente e Occidente.

E sinceramente è difficile immaginare una voce migliore per Jingoro. Reeves possiede quella stanchezza emotiva controllata, quel modo di parlare apparentemente minimale ma pieno di sottotesti, che potrebbe rendere il personaggio incredibilmente potente. Non serve nemmeno immaginarlo urlare. Basta pensarlo mentre sussurra una promessa di vendetta davanti a un castello in fiamme costruito interamente in stop-motion.

La produzione, tra l’altro, sta prendendo una piega sempre più ambiziosa. Il progetto è stato presentato all’Annecy Animation Showcase durante il Festival di Cannes, dettaglio che racconta molto bene il livello di attenzione internazionale raggiunto da Hidari. Non parliamo più di un corto virale nato per stupire internet. Qui si parla di un film da novanta minuti che punta apertamente a ridefinire il linguaggio della stop-motion contemporanea.

Dietro le quinte si muove un team creativo impressionante. Lo studio dwarf, già noto per lavori di enorme qualità artigianale, collabora con TECARAT per la realizzazione delle marionette in legno, mentre lo studio creativo Whatever Co. supervisiona sceneggiatura, direzione artistica e promozione. Perfino il character design porta con sé un’identità molto precisa, sospesa tra tradizione giapponese e dinamismo cinematografico moderno.

E poi bisogna dirlo chiaramente: il fatto che un progetto simile venga sostenuto anche attraverso crowdfunding racconta qualcosa di importante sul momento storico che stiamo vivendo. Oggi la community nerd globale non vuole soltanto consumare contenuti. Vuole partecipare alla loro esistenza. Vuole sentirsi parte di opere che sembrano avere un’anima vera. Il Kickstarter di Hidari ha raccolto milioni di yen proprio perché tantissime persone hanno riconosciuto immediatamente quell’energia autentica che troppo spesso manca nelle produzioni costruite esclusivamente a tavolino.

La parte che continua a tormentarmi di più, però, riguarda l’immaginario visivo del film. Un castello di Edo trasformato in arma di distruzione di massa sembra una follia meravigliosa, quasi un’idea da anime anni Novanta mai realizzato per limiti tecnici dell’epoca. E invece oggi qualcuno sta davvero costruendo tutto questo usando pupazzi di legno animati fotogramma per fotogramma. Roba che sembra uscita da un sogno condiviso tra artigiani samurai e designer cyberpunk.

Forse è proprio questo il motivo per cui Hidari sta colpendo così forte una certa generazione di appassionati. Non è soltanto “bello”. Non è soltanto originale. Trasmette quella sensazione rarissima di opera necessaria, fatta da persone che credono veramente nel potere delle immagini costruite con le mani. E in tempi dominati da algoritmi, produzioni serializzate e franchise spesso senz’anima, vedere un samurai mutilato affrontare eserciti meccanici dentro un Giappone feudale scolpito nel legno produce un effetto quasi liberatorio.

L’uscita è ancora lontana, perché il film dovrebbe arrivare intorno al 2029, ma onestamente va bene così. Alcuni progetti hanno bisogno di tempo. Hanno bisogno di artigiani, notti infinite, polvere di legno, errori, mani sporche di colla e persone abbastanza folli da credere che una marionetta possa emozionare più di cento render fotorealistici.

E qualcosa mi dice che da qui ai prossimi anni sentiremo parlare sempre più spesso di Hidari. Anche perché opere del genere non restano mai isolate: diventano riferimenti, influenze, scintille creative. Un po’ come successe con certi OAV impossibili degli anni Ottanta che inizialmente vedevano in pochi e che poi, lentamente, hanno contaminato intere generazioni di artisti, registi e game designer.

La vera domanda, a questo punto, è capire se il pubblico mainstream sarà pronto ad accogliere una storia così strana, malinconica e fisica. Noi nerd probabilmente sì. Anzi, forse stavamo aspettando qualcosa del genere da parecchio tempo. E sono curioso di sapere una cosa: quanti di voi avevano già visto il pilot del 2023 e quanti invece stanno scoprendo Hidari soltanto ora? Perché ho la sensazione che questa storia di samurai meccanici, sculture viventi e castelli trasformati in mostri sia destinata a diventare una di quelle ossessioni collettive che ci accompagneranno ancora per anni.

All of a Sudden: Hamaguchi torna a Cannes con il film più atteso del 2026

Qualcosa di profondamente magnetico continua ad abitare il cinema di Ryusuke Hamaguchi, una qualità rara che negli ultimi anni ha trasformato ogni suo nuovo progetto in una specie di appuntamento collettivo per chi ama il cinema d’autore ma anche per chi, semplicemente, cerca storie capaci di restare addosso per giorni. Dopo aver attraversato l’esplosione emotiva di Drive My Car e quella sensazione sospesa e quasi spirituale lasciata da Il male non esiste, l’idea di vedere Hamaguchi confrontarsi con una produzione internazionale tra Francia e Giappone aveva già qualcosa di irresistibile ancora prima dell’annuncio ufficiale. Adesso che ALL OF A SUDDEN è pronto a debuttare in concorso al Festival di Cannes 2026 e che Teodora Film insieme a Tucker Film hanno confermato la distribuzione italiana, quella curiosità si è trasformata in un’attesa quasi febbrile, di quelle che chi è cresciuto tra sale d’essai, VHS consumate e forum di cinema giapponese nei primi anni Duemila conosce benissimo.

ALL OF A SUDDEN Trailer 2026 | A Chance Meeting That Changes Everything

Fa impressione pensare a quanto Hamaguchi sia riuscito a ridefinire il rapporto tra silenzio e tensione narrativa nel cinema contemporaneo. In un’epoca dominata da immagini velocissime, storytelling ipercompresso e algoritmi che sembrano volerci convincere che ogni emozione debba arrivare entro i primi trenta secondi, lui continua a costruire film che respirano, che si prendono il tempo di osservare i volti, le pause, le esitazioni. E forse è proprio questo il motivo per cui tanti spettatori giovani oggi si stanno innamorando del suo cinema: perché dentro quella lentezza apparente ritrovano qualcosa che il linguaggio digitale ha quasi cancellato, cioè il peso reale delle persone.

ALL OF A SUDDEN sembra nascere esattamente da quella urgenza emotiva. La storia segue Marie-Lou, direttrice di una casa di cura nella periferia parigina, interpretata da Virginie Efira, impegnata a introdurre il metodo Humanitude, una filosofia dell’assistenza basata sul rispetto assoluto della dignità umana. Poi arriva Mari Morisaki, interpretata da Tao Okamoto, drammaturga giapponese malata terminale, e da lì il film cambia pelle, diventa qualcosa che sembra parlare contemporaneamente della fragilità del corpo, della distanza culturale, della paura della morte e del disperato bisogno di connessione che accomuna esseri umani separati da lingua, età e vissuti.

A leggerne la trama superficiale qualcuno potrebbe aspettarsi un classico dramma lacrimevole da festival europeo, ma chi conosce Hamaguchi sa bene che il punto non è mai “cosa succede”. Il punto è come i personaggi si guardano, come parlano, cosa scelgono di non dire. Basta ricordare la potenza quasi ipnotica delle conversazioni di Drive My Car, film che per molti di noi è stato uno spartiacque emotivo enorme. Personalmente ricordo ancora l’atmosfera stranissima con cui uscii dalla sala dopo la prima visione: Roma fuori dal cinema sembrava diversa, più silenziosa, quasi irreale. Non capita spesso che un film riesca a rallentarti il cervello in quel modo.

E infatti il dettaglio forse più affascinante di ALL OF A SUDDEN sta proprio nella sua origine. Hamaguchi e Léa Le Dimna hanno scritto il film partendo dall’epistolario reale tra Makiko Miyano e Maho Isono, pubblicato nel libro “You and I – The Illness Suddenly Get Worse”. Lettere nate durante la lotta di Miyano contro un tumore metastatico al seno, testi che riflettevano sulla malattia, sulla paura, sulla vita quotidiana che continua a scorrere anche mentre il corpo inizia lentamente a tradirti. Hamaguchi ha raccontato di essere stato profondamente colpito da quelle pagine, tanto da dedicare due anni allo sviluppo del progetto. E conoscendo il suo cinema, è facile immaginare quanto peso abbiano avuto quelle parole nel processo creativo.

Questa volta però c’è un elemento ulteriore che rende il progetto ancora più intrigante: la Francia. Non la Parigi da cartolina che Hollywood usa da decenni come scorciatoia romantica, ma una città più concreta, laterale, quasi invisibile. Hamaguchi ha dichiarato di voler mostrare una Parigi lontana dai cliché turistici, costruita attraverso quartieri vissuti, spazi periferici, luoghi normali. Ed è una scelta che racconta tantissimo del suo modo di guardare il mondo. In fondo anche il Giappone dei suoi film non è mai quello stereotipato da anime patinato o da spot turistico: è un Giappone fatto di parcheggi, strade anonime, interni silenziosi, automobili, bar qualunque, dettagli che diventano improvvisamente enormi perché attraversati dalle emozioni delle persone.

Da fan cresciuto tra cinema orientale, anime malinconici anni Novanta e quella stagione irripetibile in cui internet italiano era ancora pieno di blog cinefili scritti da insonni cronici che scoprivano Kore-eda, Kitano e Wong Kar-wai scaricando trailer in QuickTime a 240p, vedere Hamaguchi arrivare oggi a Cannes come uno degli autori più rispettati del pianeta ha qualcosa di quasi surreale. Perché fino a pochi anni fa il cinema giapponese contemporaneo, fuori dagli ambienti specializzati, in Italia era ancora percepito come territorio di nicchia. Poi è arrivato Drive My Car, sono arrivati gli Oscar, le standing ovation, il passaparola social, TikTok pieno di clip e analisi emotive, e improvvisamente tantissimi ragazzi hanno iniziato a cercare film dove i personaggi parlano davvero, soffrono davvero, esistono davvero.

Anche il cast racconta molto della natura ibrida del progetto. Virginie Efira porta con sé un’intensità emotiva che il cinema europeo contemporaneo sfrutta ancora troppo poco, mentre Tao Okamoto continua ad avere quella presenza quasi sospesa che molti ricordano da Wolverine – L’immortale e dalla serie Westworld. Due interpreti diversissime, due culture cinematografiche lontane, due modi differenti di stare davanti alla macchina da presa. Ed è impossibile non pensare che Hamaguchi abbia scelto proprio questa frizione come motore emotivo del film.

Interessante anche il discorso legato all’Humanitude, il metodo di assistenza che attraversa il racconto. Sulla carta potrebbe sembrare solo un elemento narrativo, invece diventa quasi una dichiarazione politica ed emotiva sul modo in cui le società contemporanee trattano la vulnerabilità. Chi ha vissuto davvero gli ospedali, le RSA, le lunghe attese nei corridoi sanitari sa quanto il tema della dignità umana sia qualcosa di devastantemente concreto. Hamaguchi sembra voler usare quella filosofia non come slogan, ma come lente attraverso cui osservare il rapporto tra esseri umani fragili.

E forse è proprio questo che rende il suo cinema così devastante per molti spettatori nerd cresciuti tra fantascienza, cyberpunk, anime esistenziali e videogiochi narrativi: sotto la superficie apparentemente realistica, Hamaguchi lavora sulle stesse domande che attraversano Evangelion, Ghost in the Shell o certi visual novel giapponesi dimenticati degli anni Zero. Quanto riusciamo davvero a entrare in contatto con gli altri? Quanto del nostro dolore resta invisibile? E quanto siamo disposti a vedere davvero chi abbiamo davanti?

Intanto il film arriva a Cannes con aspettative gigantesche e una candidatura alla Palma d’Oro che lo piazza immediatamente tra i titoli più osservati dell’intera edizione 2026. E conoscendo il rapporto ormai quasi rituale tra il festival francese e il cinema asiatico contemporaneo, è difficile immaginare che ALL OF A SUDDEN passi inosservato. Neon ha già acquisito i diritti per gli Stati Uniti, segnale chiarissimo di quanto il mercato internazionale creda nel progetto, mentre in Italia la scelta di Teodora Film e Tucker Film sembra quasi naturale: poche distribuzioni negli ultimi anni hanno saputo accompagnare il pubblico italiano verso il cinema asiatico d’autore con la stessa cura.

Quello che continua a colpirmi, però, è un altro dettaglio. Hamaguchi avrebbe potuto tranquillamente trasformarsi nel classico autore “festivaliero” che replica all’infinito la formula vincente dopo l’Oscar. Invece ogni nuovo progetto sembra portarlo altrove, fuori dalla comfort zone, lontano dall’autocompiacimento. Prima il minimalismo quasi spirituale de Il male non esiste, ora una coproduzione tra Parigi e Kyoto che parla di malattia, assistenza e relazioni umane. È il comportamento di un autore ancora inquieto, ancora curioso, ancora disposto a rischiare.

E in tempi in cui gran parte del cinema mainstream sembra progettato per essere dimenticato entro il weekend successivo all’uscita, quella inquietudine creativa vale tantissimo.

Adesso resta solo da capire che tipo di esperienza sarà davvero ALL OF A SUDDEN una volta arrivato nelle sale italiane. Se riuscirà a spezzarci emotivamente come Drive My Car oppure se prenderà una direzione ancora più radicale e silenziosa. Una cosa però appare già chiara: Hamaguchi continua a essere uno dei pochissimi registi contemporanei capaci di trasformare il dolore, la distanza e la fragilità in qualcosa che non schiaccia lo spettatore ma lo avvicina agli altri.

E forse, in fondo, è proprio questo che tanti di noi stanno cercando oggi nel cinema. Non soltanto storie. Non soltanto estetica. Ma opere che riescano ancora a ricordarci cosa significa guardare davvero un altro essere umano.

Su questo, la community di CorriereNerd.it secondo me avrà parecchio da dire.

Godzilla Minus Zero: il Re dei Kaiju torna al cinema, data d’uscita e tutto quello che sappiamo sul sequel di Minus One

Una vibrazione strana, quasi elettrica, ha attraversato la community nerd nel momento esatto in cui dal palco del CinemaCon è filtrato quel primo assaggio di Godzilla: Minus Zero, ed è una di quelle sensazioni che riconosci subito se sei cresciuto tra VHS consumate, forum notturni e maratone di kaijū eiga che ti facevano perdere completamente la percezione del tempo, perché qui non si parla solo di un sequel, ma di un ritorno che ha il peso di una memoria collettiva, qualcosa che ti prende allo stomaco prima ancora di capire davvero cosa hai visto. Chi ha ancora negli occhi Godzilla Minus One sa perfettamente di cosa sto parlando, perché quel film non era semplicemente un monster movie, era una ferita aperta raccontata attraverso il linguaggio del cinema, un modo quasi brutale di riportare Godzilla alla sua natura più autentica, quella di simbolo, di trauma, di colpa che non se ne va mai davvero, e adesso l’idea che tutto questo continui, che non venga lasciato lì come un fulmine isolato ma diventi una linea narrativa vera, coerente, viva, ha un fascino quasi inquietante.

Godzilla Minus Zero - Official First Look Teaser (2026)

La storia riparte nel 1949, e già questo dettaglio mi manda completamente fuori asse, perché significa tornare in un Giappone che sta ancora cercando di rimettere insieme i pezzi, mentre il mondo attorno cambia velocemente, quasi troppo in fretta, e in mezzo a tutto questo la famiglia Shikishima continua a portarsi addosso quel peso invisibile che non si vede ma si sente, come se ogni passo fosse sempre un passo dentro qualcosa che non è mai davvero finito, e poi arriva lui, ancora, diverso ma uguale, più grande, più inevitabile.

Il teaser mostrato al CinemaCon ha quella qualità quasi irreale delle cose che sembrano già iconiche prima ancora di esistere davvero nella loro forma completa, con Ryunosuke Kamiki di nuovo nei panni di Kōichi, sospeso in volo mentre tutto attorno sembra cedere, e poi quell’immagine, quella che ti resta incollata alla retina, Godzilla che emerge dall’acqua davanti alla Statua della Libertà, un contrasto talmente potente che sembra una dichiarazione di intenti più che una semplice scena, come se il film volesse dirci che questa volta il discorso si allarga, che il trauma non è più confinato, che la minaccia è globale anche se continua a nascere da qualcosa di profondamente umano.

Ed è qui che entra in gioco la cosa che più mi manda in hype, cioè la presenza totale di Takashi Yamazaki, perché parliamo di uno che non si limita a dirigere, ma scrive, costruisce, controlla, respira ogni singolo fotogramma, uno che è riuscito a portare a casa un Oscar per gli effetti visivi senza avere alle spalle budget hollywoodiani fuori scala, dimostrando che la visione, quella vera, conta più dei numeri, e il fatto che sia di nuovo lui a guidare tutto questo mi dà quella sicurezza rara che non stiamo andando verso un sequel “più grande e più rumoroso”, ma verso qualcosa di più profondo, più sporco, più personale.

Il titolo stesso, Minus Zero, suona come una discesa ancora più radicale, quasi una negazione totale, come se il “meno uno” non fosse stato abbastanza, come se la storia avesse bisogno di scavare ancora, di arrivare a un punto dove non resta niente da perdere, e se ci pensi è esattamente lì che Godzilla funziona meglio, quando non è solo distruzione spettacolare ma diventa inevitabilità, una presenza che non puoi fermare e che forse non dovresti nemmeno provare a capire fino in fondo.

E poi c’è quella scelta narrativa che mi ossessiona da quando ho letto le prime informazioni, cioè portare Godzilla verso New York City, che non è semplicemente un cambio di location, ma un gesto quasi simbolico, un ponte tra due modi completamente diversi di raccontare il mito, quello giapponese e quello occidentale, che da sempre convivono ma raramente si parlano davvero, e qui invece sembra che si stiano guardando negli occhi per la prima volta in modo diretto, senza filtri.

Il ritorno di Minami Hamabe aggiunge un altro livello emotivo che non riesco a ignorare, perché il suo personaggio non è solo una sopravvissuta, è qualcuno che ha già visto l’impossibile e deve trovare un modo per continuare a vivere sapendo che potrebbe succedere di nuovo, ed è una cosa che, se ci pensi bene, va molto oltre il film stesso, perché è una dinamica che appartiene a qualsiasi epoca, anche alla nostra.

E mentre continuo a ripensare a tutto questo, alla produzione partita in Giappone, ai set costruiti tra Ibaraki, Nuova Zelanda e Norvegia, a un budget che resta sorprendentemente contenuto rispetto agli standard globali ma che proprio per questo rende tutto ancora più interessante, mi torna in mente una cosa che spesso ci dimentichiamo quando parliamo di franchise giganteschi come Godzilla, cioè che la sua forza non è mai stata solo nella scala, ma nella capacità di cambiare significato senza perdere identità, di adattarsi alle paure di ogni generazione restando sempre riconoscibile.

Il fatto che questo nuovo capitolo arrivi nelle sale il 6 novembre 2026, con una distribuzione anche in IMAX, è quasi secondario rispetto a quello che rappresenta davvero, perché qui non stiamo aspettando semplicemente un film, stiamo aspettando una nuova interpretazione di qualcosa che conosciamo da sempre ma che riesce ancora a sorprenderci, e forse è proprio questo il motivo per cui, ogni volta che Godzilla torna, sembra sempre la prima volta.

Continuo a chiedermelo mentre riguardo mentalmente quelle poche immagini del teaser, mentre provo a immaginare quanto più in là si spingerà Yamazaki, quanto più a fondo scaverà dentro quella linea sottile tra spettacolo e riflessione, tra intrattenimento e memoria, e alla fine mi ritrovo sempre lì, con quella domanda che gira e non si ferma mai davvero: stavolta Godzilla sarà solo distruzione, oppure diventerà qualcosa di ancora più scomodo da guardare, qualcosa che ci costringerà a riconoscerci dentro il caos che porta con sé?

Se siete cresciuti con i kaijū, se avete ancora negli occhi le città in miniatura distrutte sotto i passi di un attore in costume o le versioni più moderne che hanno provato a reinventare il mito, sapete già che ogni risposta è temporanea, che ogni nuovo film cambia le regole, e forse è proprio questo il bello, il fatto che non esista mai una versione definitiva, solo nuove interpretazioni che continuano ad accumularsi, come onde che non smettono mai di arrivare.

E quindi sì, l’hype è reale, forse anche più del solito, ma più che aspettare una conferma mi viene voglia di capire dove ci porterà questa volta, perché ogni ritorno di Godzilla è anche un modo per capire dove siamo arrivati noi, come pubblico, come appassionati, come persone che continuano a cercare senso anche dentro le storie più grandi e rumorose.

Adesso però la palla passa davvero a voi, perché la domanda resta lì, sospesa, senza una risposta giusta o sbagliata: che tipo di Godzilla volete vedere emergere stavolta dalle profondità?

Millennium Actress torna al cinema: il capolavoro di Satoshi Kon rinasce in 4K e ci riporta dentro i nostri ricordi

Tra i grandi miracoli dell’animazione giapponese che il tempo non ha mai davvero scalfito, Millennium Actress occupa un posto quasi sacrale, come quelle opere che sembrano emergere da una dimensione parallela e ritornano da noi soltanto in rare occasioni, lasciando ogni volta una traccia nuova, diversa, più profonda. La notizia che Anime Factory porterà finalmente per la prima volta il capolavoro di Satoshi Kon nei cinema italiani dall’11 al 13 maggio, in una straordinaria versione restaurata in 4K, ha il sapore di un evento storico per chi ama il cinema d’animazione e per chi considera il linguaggio anime una forma d’arte capace di raccontare l’animo umano meglio di qualsiasi altro medium. A venticinque anni dalla sua uscita in Giappone, questo film torna a vivere sul grande schermo come meritava da sempre, e per noi spettatori italiani è un’occasione irripetibile per ritrovare — o scoprire per la prima volta — una delle opere più poetiche, malinconiche e sconvolgenti mai realizzate.

Parlare di Millennium Actress significa inevitabilmente parlare del genio irripetibile di Satoshi Kon, autore che ha saputo trasformare il cinema animato in un territorio mentale dove memoria, sogno, identità e finzione si fondono in modo vertiginoso. Dopo aver scosso il mondo con Perfect Blue, Kon firmò nel 2001 questo suo secondo lungometraggio, prodotto dal leggendario Madhouse, costruendo un’opera che anticipava già tutte le ossessioni narrative e visive che avrebbero reso immortali anche titoli come Tokyo Godfathers e Paprika. Rivederlo oggi significa riconoscere quanto il suo linguaggio fosse avanti rispetto al proprio tempo, quanto il suo montaggio emotivo e la sua grammatica cinematografica abbiano influenzato anche autori occidentali come Christopher Nolan e Guillermo del Toro.

La storia di Chiyoko Fujiwara è una di quelle che sembrano appartenere contemporaneamente alla leggenda e alla memoria collettiva. Attrice simbolo di un intero secolo di cinema giapponese, Chiyoko vive ritirata in solitudine, lontana dai riflettori, in una casa immersa nei boschi, quasi fosse ormai diventata essa stessa un fantasma della settima arte. L’arrivo del documentarista Genya Tachibana, suo ammiratore devoto, trasforma quella che dovrebbe essere una semplice intervista in qualcosa di infinitamente più complesso e struggente: un viaggio liquido dentro il tempo, dentro i film, dentro i ricordi, dentro i desideri mai sopiti. Kon costruisce questa traversata narrativa con una maestria quasi ipnotica, facendo scivolare lo spettatore da un’epoca all’altra senza cesure, senza confini netti, come accade nei sogni e come accade nei ricordi autentici, quelli che non seguono logiche lineari ma si muovono per emozioni, per simboli, per ferite.

Ed è proprio qui che Millennium Actress si rivela per quello che realmente è: non una biografia immaginaria, non un racconto nostalgico sul cinema, ma una meditazione profonda sull’inseguimento. Chiyoko attraversa generi cinematografici, epoche storiche, guerre, amori, tragedie e metamorfosi inseguendo il ricordo di un uomo intravisto da giovane, un amore incompiuto divenuto ossessione e motore esistenziale. Quell’uomo, legato al simbolo di una chiave lasciata tra le sue mani, non è mai soltanto una persona: diventa il desiderio stesso, la promessa irraggiungibile, il senso di una ricerca che dà significato all’intera vita. E in questa intuizione narrativa risiede la ferita più luminosa del film: non è il raggiungimento dell’obiettivo a definire un’esistenza, ma il viaggio che scegliamo di compiere per inseguirlo.

Chi conosce il cinema di Kon sa bene che nulla, nei suoi film, è mai solo ciò che appare. In Millennium Actress la realtà si dissolve continuamente nella finzione cinematografica, ma non come semplice artificio stilistico: qui i film interpretati da Chiyoko diventano la materia stessa della sua memoria, i ruoli si sovrappongono all’identità, la recitazione diventa vita e la vita diventa messa in scena. Genya e il suo goffo cameraman Kyoji Ida finiscono letteralmente trascinati dentro questi ricordi-film, diventando testimoni e partecipanti di una narrazione che li supera. È un meccanismo narrativo che oggi potremmo definire metacinematografico, ma che Kon rende incredibilmente naturale, emotivo, quasi inevitabile.

Visivamente, il film resta ancora oggi una meraviglia tecnica. L’animazione firmata Madhouse conserva una fluidità impressionante, e il restauro in 4K promette di restituire una ricchezza cromatica e una precisione visiva che renderanno ancora più evidente la modernità di quest’opera. Le transizioni tra scene e tempi diversi scorrono come acqua, con una naturalezza che pochi registi, animati o live action, hanno mai saputo raggiungere. A rendere tutto ancora più magnetico contribuisce la colonna sonora di Susumu Hirasawa, capace di trasformare ogni sequenza in una dimensione sospesa tra sogno e malinconia, imprimendo alle immagini una potenza evocativa che resta addosso per giorni.

Il ritorno italiano del film sarà reso ancora più speciale da un’anteprima evento al COMICON Napoli il 1° maggio alle 19:30, dove il pubblico potrà assistere a una proiezione celebrativa accompagnata da voci amatissime della cultura pop italiana come Dario Moccia, Francesco Alò, Mr. Marra e Victorlaszlo88, riuniti per raccontare e discutere l’eredità di Kon e la straordinaria attualità di questo film. Un appuntamento che ha il sapore di una vera liturgia cinefila, perfetto per prepararsi a quello che accadrà pochi giorni dopo nelle sale.

Rivedere Millennium Actress oggi significa anche riconoscere quanto il film parli al nostro presente. In un’epoca in cui consumiamo immagini con velocità compulsiva, in cui le storie vengono divorate e dimenticate nel giro di poche ore, Kon ci obbliga a rallentare, a perderci, a lasciarci trasportare da un racconto che non offre scorciatoie emotive. Questo anime non cerca mai la gratificazione immediata: pretende attenzione, partecipazione, abbandono. Ed è proprio per questo che continua a essere così potente, così necessario.

Il cinema italiano, troppo spesso privo della possibilità di accogliere in sala certi capolavori anime nella loro forma migliore, riceve stavolta un dono raro. Millennium Actress non è semplicemente un film da recuperare: è una di quelle esperienze che cambiano il modo in cui guardiamo il cinema stesso, una riflessione struggente su ciò che ricordiamo, su ciò che rincorriamo, su ciò che scegliamo di amare anche sapendo che forse non lo raggiungeremo mai.

Dall’11 al 13 maggio, dunque, il grande schermo diventerà di nuovo il luogo in cui entrare dentro il sogno di Chiyoko Fujiwara. E forse, uscendo dalla sala, ci porteremo via la stessa domanda che Kon lascia sospesa tra le pieghe del suo capolavoro: quante delle nostre vite sono davvero costruite attorno a ciò che cerchiamo, e quante invece attorno al bisogno stesso di continuare a cercare?

Scarlet: Mamoru Hosoda riscrive Amleto tra vendetta, multiverso e redenzione

Alcuni film li aspetti. Altri li senti arrivare come un glitch nell’aria, come se il feed del mondo avesse appena aggiornato qualcosa di enorme. Scarlet è stato così. Prima Venezia, poi l’energia un po’ magica di Alice nella Città, poi il Giappone. E infine il 19 febbraio 2026 anche le nostre sale italiane. Data cerchiata in rosso mentale, tipo patch day per chi vive di animazione giapponese.

Ogni volta che esce un nuovo lavoro di Mamoru Hosoda succede qualcosa di strano: non è solo un’uscita cinematografica, è un aggiornamento emotivo collettivo. È successo con Wolf Children, che ci ha insegnato che crescere significa perdere e trovare insieme. È successo con Summer Wars, che aveva capito il digitale prima che il digitale capisse noi. È successo con Belle, che trasformava un social network in un’opera lirica.

E adesso Scarlet.

Una principessa con una spada. Un padre assassinato. Un nome che è praticamente un easter egg letterario: Claudius. Non serve essere prof di teatro per sentire l’eco di Hamlet. Solo che Hosoda non fa adattamenti. Fa cortocircuiti.

Scarlet parte con l’idea più classica e più tossica di sempre: vendetta. Il suo mondo è medievale, ruvido, fatto di codici d’onore e sangue che chiama sangue. Lei non è una ragazza fragile in cerca di sé stessa. Lei è una lama. Una volontà affilata. Eppure fallisce. Cade. Muore? Quasi. Si ritrova in un altrove che non è paradiso né inferno, ma una specie di wasteland metafisica dove il tempo si comporta come una connessione instabile.

E qui succede il primo vero scarto hosodiano.

Incontra Hijiri. Un ragazzo del nostro presente. Non un guerriero, non un prescelto, non un eroe da shōnen. Un pacifista radicale. Uno che cura i nemici. Uno che si prende botte pur di non farle dare. Se Scarlet è rabbia compressa, Hijiri è empatia pura. E no, non è un contrasto da manuale “cuore contro spada”. È qualcosa di più disturbante: è la dimostrazione che la vendetta non è l’unica narrativa possibile.

La cosa che mi ha colpito è che il film non glorifica nessuno dei due estremi. Non è la favoletta dove l’idealismo vince sempre. Hijiri stesso impara che difendere chi non può difendersi richiede forza. Che la non-violenza non è passività. E Scarlet, attraversando questo limbo pieno di soldati smarriti, assassini in cerca di redenzione e creature quasi mitologiche, capisce una differenza fondamentale: uccidere per rabbia non è lo stesso che combattere per proteggere.

È qui che Scarlet smette di essere “la principessa che vuole vendetta” e diventa una riflessione brutale sul perdono. Non solo verso l’assassino del padre. Ma verso sé stessa.

Perché la ferita più grande non è la morte del re. È il senso di colpa. Quel pensiero velenoso che ti dice: avrei potuto fare qualcosa. Anche se razionalmente sai che non è vero. Scarlet si punisce da sola. La vendetta diventa una scusa per non guardare quel vuoto.

E in questo c’è qualcosa di tremendamente contemporaneo. Siamo la generazione che vive online, che archivia traumi come screenshot, che replaya mentalmente ogni errore. Hosoda prende Shakespeare e lo porta nel multiverso emotivo del 2026.

Visivamente, poi, il film è una dichiarazione di guerra alla banalità. L’aldilà è una distesa desolata con un mare sospeso sopra le nuvole. Letteralmente sopra. Un’immagine che ti resta addosso come un sogno strano alle tre di notte. Il drago che incarna il giudizio divino non è solo spettacolare: è simbolico, è pesante, è quasi biblico. L’animazione alterna 2D e CGI con una naturalezza che non cerca l’effetto wow fine a sé stesso, ma l’emozione tangibile. Le ombre sembrano vive. La luce non illumina: giudica.

Non tutto funziona alla perfezione. Alcuni stacchi di regia sono bruschi, quasi spiazzanti. E le sequenze musicali diegetiche – specialmente quella ambientata nei pressi della stazione di Shibuya – hanno un sapore che cozza con il medioevo del resto del film. Le canzoni, prese da sole, sono potenti. Ma inserite in quel contesto generano una frizione. Non è un difetto enorme, è più un bug di tono. Però si sente.

Il doppiaggio giapponese è di quelli che scolpiscono i personaggi. Mana Ashida dà a Scarlet una fragilità nascosta sotto la furia. Masaki Okada costruisce un Hijiri che non è ingenuo, ma ostinatamente umano. E attorno a loro voci come Kōji Yakusho aggiungono peso specifico a ogni scena.

Alla fine la domanda non è se Scarlet sia il miglior film di Hosoda. Probabilmente no. Non ha la coesione emotiva di Wolf Children né l’impatto visionario di Belle. Ma è un film che osa. Che prende uno dei testi più saccheggiati della storia e lo usa come trampolino, non come stampella.

È un anime che parla di vendetta, sì. Ma soprattutto parla di scegliere chi diventare dopo il trauma. E in un’epoca dove la cultura pop è piena di anti-eroi incazzati, vedere una principessa guerriera che impara il valore della misericordia ha un che di rivoluzionario.

Uscire dalla sala con Scarlet addosso è strano. Non hai l’adrenalina di uno shōnen classico. Hai qualcosa di più sottile. Una specie di eco.

E adesso lo chiedo a voi, community di CorriereNerd: se vi trovate davanti al vostro “Claudius”, con la possibilità reale di chiudere il conto… scegliereste la spada o qualcosa di diverso?

Ne parliamo nei commenti. Perché certi film non finiscono con i titoli di coda. Continuano nelle nostre discussioni, nei nostri dubbi, nelle nostre scelte quotidiane.

The Dangers in My Heart – Il Film: l’amore, l’imbarazzo e la magia dell’adolescenza tornano al cinema anche in Italia

C’è un tipo di attesa che non ha niente a che fare con l’hype urlato, con i countdown sui social o con le reaction thumbnail tutte uguali. È un’attesa più silenziosa, quasi imbarazzata. Quella che ti prende quando sai che sta arrivando qualcosa che non ti farà fare casino, ma ti colpirà piano. Tipo una gomitata lieve nel petto mentre stai guardando fuori dal finestrino. The Dangers in My Heart – The Movie è esattamente lì. In quella zona scomoda e preziosa.

Tu magari lo dici anche con nonchalance, davanti a un caffè: “Sì, esce pure al cinema”. Ma dentro lo sai che non è solo un film anime. È una di quelle storie che ti ha fregato senza chiedere permesso. Non con le scene madri, non con i colpi di scena. Ti ha preso mentre stavi abbassando la guardia. Un po’ come Kyotaro Ichikawa quando si convince di essere un personaggio oscuro e disturbato… e invece è solo un ragazzino che non sa dove mettere le mani quando qualcuno lo guarda davvero.

La cosa buffa è che The Dangers in My Heart non fa nulla per sembrare importante. Non si presenta come “la grande storia d’amore generazionale”. Non alza la voce. Non ti prende per la giacca. Si muove come quei pensieri che fai quando torni a casa e ti chiedi perché una frase detta da qualcuno ti è rimasta addosso più del dovuto. Ed è per questo che l’idea di vederlo al cinema, in sala, con altre persone che respirano insieme a te, fa un certo effetto. Un effetto strano. Bello. Un po’ spaventoso.

Kyotaro e Anna, se ci pensi, sono due estremi che si attraggono senza sapere come funziona la calamita. Lui vive tutto nella testa, spesso nel modo peggiore possibile. Si racconta una versione di sé che fa più male di quella reale, perché almeno così ha il controllo del dolore. Lei sembra luce pura, ma non quella patinata da poster scolastico: una luce sbilenca, goffa, imprevedibile. Anna Yamada è il tipo di persona che entra in una stanza e non se ne accorge nemmeno, ma cambia l’aria. E tu, come Kyotaro, resti lì a chiederti quando è successo esattamente. Il film arriva in un momento curioso. Perché non è un “nuovo inizio”, non è nemmeno un vero sequel. È una specie di cristallizzazione emotiva riproponendo momenti iconici delle prime due stagioni, ma includerà scene rieditate, sequenze inedite e nuovi dettagli narrativi che espanderanno il mondo emotivo di Kyotaro e Anna. . Un fermo immagine che però respira. Ci sono scene che conosci, certo, ma rimesse in circolo come ricordi che tornano diversi ogni volta che li ripensi. E poi ci sono frammenti nuovi, aggiunte, dettagli che non gridano “novità!” ma sussurrano “guarda meglio”. Ed è lì che questa operazione diventa interessante, anche per chi di solito storce il naso davanti ai film compilation. La regia cambia mano, ma non cambia cuore. Si sente che chi ci lavora sa dove mettere la macchina da presa emotiva. Sa quando stare fermo. Sa quando lasciare un silenzio di troppo. E chi conosce il lavoro di Kensuke Ushio sa che la musica qui non accompagna: si infila sotto pelle. Non ti dice cosa provare. Ti crea lo spazio perché tu possa provarlo da solo. Come una stanza vuota con una finestra aperta.E poi c’è quella canzone. “Madder” di Yorushika. Che non esplode. Non fa l’effetto trailer da brivido immediato. Ti resta addosso dopo. Come quelle melodie che ti tornano in mente mentre lavi i piatti o cammini senza cuffie. È una scelta coerente con tutto il resto: niente enfasi, solo sincerità emotiva. Che è molto più difficile.

Il fascino di un amore improbabile

L’opera di Norio Sakurai, pubblicata in Giappone dal 2018 sulla Weekly Shōnen Champion e tuttora in corso su Manga Cross, ha saputo conquistare lettori e spettatori grazie alla sua capacità di raccontare l’adolescenza senza filtri, alternando ironia, goffaggine e poesia. Kyotaro Ichikawa è un ragazzino introverso, convinto di essere il protagonista di un oscuro thriller psicologico, mentre Anna Yamada è la classica idol della classe, bella, spensierata e apparentemente irraggiungibile. Ma dietro le apparenze si nasconde una verità universale: anche i “mostri” più solitari hanno un cuore capace di amare.

La serie anime, diretta da Hiroaki Akagi e animata da Shin-Ei Animation, è riuscita a catturare questo fragile equilibrio tra cinismo e tenerezza grazie anche alla straordinaria colonna sonora di Kensuke Ushio e alle sigle che hanno lasciato il segno, da Shayō di Yorushika a Koi shiteru jibun sura aiserunda di Kohana Lam. Nella seconda stagione, lo storyboard dell’apertura è stato affidato a Tetsurō Araki, regista di L’attacco dei giganti, con la collaborazione di Wit Studio, portando la serie a livelli di raffinatezza visiva sorprendenti.

Dal manga al fenomeno globale

In un panorama anime sempre più popolato da shōjo e commedie romantiche, The Dangers in My Heart è riuscito a distinguersi per la sua sincerità. Non c’è nulla di artificioso o patinato nel suo modo di raccontare la giovinezza: è un amore che nasce tra insicurezze, brufoli, imbarazzi e piccoli gesti quotidiani. È una storia che parla di crescita, empatia e scoperta di sé, più che di perfezione.Yamato Video, che ha già portato in Italia le due stagioni su ANiME Generation di Prime Video, ha confermato che il film riceverà una distribuzione cinematografica ufficiale. Un passo importante, che conferma come l’anime sia ormai entrato nel cuore del pubblico italiano, grazie anche a un doppiaggio curato da professionisti come Patrizio Prata e Loris Bondesan, capaci di mantenere intatta la delicatezza dei dialoghi originali.

Sapere che il film arriverà anche in Italia – e sì, per davvero, al cinema grazie ad Eagle Pictures e Yamato Video dal 26 febbraio al 4 marzo, non solo in una nota a piè di pagina dello streaming – è una di quelle notizie che ti fanno sorridere senza postare niente. Te la tieni. Magari la giri a quella persona che sai che “lo capirebbe”. Perché The Dangers in My Heart non è un titolo da consigliare a caso. È uno di quelli che suggerisci solo quando senti che dall’altra parte c’è qualcuno pronto a farsi colpire piano.

E non è una storia solo per adolescenti, anche se parla di adolescenza. È una storia per chi si ricorda quanto fosse complicato abitare il proprio corpo, il proprio silenzio, le proprie fantasie. Per chi ha passato anni a sentirsi fuori fuoco. Per chi ha scoperto tardi che essere visti non è sempre una minaccia.

Vederlo in sala, questo film, sarà strano. Perché non è un anime da applauso. È più da respiro trattenuto. Da occhi che restano sullo schermo anche quando i titoli iniziano a scorrere. Da quella sensazione sottile che ti accompagna fuori dal cinema e non sai bene come chiamare. Nostalgia? Tenerezza? Un po’ di malinconia buona?

Forse è solo il ricordo di quando anche tu, senza saperlo, stavi cambiando piano. Senza rumore.

E magari, quando uscirai, ti verrà voglia di parlarne. O magari no. Magari ti basterà sapere che non sei l’unico ad aver sentito quel colpetto al cuore.
Tu da che parte stai? Quelli che non vedono l’ora o quelli che fingono di no?

Sakamoto Days live action: il sicario gentile arriva al cinema e mette alla prova la leggenda

Qualcosa, con Sakamoto Days, ha sempre funzionato al contrario rispetto alle regole non scritte dello shōnen moderno. Non ha mai urlato di voler essere rivoluzionario, non ha mai indossato l’armatura del “nuovo fenomeno generazionale” fin dal primo capitolo. È cresciuto piano, quasi di traverso. E proprio per questo, oggi, l’idea di vederlo prendere corpo in un live action fa un effetto straniante, come quando riconosci un vecchio amico in una folla enorme e ti rendi conto che non è più solo “tuo”.

La data è lì, incisa come una promessa e come una sfida: 29 aprile 2026. Golden Week. Il periodo in cui il cinema giapponese non si limita a riempire le sale, ma diventa rito collettivo. Scegliere quei giorni per far debuttare il film live action di Sakamoto Days non è un dettaglio logistico, è una dichiarazione d’intenti. Significa dire ad alta voce che questa storia, nata tra le pagine di Weekly Shōnen Jump, ora vuole giocare nel campionato degli eventi pop nazionali, quelli che escono dal recinto degli appassionati e si infilano nelle conversazioni di chi magari il manga non l’ha mai sfogliato.

Eppure, mentre guardiamo e riguardiamo il trailer e le foto che circolano sui social, il pensiero torna sempre lì: a quel minimarket qualunque, a quell’uomo dalla pancia morbida e dallo sguardo gentile che ha deciso di smettere di essere una leggenda per diventare qualcosa di molto più difficile da sostenere. Un marito, un padre, un negoziante. La sinossi ufficiale parla di un ex sicario costretto a tornare in azione quando il passato bussa alla porta con la delicatezza di una granata. Ma ridurre Sakamoto a questo sarebbe come raccontare John Wick parlando solo dei colpi sparati. Il vero motore emotivo sta altrove, in quella tensione continua tra la violenza che conosce fin troppo bene e la normalità che difende con ostinazione quasi commovente.

La scelta di affidare Tarō Sakamoto a Ren Meguro ha acceso discussioni accese, e non solo per il solito riflesso condizionato anti-idol. Il punto non è il curriculum, ma la metamorfosi. Nel manga di Yuuto Suzuki, il corpo di Sakamoto è narrazione pura, è racconto visivo del tempo che passa, delle rinunce, delle priorità che cambiano. Portare tutto questo su un volto iperconosciuto, lucido, scolpito dall’industria pop, è un rischio enorme. Ed è proprio per questo che incuriosisce. I rumor parlano di un lavoro maniacale su postura, silenzi, micro-espressioni. Non una maschera comica, ma una presenza che sappia diventare ingombrante anche stando ferma.

Accanto a lui, Fumiya Takahashi nei panni di Shin Asakura sembra la scelta più naturale possibile. Shin è nervo, entusiasmo, fame di approvazione. È il personaggio che reagisce al mondo mentre Sakamoto lo assorbe. La loro dinamica è sempre stata uno dei segreti meglio custoditi della serie, capace di passare dalla slapstick comedy a momenti di tensione quasi drammatica senza mai sembrare fuori posto. Il film, da quanto trapela, punta forte su questo equilibrio fragile. E fa bene.

Nel cast orbitano anche Aya Ueto nel ruolo di Aoi, presenza silenziosa ma centrale, e Miyu Yoshimoto come Hana, figlia e simbolo di tutto ciò che Sakamoto non è disposto a perdere. Gli ultimi annunci hanno aggiunto Akihisa Shiono come Kashima e Keisuke Watanabe nei panni di Natsuki Seiba, nomi che i lettori del manga sanno bene quanto possano spostare il baricentro emotivo della storia, soprattutto quando l’azione smette di essere gioco e diventa resa dei conti.

Dietro la macchina da presa, Yūichi Fukuda. Nome che divide, sempre. Il suo stile iperbolico, il gusto per l’eccesso, l’ironia che straripa anche nei momenti più tesi. Eppure, proprio Sakamoto Days sembra scritto pensando a un regista così. Qui la comicità non è un intermezzo, è una lente deformante che rende l’azione più fisica, più assurda, più memorabile. Le scene di combattimento, coordinate da Keiya Tabuchi, promettono quella fisicità quasi cartoonesca che nel manga funziona perché è sincera, mai estetizzante. Colpi secchi, oggetti quotidiani trasformati in armi, coreografie che sembrano nate più da una risata che da un manuale di arti marziali.

La produzione, affidata a CREDEUS insieme a Avex Pictures, ha lasciato filtrare una frase che rimbalza da giorni tra i fan: il montaggio sarebbe già “abbastanza buono da essere proiettato”, anche senza effetti definitivi e colonna sonora. È una frase pericolosa, di quelle che o diventano leggenda o tornano indietro come un boomerang. Ma dice anche qualcosa sul livello di fiducia interna al progetto.

 

Tutto questo, però, non esisterebbe senza l’impatto che il manga ha avuto negli ultimi anni sulla cultura otaku contemporanea. Sakamoto Days non è esploso perché più violento o più spettacolare degli altri. È esploso perché ha parlato di stanchezza, di compromessi, di seconde possibilità. Temi adulti travestiti da commedia d’azione. Il successo dell’adattamento anime, arrivato su Netflix e capace di intercettare anche chi non aveva mai messo piede in una fumetteria, ha fatto il resto. Meme, fan art, cosplay improbabili ma affettuosi, discussioni infinite su quale combattimento fosse il più assurdo e quale invece il più dolorosamente umano.

Nel frattempo, il manga corre verso la sua battaglia finale, come se anche su carta sentisse l’urgenza di chiudere un cerchio prima che l’immaginario venga riscritto dal cinema. Spin-off, videogame mobile, collaborazioni. Un ecosistema che cresce senza perdere quella strana qualità domestica, quasi intima, che lo ha reso speciale fin dall’inizio.

E allora il live action diventa qualcosa di più di un semplice adattamento. È un test. Può una storia così profondamente legata al ritmo della tavola, alla gag visiva, al tempo sospeso tra un colpo e l’altro, sopravvivere alla gravità del mondo reale? Può un uomo che combatte con una mano mentre con l’altra regge un sacchetto della spesa continuare a sembrarci credibile, necessario, persino rassicurante?

Forse la risposta non è nel film che vedremo ad aprile 2026, ma in quello che succederà dopo. Nelle conversazioni all’uscita dal cinema, nei commenti divisi, nei fan che diranno “non è il mio Sakamoto” e in quelli che, magari con sorpresa, si scopriranno a difenderlo. Perché Sakamoto Days non è mai stato una storia che si lascia chiudere facilmente. E forse nemmeno ora ha davvero voglia di farlo.

Poupelle of Chimney Town: The Promised Clock Tower – Il ritorno poetico di un sogno fatto di fumo e stelle

Esiste una forma di incanto che solo l’animazione giapponese sa evocare davvero, quella che ti prende per mano e ti riporta in un’età indefinita, dove lo stupore convive con una malinconia dolce e persistente. È lo stesso tipo di magia che nel 2020 ha reso  Poupelle della città dei camini (Poupelle of Chimney Town) qualcosa di più di un semplice film d’animazione: una favola moderna capace di parlare ai bambini senza mai dimenticare gli adulti che siamo diventati. Oggi, a cinque anni di distanza, quell’incanto è pronto a riaffiorare tra il fumo e gli ingranaggi di Entotsu-chō, perché il 27 marzo 2026 arriverà nei cinema giapponesi Poupelle of Chimney Town: The Promised Clock Tower, un sequel che non si limita a continuare una storia, ma promette di metterne in discussione il senso stesso. Dietro questo ritorno si riconosce subito la mano visionaria di Akihiro Nishino, autore del libro illustrato originale e anima creativa dell’intero progetto. Ancora una volta, Nishino collabora con Studio 4°C, uno degli studi più audaci e sperimentali dell’animazione nipponica, capace in passato di regalarci esperienze visive come Tekkonkinkreet e Mind Game. Alla regia torna Yūsuke Hirota, già responsabile del primo film, mentre Nishino firma la sceneggiatura e supervisiona la produzione, mantenendo quella coerenza autoriale che rende il mondo di Poupelle immediatamente riconoscibile.

Il nuovo trailer ufficiale ha finalmente sollevato il velo su molti dettagli attesi dai fan, a partire dal cast vocale, che si arricchisce di nuovi personaggi destinati a lasciare il segno. Tra questi spicca Mofu, nuova compagna di viaggio di Poupelle, doppiata da MEGUMI, e Nagi, una pianta trasformata in essere umano con una voce capace di incantare, interpretata da Fūka Koshiba. C’è poi Gus, un orologiaio che da cent’anni crede in una promessa mai mantenuta, a cui presta la voce Mitsuo Yoshihara, e Nezumi, una regina enigmatica che ordina a Lubicchi di riparare un orologio in una fortezza millenaria, doppiata da Anna Tsuchiya. Ritornano anche volti familiari come Scopp e Antonio, insieme a una serie di interpreti di grande esperienza che completano un cast sorprendentemente ricco. Masataka Kubota resta la voce di Poupelle, mentre il ruolo di Lubicchi passa a Yuzuna Nagase, segnando un cambio generazionale che incuriosisce e divide, ma che potrebbe portare nuove sfumature emotive al personaggio.

La storia prende ispirazione dal libro illustrato Tick-Tock ~Yakusoku no Tokeidai~, pubblicato nel 2019, e si svolge in una città dominata da una gigantesca torre dell’orologio, ferma a un minuto dalla mezzanotte. Un’immagine potentissima, che diventa il fulcro di un conflitto tanto narrativo quanto simbolico. Da una parte ci sono coloro che vogliono preservare la torre così com’è, trasformandola in un monumento immobile al passato; dall’altra chi sogna di rimettere in moto i suoi ingranaggi, convinto che il futuro non possa nascere senza il coraggio di cambiare.

Durante un panel all’Anime NYC del 2023, Nishino aveva chiarito che questo sequel sarebbe stato profondamente diverso dal primo film. Se Poupelle raccontava l’urgenza di inseguire i propri sogni, di alzare lo sguardo e andare avanti a ogni costo, The Promised Clock Tower sceglie la strada opposta. Il tema centrale diventa l’attesa, la fiducia nel tempo, la capacità di restare fermi quando tutto sembra chiederti di correre. Un messaggio quasi controcorrente, soprattutto in un’epoca che divora tutto con voracità, e che proprio per questo risuona con una forza inaspettata. Questo cambio di prospettiva si riflette anche nell’atmosfera visiva. Dove prima dominavano il fumo, il fuoco e la scoperta, ora si avverte una sospensione costante, come se l’intero mondo trattenesse il respiro insieme alle lancette bloccate dell’orologio. Il teaser diffuso online non è tanto un’anteprima quanto una carezza malinconica: scorci di città silenziose, meccanismi immobili, sguardi carichi di attesa. A rendere tutto ancora più intenso contribuisce la musica, affidata di nuovo a Lozareena, che interpreta il tema principale del film con una delicatezza capace di insinuarsi sotto pelle.

Per chi non avesse mai incrociato questo universo, vale la pena ricordare da dove tutto è cominciato. Poupelle della città dei camini raccontava la storia di Lubicchi, un bambino che vive in una città circondata da mura altissime e perennemente avvolta dal fumo. Nessuno ha mai visto il cielo, ma Lubicchi continua a credere alle storie del padre sulle stelle. L’incontro con Poupelle, un uomo fatto di spazzatura ma animato da una gentilezza disarmante, dà il via a un viaggio che è insieme fisico e interiore. Una favola steampunk che ha saputo conquistare pubblico e critica, arrivando anche oltre i confini giapponesi e ottenendo una distribuzione internazionale di tutto rispetto. Al debutto, nel dicembre 2020, il film si piazzò tra i titoli più visti del weekend, dimostrando che anche un progetto fuori dagli schemi poteva trovare spazio nel grande mercato dell’animazione. Parlare di Poupelle significa inevitabilmente parlare di Studio 4°C, e della sua capacità di trasformare la poesia in animazione. Ogni fotogramma sembra dipinto a mano, ogni movimento racconta qualcosa anche quando i personaggi tacciono. Il character design di Atsuko Fukushima conserva quell’equilibrio fragile tra innocenza e malinconia, rendendo il mondo di Entotsu-chō imperfetto, sporco, ma incredibilmente vero.

Nel nuovo capitolo, il tema del tempo diventa centrale. Fermare un orologio a 11:59 significa vivere in un eterno limbo, sospesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. È un confine sottile, quasi metafisico, che Nishino utilizza per riflettere sull’attesa come atto di fede. Non una rinuncia, ma una forma diversa di coraggio. In questo senso, la città dei camini smette di essere solo un luogo e diventa una condizione dell’anima, un riflesso delle nostre paure e speranze.

Il debutto giapponese del film è fissato per il 27 marzo 2026, una data che molti appassionati hanno già segnato sul calendario. Non solo per rivedere Poupelle e Lubicchi, ma per scoprire se questa storia riuscirà ancora una volta a parlarci di sogni, di tempo e di promesse mantenute o tradite. Perché, se il primo film ci ha insegnato che anche dietro il fumo più denso può nascondersi la luce, questo sequel sembra volerci ricordare che a volte il vero atto di ribellione è saper aspettare.

E ora la parola passa a voi. Avete visto Poupelle della città dei camini? Vi ha lasciato addosso quella sensazione strana, a metà tra nostalgia e speranza? Raccontacelo nei commenti o scrivici su Instagram e Telegram. Su CorriereNerd.it amiamo condividere queste storie con chi, come noi, crede che la cultura geek sia un linguaggio universale: fatto di emozioni, curiosità e connessioni che non si fermano mai — nemmeno a 11:59.

Lupin the IIIRD – La Stirpe Immortale: il ritorno in 2D del ladro gentiluomo che sfida la morte

Appena uscita dalla sala, con ancora negli occhi le ombre taglienti e le esplosioni di colore che solo Takeshi Koike sa incidere sulla retina, una cosa è chiarissima: Lupin the IIIRD – The Movie: La Stirpe Immortale non è semplicemente un nuovo capitolo animato, ma una vera dichiarazione d’intenti. Dal primo fotogramma fino all’ultimo sorriso beffardo del ladro gentiluomo, il film ti prende per il bavero e ti ricorda perché Lupin III non è mai stato soltanto un personaggio, ma un’idea di libertà che attraversa decenni, generazioni e stili.

Dal momento in cui la storia prende il via, si ha la sensazione netta di trovarsi davanti a un’opera che non vuole fare sconti. L’isola che non compare su nessuna mappa, il tesoro leggendario, il volo che finisce male e la caduta letterale e simbolica in un territorio fuori dal tempo funzionano come un rito di passaggio. Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko non entrano solo in un nuovo scenario, ma in una dimensione dove le regole del mondo sembrano essersi incrinate. E quando la narrazione comincia a evocare superstiti di una guerra dimenticata, nemici che dovrebbero essere morti e invece camminano ancora, la sensazione è quella di un noir esistenziale travestito da film d’azione.

Koike non ha mai nascosto il suo amore per un Lupin più sporco, più fisico, meno rassicurante. Qui questa visione raggiunge una maturità impressionante. Ogni sparatoria, ogni inseguimento, ogni duello con la spada di Goemon è coreografato come se fosse un ultimo atto, come se non ci fosse un domani. L’azione domina, ma non è mai fine a se stessa. Serve a raccontare personaggi che si muovono costantemente sul confine tra vita e morte, tra leggenda e carne.

Il ritorno di Mamo è il colpo al cuore per chi conosce la storia del personaggio. Non è una semplice strizzata d’occhio nostalgica al film del 1978, ma una vera e propria rifondazione del villain. Qui Mamo diventa qualcosa di più di uno scienziato folle: è un’idea distorta di progresso, una divinità tecnologica che ha superato il limite umano e ne paga il prezzo. Il suo confronto con Lupin non è soltanto uno scontro tra antagonista ed eroe, ma un dialogo filosofico sul senso dell’esistenza. Da una parte l’immortalità come ossessione, dall’altra la fuga continua come scelta di vita. Lupin ruba, scappa, ride e sanguina proprio perché sa che tutto finisce. Mamo, invece, è intrappolato nella sua eternità.

Visivamente il film è una lezione di stile. Il 2D di Koike non è nostalgia sterile, ma una scelta politica e artistica. Le linee sono dure, quasi aggressive, i volti scavati, i corpi sempre in tensione. Lupin appare più sensuale e più stanco, Jigen è una statua di ghiaccio pronta a frantumarsi, Goemon è una forza primordiale, Fujiko resta magnetica e ambigua come solo lei sa essere, mentre Zenigata continua a incarnare quell’ossessione tutta umana che lo rende irresistibile. Ogni personaggio è riconoscibile al primo sguardo, ma allo stesso tempo rinnovato, come se Koike avesse scavato sotto la superficie per riportare alla luce le versioni più autentiche di ciascuno.

La colonna sonora di James Shimoji accompagna tutto con un ritmo ipnotico, alternando momenti jazzati a esplosioni sonore che amplificano la tensione. La sigla dei B’z, The IIIRD Eye, arriva come una stilettata finale, lasciando addosso quella sensazione da “cult istantaneo” che solo alcune opere riescono a generare.

Uno degli aspetti più affascinanti di La Stirpe Immortale è il modo in cui riesce a funzionare sia come chiusura che come nuovo inizio. Per chi ha seguito gli OVA dedicati a Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata, il film ha il sapore di un epilogo naturale, quasi necessario. Per chi invece si avvicina a Lupin per la prima volta, rappresenta una porta d’ingresso potentissima, capace di mostrare subito quanto questo universo sappia essere ironico, violento, malinconico e profondo allo stesso tempo.

Uscendo dalla sala, resta una certezza che rimbalza in testa come un ritornello: Lupin III è immortale non perché sfida la morte, ma perché la accetta. È questo che lo rende eterno agli occhi di chi lo guarda. Koike lo ha capito perfettamente e ha costruito un film che non celebra soltanto un personaggio, ma un’intera filosofia narrativa. Un Lupin che corre verso il tramonto, inseguito da Zenigata, dalle sue ombre e dal tempo stesso, ricordandoci che l’unica vera condanna non è morire, ma smettere di vivere davvero.

Tenshi no Tamago, Angel’s Egg o L’Uovo dell’Angelo: perché vale la pena recuperare quest’anime dimenticato

1985: dopo un periodo di quattro anni allo studio Pierrot, Mamoru Oshii è ora un animatore e regista freelance; negli anni successivi proporrà la sceneggiatura per il terzo film di Lupin, poi scartata perché troppo decostruzionista, realizzerà un film, e infine diverrà uno dei fondatori di Head Gear; 1989: il villain del primo film di Patlabor lascia citazioni bibliche come indizi dei suoi crimini; 1995: Oshii realizza il film che gli varrà la consacrazione internazionale, ovvero l’adattamento, per alcuni un miglioramento, di Ghost in the Shell; 2009: Oshii mette temporaneamente in secondo piano l’industria dell’animazione, per concentrarsi sui film live action; 2021: nel corso della sesta serie, fatta per festeggiare il cinquantennale del manga, Oshii dirige due episodi di Lupin, di cui uno è un omaggio a Hemingway, mentre nell’altro tornano elementi di quella sceneggiatura scartata; 4-10 dicembre 2025: nell’anno del suo quarantesimo anniversario, finalmente arriva nelle sale italiane, con una distribuzione di una settimana, quel film del 1985. E quel film e l’uovo dell’angelo.

Uh… Salve, benvenuti, o bentornati su questi lidi.

Scusate lo sproloquio iniziale ma, dato il film in questione, ho ritenuto necessario iniziare la disamina fornendovi un quadro riassuntivo di chi l’ha creato, in modo da far capire il peso, e l’importanza, di avere finalmente questo film legalmente disponibile nel nostro paese. Questo perché l’arrivo di l’uovo dell’Angelo, o Tenshi no Tamago (ma che, essendo un vecchio dentro, e per questione di abitudine, da qui in poi chiamerò Angel’s Egg) non era affatto scontato.

Al contrario, era un classico esempio di qualcosa che non sarebbe mai arrivato, a causa del nemico naturale dei fan, le beghe legali e, fino a qualche giorno fa, avreste potuto trovarlo tranquillamente su YouTube, oppure affidandovi alla gentilezza di sconosciuti su Internet amanti della preservazione mediale. Ma fatte queste premesse, vediamo di andare più in profondità, ok?

Ora, la cosa più importante da dire e che questo film è diverso dalle solite pellicole animate, in quanto ha una forte impronta registica; un interesse a sperimentare e a far sorgere domande; ma non a dare risposte. Potrei dirvi che è ‘un film che parla da sé’, ma nel farlo va a miscelare tre macro aree, che sono rispettivamente il comparto visivo, narrativo e sonoro.

Per quanto riguarda la narrazione, qualcuno potrebbe dirvi che si tratta di una trama semplicistica, al limite della non-trama, e quasi priva di dialoghi; ma nelle sue 107 righe di dialogo, perché sì, le ho contate, viene menzionato il ricordo di un grande albero e una variazione del mito di Noè, in cui la colomba non torna e gli uomini dimenticano il loro passato, oltre alla ripetizione ossessiva di una domanda, ovvero “dare… anata wa dare?” in giapponese, traducibile come un “chi… chi sei tu?” in italiano.

Alle musiche troviamo invece Yoshihiro Kanno, che riesce a creare una colonna sonora multifunzione, adattandosi alle varie sequenze, passando dall’imponenza alla dolcezza in un attimo. Infine, il lato artistico può contare sul character design di Yoshitaka  Amano, che non ha fatto solo Final Fantasy, e quindi presenta un’atmosfera gotica e decadente, che però ha richiesto sangue, sudore e lacrime degli animatori, in gran parte volontari reclutati da vari studi, per essere realizzata, oltre alla supervisione dell’art director Shichiro Kobayashi, e sono sicuro che qualcuno avrà bestemmiato per le sequenze dei capelli.

Infine, vi è il discorso su cosa voglia dire, ed è qui che si potrebbero aprire infinite discussioni, e per qualcuno, forse, queste questioni sulle chiavi d’interpretazione sono più interessati del film stesso. Quindi, vorrei concludere dandovi la mia interpretazione.

Alla mia prima visione, ne sono uscito pensando che non fosse altro che un enorme ed elaborato dissing all’arca di Noè, ma poi non l’ho rivisto per qualche anno; mentre alla revisione fatta in questi giorni, influenzato anche dalla visione di altre persone, ho trovato una storia sull’avere fede e sulle difficoltà in mantenerla, il tutto mentre la bambina e il soldato si muovono in un universo che sta per spegnersi e morire, forse perché non era che un sogno, o un incubo. In definitiva, non è il mio film preferito di Oshii, quello resta il precedente Beautiful Dreamer, e non rientra esattamente nelle mie corde, però ritengo che possa essere interessante vederlo, anche solo per sapere cosa riesce a trasmetterti.

E voi cosa ne pensate?

Detective Conan: Fallen Angel of the Highway — il ritorno ad alta velocità che incendierà il 2026

Quando un nuovo film di Detective Conan affiora all’orizzonte, la community mondiale sente subito quella scossa elettrica che solo le grandi saghe sanno regalare. L’annuncio del ventinovesimo lungometraggio anime ha generato un brusio che somiglia più al rombo di una moto lanciata a tutto gas: Detective Conan: Fallen Angel of the Highway non è semplicemente un altro film della serie, ma il capitolo che accompagnerà il franchise nel suo trentesimo anniversario. E già questo basterebbe a far drizzare le antenne ai fan di lunga data. Il 10 aprile 2026 segnerà il debutto giapponese di questo nuovo tassello della saga, una data che promette di trasformarsi in una festa collettiva per chi è cresciuto tra misteri, inseguimenti e colpi di scena firmati Gōshō Aoyama. A rendere il tutto ancora più iconico, è proprio Aoyama in persona ad aver realizzato la prima illustrazione ufficiale del film, l’“Angel Visual”, un’immagine dal sapore solenne che funge da manifesto di un progetto nato per celebrare tre decenni di deduzioni, emozioni e adrenalina.


Una storia che mette il piede sull’acceleratore

Il nuovo film sceglie Yokohama come teatro principale, una città che nella narrativa giapponese è spesso sinonimo di dinamismo e malinconia, perfetta cornice per una storia che intreccia velocità, ricordi dolorosi e tecnologia d’avanguardia. Conan, Ran, Sonoko, Kogoro e Masumi si dirigono al festival motociclistico di Kanagawa, apparentemente per una giornata di svago. Ma chi conosce questo gruppo sa che la parola “tranquillità” non appartiene al loro vocabolario.

Durante il tragitto, un motociclista misterioso, avvolto nel nero, balza letteralmente sopra la loro auto con una manovra folle. Non è un gesto spettacolare fine a sé stesso: quell’ombra su due ruote è inseguita da Chihaya Hagiwara, che i fan ricorderanno per il suo legame con personaggi chiave del dipartimento di polizia, tra cui il fratello Kenji e Jinpei Matsuda. Il tentativo di cattura termina con la moto della giovane agente ridotta a un relitto fumante, mentre l’enigmatico fuggitivo svanisce.

Arrivati al festival, il gruppo scopre che l’attrazione principale è la presentazione di Angel, una nuova moto super tecnologica progettata per rivoluzionare la polizia stradale. Il dettaglio inquietante? La misteriosa moto nera avvistata poco prima ricompare a Tokyo, seminando caos ed eludendo controlli e pattuglie, tanto da meritarsi un soprannome destinato a diventare leggendario: Lucifer. L’assonanza angelica-demoniaca non è casuale, ed è impossibile non cogliere il simbolismo duale che Aoyama ama disseminare nei momenti cruciali della saga.

Per Chihaya, questa nuova minaccia riapre ferite mai rimarginate, legate alle morti improvvise che hanno segnato la sua vita. Fallen Angel of the Highway si preannuncia quindi non solo un thriller ad alta tensione, ma anche un film profondamente emotivo, capace di scavare in una parte di lore spesso lasciata sullo sfondo.


Voci, eredità e continuità: il tributo ad Atsuko Tanaka

Il film segna anche un passaggio di testimone importante: Miyuki Sawashiro, amata per il ruolo di Fujiko Mine in Lupin III, interpreterà Hagiwara dopo la scomparsa di Atsuko Tanaka. Una scelta che porta con sé un peso affettivo non da poco, ma Sawashiro possiede la gravitas e la sensibilità necessarie per raccogliere un’eredità simile, regalando al personaggio nuove sfumature senza tradire il passato.


Produzione: un ritorno ai grandi nomi della saga

Takahiro Hasui, già responsabile del secondo anime dedicato a Yaiba, siederà sulla sedia del regista, affiancato da Takahiro Ōkura alla sceneggiatura. Per chi segue Conan da tempo, il nome di Ōkura è sinonimo di solidità: ha firmato diversi film della serie e numerosi episodi dell’anime, consolidando un linguaggio narrativo perfettamente allineato alle atmosfere costruite da Aoyama negli anni.

La produzione resta nelle mani affidabili di TMS Entertainment, con la collaborazione di Shōgakukan, ShoPro, ytv, NTV e la distribuzione Toho. Un assetto che da quasi tre decenni mantiene intatta la qualità del franchise, tra tradizione e innovazione.

Sul fronte musicale torna Yūgo Kanno, il compositore che dal 2022 accompagna le avventure cinematografiche di Conan con una colonna sonora moderna, elegante e sempre carica di pathos. Le sue note sono ormai parte integrante della nuova identità sonora del detective in miniatura.


Un film per chi ama misteri, motori e personaggi scritti con il cuore

La percezione generale è che Fallen Angel of the Highway cercherà di unire tre anime care al fandom: il mistero puro in stile classico, l’action automobilistico degno dei migliori inseguimenti della serie e un forte focus emotivo sugli agenti di polizia collegati alla Tokyo MPD Bomb Disposal Unit, una delle storyline più amate e tragiche dell’universo di Conan.

I fan più attenti hanno già iniziato a speculare sulle implicazioni della moto Angel e del “gemello oscuro” Lucifer: tecnologia rubata? esperimenti militari? vecchie ruggini tra membri della polizia? Aoyama adora seminare indizi molto prima del colpo di scena finale, e non è difficile immaginare che alcuni dettagli dell’Angel Visual contengano già frammenti nascosti della soluzione.


Verso il 30° anniversario: un traguardo che profuma di leggenda

Il 2026 non sarà solo l’anno di un nuovo film, ma la celebrazione di una saga che accompagna generazioni dal 1996. Detective Conan è sopravvissuto a mode, rivoluzioni del mercato, nuovi linguaggi narrativi e cambiamenti nell’animazione, restando sempre sulla cresta dell’onda grazie alla sua capacità di reinventarsi senza tradire sé stesso.

Fallen Angel of the Highway promette di essere uno di quei capitoli-ponte, in grado di chiudere un cerchio narrativo e aprirne altri, ricordando perché Conan Edogawa continua a essere un’icona pop transgenerazionale.

E la sensazione è che la corsa sia appena iniziata.


Ora tocca a voi, detective della community nerd

La community non vede l’ora di mettersi a caccia di indizi:
cosa pensate del nuovo concept? Quali teorie avete sul misterioso Lucifer? Quale personaggio potrebbe essere coinvolto dietro le quinte?

Parliamone nei commenti: ogni discussione è un pezzo di questo gigantesco puzzle che ci condurrà dritti al 10 aprile 2026.

Doraemon: il ritorno negli abissi di Mu e Atlantide nel nuovo film del 2026

Preparate i gadget, lucidate i sottomarini tascabili e scaldate i motori della fantasia perché il 27 febbraio 2026 segnerà il ritorno in grande stile di una leggenda assoluta dell’animazione nipponica. Il nuovo trailer di Doraemon the Movie: Nobita and the New Castle of the Undersea Devil è finalmente atterrato sul web come un meteorite di pura nostalgia digitale, portando con sé un carico di hype che solo il gatto robot più amato della storia sa generare. Questo quarantasettesimo lungometraggio della saga non è un semplice appuntamento al cinema, ma un vero e proprio ponte temporale che ci riporta dritti alle atmosfere mitiche del 1983, anno in cui la versione originale di questa avventura sottomarina fece sognare milioni di ragazzini in tutto il mondo.

L’impatto visivo di questo nuovo filmato è qualcosa di travolgente per chiunque sia cresciuto a pane e dorayaki, poiché la regia di Tetsuo Yajima sembra voler spingere l’acceleratore su una narrazione epica capace di superare i diecimila metri di profondità. Yajima, veterano dell’universo di Doraemon ma qui per la prima volta al timone principale, ha promesso un’esperienza che va oltre i limiti raggiunti dall’umanità, puntando tutto su una fusione perfetta tra la meraviglia del mito di Atlantide e la tecnologia fantascientifica tipica della tasca quadridimensionale. Il trailer ci regala anche un assaggio fondamentale del comparto sonoro, svelando che la opening theme intitolata “Honto” sarà affidata ai sumika, una band che sa come toccare le corde giuste per trasmettere quell’energia avventurosa e quel pizzico di malinconia che accompagna ogni grande viaggio di Nobita e dei suoi amici.

Scavando nei dettagli tecnici che fanno impazzire noi nerd della vecchia guardia, la sceneggiatura firmata da Isao Murayama promette di rispettare il sacro testo originale di Fujiko F. Fujio pur introducendo elementi di freschezza narrativa che rendono il remake assolutamente necessario nel 2026. La trama ci trascina negli abissi più oscuri dove le leggendarie civiltà perdute di Mu e Atlantide non sono solo polverosi ricordi archeologici, ma realtà pulsanti popolate da creature misteriose e architetture ciclopiche. Vedere i fondali oceanici ricostruiti con le moderne tecniche di animazione è un colpo al cuore per chi ricorda i disegni più semplici degli anni Ottanta, eppure l’anima della serie rimane intatta, preservando quella capacità unica di raccontare l’amicizia attraverso sfide impossibili sotto il livello del mare.

Il cast vocale originale giapponese conferma la squadra imbattibile guidata da Wasabi Mizuta e Megumi Ōhara, ma le vere chicche per gli appassionati sono le new entry che aggiungono pepe alla dinamica del gruppo. Shoya Chiba presterà la voce a Eru, un personaggio inedito che profuma già di figura chiave per i risvolti più emotivi della pellicola, mentre Ryo Hirohashi darà vita alla Buggy Sottomarina, un mezzo di trasporto che sembra possedere una personalità talmente prorompente da rubare spesso la scena ai protagonisti umani. Questa attenzione ai comprimari e ai dettagli del worldbuilding dimostra quanto la produzione voglia onorare l’eredità del Maestro Fujio, trasformando un classico racconto per ragazzi in un’epopea sci-fi capace di parlare a ogni generazione.

La vera magia di questa operazione risiede nella capacità di riaccendere quella curiosità ancestrale per l’ignoto che spesso dimentichiamo nella nostra quotidianità iper-connessa. Immergersi con Nobita, Shizuka, Gian e Suneo significa riscoprire che il mare è un organismo vivente pieno di segreti che aspettano solo di essere svelati grazie a una torcia d’adattamento o a qualche altro bizzarro marchingegno uscito dalla pancia blu di Doraemon. Questo remake del 2026 si preannuncia come l’evento cinematografico dell’anno per la community nerd, un rito collettivo dove i genitori che hanno amato il film dell’83 porteranno i figli a scoprire perché, ancora oggi, quel gatto azzurro senza orecchie sia il compagno d’avventura definitivo.

Mentre attendiamo con ansia il debutto nelle sale, le teorie dei fan sui social stanno già esplodendo, analizzando ogni singolo frame del trailer alla ricerca di indizi su gadget segreti o possibili deviazioni dalla trama storica che potrebbero sorprendere anche i veterani più esperti. L’attesa è ancora lunga, ma la sensazione è quella di trovarsi davanti a un’opera che sa di casa e di infinito allo stesso tempo. Fateci sapere quale incredibile oggetto della tasca quadridimensionale portereste con voi in una spedizione a diecimila metri sotto il mare e continuate a seguire ogni aggiornamento qui su CorriereNerd per non perdere nemmeno un dettaglio di questo viaggio leggendario.

Hello Kitty conquista Hollywood: la gattina più kawaii del pianeta arriva al cinema nel 2028

Ci sono annunci che fanno scattare un sorriso istintivo, di quelli che ti riportano ai pomeriggi d’infanzia passati a collezionare astucci, penne e peluche. E poi ci sono notizie che, in un solo colpo, risvegliano decenni di cultura pop, merchandising compulsivo e affetto transgenerazionale. L’ultima di queste arriva direttamente da Warner Bros.: Hello Kitty sbarcherà finalmente al cinema.
Sì, è ufficiale — il 21 luglio 2028 segnerà l’arrivo nelle sale del primo film d’animazione dedicato a Hello Kitty, diretto da Leo Matsuda e prodotto da Warner Bros. Pictures Animation in collaborazione con New Line Cinema.

Dopo anni di rumor, silenzi, tentativi e rinvii, la gattina simbolo del kawaii giapponese — creata da Sanrio e diventata un fenomeno globale — farà il grande salto sul grande schermo. E, diciamocelo, era ora.


Una leggenda del kawaii pronta a rinascere sul grande schermo

Hello Kitty nasce nel 1974 dal tratto gentile e geniale di Yuko Shimizu, designer che, forse senza rendersene conto, avrebbe cambiato per sempre l’immaginario estetico mondiale. Il personaggio, noto con il nome completo di Kitty White, è una gattina bianca antropomorfa con un fiocco rosso sul lato sinistro della testa e un volto privo di bocca — una scelta non casuale: Shimizu e Sanrio vollero che la sua espressività fosse universale, che ogni persona potesse “proiettare” in lei le proprie emozioni.

Nel corso dei decenni, quel volto minimalista e inconfondibile è diventato un’icona globale, simbolo di dolcezza, gentilezza e amicizia. Non è un’esagerazione dire che Hello Kitty è stata una delle prime influencer del mondo, molto prima che esistessero i social network. Da Tokyo a Los Angeles, da Milano a Seul, la sua immagine è comparsa ovunque: su zaini, magliette, gioielli, aerei, automobili e persino chitarre elettriche.


Un film atteso da più di dieci anni

L’idea di portare Hello Kitty al cinema non è certo nuova. I primi segnali concreti risalgono addirittura al 2015, quando Sanrio annunciò la volontà di realizzare un lungometraggio dedicato alla sua mascotte più celebre. Poi, nel 2019, arrivò la conferma: New Line Cinema e FlynnPictureCo. avevano ufficialmente ottenuto i diritti per sviluppare un film in lingua inglese, segnando una prima volta storica per Sanrio.
Era infatti la prima volta che la compagnia giapponese concedeva i diritti cinematografici dei propri personaggi a uno studio di Hollywood. Un passo enorme per un marchio che, pur essendo conosciuto in tutto il mondo, aveva sempre mantenuto un fortissimo legame con la propria identità nipponica.

Il fondatore di Sanrio, Shintaro Tsuji, all’epoca aveva commentato l’accordo con parole che oggi suonano quasi profetiche: “Hello Kitty è da sempre un simbolo di amicizia, e speriamo che questo film contribuisca ad ampliare quel cerchio di amicizia in tutto il mondo.”

Ora, a quasi mezzo secolo dalla nascita del personaggio, quel cerchio sembra destinato a chiudersi — o meglio, ad allargarsi fino a inglobare anche la settima arte.


La squadra dei sogni dietro al progetto

A dirigere il film ci sarà Leo Matsuda, già noto per il suo lavoro in casa Disney su titoli come Zootropolis e Ralph Spaccatutto. Matsuda è un nome perfetto per il progetto: giapponese di nascita ma hollywoodiano d’adozione, un ponte vivente tra le due culture che hanno plasmato Hello Kitty — quella del kawaii nipponico e quella dell’entertainment americano.

La sceneggiatura sarà affidata a Dana Fox, già autrice del musical Wicked, mentre alla produzione troviamo Beau Flynn e Shelby Thomas, con la supervisione di Flynn Picture Company.
Warner Bros. ha annunciato la data d’uscita con un post semplice ma dal peso storico: “Hello Hollywood. #HelloKittyMovie arriverà nei cinema il 21 luglio 2028.” Bastano poche parole per incendiare internet.

Al momento, la trama resta avvolta nel mistero, ma secondo le prime indiscrezioni assisteremo al debutto cinematografico di Hello Kitty e dei suoi amici in un’avventura spettacolare e piena di magia, destinata a incantare spettatori di ogni età.


Dal Giappone al mondo: l’impero di una gattina

Hello Kitty non è solo un personaggio: è un brand multimiliardario. Il suo valore economico stimato supera quello di colossi come Pokémon e Star Wars in alcune classifiche di licensing, con un ecosistema che spazia da caffetterie tematiche a parchi divertimento, da capsule fashion con i più grandi stilisti del mondo fino ai videogiochi e alle collaborazioni artistiche più improbabili.
Nel 2028, l’uscita del film potrebbe rappresentare una nuova età dell’oro per Sanrio, pronta a rilanciare la propria presenza globale con licenze, eventi e merchandising a tema cinematografico. In parole povere: preparate i portafogli, collezionisti, perché il kawaii tornerà a dominare scaffali e wishlist.


Un universo condiviso all’orizzonte?

Ma Hello Kitty non sarà sola. Warner e Sanrio hanno lasciato intendere che il film potrebbe includere cameo o ruoli secondari di altri personaggi storici del brand, come My Melody, Little Twin Stars, Dear Daniel e persino Gudetama, l’uovo pigro e malinconico che è diventato una star a sé stante.
Se così fosse, potremmo trovarci di fronte al primo passo verso un “Sanrio Cinematic Universe”, un multiverso kawaii che intreccia storie e personaggi nati in Giappone mezzo secolo fa. E, diciamolo, sarebbe una mossa geniale: dopo i supereroi, i mostri giganti e i pupazzi digitali, forse è giunto il momento di una rivoluzione rosa pastello.


Hello Kitty, ambasciatrice del kawaii e della gentilezza

Oltre alla sua innegabile forza commerciale, Hello Kitty ha sempre incarnato un messaggio positivo e universale. È stata ambasciatrice UNICEF, volto del turismo giapponese, simbolo di pace e amicizia. La sua estetica apparentemente infantile nasconde un’idea profonda: quella di una gentilezza senza frontiere, di un linguaggio emotivo capace di superare le barriere culturali e linguistiche.
In un mondo sempre più frenetico e frammentato, il ritorno di un’icona come Hello Kitty — con la sua calma, la sua dolcezza e il suo eterno sorriso — suona quasi come una risposta zen alla rumorosa cultura pop contemporanea.


La domanda che divide i fan: parlerà o no?

C’è però un interrogativo che tiene in sospeso i fan più hardcore: Hello Kitty avrà una voce?
Storicamente, il personaggio non parla. Non perché non possa, ma perché non serve: la sua comunicazione è tutta visiva, fatta di gesti, sguardi e di quel misterioso volto senza bocca che è diventato la sua firma. Dare voce a Hello Kitty significherebbe ridefinire un’icona, e non è una decisione che Warner potrà prendere alla leggera.
Forse la scelta di Matsuda e Fox sarà quella di mantenere il suo silenzio, affidando le parole agli amici che la circondano. O forse, nel 2028, sentiremo per la prima volta la voce della gattina più famosa del pianeta. Qualunque sia la risposta, il mistero non fa che accrescere l’attesa.

Il debutto cinematografico di Hello Kitty, previsto per l’estate 2028, non è solo un’operazione commerciale: è l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della cultura pop mondiale.
Dopo cinquant’anni di sorrisi, collezioni e fiocchetti rossi, la piccola Kitty White continua a parlare — anche senza bocca — di amicizia, empatia e positività. In un’epoca dominata da cinismo e algoritmi, il suo arrivo al cinema rappresenta una promessa: quella che, forse, c’è ancora spazio per la tenerezza.

E allora sì, è ufficiale: Hello Kitty conquisterà Hollywood.
E noi, sinceramente, non vediamo l’ora di salutarla con un sonoro, nerdissimo “Hello, Kitty!” 🌸😻