Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese 1958–1969: la nuova edizione che riscrive la storia degli anime

Alcuni libri non si limitano a raccontare una storia. La incarnano. La attraversano. La mettono alla prova. E poi, trent’anni dopo, tornano a bussare come vecchi amici che nel frattempo hanno viaggiato, studiato, sbagliato, imparato una lingua nuova e deciso che sì, è il momento di riscrivere tutto da capo.

Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non è soltanto un volume di 264 pagine dedicato agli anni 1958–1969 dell’animazione nipponica. È la prova tangibile di quanto sia cambiato il nostro modo di guardare gli anime in Italia. E lo dico da lettrice, da blogger, da ex ragazzina cresciuta tra pomeriggi davanti alla TV e VHS consumate fino allo sfinimento, con un gatto sulle ginocchia e il sogno segreto di visitare Tokyo almeno una volta nella vita.

Chi ha vissuto gli anni Novanta ricorda bene il deserto informativo che circondava anime e manga. Oggi basta un click per recuperare una scheda tecnica, una filmografia completa, un’intervista d’archivio. All’epoca no. All’epoca significava inseguire videocassette NTSC come reliquie proibite, sfogliare riviste giapponesi con il dizionario accanto, litigare con la traslitterazione dei nomi e sperare che qualcuno, da qualche parte nel mondo, rispondesse a una lettera scritta con la pazienza di uno Jedi prima dell’era delle e-mail.

La prima edizione di questa guida, pubblicata nei primi anni Novanta, era figlia di quel contesto. Una quarantina di pagine dedicate agli esordi dell’animazione giapponese, in un’epoca in cui reperire informazioni significava letteralmente fare archeologia culturale. Eppure quel libro ebbe il coraggio di guardare agli anime con uno sguardo adulto, critico, consapevole. In un periodo in cui genitori e opinionisti parlavano di “cartoni giapponesi” come di una minaccia per le giovani menti, qualcuno stava già costruendo una mappa seria, ragionata, enciclopedica.

Oggi quella mappa è stata completamente ridisegnata.

Questa nuova edizione dedicata al periodo 1958–1969, pubblicata da Kappalab, non è un semplice aggiornamento. È una rifondazione. Le quaranta pagine di allora si sono espanse fino a occupare un intero volume, segno di quanto materiale fosse rimasto nell’ombra. Cortometraggi dimenticati, film pilota mai approdati in sala, special televisivi, coproduzioni internazionali, progetti rimasti sospesi come spiriti irrequieti della storia dell’animazione. Quelli che in Giappone chiamano “anime fantasma”. Solo il nome mi fa venire i brividi, e non perché sia ottobre.

Partire dal 1958 significa tornare a Hakuja den, il primo lungometraggio animato a colori prodotto da Toei Animation, e poi attraversare l’esplosione televisiva del 1963 con Tetsuwan Atom, l’opera che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire l’animazione seriale. Sì, parliamo di Astro Boy. Parliamo di un’industria che, uscita devastata dalla guerra, decide di investire sull’immaginazione come strumento di ricostruzione culturale ed economica.

E mentre negli Stati Uniti la Disney aveva già tracciato la strada con Biancaneve e i sette nani, il Giappone recuperava terreno con una velocità quasi commovente, costruendo un linguaggio visivo proprio, fatto di economia di movimento, intensità emotiva, serialità narrativa. Tecniche nate anche dalla necessità, certo. Budget ridotti, tempi strettissimi, produzioni televisive a ciclo continuo. Ma spesso è proprio nella scarsità che germoglia l’innovazione.

Leggere questa nuova guida in ordine cronologico – scelta dichiarata e quasi militante – significa assistere in diretta alla nascita di uno stile. Vedere registi muovere i primi passi prima di diventare maestri celebrati nei festival internazionali. Riconoscere allievi che diventeranno mentori. Comprendere perché un’opera del 1962 possa apparire “grezza” rispetto a una del 1969, e perché quel confronto, senza contesto, sia profondamente ingiusto.

Da laureata in Beni Culturali, una cosa l’ho imparata: ogni opera è figlia del suo tempo. Estrarla dal contesto equivale a mutilarla. Questa guida, invece, restituisce profondità storica. Non si limita a elencare titoli e trame, ma li colloca dentro un ecosistema culturale che include letteratura, tradizione, influenze occidentali, scambi creativi. L’animazione giapponese non è mai stata un’isola. Ha dialogato con l’Europa, con gli Stati Uniti, con la cultura globale, assorbendo e restituendo stimoli in un flusso continuo.

E poi c’è l’Italia.

Il nostro rapporto con gli anime è stato intenso, tumultuoso, persino traumatico. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta abbiamo visto in pochi anni l’equivalente di tre decenni di produzione nipponica. Un’esposizione massiccia che ha stordito il pubblico giovane e irritato quello adulto. Petizioni, polemiche, interpellanze parlamentari. Studi d’animazione italiani messi in ginocchio da importazioni a basso costo. Eppure, per la mia generazione, quegli anime sono diventati mitologia personale.

Goldrake, Heidi, le orfanelle coraggiose e i guerrieri spaziali. Non erano solo programmi televisivi. Erano finestre su mondi altri, alternative narrative a un immaginario occidentale che sembrava già codificato. E oggi molti di quei titoli vengono celebrati, riproposti, analizzati con rispetto accademico. Il tempo è galantuomo, anche con i robottoni.

Questa nuova edizione di Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese non cerca di idealizzare il passato. Al contrario, lo mette sotto la lente, ne evidenzia le lacune precedenti, ammette errori di trascrizione, scioglie nodi sulla romanizzazione dei nomi, affronta con rigore questioni come il sistema Hepburn o Kunrei senza trasformarle in barriere per il lettore. Il risultato è un’opera che può essere consultata come enciclopedia, ma anche letta come un racconto lungo decenni.

E forse è proprio questo l’aspetto che mi ha colpita di più. Riguardare quei film e quelle serie in sequenza cronologica significa rivivere una crescita. Non solo quella di un’industria, ma anche quella di chi guarda. Sapere che dietro un giovane animatore degli anni Sessanta si nasconde il futuro maestro che influenzerà intere generazioni cambia la percezione di ogni fotogramma.

Internet ha reso tutto accessibile. Ha semplificato la ricerca, democratizzato le informazioni, abbattuto le distanze. Ma ha anche appiattito l’esperienza della scoperta. Questa guida recupera quel senso di esplorazione. Ti invita a non limitarti a cercare un titolo specifico, ma a seguire il filo del tempo, a lasciarti sorprendere da connessioni inaspettate, a capire perché certe scelte stilistiche siano nate proprio lì, proprio allora.

Le 264 pagine dedicate al periodo 1958–1969 sono solo l’inizio di un progetto più ampio che promette di espandersi sia all’indietro, fino agli albori del Novecento, sia in avanti verso i primi anni Settanta. Un lavoro monumentale che richiede pazienza, rigore e – lasciatemelo dire – una buona dose di ossessione. Quella sana, quella che spinge a controllare un’ultima volta un nome, una data, una fonte.

Da fan di Star Wars ho sempre amato le cronologie. Gli archi narrativi che si intrecciano. Le genealogie creative. Questa guida fa qualcosa di simile per l’animazione giapponese: costruisce una saga reale, fatta di studi, autori, errori, successi, tentativi falliti e trionfi inattesi. E lo fa con la consapevolezza che la memoria culturale va coltivata, non data per scontata.

Anime – Guida al cinema d’animazione giapponese: 1958–1969 è disponibile nelle librerie e fumetterie italiane, oltre che online sul sito di Kappalab. Ma al di là dei dati tecnici – formato 16,5 x 24, ISBN 9788885457416 – ciò che conta è l’esperienza che propone.

Un viaggio alle origini degli anime, prima che diventassero mainstream, prima che le piattaforme streaming li trasformassero in consumo immediato. Un invito a guardare indietro per capire meglio ciò che amiamo oggi.

E forse la domanda più interessante non riguarda il passato, ma il presente. Ora che tutto è accessibile, che ogni informazione è a portata di schermo, siamo ancora capaci di meravigliarci come allora? Siamo disposti a rallentare, a leggere, a contestualizzare, a costruire memoria invece di limitarci a scorrere?

Io ho già deciso da che parte stare. E voi?

Tokyo Godfathers: il capolavoro natalizio di Satoshi Kon torna al cinema

Ci sono film che non invecchiano, opere che attraversano i decenni come piccoli miracoli narrativi. Tokyo Godfathers è uno di questi. E ora, grazie a Nexo Digital, il capolavoro del compianto Satoshi Kon torna sul grande schermo per tre giorni evento — il 24, 25 e 26 novembre — a vent’anni dalla sua prima uscita, pronto a emozionare una nuova generazione di spettatori. È più di una semplice proiezione: è un ritorno alle origini dell’animazione giapponese capace di raccontare l’animo umano con una delicatezza che ancora oggi lascia senza fiato.


 Un Natale diverso, nel cuore di Tokyo

Dimenticate la magia zuccherosa dei film natalizi hollywoodiani. Tokyo Godfathers è un Natale sporco, reale, vissuto tra le strade bagnate e le luci al neon della metropoli giapponese. In questa Tokyo viva e contraddittoria, tre senzatetto trovano il senso della famiglia proprio quando il mondo sembra averli dimenticati.

C’è Gin, ex ciclista e alcolizzato; Hana, una donna transgender dal cuore immenso; e Miyuki, una ragazza in fuga da casa. Uniti solo dalla sopravvivenza e da un pizzico di ironia disperata, trovano una neonata abbandonata tra i rifiuti. La chiamano Kiyoko, che in giapponese significa “bambina pura”.
Da quel momento, la loro notte di Natale diventa una folle corsa contro il destino — e verso sé stessi.

Se con Perfect Blue, Millennium Actress e Paprika Satoshi Kon aveva giocato con la percezione, i sogni e la mente, con Tokyo Godfathers il regista svela la sua anima più empatica.
Qui non c’è il labirinto della psiche, ma quello della vita quotidiana: l’umanità ai margini, la vergogna e la redenzione.
Eppure, anche in questa storia “realistica”, Kon intreccia coincidenze e casualità come fossero fili di un destino invisibile. Ogni incontro, ogni errore, ogni gesto gentile diventa un frammento di un puzzle più grande — un disegno misterioso che, come in un miracolo laico, conduce i protagonisti a ritrovare sé stessi.

La sceneggiatura porta la firma di Keiko Nobumoto, mente brillante dietro a Cowboy Bebop e Wolf’s Rain: due opere che, proprio come Tokyo Godfathers, mettono al centro i dimenticati e i disillusi.


Tra John Ford e la Tokyo moderna

Non tutti sanno che Tokyo Godfathers è liberamente ispirato al romanzo The Three Godfathers di Peter B. Kyne, già adattato da John Ford nel 1948.
Kon ne rilegge il mito in chiave urbana: non più tre cowboy nel deserto, ma tre “santi laici” tra le strade di Shinjuku.
Il risultato è una parabola contemporanea sulla genitorialità, sul perdono e sulla possibilità di costruire una famiglia non per sangue, ma per scelta.


La potenza di un’umanità imperfetta

Il vero miracolo del film non è la neve che scende su Tokyo, ma il modo in cui Kon riesce a raccontare la dignità degli ultimi.
Tokyo Godfathers ride, piange e perdona. È un’opera che mescola la comicità slapstick e la tragedia urbana, dove ogni battuta di Hana nasconde un dolore profondo e ogni colpo di scena è una carezza travestita da caso.

Non c’è spazio per la retorica: solo per l’amore, quello disordinato e autentico che nasce nelle pieghe della povertà e della colpa.


Un classico che continua a brillare

Negli anni, Tokyo Godfathers è diventato un cult assoluto, un appuntamento natalizio alternativo per chi cerca emozioni vere e non solo scintille di decorazione.
La sua forza sta nell’equilibrio perfetto tra risata e lacrima, nel modo in cui trasforma la disperazione in poesia visiva.
Rivederlo oggi sul grande schermo è come aprire una vecchia lettera di Natale e scoprire che, nonostante tutto, c’è ancora speranza.

Le prevendite sono già disponibili sul sito nexostudios.it, dove si potrà consultare anche l’elenco completo delle sale aderenti.


🎬 Un invito alla community nerd

Che siate fan storici dell’animazione giapponese, estimatori del genio di Kon o semplicemente alla ricerca di un film natalizio che vi tocchi l’anima, questo è l’appuntamento da non perdere.
Tokyo Godfathers non è solo un film: è un promemoria universale che ricorda come anche tra i rifiuti di una città frenetica può nascere una scintilla di umanità.

E voi, nerd di CorriereNerd.it, lo andrete a vedere al cinema?
Raccontateci nei commenti quale opera di Satoshi Kon vi ha lasciato il segno — Perfect Blue, Paprika o proprio Tokyo Godfathers?
La nostra redazione vi aspetta per scaldarci insieme sotto la neve di Tokyo.

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