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All of a Sudden: Hamaguchi torna a Cannes con il film più atteso del 2026

Qualcosa di profondamente magnetico continua ad abitare il cinema di Ryusuke Hamaguchi, una qualità rara che negli ultimi anni ha trasformato ogni suo nuovo progetto in una specie di appuntamento collettivo per chi ama il cinema d’autore ma anche per chi, semplicemente, cerca storie capaci di restare addosso per giorni. Dopo aver attraversato l’esplosione emotiva di Drive My Car e quella sensazione sospesa e quasi spirituale lasciata da Il male non esiste, l’idea di vedere Hamaguchi confrontarsi con una produzione internazionale tra Francia e Giappone aveva già qualcosa di irresistibile ancora prima dell’annuncio ufficiale. Adesso che ALL OF A SUDDEN è pronto a debuttare in concorso al Festival di Cannes 2026 e che Teodora Film insieme a Tucker Film hanno confermato la distribuzione italiana, quella curiosità si è trasformata in un’attesa quasi febbrile, di quelle che chi è cresciuto tra sale d’essai, VHS consumate e forum di cinema giapponese nei primi anni Duemila conosce benissimo.

ALL OF A SUDDEN Trailer 2026 | A Chance Meeting That Changes Everything

Fa impressione pensare a quanto Hamaguchi sia riuscito a ridefinire il rapporto tra silenzio e tensione narrativa nel cinema contemporaneo. In un’epoca dominata da immagini velocissime, storytelling ipercompresso e algoritmi che sembrano volerci convincere che ogni emozione debba arrivare entro i primi trenta secondi, lui continua a costruire film che respirano, che si prendono il tempo di osservare i volti, le pause, le esitazioni. E forse è proprio questo il motivo per cui tanti spettatori giovani oggi si stanno innamorando del suo cinema: perché dentro quella lentezza apparente ritrovano qualcosa che il linguaggio digitale ha quasi cancellato, cioè il peso reale delle persone.

ALL OF A SUDDEN sembra nascere esattamente da quella urgenza emotiva. La storia segue Marie-Lou, direttrice di una casa di cura nella periferia parigina, interpretata da Virginie Efira, impegnata a introdurre il metodo Humanitude, una filosofia dell’assistenza basata sul rispetto assoluto della dignità umana. Poi arriva Mari Morisaki, interpretata da Tao Okamoto, drammaturga giapponese malata terminale, e da lì il film cambia pelle, diventa qualcosa che sembra parlare contemporaneamente della fragilità del corpo, della distanza culturale, della paura della morte e del disperato bisogno di connessione che accomuna esseri umani separati da lingua, età e vissuti.

A leggerne la trama superficiale qualcuno potrebbe aspettarsi un classico dramma lacrimevole da festival europeo, ma chi conosce Hamaguchi sa bene che il punto non è mai “cosa succede”. Il punto è come i personaggi si guardano, come parlano, cosa scelgono di non dire. Basta ricordare la potenza quasi ipnotica delle conversazioni di Drive My Car, film che per molti di noi è stato uno spartiacque emotivo enorme. Personalmente ricordo ancora l’atmosfera stranissima con cui uscii dalla sala dopo la prima visione: Roma fuori dal cinema sembrava diversa, più silenziosa, quasi irreale. Non capita spesso che un film riesca a rallentarti il cervello in quel modo.

E infatti il dettaglio forse più affascinante di ALL OF A SUDDEN sta proprio nella sua origine. Hamaguchi e Léa Le Dimna hanno scritto il film partendo dall’epistolario reale tra Makiko Miyano e Maho Isono, pubblicato nel libro “You and I – The Illness Suddenly Get Worse”. Lettere nate durante la lotta di Miyano contro un tumore metastatico al seno, testi che riflettevano sulla malattia, sulla paura, sulla vita quotidiana che continua a scorrere anche mentre il corpo inizia lentamente a tradirti. Hamaguchi ha raccontato di essere stato profondamente colpito da quelle pagine, tanto da dedicare due anni allo sviluppo del progetto. E conoscendo il suo cinema, è facile immaginare quanto peso abbiano avuto quelle parole nel processo creativo.

Questa volta però c’è un elemento ulteriore che rende il progetto ancora più intrigante: la Francia. Non la Parigi da cartolina che Hollywood usa da decenni come scorciatoia romantica, ma una città più concreta, laterale, quasi invisibile. Hamaguchi ha dichiarato di voler mostrare una Parigi lontana dai cliché turistici, costruita attraverso quartieri vissuti, spazi periferici, luoghi normali. Ed è una scelta che racconta tantissimo del suo modo di guardare il mondo. In fondo anche il Giappone dei suoi film non è mai quello stereotipato da anime patinato o da spot turistico: è un Giappone fatto di parcheggi, strade anonime, interni silenziosi, automobili, bar qualunque, dettagli che diventano improvvisamente enormi perché attraversati dalle emozioni delle persone.

Da fan cresciuto tra cinema orientale, anime malinconici anni Novanta e quella stagione irripetibile in cui internet italiano era ancora pieno di blog cinefili scritti da insonni cronici che scoprivano Kore-eda, Kitano e Wong Kar-wai scaricando trailer in QuickTime a 240p, vedere Hamaguchi arrivare oggi a Cannes come uno degli autori più rispettati del pianeta ha qualcosa di quasi surreale. Perché fino a pochi anni fa il cinema giapponese contemporaneo, fuori dagli ambienti specializzati, in Italia era ancora percepito come territorio di nicchia. Poi è arrivato Drive My Car, sono arrivati gli Oscar, le standing ovation, il passaparola social, TikTok pieno di clip e analisi emotive, e improvvisamente tantissimi ragazzi hanno iniziato a cercare film dove i personaggi parlano davvero, soffrono davvero, esistono davvero.

Anche il cast racconta molto della natura ibrida del progetto. Virginie Efira porta con sé un’intensità emotiva che il cinema europeo contemporaneo sfrutta ancora troppo poco, mentre Tao Okamoto continua ad avere quella presenza quasi sospesa che molti ricordano da Wolverine – L’immortale e dalla serie Westworld. Due interpreti diversissime, due culture cinematografiche lontane, due modi differenti di stare davanti alla macchina da presa. Ed è impossibile non pensare che Hamaguchi abbia scelto proprio questa frizione come motore emotivo del film.

Interessante anche il discorso legato all’Humanitude, il metodo di assistenza che attraversa il racconto. Sulla carta potrebbe sembrare solo un elemento narrativo, invece diventa quasi una dichiarazione politica ed emotiva sul modo in cui le società contemporanee trattano la vulnerabilità. Chi ha vissuto davvero gli ospedali, le RSA, le lunghe attese nei corridoi sanitari sa quanto il tema della dignità umana sia qualcosa di devastantemente concreto. Hamaguchi sembra voler usare quella filosofia non come slogan, ma come lente attraverso cui osservare il rapporto tra esseri umani fragili.

E forse è proprio questo che rende il suo cinema così devastante per molti spettatori nerd cresciuti tra fantascienza, cyberpunk, anime esistenziali e videogiochi narrativi: sotto la superficie apparentemente realistica, Hamaguchi lavora sulle stesse domande che attraversano Evangelion, Ghost in the Shell o certi visual novel giapponesi dimenticati degli anni Zero. Quanto riusciamo davvero a entrare in contatto con gli altri? Quanto del nostro dolore resta invisibile? E quanto siamo disposti a vedere davvero chi abbiamo davanti?

Intanto il film arriva a Cannes con aspettative gigantesche e una candidatura alla Palma d’Oro che lo piazza immediatamente tra i titoli più osservati dell’intera edizione 2026. E conoscendo il rapporto ormai quasi rituale tra il festival francese e il cinema asiatico contemporaneo, è difficile immaginare che ALL OF A SUDDEN passi inosservato. Neon ha già acquisito i diritti per gli Stati Uniti, segnale chiarissimo di quanto il mercato internazionale creda nel progetto, mentre in Italia la scelta di Teodora Film e Tucker Film sembra quasi naturale: poche distribuzioni negli ultimi anni hanno saputo accompagnare il pubblico italiano verso il cinema asiatico d’autore con la stessa cura.

Quello che continua a colpirmi, però, è un altro dettaglio. Hamaguchi avrebbe potuto tranquillamente trasformarsi nel classico autore “festivaliero” che replica all’infinito la formula vincente dopo l’Oscar. Invece ogni nuovo progetto sembra portarlo altrove, fuori dalla comfort zone, lontano dall’autocompiacimento. Prima il minimalismo quasi spirituale de Il male non esiste, ora una coproduzione tra Parigi e Kyoto che parla di malattia, assistenza e relazioni umane. È il comportamento di un autore ancora inquieto, ancora curioso, ancora disposto a rischiare.

E in tempi in cui gran parte del cinema mainstream sembra progettato per essere dimenticato entro il weekend successivo all’uscita, quella inquietudine creativa vale tantissimo.

Adesso resta solo da capire che tipo di esperienza sarà davvero ALL OF A SUDDEN una volta arrivato nelle sale italiane. Se riuscirà a spezzarci emotivamente come Drive My Car oppure se prenderà una direzione ancora più radicale e silenziosa. Una cosa però appare già chiara: Hamaguchi continua a essere uno dei pochissimi registi contemporanei capaci di trasformare il dolore, la distanza e la fragilità in qualcosa che non schiaccia lo spettatore ma lo avvicina agli altri.

E forse, in fondo, è proprio questo che tanti di noi stanno cercando oggi nel cinema. Non soltanto storie. Non soltanto estetica. Ma opere che riescano ancora a ricordarci cosa significa guardare davvero un altro essere umano.

Su questo, la community di CorriereNerd.it secondo me avrà parecchio da dire.

Mother Mary: Anne Hathaway pop star in crisi nel film A24 tra musica e horror psicologico

Alcuni film non si limitano a farsi guardare, si infilano sotto pelle già al primo trailer, come se avessero intuito qualcosa di noi prima ancora che noi capissimo loro, ed è esattamente la sensazione che lascia Mother Mary, quel tipo di progetto che nasce già circondato da un’aura difficile da definire ma impossibile da ignorare, un’opera che sembra muoversi tra il fascino magnetico della cultura pop e quella zona più inquieta del cinema d’autore dove le emozioni non vengono spiegate ma lasciate libere di espandersi.

L’arrivo nelle sale italiane fissato per il 14 maggio arriva dopo un debutto americano che ha già acceso discussioni piuttosto prevedibili per chi conosce il marchio A24: entusiasmo quasi unanime per le interpretazioni, qualche perplessità sulla visione complessiva, e quella classica etichetta che accompagna molti dei loro titoli, quel senso di ambizione che sfiora la grandiosità e che, a seconda di chi guarda, può diventare sia il punto di forza sia il limite più evidente. Ma è proprio in questo equilibrio instabile che certi film trovano la loro identità, perché non cercano mai di essere accomodanti.

Dietro la macchina da presa si muove David Lowery, uno che negli anni ha costruito una filmografia fatta di suggestioni più che di certezze, capace di raccontare storie come se fossero ricordi che si deformano nel tempo, e chi ha ancora negli occhi esperienze come A Ghost Story o The Green Knight sa bene quanto il suo cinema ami restare sospeso tra il reale e qualcosa di più indefinito, quasi spirituale. Qui quella sensibilità incontra un immaginario completamente diverso, fatto di palco, luci, estetica fashion e identità costruite davanti a milioni di spettatori, e il risultato è qualcosa che non prova nemmeno a scegliere una direzione precisa, preferendo restare in quella tensione continua tra spettacolo e disgregazione.

Al centro di tutto si muove Anne Hathaway, che negli ultimi anni ha iniziato a giocare con ruoli sempre meno prevedibili, lasciandosi alle spalle ogni tentazione rassicurante per esplorare territori più fragili e ambigui. Qui diventa Mary, una pop star globale che si prepara a tornare sotto i riflettori con un tour che dovrebbe consacrarla definitivamente ma che, a giudicare da quello che si intravede, somiglia molto di più a un tentativo disperato di ricomporsi mentre tutto intorno inizia a cedere. Non è difficile, guardandola, pensare a quell’immaginario costruito tra MTV, gossip e icone musicali che hanno segnato generazioni intere, ma il film sembra voler scavare sotto quella superficie scintillante per arrivare a qualcosa di molto più disturbante.

Accanto a lei si muove Michaela Coel, presenza che da sola porta con sé un peso creativo enorme, soprattutto per chi ha vissuto l’impatto di I May Destroy You, e qui il suo personaggio, Sam, non si limita a essere un elemento di supporto ma diventa un nodo emotivo centrale, una figura legata al passato di Mary in modo talmente profondo da risultare quasi impossibile da sciogliere. Il pretesto narrativo, quello dell’abito per il ritorno sulle scene, ha qualcosa di volutamente semplice, quasi banale se lo si guarda da lontano, ma basta avvicinarsi un attimo per capire che quell’oggetto è solo una porta, un simbolo attraverso cui riemerge tutto ciò che è rimasto irrisolto.

Mother Mary | Final Trailer | A24

Il trailer, rilasciato da A24, gioca proprio su questa ambiguità, iniziando come un videoclip patinato in cui Mary domina il palco, incarna la diva totale, quella figura che negli ultimi anni è diventata quasi mitologica, e poi, senza chiedere permesso, inizia a incrinarsi. Le immagini cambiano tono, diventano frammenti disturbanti, dettagli che sembrano errori di sistema più che scelte narrative, sangue, stanze che si deformano, presenze che non sai se siano reali o proiezioni. È una trasformazione lenta ma precisa, come se il film volesse accompagnarti dentro una mente che ha smesso di distinguere tra performance e identità.

E poi c’è la musica, che qui non è semplice accompagnamento ma parte integrante del racconto, quasi una seconda linea narrativa. Le canzoni portano la firma di Jack Antonoff e Charli XCX, due nomi che da soli raccontano molto dell’approccio scelto, e il fatto che Anne Hathaway canti davvero rende tutto ancora più interessante, perché elimina quella distanza tra personaggio e interprete che spesso si crea in operazioni simili. L’esistenza di un album companion, costruito come se fosse la raccolta di successi di una pop star che in realtà non esiste, è una di quelle idee che funzionano solo se il film riesce davvero a sostenere il proprio universo, altrimenti rischia di crollare sotto il peso della propria ambizione.

Il cast si allarga poi in modo quasi vertiginoso, con presenze come Hunter Schafer, FKA twigs, Kaia Gerber e Jessica Brown Findlay, creando un insieme che sembra sospeso tra passerella e allucinazione, tra realtà e costruzione estetica, e il risultato è un mondo che non appare mai completamente stabile, sempre sul punto di trasformarsi in qualcosa di diverso.

A un certo punto diventa evidente che il film non sta parlando solo di fama o di relazioni complicate, ma si sta muovendo in quel territorio più profondo dove il cinema incontra il concetto di identità, quello spazio fragile in cui la persona pubblica finisce per divorare quella privata. Viene naturale pensare a suggestioni già viste in Black Swan o Vox Lux, ma qui la chiave sembra diversa, più contemporanea, filtrata attraverso un’estetica che mescola moda, musica e ossessione in modo quasi organico.

Quello che resta addosso, anche solo osservando pochi minuti di immagini, è l’idea che la creatività non venga raccontata come qualcosa di romantico o salvifico, ma come una forza che consuma, che lega le persone in modo irreversibile, che trasforma i rapporti in qualcosa di difficile da definire. Il legame tra Mary e Sam sembra incarnare proprio questo, oscillando tra attrazione, dipendenza e distruzione, senza mai trovare un equilibrio stabile.

Chi è cresciuto tra fumetti, anime e blockbuster sa bene quanto siamo stati abituati a storie che guidano, che spiegano, che portano per mano, mentre qui si torna a quel piacere quasi dimenticato di perdersi, di interpretare, di discutere, di costruire teorie insieme agli altri, ed è curioso vedere come già ora ogni frame del trailer venga analizzato online come fosse un indizio nascosto, un pezzo di puzzle da ricomporre.

E forse è proprio questo il punto più interessante, al di là del film in sé: la sensazione che Mother Mary non voglia semplicemente essere visto, ma vissuto, discusso, smontato e rimontato da chi lo guarda, diventando qualcosa che continua a esistere anche fuori dalla sala.

Ora la domanda passa inevitabilmente a chi legge, a chi si riconosce in questa fame di storie che non danno risposte facili: vi intriga questo viaggio tra pop, identità e incubo psicologico o vi lascia quella sensazione di distanza tipica di certi progetti troppo ambiziosi? Parliamone, perché è proprio da confronti così che nascono le letture più interessanti… e magari quelle teorie che poi ci portiamo dietro per settimane.

 

Lincoln in the Bardo: Tom Hanks diventa Abraham Lincoln tra dolore, fantasmi e Guerra Civile

Tom Hanks nei panni di Abraham Lincoln. Basta questa frase per far scattare un cortocircuito emotivo a chiunque ami il cinema, la storia americana e i grandi racconti che attraversano epoche e generazioni. “Lincoln in the Bardo” non è soltanto un nuovo film in lavorazione: è la trasposizione di uno dei romanzi più sorprendenti degli ultimi anni, un’opera che ha conquistato il Booker Prize e che ha dimostrato come la letteratura contemporanea possa ancora osare, sperimentare e commuovere senza chiedere il permesso a nessuno.

Il progetto nasce dall’omonimo romanzo di George Saunders, pubblicato nel 2017 e diventato in pochissimo tempo un caso editoriale internazionale. Per chi conosce Saunders soprattutto come maestro del racconto breve, questo libro è stato un salto nel vuoto, il suo primo grande romanzo. Un salto che non solo è riuscito, ma ha ridefinito il modo in cui la narrativa storica può dialogare con l’assurdo, il soprannaturale e la sperimentazione formale.

Adesso quella materia così densa, così stratificata, si prepara a prendere vita sul grande schermo con la regia di Duke Johnson, già apprezzato per lavori come Anomalisa e The Actor, e con un protagonista che non ha bisogno di presentazioni: Tom Hanks.

E sì, stiamo parlando proprio di lui. L’uomo che per decenni ha incarnato l’America migliore, l’America fragile, l’America che sbaglia ma prova a fare la cosa giusta. Metterlo nei panni di Lincoln non è soltanto una scelta di casting: è una dichiarazione d’intenti.

Lincoln in the Bardo: storia vera, immaginazione e una notte eterna

La vicenda si colloca nel febbraio del 1862. La Guerra Civile americana è iniziata da un anno e la nazione è spaccata in due, logorata da un conflitto che ha già assunto i contorni di una tragedia epocale. Abraham Lincoln guida un Paese sull’orlo del collasso, ma il dramma politico si intreccia con un dolore ancora più intimo e devastante.

Il figlio undicenne, William Wallace Lincoln, detto Willie, si ammala gravemente e muore. La storia racconta che il presidente, distrutto dal lutto, si recò nella cripta dove il bambino era stato sepolto, aprì la bara e lo abbracciò un’ultima volta. Un gesto che supera la retorica e diventa immagine potentissima: l’uomo più potente degli Stati Uniti che si spezza davanti al corpo del proprio figlio.

Il romanzo di Saunders parte da questo evento reale e lo trasfigura, spostando l’azione in uno spazio liminale chiamato “bardo”, concetto che affonda le radici nella tradizione tibetana. Un luogo sospeso tra vita e morte, dove le anime rimangono intrappolate prima di compiere il passo definitivo. Qui, per una sola notte, si consuma una storia che è al tempo stesso privata e universale.

Il film “Lincoln in the Bardo” promette di restituire questa atmosfera sospesa, costruendo un racconto che fonde realtà storica e immaginazione. Personaggi vivi e morti, figure documentate e presenze inventate si muovono in un coro che riflette sul dolore, sulla memoria, sul senso della perdita. Una notte soltanto, eppure capace di abbracciare intere epoche e di parlare direttamente a noi.

Tom Hanks è Abraham Lincoln: un’icona che incontra un’altra icona

Scegliere Tom Hanks per interpretare Lincoln significa caricare il film di un’energia simbolica fortissima. Hanks non è solo un attore straordinario: è una presenza culturale. Ha attraversato decenni di cinema passando dalla leggerezza di ruoli iconici alla profondità di drammi storici, diventando una figura quasi mitologica della Hollywood contemporanea.

Negli ultimi anni lo abbiamo visto impegnato in progetti ambiziosi come Here, lo sentiremo di nuovo dare voce a Woody in Toy Story 5 e tornerà anche in Greyhound 2. Il suo percorso dimostra una versatilità rara, capace di spaziare tra animazione, war movie e drammi esistenziali.

In “Lincoln in the Bardo”, però, la sfida è diversa. Qui non si tratta solo di incarnare un presidente, ma di entrare nella sua fragilità più profonda. Non il Lincoln dei discorsi solenni o delle grandi decisioni politiche, bensì il padre che non riesce ad accettare la morte del figlio. È in quella crepa che il film può trovare la sua forza.

Un cast corale tra cinema e serialità

Accanto a Hanks troviamo un cast che unisce volti emergenti e interpreti già noti al grande pubblico. Alanah Bloor, vista nella serie Sandokan nel ruolo di Marianne, porta con sé un legame interessante con la serialità internazionale, mentre André Holland continua a costruire una carriera solida tra cinema indipendente e produzioni di grande respiro.

Holland ha già dimostrato di sapersi muovere con naturalezza tra generi diversi, da drammi contemporanei a storie più sperimentali. La sua presenza in un progetto come questo suggerisce un film capace di alternare intimità e potenza narrativa, dialoghi sospesi e momenti di forte impatto emotivo.

La produzione coinvolge Playtone, la casa fondata dallo stesso Hanks, insieme a Starburns Industries. Le riprese sono attualmente in corso a Londra, dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di curiosità: ricostruire l’America del 1862 lontano dagli Stati Uniti implica un lavoro di scenografia e ricostruzione storica che potrebbe regalare un’estetica sorprendente.

Un Booker Prize che diventa cinema: sfida narrativa e hype

“Lincoln in the Bardo” ha vinto il Man Booker Prize nel 2017. Non è un dettaglio secondario. Adattare un romanzo così sperimentale comporta rischi enormi. La struttura originale del libro è frammentata, costruita come un mosaico di voci, citazioni, testimonianze reali e fittizie che si intrecciano in modo quasi teatrale.

Trasportare tutto questo sullo schermo richiede coraggio e visione. Duke Johnson, parlando del progetto, ha espresso una passione autentica per il materiale di partenza. Saunders stesso si è detto colpito dalla sua lettura radicale e perspicace dell’opera. Parole che alimentano l’hype, ma che al tempo stesso alzano l’asticella delle aspettative.

E qui entra in gioco una questione che riguarda noi, community di appassionati. Siamo pronti per un film storico che non si limiti alla ricostruzione didascalica, ma che abbracci l’assurdo, il metafisico, il dolore puro? Siamo pronti a vedere Lincoln non come monumento, ma come uomo che vacilla?

Lincoln in the Bardo tra cinema d’autore e racconto pop

Progetti del genere vivono su un confine delicato. Da una parte il cinema d’autore, dall’altra la potenza di un attore mainstream come Hanks. Da una parte la Storia con la S maiuscola, dall’altra un viaggio quasi fantasy in uno spazio ultraterreno. Il risultato potrebbe essere un film capace di dialogare con pubblici diversi, unendo chi ama il racconto storico a chi cerca esperienze narrative più sperimentali.

La Guerra Civile americana resta sullo sfondo come eco costante. Il dramma collettivo si intreccia con quello individuale, ricordandoci che dietro ogni evento epocale esistono uomini, donne, figli, genitori. Il lutto di Lincoln diventa specchio di una nazione che perde migliaia di giovani vite ogni giorno.

Un racconto che parla di morte, sì, ma anche di memoria e di amore. E forse è proprio questa la chiave che può rendere “Lincoln in the Bardo” qualcosa di più di un semplice film storico.

Una notte, un abbraccio, una domanda aperta

Immaginare Tom Hanks che entra in quella cripta, che si inginocchia davanti alla bara del figlio e lo stringe un’ultima volta, è già di per sé un’immagine cinematografica potentissima. Se la regia saprà restituire il senso di sospensione del bardo, se il film riuscirà a mantenere l’equilibrio tra realtà e visione, potremmo trovarci davanti a uno di quei titoli destinati a lasciare il segno.

La vera domanda, però, riguarda noi. Che tipo di Lincoln vogliamo vedere? L’eroe scolpito nei libri di storia o l’uomo che, per una notte, cammina tra i fantasmi e affronta il proprio dolore senza filtri?

“Lincoln in the Bardo” ha tutte le carte per diventare un’esperienza cinematografica intensa, stratificata, forse anche divisiva. E proprio per questo affascinante.

Adesso passo la parola a voi. Vi intriga questa rilettura così intima di Abraham Lincoln? Pensate che Tom Hanks sia la scelta giusta o avreste immaginato un volto diverso? Parliamone nei commenti: il bardo, in fondo, è anche uno spazio di dialogo tra mondi.

Butterfly Jam: Barry Keoghan, Riley Keough e il dramma che profuma di circo, lotta e identità

Barry Keoghan ha quello sguardo che sembra sempre sapere qualcosa più di te. Riley Keough invece porta in scena un’eleganza che può trasformarsi in fragilità nel giro di un’inquadratura. Mettili nello stesso film. Poi aggiungi un regista come Kantemir Balagov, uno che non gira storie comode ma cicatrici in movimento, e improvvisamente Butterfly Jam diventa uno di quei titoli che ti restano incollati addosso ancora prima di avere una data precisa sul calendario.

Sì, perché l’uscita è prevista per il 2026. E già questo basta a far partire la modalità hype.

Un circo circasso nel New Jersey e un ragazzo che sogna di lottare

La storia ruota attorno alla diaspora circassa in America. Non è il solito contesto da cinema mainstream, ed è proprio qui che sento vibrare qualcosa di diverso. In mezzo a un circo, a un ristorante di famiglia, a una comunità che cerca di restare unita mentre il mondo intorno cambia, troviamo Pyteh, quindici anni, sogni da wrestler professionista e un padre che non è esattamente l’eroe che pensava.

Allenamenti. Sudore. Turni nel ristorante. Debiti che si accumulano. Un piano sbagliato. Una realtà che si spezza.

Se siete cresciuti con anime sportivi tipo Hajime no Ippo, sapete cosa significa vedere un ragazzo che cerca una via di fuga attraverso la disciplina del corpo. Solo che qui non c’è la colonna sonora galvanizzante pronta a esplodere nel momento giusto. Qui c’è il realismo crudo, quello che Balagov ha già mostrato in Closeness e in Beanpole. Due film passati dal Festival di Cannes e capaci di trasformare il dolore in linguaggio cinematografico.

Butterfly Jam sarà il suo primo lungometraggio in lingua inglese. E questa cosa, da sola, è un evento.

Barry Keoghan: da Saltburn al dramma sociale

Se avete visto Saltburn sapete già che Barry Keoghan non sceglie ruoli comodi. È uno che si sporca le mani, che accetta personaggi disturbanti, ambigui, a volte quasi sgradevoli. E proprio per questo magnetici.

Prima ancora era stato candidato agli Oscar per Gli spiriti dell’isola. Non proprio blockbuster da pop corn, ma cinema che lascia il segno.

Vederlo entrare nell’universo di Balagov significa aspettarsi intensità pura. Niente filtri. Niente scorciatoie emotive.

Riley Keough: carisma indie e scelte mai banali

Riley Keough ha costruito una carriera che sembra una playlist alternativa perfettamente curata. Dalla serialità sofisticata di The Girlfriend Experience fino al fenomeno musicale di Daisy Jones & The Six, passando per ruoli intensi come in La casa di Jack.

Non è una star da red carpet e basta. È una presenza che regge il silenzio, che vive nei dettagli.

Accanto a lei troviamo anche Harry Melling, volto ormai lontanissimo dai tempi di Dudley in Harry Potter, e una Monica Bellucci che continua a reinventarsi tra cinema europeo e produzioni internazionali.

Un cast che sembra costruito con la stessa cura con cui si sceglie il party perfetto in un RPG: ogni personaggio ha un peso specifico.

Balagov, l’esilio e Hollywood

Il percorso di Balagov non è stato lineare. Dopo aver lasciato la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, si è spostato in California. Era stato coinvolto persino nella serie The Last of Us per HBO, salvo poi allontanarsi dal progetto per divergenze creative.

E questa cosa, da nerd della narrazione seriale, mi fa riflettere. Perché ci sono autori che si adattano al sistema e altri che restano fedeli al proprio linguaggio anche se costa fatica.

Butterfly Jam sembra appartenere alla seconda categoria.

Prodotto da realtà importanti come Why Not Productions e AR Content, con distribuzione nordamericana affidata a CAA Media Finance insieme a UTA, il film punta in alto. Si parla già di una possibile première al Festival di Cannes 2026. E conoscendo il rapporto tra Balagov e la Croisette, l’ipotesi non è campata in aria.

Wrestling, famiglia e identità: più di un semplice dramma

Quello che mi intriga davvero non è solo il cast stellare. È il conflitto padre-figlio. L’idealizzazione che crolla. La violenza che costringe a crescere troppo in fretta.Temi universali. Ma raccontati da un punto di vista raramente esplorato nel cinema occidentale. Un circo circasso nel New Jersey non è solo un’ambientazione suggestiva. È un simbolo. Comunità, tradizione, spettacolo, sopravvivenza. Un po’ come certe fanbase nerd che resistono, si reinventano, trovano spazi nuovi pur restando fedeli alle proprie radici. E Pyteh che si allena per diventare wrestler mentre il ristorante di famiglia rischia di affondare mi ricorda quella sensazione di voler costruire il proprio futuro senza tradire ciò da cui veniamo. È un tema che parla anche a noi, generazione cresciuta tra manga, LAN party e sogni digitali.

Le riprese si sono svolte nel nord della Francia nella primavera 2025. La post-produzione è partita a giugno dello stesso anno. Ora resta solo l’attesa. E l’attesa, si sa, è parte del gioco. Proprio quest’anno potrebbe essere l’anno in cui Butterfly Jam esplode nei festival, divide il pubblico, accende discussioni su identità, diaspora e rapporti familiari. Oppure potrebbe diventare uno di quei film che scopri quasi per caso e che poi consigli a tutti con aria da iniziato. Io, intanto, lo metto nella mia watchlist mentale accanto ai titoli da tenere d’occhio. Perché quando un autore come Balagov incontra interpreti come Barry Keoghan e Riley Keough, qualcosa succede sempre.

E adesso passo la parola a voi.

Vi ispira di più il lato sportivo della storia o quello familiare? Vi aspettate un dramma devastante alla Beanpole o una narrazione più accessibile al pubblico internazionale? Parliamone nei commenti: il 2026 sembra lontano, ma l’hype, quello vero, inizia adesso.

Ella McCay Perfettamente Imperfetta: James L. Brooks torna su Disney+ con una commedia che parla di noi

Una data che si infila sotto pelle senza fare rumore. Il 5 febbraio. Una di quelle che non promettono fuochi d’artificio, ma ti ritrovi a pensarci mentre apri Disney+ con la stessa curiosità con cui si sfoglia un vecchio taccuino. Ella McCay Perfettamente Imperfetta arriva in streaming così, senza urlare, e forse è proprio questo il punto.

James L. Brooks non torna mai per caso. Quando lo fa, sembra sempre che stia rispondendo a una domanda che ci portiamo dietro da anni, anche se non ricordiamo bene quando l’abbiamo formulata. James L. Brooks è uno di quegli autori che non ti spiegano le persone: te le fanno sentire addosso. Un dialogo appena storto, una battuta che fa ridere e subito dopo punge, una pausa che dice più di tre monologhi scritti bene. Qui si respira quella voglia quasi ostinata di raccontare l’essere umani senza metterci sopra una cornice rassicurante.

Ella McCay non entra in scena come un’eroina. Non ha bisogno di farlo. È una presenza che cresce piano, come certi personaggi che all’inizio ti sembrano “normali” e poi ti accorgi che ti stanno osservando da uno specchio. Emma Mackey le presta un volto che non chiede mai di essere semplificato. Idealista, sì, ma con quella stanchezza sottile di chi ama troppo e troppo male allo stesso tempo. Lavoro, famiglia, aspettative che si accavallano come finestre aperte sul desktop della mente. Chi non si è mai sentito così, almeno una volta?

Brooks gioca con il tempo emotivo come faceva il cinema che amava da ragazzo. Gli anni Quaranta e Cinquanta non come nostalgia da museo, ma come promessa di libertà narrativa. La commedia che scivola nel dramma senza bussare. Il dramma che si alleggerisce con una risata che non cancella nulla, ma rende tutto sopportabile. In mezzo, quella frase che resta appesa: il trauma non ha un contrario, ma la speranza ci va pericolosamente vicino. Non come slogan, più come ammissione sussurrata.

La famiglia di Ella è un campo minato affettivo. Ogni passo può far scattare qualcosa, eppure non si smette di camminare. Jamie Lee Curtis incarna una madre che non chiede indulgenza. Ruvida, a tratti spigolosa, ma con quella vibrazione interna che solo chi ha amato troppo a lungo senza essere capito riesce a portarsi dietro. È uno di quei ruoli che ti fanno pensare a quante madri del cinema restano impresse proprio perché imperfette, perché non addomesticabili.

E poi c’è quell’aria da riunione di famiglia allargata, fatta di presenze che entrano ed escono come ricordi improvvisi. Un cast che sembra scelto più per risonanza emotiva che per curriculum, anche se il curriculum parla da solo. È il tipo di film in cui riconosci volti e voci come se li avessi già incontrati altrove, magari in una sera di binge-watching dei Simpson o in una vecchia VHS consumata. Non è un caso se dietro tutto questo c’è 20th Century Studios, che qui sembra ricordarsi cosa significa lasciare spazio agli autori, invece di rincorrere l’algoritmo.

Guardando le prime immagini viene naturale pensare che questa storia non voglia convincere nessuno. Vuole solo essere vista. Accettata per quello che è: una commedia che si prende il lusso di essere tenera senza diventare zuccherosa, ironica senza strizzare l’occhio, dolorosa senza chiedere scusa. Forse è anche per questo che la scelta dello streaming su Disney+ suona meno come un compromesso e più come un invito intimo. Una visione serale, magari in silenzio, magari con qualcuno accanto che capirà certe battute senza bisogno di commentarle.

Da fan, viene da dirlo sottovoce: mancavano film così. Mancava Brooks che scrive persone invece di archetipi. Mancava una protagonista che non cerca di insegnarci nulla, ma che ci costringe a riconoscerci nei suoi inciampi. Il 5 febbraio è vicino, ma non abbastanza da placare quella curiosità che cresce. Chissà quali dialoghi ci resteranno addosso. Chissà quale scena tornerà a galla giorni dopo, mentre si fa tutt’altro. E soprattutto, chissà se Ella McCay riuscirà a diventare una di quelle figure che, senza fare rumore, finiscono per farci compagnia più a lungo del previsto.

Due Procuratori: il film di Sergei Loznitsa che trasforma il terrore staliniano in un thriller morale senza tempo

Il cinema che torna a graffiare la Storia lo fa spesso con un passo lento, misurato, quasi ostinato. Due Procuratori sceglie proprio questa traiettoria: niente urla, nessuna scorciatoia emotiva, zero retorica. Solo un avanzare teso, chirurgico, dentro una ferita che non ha mai davvero smesso di sanguinare. Perché il nuovo film di Sergei Loznitsa non è un esercizio di memoria d’archivio, ma una discesa controllata nella logica del potere assoluto, raccontata attraverso due uomini che incarnano la stessa idea di giustizia in due versioni incompatibili.

Loznitsa torna alla finzione dopo anni di documentari che hanno scavato nell’Europa dell’Est come un archeologo del presente. Qui sceglie un racconto ambientato nel 1937, nel pieno delle purghe staliniane, ma la sensazione è che stia parlando a noi, adesso, con una chiarezza che mette a disagio. Il punto non è solo l’Unione Sovietica, né la cronaca del terrore. Il punto è il meccanismo, quell’ingranaggio burocratico che trasforma la violenza in prassi e la paura in protocollo.

L’origine narrativa affonda le radici in una storia vera, o meglio in una storia sopravvissuta contro ogni probabilità. Il film prende spunto da un racconto di Georgy Demidov, fisico e prigioniero politico, deportato nei gulag alla fine degli anni Trenta e rimasto intrappolato per quattordici anni in un sistema che non ammetteva errori, solo colpe. Quel manoscritto, scritto decenni dopo, fu sequestrato dal KGB e restituito alla famiglia solo postumo. Un testo fantasma, come le vite che racconta. Loznitsa lo trasforma in cinema asciutto, essenziale, quasi spietato nella sua precisione.

La storia si apre con un’immagine che sembra una metafora scolpita nella cenere: lettere di detenuti innocenti che vengono bruciate senza essere lette. Suppliche, nomi, vite ridotte a carta da eliminare. Una sola lettera, per errore o per destino, sfugge alle fiamme e finisce sulla scrivania di Aleksandr Kornev, giovane procuratore appena nominato. Kornev crede ancora nella Rivoluzione come promessa etica, come progetto morale. Non è ingenuo, ma incorruttibile nel senso più pericoloso del termine: pensa davvero che la legge possa correggere il sistema.

Da qui il film comincia a stringere la presa. Kornev decide di indagare, di incontrare il prigioniero che ha scritto quella lettera, un vecchio bolscevico accusato di crimini mai commessi. Il viaggio verso la prigione diventa un attraversamento simbolico: corridoi interminabili, sguardi bassi, funzionari che parlano per formule, non per frasi. Ogni passo in avanti sembra già una colpa. Ogni domanda, un sospetto.

Loznitsa costruisce la tensione come farebbe un grande thriller politico, ma senza musica che guidi l’emozione o montaggi frenetici. Tutto è affidato al tempo e agli spazi. Le inquadrature sono rigorose, spesso statiche, e proprio per questo opprimenti. L’aria sembra mancare. Il silenzio pesa più di qualsiasi urlo. Le atmosfere ricordano Kafka, certo, ma filtrate attraverso una lente storica che rende il paradosso ancora più crudele: qui l’assurdo è perfettamente razionale.

Il titolo non è casuale. I due procuratori sono due declinazioni dello stesso ruolo, due esiti possibili della stessa fede ideologica. Da una parte Kornev, dall’altra il procuratore di regime, figura potente e glaciale, che ha messo il proprio intelletto al servizio della macchina repressiva. Entrambi parlano il linguaggio della legge. Entrambi citano i principi della Rivoluzione. Ma uno li usa per cercare la verità, l’altro per seppellirla sotto strati di timbri e autorizzazioni.

Il confronto tra i due non è mai urlato, mai spettacolarizzato. È un duello fatto di sguardi, di frasi misurate, di attese. Ed è proprio lì che il film colpisce più duro. Perché non mette in scena il male come eccezione, ma come funzione. Il procuratore di regime non è un mostro caricaturale, è un uomo efficiente. E questo lo rende spaventoso. Non gode della violenza, la amministra.

Quando la vicenda si sposta a Mosca, negli uffici del Procuratore Generale, il film raggiunge il suo picco di claustrofobia morale. Il giovane Kornev è convinto che, arrivando in alto, qualcuno ascolterà. È l’illusione più pericolosa: pensare che il vertice non sappia. Qui Due Procuratori smette definitivamente di essere un film storico e diventa una riflessione universale sul potere, su come i sistemi autoritari non si limitino a reprimere il dissenso, ma lo anticipino, lo prevengano, lo rendano impensabile.

La regia di Loznitsa è tutta sottrazione. Ogni gesto sembra necessario, ogni dialogo calibrato. Non ci sono personaggi di contorno inutili, non esistono scene decorative. Tutto contribuisce a creare una sensazione di inevitabilità. Anche le interpretazioni seguono questa linea: Alexander Kuznetsov regala a Kornev un volto attraversato da una tensione costante, mentre Andrey Kazakov incarna il potere con una calma che gela il sangue.

Non sorprende che il film abbia trovato spazio in concorso al Festival di Cannes, dove il cinema politico di Loznitsa è ormai una presenza riconosciuta e temuta. E non sorprende nemmeno che l’arrivo nelle sale italiane, grazie a Lucky Red, sia accompagnato da un’attesa quasi reverenziale da parte di chi cerca nel cinema qualcosa di più di una fuga dalla realtà.

Due Procuratori non offre conforto. Non concede catarsi facili. È un film che ti accompagna fino a una soglia e poi ti lascia lì, a fare i conti con quello che hai visto. Ed è proprio questa la sua forza. In un panorama dominato da narrazioni semplificate, Loznitsa sceglie la complessità, il dubbio, l’inquietudine. Racconta un passato che non passa mai davvero, perché i meccanismi del controllo, della burocrazia disumanizzata, della paura come strumento politico, sono sempre pronti a riemergere con volti nuovi.

Alla fine dei titoli di coda resta una domanda sospesa, di quelle che non cercano risposta immediata: quante volte, oggi, crediamo di essere Kornev mentre stiamo già diventando l’altro procuratore? È una domanda scomoda, ma necessaria. E forse è proprio questo il motivo per cui Due Procuratori è un film che merita di essere visto, discusso, messo in relazione con il presente. Perché il cinema, quando funziona davvero, non consola: interroga.

L’agente segreto: il thriller politico di Kleber Mendonça Filho che trasforma la paranoia della dittatura in grande cinema

Il ritorno di Kleber Mendonça Filho sulla Croisette ha il sapore delle grandi occasioni, quelle che non si limitano a presentare un film ma sembrano voler riaprire una ferita storica con la precisione di un bisturi e la potenza emotiva del cinema più ispirato. Dopo aver scosso pubblico e critica con opere come Aquarius e Bacurau, il regista brasiliano firma L’agente segreto, un thriller politico che guarda dritto negli occhi uno dei periodi più cupi della storia del Brasile e lo fa senza didascalismi, senza slogan, affidandosi alla forza dell’atmosfera e a un protagonista magnetico come Wagner Moura.

Ambientato nel 1977, quando la dittatura militare stringeva ancora il Paese in una morsa di controllo e sospetto, il film ci trascina a Recife durante il carnevale, una cornice che già di per sé è un cortocircuito narrativo. Festa, colori, musica e corpi in movimento diventano il contrappunto disturbante di una storia che parla di sorveglianza, paranoia e potere. Marcelo, o Armando a seconda delle identità che è costretto a indossare, è un uomo sulla quarantina che arriva in città con l’illusione di potersi ricucire una vita normale, magari riallacciare il rapporto con il figlio, magari respirare di nuovo. Ma Recife non è il rifugio che sperava di trovare. È una città che osserva, che ascolta, che registra ogni passo.

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Mendonça Filho gioca con i generi come un cinefilo innamorato della settima arte. L’agente segreto è un crime, un thriller politico, un film di spionaggio atipico e allo stesso tempo una dichiarazione d’amore per il cinema stesso. La macchina da presa si muove con calma apparente, quasi pigra, mentre sotto la superficie ribolle una tensione costante. Ogni sguardo sembra avere un doppio fondo, ogni incontro nasconde un possibile tradimento. L’idea di essere seguiti non è mai urlata, ma insinuata, ed è proprio questo a rendere il film così disturbante e potente.

Il personaggio interpretato da Wagner Moura è costruito su una fragilità controllata, su un equilibrio precario tra lucidità e paura. Non è un eroe d’azione, non è un rivoluzionario da manifesto. È un uomo che cerca di sopravvivere in un sistema che fagocita le individualità. Moura, già iconico per il pubblico internazionale grazie a Narcos, offre una delle interpretazioni più mature della sua carriera, tanto da conquistare il premio come miglior attore al Festival di Cannes. Un riconoscimento che non sorprende, perché il suo Armando è fatto di silenzi, esitazioni e improvvise accelerazioni emotive che restano addosso a lungo.

Accanto a lui, il cast arricchisce ulteriormente il racconto. Maria Fernanda Cândido porta sullo schermo una presenza elegante e ambigua, mentre Gabriel Leone, già visto in Ferrari e nella serie Senna, aggiunge un ulteriore strato di complessità a una storia popolata da figure che sembrano sempre sapere più di quanto dicano. Ogni personaggio è una tessera di un mosaico più grande, un sistema di potere che si manifesta attraverso la burocrazia, la polizia corrotta, le connivenze industriali e i segreti che nessuno dovrebbe conoscere.

Uno degli elementi più affascinanti del film è il modo in cui Mendonça Filho affronta il tema della dittatura. Non siamo davanti al classico racconto storico che spiega, contestualizza e giudica. Il regista lo ha detto chiaramente: l’obiettivo non era spuntare tutte le caselle del “film sulla dittatura”, ma catturare la logica di quel periodo, i suoi fumi, le sue ossessioni. Il risultato è un’opera che parla al presente tanto quanto al passato, perché la sensazione di essere osservati, controllati, schedati non appartiene solo agli anni Settanta.

Il cinema, dentro L’agente segreto, non è solo linguaggio ma anche luogo fisico e simbolico. Il Cinema São Luiz, con il suo proiezionista anziano che cresce un bambino mentre il mondo fuori diventa sempre più violento, rappresenta una memoria collettiva, un baluardo fragile contro l’oblio. Mendonça Filho, che ha spesso riflettuto sul rapporto tra spazio urbano e identità, utilizza Recife come un organismo vivo, bellissimo e minaccioso allo stesso tempo. Le strade, i palazzi, il mare diventano parte integrante della narrazione, quasi personaggi silenziosi che osservano tutto.

La critica internazionale non ha avuto dubbi. The Hollywood Reporter lo ha definito uno dei migliori film dell’anno, The Guardian ha lodato la sua capacità di mescolare dramma, ironia e pathos con una sicurezza disarmante, mentre The New York Times ha sottolineato come il regista riesca a trovare momenti di leggerezza persino in mezzo al terrore. Sono giudizi che confermano la statura di un autore che non ha paura di prendersi il suo tempo, di costruire un racconto stratificato e di chiedere allo spettatore attenzione e partecipazione.

Dopo l’anteprima mondiale a Cannes nel maggio 2025 e l’uscita nelle sale brasiliane, L’agente segreto è pronto a incontrare il pubblico italiano. L’arrivo nei cinema è fissato per il 29 gennaio 2026 grazie a Film Club Distribuzione e Minerva Pictures, e rappresenta un’occasione imperdibile per chi ama il cinema che osa, che inquieta e che lascia domande aperte. Non è un film facile, non è pensato per un consumo distratto, ma è proprio questo il suo punto di forza.

Per la community nerd, abituata a cercare connessioni, sottotesti e riletture politiche anche nei generi più codificati, L’agente segreto è una visione che parla la nostra lingua. È un thriller che usa la tensione per raccontare la Storia, un film che dimostra come il cinema possa ancora essere uno strumento di resistenza culturale e di memoria. E ora la domanda passa a voi: siete pronti a lasciarvi seguire da questo film, a perdervi tra le ombre di Recife e a discutere insieme di ciò che resta quando la paura diventa sistema? La conversazione è appena iniziata.

Avatar e Aida degli alberi: il legame segreto tra James Cameron e l’animazione italiana dimenticata

Esistono storie che sembrano favole moderne, intrecci nate quasi per destino tra immaginari lontani, epoche diverse e sensibilità creative che finiscono per sfiorarsi. Questa è una di quelle storie che, raccontata oggi, ha il sapore dolceamaro delle grandi occasioni mancate e delle connessioni segrete del cinema. Al centro del racconto si incontrano uno dei franchise più redditizi della storia, la visione di un regista leggendario e un film d’animazione italiano che in pochi ricordano, ma che meriterebbe un posto d’onore nell’immaginario collettivo nerd.

Quando si pronuncia il nome di Avatar, l’immaginazione corre subito a Pandora, ai Na’vi, alla bioluminescenza notturna e a quell’idea di cinema totale che ha riscritto le regole del blockbuster. Dietro a tutto questo c’è la mente di James Cameron, un autore che ha sempre pensato il cinema come una forma di esplorazione, tecnologica e spirituale allo stesso tempo. Eppure, scavando sotto la superficie scintillante del mito hollywoodiano, riaffiora una domanda scomoda e affascinante: da dove arrivano davvero certe immagini? E perché, a volte, sembrano parlare anche italiano?

Prima che Avatar conquistasse il box office globale, Cameron aveva già in testa il suo mondo alieno da molto tempo. Il progetto prende forma ufficialmente nel 1996, quando il regista mette su carta un corposo trattamento, salvo poi accantonarlo per dedicarsi anima e corpo a Titanic. Non era il momento giusto, la tecnologia non era pronta, ma l’idea non lo abbandona mai davvero. Cameron ha spesso raccontato di essersi ispirato alla saga di John Carter di Marte di Edgar Rice Burroughs, rileggendola in chiave futuristica e trasformando il classico archetipo del guerriero straniero in una riflessione sul confronto con la diversità e sull’impatto distruttivo della colonizzazione.

Quello che rende la storia ancora più intrigante è il fatto che i primi semi di Pandora affondano le radici addirittura negli anni Settanta. Disegni giovanili, creature volanti, mondi alieni pulsanti di luce propria: tutto questo esisteva già nei taccuini di Cameron molto prima che il cinema fosse pronto a realizzarlo. Lo confermano sia il volume Tech Noir: The Art of James Cameron sia la mostra The Art of James Cameron, che ha permesso di osservare da vicino concept art risalenti a decenni prima dell’uscita del film del 2009. Guardandoli oggi, è impossibile non riconoscere le radici visive dei Na’vi, delle creature volanti e della celebre bioluminescenza che ha reso Pandora un luogo iconico.

Eppure, mentre a Hollywood si coltivavano sogni alieni, in Italia stava nascendo qualcosa di sorprendentemente affine. Nel 2001 arriva nelle sale Aida degli alberi, film d’animazione diretto da Guido Manuli, liberamente ispirato all’opera lirica di Giuseppe Verdi. Un progetto ambizioso, prodotto con mezzi limitati ma con un’identità fortissima, che fonde animazione tradizionale e 3D in un periodo in cui in Italia si sperimentava poco e con fatica.

La storia di Aida degli alberi si muove tra Arborea e Petra, due mondi contrapposti in modo quasi archetipico. Da una parte la grande foresta, abitata da un popolo pacifico che vive sugli alberi in armonia con la natura; dall’altra il regno della roccia, simbolo di una modernità aggressiva e militarizzata, dominata dal culto della guerra. In mezzo, una storia d’amore impossibile che cerca di spezzare il ciclo del conflitto. Creature dalla pelle azzurra, architetture verticali immerse nella vegetazione, un’idea di natura come entità sacra e viva: osservate oggi, queste immagini suonano sorprendentemente familiari.

Quando Avatar arriva al cinema, lo stupore per la rivoluzione tecnica è accompagnato, per alcuni, da una sensazione di déjà-vu. Le somiglianze con Aida degli alberi saltano agli occhi di chi quel film lo aveva visto e amato. Non si parla di copia pedissequa, ma di un immaginario che sembra risuonare sulle stesse frequenze: due popoli, uno tecnologicamente avanzato e violento, l’altro legato alla natura; un protagonista che attraversa il confine tra mondi; una spiritualità ambientale che diventa cuore morale della narrazione.

Victor Togliani, direttore artistico del film italiano, ha più volte spiegato che l’idea di Aida nasceva già nel 1999, con la scelta di rappresentare esseri ibridi, metà umani e metà felini, ben prima che i Na’vi diventassero un’icona pop. Manuli stesso ha sempre escluso il plagio, sottolineando come le storie fossero diverse e come le somiglianze potessero nascere da archetipi comuni. Quando Cameron vede Aida degli alberi, secondo i racconti, ne rimane colpito, ma senza mai parlare apertamente di ispirazione diretta.

La vicenda avrebbe potuto trasformarsi in una battaglia legale, ma nel 2010 si risolve in modo sorprendentemente pacifico. Cameron favorisce un incontro tra le parti e si arriva a un accordo che evita il tribunale. Aida degli alberi viene citato e incluso nelle edizioni home video di Avatar, un gesto che, pur lontano dai riflettori mediatici, suggella un legame curioso e inaspettato tra il cinema italiano e uno dei più grandi successi hollywoodiani di sempre.

Riguardando oggi entrambe le opere, emerge una verità affascinante: le idee viaggiano, si trasformano, si rincorrono nel tempo. Cameron coltivava Pandora nei suoi disegni fin da ragazzo, come dimostrano i concept degli anni Settanta e Ottanta, popolati da creature fluttuanti e paesaggi luminosi. Manuli e il suo team, quasi in parallelo, davano vita a un mondo animato che parlava di ecologia, conflitto e riconciliazione, con un linguaggio visivo sorprendentemente affine.

Forse la vera favola non è stabilire chi abbia ispirato chi, ma riconoscere come certi temi siano universali e come, a volte, un piccolo film italiano possa dialogare idealmente con un kolossal da miliardi di dollari. Aida degli alberi resta un gioiello dimenticato, penalizzato all’epoca anche dall’uscita ingombrante del primo Harry Potter, ma capace ancora oggi di raccontare qualcosa di profondamente attuale. Avatar, dal canto suo, continua a espandere il proprio universo, dimostrando che le storie nate decenni fa possono trovare nuova vita quando tecnologia e visione finalmente si incontrano.

E allora la domanda finale resta sospesa, come una lucciola nella notte di Pandora: quante altre connessioni segrete si nascondono tra le pieghe del cinema che amiamo? Se avete visto Aida degli alberi o se avete colto altre somiglianze con Avatar, raccontatele. Le favole più belle, dopotutto, continuano a vivere solo quando qualcuno le condivide.

Digger: Tom Cruise e Alejandro Iñárritu scavano nel caos del potere con una commedia apocalittica

DIGGER non è soltanto un titolo appena svelato: è una dichiarazione d’intenti, un segnale chiarissimo che Alejandro González Iñárritu ha deciso di tornare a scuotere il cinema mainstream prendendolo a martellate dall’interno. Dopo mesi di voci, mezze conferme e sussurri da corridoio hollywoodiano, il nuovo film del regista messicano con protagonista Tom Cruise ha finalmente un nome, un teaser che accende la miccia e una promessa che suona come una sfida: una commedia di proporzioni catastrofiche. E già solo questa definizione basta a farci drizzare le antenne nerd.

Iñárritu non è un autore che ama le zone di comfort. Ogni suo film sembra nascere dal desiderio di mettere in crisi lo spettatore, di spingerlo fuori equilibrio, di costringerlo a guardare l’abisso e, magari, a riderci sopra con un ghigno amaro. DIGGER arriva dopo The Revenant, il suo ultimo film in lingua inglese, e rappresenta un ritorno importante non solo a Hollywood, ma a un cinema che osa mischiare generi, toni e ambizioni senza chiedere permesso. Il fatto che lo faccia insieme a Tom Cruise, una delle icone più granitiche e “controllate” dello star system, rende tutto ancora più elettrizzante.

La trama, per ora, è stata rilasciata con il contagocce, ma quel poco che sappiamo è già materiale da discussione infinita. Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, descritto come l’uomo più potente del mondo. Non un eroe nel senso classico, ma una figura ingombrante, quasi mitologica, che si muove in uno scenario di disastro imminente. Rockwell è impegnato senza sosta a dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, la stessa umanità che lui stesso ha condannato. Un paradosso gigantesco, una contraddizione vivente, mentre il disastro provocato dalle sue azioni minaccia di cancellare ogni cosa. È una premessa che profuma di satira feroce, di riflessione politica, di critica al culto del potere e della salvezza “dall’alto”, e che sembra cucita addosso allo stile di Iñárritu come un abito sartoriale.

Il titolo DIGGER, rivelato ufficialmente solo di recente, suona quasi come una presa in giro. Scavare, affondare, portare alla luce… o forse sotterrare definitivamente. È una parola semplice, ma carica di significati simbolici, soprattutto se accostata a un protagonista che potrebbe essere al tempo stesso demiurgo e becchino del mondo che abita. Ed è difficile non pensare a Birdman, al modo in cui Iñárritu aveva smontato l’ego, la fama e l’illusione di grandezza, usando il linguaggio della commedia nera come una lama affilata. Qui sembra voler fare qualcosa di simile, ma su scala ancora più ampia, quasi apocalittica.

Accanto a Cruise, il cast è una vera e propria parata di talento che fa brillare gli occhi. Sandra Hüller, reduce da interpretazioni intense e memorabili, John Goodman con la sua presenza magnetica, Michael Stuhlbarg capace di rubare la scena anche con pochi minuti, Jesse Plemons che ormai è sinonimo di inquietudine controllata, Sophie Wilde, Riz Ahmed ed Emma D’Arcy, volto amatissimo dal pubblico delle serie TV. Un ensemble che suggerisce personaggi complessi, sfaccettati, forse grotteschi, forse tragici, sicuramente memorabili. Non sembra il classico film costruito attorno a una star, ma un organismo corale, dove ogni ingranaggio ha un ruolo preciso nel disegno complessivo.

Dietro le quinte, la produzione racconta un progetto curato in modo quasi maniacale. Le riprese principali sono iniziate nel Regno Unito il 7 novembre 2024 e si sono concluse nella primavera del 2025, dopo circa sei mesi di lavorazione. Alla fotografia troviamo Emmanuel Lubezki, collaboratore storico di Iñárritu, e questo dettaglio da solo è sufficiente a farci immaginare immagini potenti, immersive, capaci di avvolgere lo spettatore. La scelta di girare su pellicola 35mm utilizzando il formato VistaVision non è solo una decisione tecnica, ma una dichiarazione d’amore per il cinema come esperienza sensoriale, tangibile, quasi fisica. In un’epoca dominata dal digitale, questo ritorno alla pellicola suona come un atto di resistenza artistica.

La produzione non è stata priva di intoppi, come spesso accade nei set ambiziosi. Le riprese si sono fermate per un paio di giorni a causa di un infortunio, per fortuna lieve, che ha coinvolto John Goodman. Nulla che abbia però rallentato davvero la corsa di DIGGER verso il traguardo. A maggio 2025, Iñárritu ha confermato in un’intervista ciò che già si intuiva: sì, il film è una commedia. Ma conoscendo il regista, è lecito aspettarsi una risata che graffia, che mette a disagio, che lascia il retrogusto amaro di una verità scomoda.

L’uscita nelle sale italiane è fissata per il 1° ottobre, una data che sembra perfetta per un film destinato a far discutere, dividere, accendere dibattiti. DIGGER non appare come un prodotto “facile”, ma come uno di quei titoli che entrano in testa e non se ne vanno più, che chiedono allo spettatore di prendere posizione. E la presenza di Tom Cruise in un ruolo così ambiguo e potenzialmente corrosivo aggiunge un ulteriore livello di curiosità: siamo abituati a vederlo come eroe, come incarnazione dell’efficienza e del controllo. Qui potrebbe essere chiamato a smontare proprio quell’immagine, a metterla in crisi davanti ai nostri occhi.

In fondo, DIGGER sembra promettere esattamente ciò che molti amanti del cinema cercano: un’opera che osa, che non si limita a intrattenere, ma che prova a raccontare il nostro tempo attraverso una lente deformante, ironica e spietata. Un film che parla di potere, di responsabilità, di ego smisurato e di catastrofi annunciate, usando il linguaggio della commedia nera come cavallo di Troia.

E adesso la palla passa a noi. Siete pronti a seguire Iñárritu e Cruise in questo scavo profondo sotto la superficie del mondo? DIGGER promette di portare alla luce qualcosa che forse preferiremmo non vedere, ma che non possiamo ignorare. E voi, siete più curiosi o più spaventati da quello che potrebbe emergere? La discussione è appena iniziata.

Barry Lyndon compie 50 anni: il capolavoro di Kubrick che ha cambiato per sempre il cinema

Il 2025 non è soltanto un numero tondo da celebrare sul calendario del cinema, ma un vero checkpoint emotivo per chi ama perdersi nelle pieghe della settima arte. Cinquant’anni fa arrivava sul grande schermo Barry Lyndon, uno dei film più enigmatici, discussi e oggi venerati di Stanley Kubrick. Un’opera che all’epoca spiazzò pubblico e critica, ma che con il tempo ha rivelato tutta la sua natura di capolavoro assoluto, capace di parlare ancora oggi a chi guarda il cinema non come semplice intrattenimento, ma come esperienza totale, quasi filosofica.

Uscito il 18 dicembre 1975 tra Stati Uniti e Regno Unito e pochi giorni dopo anche nelle sale italiane, Barry Lyndon nasce da un romanzo ottocentesco di William Makepeace Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon. Kubrick, però, fa quello che gli riesce meglio: prende una storia già esistente e la trasforma radicalmente, piegandola alla sua visione del mondo, del destino umano e del potere. Il risultato non è una semplice trasposizione letteraria, ma un universo cinematografico autosufficiente, con regole proprie e un linguaggio che ancora oggi influenza registi, direttori della fotografia e storyteller di ogni medium.

La vicenda di Redmond Barry, giovane irlandese affamato di ascesa sociale, è una parabola che sembra semplice solo in superficie. Duelli, guerre, matrimoni di convenienza e inganni scandiscono il suo cammino verso il titolo di Barry Lyndon, ma ogni conquista porta con sé il seme della rovina. Kubrick osserva il protagonista con uno sguardo freddo, quasi clinico, senza mai concedergli un’eroicità tradizionale. Barry non è un eroe né un vero villain, ma un uomo che tenta disperatamente di forzare il proprio posto nel mondo, finendo schiacciato da un sistema sociale più grande di lui. È impossibile non leggere in questa traiettoria una riflessione universale sull’ambizione, sul desiderio di appartenere e sull’illusione del controllo.

Uno degli elementi che rendono Barry Lyndon un’esperienza unica è la sua estetica. Ogni inquadratura sembra rubata a un dipinto del Settecento, e non è un caso. Kubrick studiò ossessivamente la pittura dell’epoca, dai paesaggisti agli artisti di corte, costruendo un film che non si limita a raccontare il passato, ma lo ricrea visivamente con una precisione quasi maniacale. Le location europee, dai verdi irlandesi alle dimore inglesi fino agli scorci tedeschi, non fanno da semplice sfondo, ma diventano parte integrante della narrazione, rafforzando la sensazione di trovarsi di fronte a una storia congelata nel tempo.

Dal punto di vista tecnico, Barry Lyndon è stato una rivoluzione silenziosa. La decisione di girare gran parte delle scene con luce naturale, e quelle notturne esclusivamente a lume di candela, ha richiesto soluzioni tecnologiche estreme. Kubrick utilizzò obiettivi sviluppati per la NASA, tra cui il celebre Zeiss Planar 50mm f/0.7, capace di catturare la luce in modo mai visto prima. Questa scelta non fu un semplice vezzo estetico, ma un atto di coerenza totale: eliminare qualsiasi artificio moderno per avvicinarsi il più possibile alla percezione visiva dell’epoca raccontata. Il risultato è una fotografia che ancora oggi lascia senza parole e che valse al film premi Oscar fondamentali, tra cui quelli per fotografia, scenografia e costumi.

Anche la musica gioca un ruolo centrale nell’esperienza emotiva del film. Kubrick, fedele alla sua abitudine di utilizzare brani preesistenti, costruisce una colonna sonora che dialoga costantemente con le immagini. Händel, Mozart, Bach, Schubert diventano voci invisibili che commentano le azioni dei personaggi, amplificando il senso di distacco, malinconia e inevitabilità. La celebre Sarabanda di Händel, in particolare, accompagna il film come un presagio costante, quasi un requiem che anticipa la fine di ogni illusione.

Sotto la superficie estetica impeccabile, Barry Lyndon nasconde una riflessione spietata sulla società e sul potere. La nobiltà settecentesca che Kubrick mette in scena è un mondo rigidissimo, regolato da apparenze, rituali e gerarchie immutabili. Barry tenta di scalarlo con astuzia e fortuna, ma resta sempre un intruso, un corpo estraneo che il sistema prima tollera e poi espelle. La celebre frase finale, che ricorda come la morte renda tutti uguali, non suona come una consolazione, ma come una constatazione amara: ogni titolo, ogni ricchezza, ogni conquista è destinata a dissolversi.

Rivedere Barry Lyndon oggi, a cinquant’anni dalla sua uscita, significa riscoprire un film che ha anticipato il modo contemporaneo di intendere il cinema come arte totale. È un’opera che chiede tempo, attenzione e disponibilità emotiva, ma che ripaga con una profondità rara. Non sorprende che, dopo un’accoglienza iniziale tiepida, il film sia stato rivalutato fino a diventare uno dei titoli più studiati e amati della filmografia kubrickiana.

Cinquant’anni dopo, Barry Lyndon non è soltanto un film da celebrare, ma un’esperienza da attraversare di nuovo, magari con occhi diversi, più maturi. È uno di quei rari casi in cui il tempo non consuma l’opera, ma la rafforza, aggiungendo nuovi livelli di lettura a ogni visione. E forse è proprio questo il segreto della sua immortalità: come il suo protagonista, il film continua a cercare il proprio posto nella storia, riuscendo ogni volta a riconquistarlo. Ora la parola passa a voi: quando è stata l’ultima volta che avete lasciato che Kubrick vi ipnotizzasse con Barry Lyndon? E cosa vi ha lasciato, questa volta?

Tenshi no Tamago, Angel’s Egg o L’Uovo dell’Angelo: perché vale la pena recuperare quest’anime dimenticato

1985: dopo un periodo di quattro anni allo studio Pierrot, Mamoru Oshii è ora un animatore e regista freelance; negli anni successivi proporrà la sceneggiatura per il terzo film di Lupin, poi scartata perché troppo decostruzionista, realizzerà un film, e infine diverrà uno dei fondatori di Head Gear; 1989: il villain del primo film di Patlabor lascia citazioni bibliche come indizi dei suoi crimini; 1995: Oshii realizza il film che gli varrà la consacrazione internazionale, ovvero l’adattamento, per alcuni un miglioramento, di Ghost in the Shell; 2009: Oshii mette temporaneamente in secondo piano l’industria dell’animazione, per concentrarsi sui film live action; 2021: nel corso della sesta serie, fatta per festeggiare il cinquantennale del manga, Oshii dirige due episodi di Lupin, di cui uno è un omaggio a Hemingway, mentre nell’altro tornano elementi di quella sceneggiatura scartata; 4-10 dicembre 2025: nell’anno del suo quarantesimo anniversario, finalmente arriva nelle sale italiane, con una distribuzione di una settimana, quel film del 1985. E quel film e l’uovo dell’angelo.

Uh… Salve, benvenuti, o bentornati su questi lidi.

Scusate lo sproloquio iniziale ma, dato il film in questione, ho ritenuto necessario iniziare la disamina fornendovi un quadro riassuntivo di chi l’ha creato, in modo da far capire il peso, e l’importanza, di avere finalmente questo film legalmente disponibile nel nostro paese. Questo perché l’arrivo di l’uovo dell’Angelo, o Tenshi no Tamago (ma che, essendo un vecchio dentro, e per questione di abitudine, da qui in poi chiamerò Angel’s Egg) non era affatto scontato.

Al contrario, era un classico esempio di qualcosa che non sarebbe mai arrivato, a causa del nemico naturale dei fan, le beghe legali e, fino a qualche giorno fa, avreste potuto trovarlo tranquillamente su YouTube, oppure affidandovi alla gentilezza di sconosciuti su Internet amanti della preservazione mediale. Ma fatte queste premesse, vediamo di andare più in profondità, ok?

Ora, la cosa più importante da dire e che questo film è diverso dalle solite pellicole animate, in quanto ha una forte impronta registica; un interesse a sperimentare e a far sorgere domande; ma non a dare risposte. Potrei dirvi che è ‘un film che parla da sé’, ma nel farlo va a miscelare tre macro aree, che sono rispettivamente il comparto visivo, narrativo e sonoro.

Per quanto riguarda la narrazione, qualcuno potrebbe dirvi che si tratta di una trama semplicistica, al limite della non-trama, e quasi priva di dialoghi; ma nelle sue 107 righe di dialogo, perché sì, le ho contate, viene menzionato il ricordo di un grande albero e una variazione del mito di Noè, in cui la colomba non torna e gli uomini dimenticano il loro passato, oltre alla ripetizione ossessiva di una domanda, ovvero “dare… anata wa dare?” in giapponese, traducibile come un “chi… chi sei tu?” in italiano.

Alle musiche troviamo invece Yoshihiro Kanno, che riesce a creare una colonna sonora multifunzione, adattandosi alle varie sequenze, passando dall’imponenza alla dolcezza in un attimo. Infine, il lato artistico può contare sul character design di Yoshitaka  Amano, che non ha fatto solo Final Fantasy, e quindi presenta un’atmosfera gotica e decadente, che però ha richiesto sangue, sudore e lacrime degli animatori, in gran parte volontari reclutati da vari studi, per essere realizzata, oltre alla supervisione dell’art director Shichiro Kobayashi, e sono sicuro che qualcuno avrà bestemmiato per le sequenze dei capelli.

Infine, vi è il discorso su cosa voglia dire, ed è qui che si potrebbero aprire infinite discussioni, e per qualcuno, forse, queste questioni sulle chiavi d’interpretazione sono più interessati del film stesso. Quindi, vorrei concludere dandovi la mia interpretazione.

Alla mia prima visione, ne sono uscito pensando che non fosse altro che un enorme ed elaborato dissing all’arca di Noè, ma poi non l’ho rivisto per qualche anno; mentre alla revisione fatta in questi giorni, influenzato anche dalla visione di altre persone, ho trovato una storia sull’avere fede e sulle difficoltà in mantenerla, il tutto mentre la bambina e il soldato si muovono in un universo che sta per spegnersi e morire, forse perché non era che un sogno, o un incubo. In definitiva, non è il mio film preferito di Oshii, quello resta il precedente Beautiful Dreamer, e non rientra esattamente nelle mie corde, però ritengo che possa essere interessante vederlo, anche solo per sapere cosa riesce a trasmetterti.

E voi cosa ne pensate?

Jay Kelly: quando Clooney e Sandler riscrivono il mito della celebrità nel nuovo film di Noah Baumbach – ora su Netflix

A volte il cinema ti chiama con una domanda che non puoi ignorare. Non un mistero da risolvere, non un enigma da decifrare, ma un dubbio che ti afferra allo stomaco: che cosa significa davvero avere successo? Da oggi questo interrogativo prende la forma di Jay Kelly, il film diretto da Noah Baumbach e disponibile su Netflix dal 5 dicembre 2025, dopo il passaggio nelle sale e il debutto alla Mostra del Cinema di Venezia.

Baumbach torna a graffiare con la sua scrittura chirurgica e ironica, e lo fa affidando il peso del racconto a una coppia che nessuno avrebbe mai pensato di vedere così bene insieme: George Clooney, divo tormentato, e Adam Sandler, manager devoto in modalità dramma controllato. Una combinazione che, sulla carta, sembra un glitch nel sistema hollywoodiano, ma che sullo schermo funziona come un incantesimo capace di ribaltare cliché e aspettative.


Quando il mito non regge più il peso della propria ombra

Jay Kelly, star planetaria amata da tutti, arriva a un punto della vita in cui non sa più chi sia. Non il personaggio patinato delle interviste, non l’uomo dei premi, non l’icona che il pubblico pretende. È un individuo che ha perso il contatto con sé stesso, ingabbiato in un ruolo che non riesce più a interpretare.

Clooney, con una maturità interpretativa che sorprende persino chi lo segue da una vita, sembra quasi giocare con il proprio mito. Ogni battuta, ogni silenzio, ogni esitazione porta con sé una doppia lettura: la star che recita la star, l’uomo che tenta di ritrovare l’uomo. È un Clooney più fragile, più stratificato, più vero.

Accanto a lui c’è Adam Sandler, che negli ultimi anni ha trovato nel dramma un terreno fertile quanto inatteso. Il suo Ron non è il classico manager-carceriere: è complice, è memoria, è specchio. È il guardiano di un uomo che si sta sgretolando e nello stesso tempo la sua ancora emotiva. Chi ama Sandler versione “serious mode” (penso a Diamanti grezzi, penso a Hustle) qui si sentirà a casa.

Baumbach avvolge tutto in un tono sospeso, attraversato da flashback, visioni e dialoghi che sembrano provenire da un altrove in cui il tempo non scorre dritto, ma circolare. La storia non racconta semplicemente una crisi; la fa vivere, la rende materia estetica.

Il viaggio che non riguarda la strada, ma il peso dei ricordi

A un certo punto Jay e Ron partono per un viaggio. Non importa tanto dove vadano, ma cosa riemerge lungo il tragitto. E quel che riemerge non è glamour: è nostalgia, rimpianto, errori lasciati lì come macchie che nessuno ha mai voluto pulire.

Il trailer aveva già anticipato questa atmosfera eterea, come se l’intero film esistesse a metà fra memoria e realtà. Baumbach non cerca mai il colpo di scena: preferisce il dettaglio che punge, la confessione sussurrata, il momento che dura tre secondi ma resta in testa mezz’ora.

Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Isla Fisher, Emily Mortimer, Patrick Wilson e Jim Broadbent completano un cast corale che non ruba mai spazio, ma amplia il mondo emotivo del protagonista. Ogni personaggio è un frammento di ciò che Jay è stato o avrebbe voluto essere.


L’Italia come specchio dell’anima: Baumbach filma la bellezza come un’evidenza dolorosa

Uno degli elementi più affascinanti di Jay Kelly è la scelta delle location italiane. Le colline di Pienza, la luce poetica della Val d’Orcia, il Teatro Petrarca di Arezzo, le cantine di Argiano a Montalcino… non sono semplici sfondi. Sono luoghi che amplificano le crepe del protagonista.

Girato in 35mm dal premio Oscar Linus Sandgren, il film alterna la modernità cosmopolita di New York e Londra a un’Italia che sembra sospesa fuori dal tempo. Una terra dove i pensieri fanno più rumore, dove l’eco dei rimorsi sembra più difficile da ignorare.

È un viaggio esteriore che racconta un crollo interiore. E, paradossalmente, è proprio in questa cornice da cartolina che Jay appare più umano, più fragile, più nudo.


Baumbach, Clooney e Sandler: un triangolo che non ti aspetti e invece funziona alla grande

Baumbach costruisce un film che sembra parlare a me, a te, a chiunque abbia mai avuto l’impressione di essersi perso lungo la strada. Nessun moralismo, nessuna risposta facile, nessuna soluzione immediata. Solo una domanda che ritorna come un mantra: che cosa resta, quando togliamo tutto ciò che ci definisce agli occhi degli altri?

Clooney risponde con una delle prove più toccanti della sua carriera. Sandler lo accompagna senza mai invadere, diventando parte integrante del battito emotivo della storia.
E Baumbach orchestra il tutto con quella miscela di ironia e malinconia che è ormai la sua firma riconoscibilissima.


Perché Jay Kelly è già un cult annunciato

La critica lo ha definito “un capolavoro silenzioso”. Un film che non urla per farsi notare, ma che resta con te ore dopo la visione.

Parla di fama e fallimento, di identità e fragilità, di tempo che passa e di tutte le versioni di noi stessi che abbiamo abbandonato per strada. È una riflessione che va oltre Hollywood, oltre il cinema, oltre la celebrità. Riguarda chiunque si sia mai chiesto: sto vivendo davvero la vita che desideravo?

È questo il motivo per cui, molto probabilmente, Jay Kelly diventerà uno dei film più discussi del 2025. Non per shock o provocazioni, ma perché tocca corde troppo umane per non risuonare.


Disponibile ora su Netflix (e non solo)

Se vuoi recuperarlo da oggi puoi trovarlo su Netflix, Sky Glass, Sky Q e tramite app su Now Smart Stick.
Insomma, non ci sono più scuse: Jay Kelly è a un click di distanza.


E voi? Siete pronti a farvi domande insieme a Clooney e Sandler?

Io ho già la testa piena di riflessioni e un paio di frasi che mi risuonano ancora addosso. Ma ora tocca a voi:
avete già visto Jay Kelly? Vi ha colpito, vi ha fatto arrabbiare, vi ha fatto sentire qualcosa?

Scrivetemelo nei commenti: come sempre, la discussione migliore comincia dopo il film.

L’Ombra del Corvo: Benedict Cumberbatch affronta il lutto in un gotico moderno che parla al nostro immaginario nerd

Il grande schermo accoglie un racconto che scava nella perdita come fosse un rito iniziatico, un percorso che attraversa le stanze dell’anima per trasformare la sofferenza in una creatura narrativa quasi mitologica. L’Ombra del Corvo, diretto da Dylan Southern e tratto dal romanzo di Max Porter Il dolore è una cosa con le piume, approda nelle sale italiane l’11 dicembre e porta con sé tutto il peso delle emozioni che non trovano voce, se non attraverso il simbolo più ancestrale che si possa immaginare: un corvo parlante che entra nella vita dei protagonisti come un demone, un maestro e un trickster.

La presentazione alla Berlinale aveva già acceso le aspettative, perché il film rappresenta un vero punto di svolta nella carriera del regista, conosciuto finora per i documentari Shut Up and Play the Hits e Meet Me in the Bathroom. La sua prima immersione nella finzione cinematografica non sceglie la via più semplice, ma affronta la complessità del lutto senza alleggerirlo e senza nasconderlo, lasciandolo esplodere attraverso un linguaggio visivo che alterna concretezza e delirio, quotidianità e immaginazione.

Benedict Cumberbatch: un ruolo che spezza e ricompone

Benedict Cumberbatch interpreta un padre devastato dalla morte improvvisa della moglie, costretto a sostenere l’implosione emotiva dei suoi due figli, Henry e Richard Boxall, giovanissimi attori che sorprendono per maturità e delicatezza. La performance di Cumberbatch è carica di sfumature sottili, costruita su silenzi che dicono più delle parole, su gesti minimi che diventano detonatori emotivi. L’immagine del padre che piega con mani tremanti gli abiti della donna scomparsa è uno dei momenti più intensi e destabilizzanti del film, un dettaglio che racchiude un mondo intero.

Per un pubblico abituato a vederlo dominare universi complessi con la freddezza logica di Sherlock o con la determinazione mistica del Doctor Strange, questo ruolo rappresenta uno shock emotivo. Cumberbatch abbandona l’aura dell’eroe infallibile e si abbandona alla fragilità, lasciando emergere la parte più umana, quella che non sa salvare il mondo ma deve capire come sopravvivere al proprio.

Durante la conferenza berlinese ha dichiarato che mostrarsi vulnerabili non significa essere deboli, ma esattamente il contrario: è la forma più alta di coraggio. Parole che risuonano profondamente anche nella narrazione nerd moderna, da sempre popolata di figure che combattono mostri esteriori solo per scoprire che quelli interiori sono molto più complessi.

Il Corvo: il mostro che parla come un personaggio da dark fantasy

Il cuore simbolico dell’opera è il Corvo, una creatura che attraversa la storia con la forza archetipica di un demone psicopompo, un’entità sospesa tra la follia e la saggezza. Non è un fantasma né un’allucinazione, ma un essere concreto, interpretato fisicamente da Eric Lampaert e dotato della voce potente di David Thewlis, noto ai fan di Harry Potter come Remus Lupin. La scelta di usare un performer in carne e ossa, evitando la CGI, restituisce una fisicità materica che rende l’animale insieme minaccioso e familiare, quasi un parente scomodo dell’immaginario gotico.

La sua presenza è ambigua e spiazzante, capace di ricordare certe figure del folklore inglese e al tempo stesso i mostri metaforici che popolano manga e anime psicologici come Berserk, Devilman o Neon Genesis Evangelion: creature che incarnano ciò che i protagonisti non riescono a dire, paure che si materializzano per costringere alla metamorfosi.

Fedeltà al romanzo e libertà cinematografica

Max Porter, autore dell’opera originale, non solo ha seguito l’adattamento passo dopo passo, ma compare anche in un breve cameo. La collaborazione tra scrittore e regista ha permesso al film di mantenere la poetica del romanzo, restituendo la sua struttura frammentata e lirica senza scadere nell’imitazione. L’opera filmica prende forma come entità autonoma, giocando con immagini potenti, alternando luce e oscurità, realismo e allegoria.

Il risultato è un’esperienza che non vuole rassicurare, ma guidare attraverso un labirinto emotivo in cui la parola diventa arma e cura, memoria e ricostruzione.

Una storia divisa in capitoli, come un dramma interiore a più voci

Il film si articola in quattro movimenti narrativi, ognuno legato a una prospettiva diversa. Il padre vive il dolore come un collasso silenzioso, i bambini lo attraversano come un incubo che a tratti si trasforma in gioco, mentre il Corvo agisce come voce narrante scomoda, un deus ex machina che divide e unisce, provoca e consola.

La scelta strutturale richiama allo stesso tempo il ritmo della narrativa breve e la messa in scena teatrale: non stupisce, considerando che il romanzo aveva già generato un adattamento teatrale interpretato da Cillian Murphy nel 2019. Anche qui si respira quell’impronta: ogni scena sembra un atto, ogni frase possiede il peso di una dichiarazione.

Un’estetica gotica che riflette le fratture dell’anima

La fotografia del film mescola toni cupi, ambienti domestici colmi di ombre e improvvise aperture luminose, come se la realtà oscillasse costantemente tra la vita vissuta e il mondo simbolico. Southern usa la luce per dare forma al dolore, trasformando le stanze della casa in territori della mente, luoghi in cui la memoria si manifesta attraverso oggetti, movimenti impercettibili, dettagli che parlano più delle immagini esplicite.

Il Corvo diventa il punto di collisione tra ciò che esiste e ciò che non dovrebbe esistere, una presenza che potrebbe abitare senza problemi un bestiario di stampo lovecraftiano o un racconto gotico alla Poe.

Un cast che amplifica le vibrazioni nerd

Accanto a Cumberbatch e ai fratelli Boxall troviamo volti già familiari agli appassionati: Sam Spruell, visto recentemente nell’universo di Dune e nella serie Fargo; Vinette Robinson, apprezzata in Progetto Lazarus; Adam Basil, che ha prestato movimento e interpretazione fisica a diverse creature in The Last of Us. Una piccola costellazione di interpreti che porta con sé sensibilità già vicine al pubblico geek.

Perché questa storia parla profondamente al nostro immaginario

Il lutto che prende forma in un Corvo è un’idea potentissima per chi vive di narrazioni speculative. Non è solo la rappresentazione del dolore, ma la sua trasformazione in un personaggio, un alleato, un avversario, un puzzle psicologico. È ciò che fanno molti videogiochi, anime e fumetti: dare al trauma una forma fisica, rendere visibili le ombre interiori affinché possano essere affrontate.

L’Ombra del Corvo diventa così un ponte tra cinema d’autore e sensibilità nerd, un racconto che parla attraverso il linguaggio allegorico che amiamo: quello in cui il mito nasce dal quotidiano e la sofferenza diventa percorso di crescita.

Un finale che lascia aperte domande e possibilità

Il film non vuole dare risposte nette né soluzioni immediate. Preferisce mostrare la complessità del dolore e la sua trasformazione lenta, fatta di inciampi, epifanie e piccoli miracoli domestici. È un’opera che chiede partecipazione, che invita a guardarsi dentro e a riconsiderare il significato stesso della perdita.

E proprio per questo, quando scorrono i titoli di coda, la sensazione è quella di aver attraversato un viaggio che non appartiene solo ai personaggi, ma anche a chi guarda.


E ora tocca a voi

Avete letto il romanzo di Max Porter o andrete direttamente al cinema? Siete affascinati dall’idea di un Corvo che parla e incarna il lutto? E soprattutto: siete pronti a vedere un Benedict Cumberbatch completamente diverso da quello che conoscete?

Raccontatemelo nei commenti e condividete questo articolo sui vostri social preferiti: Facebook, Instagram, X, Telegram.
Le storie oscure fanno meno paura quando le viviamo insieme.

“Fino alla Fine del Mondo”: Wim Wenders torna al cinema con la sua visionaria Director’s Cut restaurata in 4K

Ci sono film che non invecchiano mai perché, semplicemente, sono nati fuori dal tempo. “Fino alla fine del mondo” (titolo originale Bis ans Ende der Welt), l’opera visionaria e colossale che Wim Wenders girò nel 1991, è uno di questi. Oggi, grazie a CG Entertainment e alla collaborazione con la Wim Wenders Foundation, il film ritorna sul grande schermo in versione Director’s Cut restaurata in 4K, riportando con sé tutto il fascino, la poesia e le inquietudini di un’epoca che somiglia spaventosamente alla nostra. Per celebrare questo ritorno, CG Entertainment ha diffuso un nuovo trailer italiano approvato dalla Fondazione e accompagnato dai brani “A Ghost Story” e “Dead Labour” tratti dall’album Through metaphors, assonance but mostly by differences dei Goro Hanada. L’appuntamento è fissato per il 9 dicembre 2025, data in cui il pubblico potrà (ri)vivere sul grande schermo l’esperienza totale di questo film-mondo: una sinfonia di immagini, suoni e pensieri lunga oltre quattro ore, una vera odissea della percezione.


Un viaggio ai confini della visione

Ambientato in un futuro prossimo — la fine del 1999 — “Fino alla fine del mondo” si apre con una minaccia globale: un satellite nucleare indiano, fuori controllo, rischia di precipitare sulla Terra provocando una catastrofe. Sullo sfondo del panico collettivo, una giovane donna francese, Claire Tourneur (Solveig Dommartin), parte per un viaggio che diventa ben presto un pellegrinaggio interiore. Lungo la strada incontra Sam Farber (William Hurt), un enigmatico fuggitivo inseguito da agenzie governative e cacciatori di taglie. Claire lo segue, affascinata e disorientata, senza sapere che quell’uomo porta con sé il prototipo di un dispositivo capace di registrare le immagini viste dagli occhi umani e trasmetterle direttamente al cervello dei ciechi.

Dietro questa invenzione c’è lo scienziato Henry Farber (interpretato dal leggendario Max von Sydow), che lavora per permettere alla moglie cieca (Jeanne Moreau) di “rivedere” il mondo. Ma l’intuizione si trasforma in ossessione: la macchina, nata per restituire la vista, finisce per imprigionare chi la usa in un vortice di immagini e sogni, anticipando con straordinaria lucidità il tema della dipendenza visiva e della perdita del contatto con la realtà.

Mentre un impulso elettromagnetico, generato dall’esplosione del satellite, cancella ogni tecnologia sulla Terra, i protagonisti si rifugiano in Australia, nel deserto rosso, luogo che diventa epicentro di un nuovo inizio — o forse dell’ultimo sguardo sull’umanità.


La visione profetica di un autore in anticipo sui tempi

“Fino alla fine del mondo” è un film sul desiderio di vedere, ma anche sull’impossibilità di farlo davvero. È una riflessione sul narcisismo dell’immagine, sulla tecnologia che promette di liberarci e finisce invece per dominarci. Wenders stesso lo disse con ironica amarezza: «Più si vive di immagini, più si vuole essere ciascuno un’immagine per gli altri. Il narcisismo diventa una malattia collettiva».

Rivedere oggi questo film è come guardarsi allo specchio dopo trent’anni e riconoscere un volto familiare ma inquietante: quello del presente. Le ossessioni digitali, l’iperconnessione, la realtà filtrata dagli schermi, tutto era già lì — negli anni ’90, dentro l’obiettivo poetico e preveggente di Wenders.

La Director’s Cut — montata due anni dopo la versione cinematografica del 1991, che era stata drasticamente accorciata dai distributori — restituisce finalmente la portata epica del progetto originale: 287 minuti di cinema totale, un viaggio che attraversa continenti, lingue e generi, dal noir al melò, dalla fantascienza al diario intimo. Non un film, ma un atlante dell’anima.


Un cast mitico e una colonna sonora che è già leggenda

Attorno alla coppia Dommartin–Hurt, Wenders costruisce un cast stellare: Sam Neill, narratore innamorato e testimone della vicenda; Jeanne Moreau, fragile e intensa come solo lei sapeva essere; Rüdiger Vogler, attore feticcio del regista; Ernie Dingo, Chick Ortega e Ryu Chishyu, in un mosaico globale di volti e accenti.

E poi c’è la musica. Perché nessun viaggio wendersiano sarebbe completo senza la sua colonna sonora. Qui troviamo una line-up semplicemente irripetibile: U2, Talking Heads, Lou Reed, Peter Gabriel, Elvis Costello, R.E.M., Nick Cave & The Bad Seeds, Patti Smith, Depeche Mode, Daniel Lanois, Neneh Cherry, Jane Siberry e molti altri. È una playlist interplanetaria che trasforma il film in una vera e propria opera rock sul senso dell’esistenza.


Dal 1991 al 2025: la fine del mondo siamo noi

A oltre trent’anni dalla sua prima uscita, “Fino alla fine del mondo” non parla più solo del 1999, ma del nostro oggi. Parla di noi, della nostra incapacità di smettere di guardare schermi, di registrare ogni istante, di scambiare la memoria per esperienza. È un film che interroga, che disturba, che ci ricorda che “in principio era la parola” — e che forse, alla fine, non resterà che l’immagine.

Wenders, con la sua macchina da presa, ci accompagna lungo l’ultimo confine del visibile. E ci chiede: cosa rimane dell’amore, della libertà, della realtà stessa, quando tutto ciò che viviamo può essere riprodotto all’infinito?


💬 E voi, siete pronti a rivedere la fine del mondo attraverso gli occhi di Wim Wenders?
Raccontateci nei commenti quale immagine di questo film vi è rimasta impressa. Perché forse, come suggeriva Eugene nel film, “in principio era la parola… ma alla fine rimarrà solo l’immagine.”