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Fratelli Demolitori: Jason Momoa e Dave Bautista uniscono muscoli, ironia e famiglia nel nuovo action Prime Video

Combattono come fratelli. Demoliscono come leggende. Basta questa promessa, urlata con i muscoli tesi e il sorriso sfrontato di chi sa di stare per spaccare lo schermo, per capire che Fratelli Demolitori non vuole essere l’ennesima action comedy senz’anima, ma un concentrato di popcorn movie consapevole, rumoroso e sorprendentemente emotivo. Il nuovo film Prime Video, in arrivo il 28 gennaio 2026, mette finalmente fianco a fianco due titani del cinema action contemporaneo come Jason Momoa e Dave Bautista, trasformando il loro carisma fisico in una storia di famiglia fatta di botte, battute e segreti che fanno più male dei pugni. L’ambientazione hawaiana non è solo una cartolina da sogno, ma diventa parte integrante del racconto. Spiagge, strade assolate e angoli meno turistici fanno da sfondo a una vicenda che parte come un’indagine poliziesca e si trasforma presto in qualcosa di più intimo. Due fratellastri separati dal tempo e dalle scelte, Jonny e James, si ritrovano costretti a collaborare per fare luce sulla morte del padre, avvenuta vent’anni prima. Da una parte c’è l’istinto anarchico e sfrontato di Momoa, poliziotto fuori dagli schemi che sembra vivere ogni giorno come una sfida personale alle regole. Dall’altra la disciplina granitica di Bautista, Navy SEAL temprato da una vita di ordine, missioni e silenzi. L’attrito tra i due è immediato, quasi fisico, ed è proprio da questo scontro di personalità che nasce gran parte dell’energia del film.

Il trailer gioca apertamente con l’immaginario delle buddy movie anni Ottanta e Novanta, da Arma Letale a Bad Boys, ma lo fa con una consapevolezza moderna. Le scene d’azione sono coreografate per esaltare la stazza e la presenza scenica dei protagonisti, mentre le battute non servono solo a strappare risate, ma a scavare nel rapporto tra due uomini che condividono il sangue senza essersi mai davvero conosciuti. È qui che Fratelli Demolitori sorprende: sotto la superficie da action comedy scatenata pulsa un dramma familiare che parla di eredità, colpe irrisolte e identità.

A rendere il tutto ancora più interessante contribuisce un cast di supporto che sembra pensato apposta per far brillare l’occhio dei nerd. Temuera Morrison interpreta il governatore delle Hawaii, portando con sé quell’autorevolezza ruvida che i fan di Star Wars conoscono fin troppo bene. Jacob Batalon veste i panni di un investigatore privato sopra le righe, sboccato e irresistibilmente fuori posto, mentre Morena Baccarin aggiunge spessore emotivo a una storia che, tra un’esplosione e una scazzottata, trova il tempo di respirare. Completa il quadro Claes Bang, presenza magnetica che promette un antagonista tutt’altro che dimenticabile.

Dietro la macchina da presa c’è Ángel Manuel Soto, regista che ha già dimostrato di saper maneggiare l’action con un tocco personale, mentre la sceneggiatura porta la firma di Jonathan Tropper, garanzia di dialoghi brillanti e ritmo ben calibrato. La produzione coinvolge nomi pesanti come Matt Reeves, elemento che fa intuire quanto il progetto sia stato preso sul serio fin dall’inizio.

La genesi del film, poi, sembra uscita da una leggenda nerd dei nostri tempi. Tutto nasce da un tweet di Bautista nel 2021, una di quelle idee lanciate nell’etere digitale quasi per gioco, immaginando un poliziesco in stile classico con lui e Momoa insieme. Quel messaggio, invece di perdersi nel flusso infinito dei social, ha acceso una miccia che oggi esplode in un film pronto a conquistare Prime Video. È uno di quei casi in cui internet non è solo hype, ma incubatore di storie che diventano realtà.

Le riprese, avviate nell’ottobre 2024 tra Hawaii e Nuova Zelanda, hanno sfruttato location naturali e scenari urbani per costruire un mondo credibile, sporco e vissuto, lontano dalla patina artificiale di certe produzioni digitali. Questo approccio si riflette anche nel tono del film, che alterna momenti sopra le righe a passaggi più intimi, senza mai perdere il controllo del ritmo.

Fratelli Demolitori sembra avere tutte le carte in regola per diventare una di quelle visioni da serata perfetta: adrenalina, risate, muscoli e un cuore narrativo che non si limita a fare rumore. Momoa e Bautista funzionano perché non cercano di rubarsi la scena, ma costruiscono un’alchimia fatta di sguardi, battute e silenzi carichi di significato. Due forze opposte che, quando finalmente remano nella stessa direzione, diventano inarrestabili.

Ora la parola passa alla community. Questa coppia action ha il potenziale per diventare iconica come quelle che hanno segnato un’epoca? Fratelli Demolitori riuscirà a ritagliarsi un posto speciale tra le action comedy moderne o resterà un glorioso one shot? Il conto alla rovescia è iniziato, e il 28 gennaio non è poi così lontano. Prepariamoci a demolire certezze, aspettative e magari anche qualche muro… insieme.

Vin Diesel reimagina Rock ’Em Sock ’Em Robots: il film che trasforma un gioco cult in una nuova mitologia pop

Quando un’icona action come Vin Diesel decide di prendere un franchise e trasformarlo nel prossimo colosso pop, si percepisce subito quell’elettricità tipica dei momenti in cui l’immaginario collettivo sta per cambiare forma. La notizia del suo coinvolgimento totale – attore, produttore e ora anche sceneggiatore – nella trasposizione cinematografica di Rock ’Em Sock ’Em Robots ha inaugurato un’onda di entusiasmo che sta facendo vibrare fandom di più generazioni. Non è solo l’annuncio di un nuovo blockbuster, è la promessa di un ritorno alle radici del divertimento meccanico, dell’arena domestica fatta di tasti, leve e colpi dati con la precisione di un mecha da combattimento.

Il gioco creato da Marvin Glass and Associates e prodotto originariamente dalla Marx negli anni ’60 è un simbolo che appartiene alla memoria collettiva di chiunque sia cresciuto con un joystick in mano, molto prima che il gaming diventasse digitale. Quel ring in plastica giallo, con il Red Rocker e il Blue Bomber pronti a staccarsi la testa a colpi di pistoni, ha attraversato l’immaginario americano fino a radicarsi in film, serie animate, cameo Pixar e perfino nei corridoi nostalgici di Toy Story 2, dove i due robot litigavano come fratelli in eterna competizione. Un totem della cultura pop, che oggi torna nella forma più spettacolare possibile: un film live-action targato Universal e Mattel Studios.

Ed è proprio Mattel, fresca dei successi di adattamenti come Barbie, a essere decisa a costruire un suo vero e proprio universo narrativo. Il marchio ha dichiarato di voler espandere in modo sempre più ambizioso il proprio catalogo di IP cinematografiche, con progetti dedicati a Masters of the Universe, Matchbox, Polly Pocket, View-Master e molto altro. Dentro questo ecosistema, la scelta di riportare in vita due robot che hanno fatto la storia del giocattolo analogico assume un valore quasi manifesto: è il tentativo di fondere la potenza evocativa della nostalgia con il ritmo narrativo dei film action contemporanei.

In tutto questo, la figura di Vin Diesel appare come una chiave di volta. Perché se di robot che si menano l’abbiamo già visto con Real Steel, Diesel sembra voler portare il concetto su un terreno emotivo che va oltre il puro spettacolo. Lo ha detto chiaramente, confessando quanto questo gioco appartenesse alla sua infanzia e quanto fosse affascinato dall’idea di esplorare la competizione non solo come forza distruttiva, ma come specchio dell’identità, del legame, della crescita. Una dichiarazione che fa intuire una direzione narrativa molto più complessa dell’apparente “robot contro robot”. E conoscendo Diesel, uno che costruisce saghe sulla famiglia, sul sacrificio e sull’appartenenza, si può facilmente immaginare un film in cui la violenza dei colpi è solo il linguaggio di un mondo che parla attraverso l’acciaio.

Il presidente di Mattel Studios, Robbie Brenner, ha descritto Diesel come un vero “powerhouse storyteller”, sottolineando la sua abilità nel fondere spettacolo, sensibilità e world-building. Tradotto: aspettatevi un universo narrativo costruito per durare. E Mattel, che mira a creare un pantheon cinematografico con la stessa tenacia dei colossi dei cinecomic, sembra aver trovato in Diesel non solo un attore, ma un architetto.

Intanto, mentre i fan si chiedono come verranno reimmaginati Red Rocker e Blue Bomber, la storia originale del gioco continua a rivelarsi un pozzo inesauribile di suggestioni. Le versioni storiche, da Clash of the Cosmic Robots ai modelli anni ’90, fino alle reinterpretazioni Transformers con Optimus Prime e Megatron, hanno sempre giocato con l’idea che quei robot non fossero solo giocattoli, ma avatar di una rivalità cosmica. Anche il background inventato per la scatola originale – con i due campioni provenienti da pianeti lontani – sembrava già in cerca di una narrazione filmica. Come se il cinema fosse inciso nelle loro scocche di plastica fin dal primo pugno.

E sì, l’immaginario ha già suggerito mille volte l’eredità culturale di questi robot. I cameo nei film Pixar, nelle stanze di Mr. Incredible, nelle gif della rete, nei fumetti e nelle parodie televisive hanno trasformato il brand in un meme ante litteram, un simbolo dell’infanzia meccanica che metteva in scena la boxe dei futuristi.

Ed è proprio questa memoria condivisa, questa mitologia affettiva, a poter trasformare il film in qualcosa di più grande di un semplice action. Quando giochi che hanno plasmato intere generazioni tornano sul grande schermo, non si tratta solo di marketing: è un passaggio di testimone culturale. È un modo per dirci che quegli oggetti non erano soltanto plastica colorata, ma antenati delle nostre passioni nerd, degli universi che oggi viviamo in 4K, VR e streaming.

Con Diesel alla guida creativa, è possibile che la storia prenda una piega inedita. Forse non vedremo solo robot che si decapitano con un click, ma un mondo in cui ogni colpo racconterà un’emozione, un fallimento, un desiderio di riscatto. Un’arena che diventa specchio dell’essere umano, non solo del suo istinto competitivo, ma della sua capacità di trasformare la forza in racconto.

E mentre Mattel prepara il suo pantheon cinematografico, resta un interrogativo che già ribolle nei commenti dei fan: quanto sarà fedele il film all’estetica originale? Avremo un ring esagonale o un’arena futuristica? I robot saranno massicci come Gundam o compatti come i modellini degli anni ’60? E soprattutto: quando sentiremo il primo “Knock his block off!” echeggiare in Dolby Atmos?

Probabilmente, lo scopriremo presto. E quando accadrà, il ring tornerà a pulsare come un ricordo d’infanzia che diventa finalmente realtà cinematografica. Perché ogni generazione ha avuto i suoi due robot che si prendono a pugni, ma solo ora quei pugni stanno per fare storia.

Prepariamoci: la sfida sta per iniziare, e questa volta non saremo solo spettatori. Saremo la community che accompagna Red Rocker e Blue Bomber nel salto definitivo dalla plastica all’epica.

Mortal Kombat II: la nuova data d’uscita e tutte le novità sul sequel che farà tremare le sale

C’è aria di battaglia nell’Earthrealm, e questa volta il gong risuonerà prima del previsto. La Warner Bros. ha infatti deciso di anticipare l’uscita di Mortal Kombat II all’8 maggio 2026, una settimana prima rispetto alla data originariamente fissata per il 15. Una scelta strategica che non solo sorprende, ma accende ancora di più l’hype dei fan della saga più brutale, sanguinosa e gloriosamente nerd del mondo videoludico.La decisione, secondo quanto trapela dagli ambienti Warner e New Line Cinema, è parte di una pianificazione più ampia volta a ottimizzare il posizionamento del film nel calendario delle uscite. Anticipare significa evitare lo scontro diretto con altri colossi in arrivo — tra cui Springsteen – Liberami dal nulla e Tron: Ares — e concedere a Mortal Kombat II il palcoscenico ideale per conquistare i botteghini.Ma non si tratta solo di una questione di marketing: per i fan, questa notizia è un invito a lucidare le armi, ripassare le Fatality e prepararsi a un ritorno nell’arena più feroce del cinema contemporaneo.


Dal joystick al grande schermo: il mito che non muore mai

Nel 1992, due nomi — Ed Boon e John Tobias — cambiarono per sempre la storia dei videogiochi. Con Mortal Kombat, sviluppato per Midway Games, nacque un fenomeno capace di scuotere l’intero panorama arcade. Personaggi come Scorpion, Sub-Zero, Liu Kang e Johnny Cage diventarono icone pop, mentre le celebri Fatality — quelle mosse finali tanto controverse quanto irresistibili — scolpirono il brand nell’immaginario collettivo. Più di trent’anni dopo, con dodici capitoli principali e uno spin-off cinematografico nel 2021, Mortal Kombat continua a essere sinonimo di adrenalina e identità videoludica. È una saga che ha saputo evolversi mantenendo intatto il suo DNA: violenza stilizzata, mitologia da graphic novel e un gusto per l’eccesso che solo i veri gamer comprendono fino in fondo. Il cinema, però, non sempre ha saputo rendere giustizia a questo universo. Il primo film del 1995, diretto da Paul W. S. Anderson, è diventato un cult per la sua estetica anni ’90 e per la presenza magnetica di Christopher Lambert nei panni di Raiden. Il sequel del 1997, Annihilation, fu invece un disastro totale. Ci è voluto il 2021 e la visione del regista Simon McQuoid per riportare la saga alla gloria: un reboot più maturo, visivamente potente e coerente con il tono originale del gioco.

Se il film del 2021 era l’introduzione, Mortal Kombat II sarà l’esplosione. Il vero torneo sta per iniziare e l’Earthrealm è sul punto di affrontare la sua più grande minaccia: Shao Kahn, sovrano dell’Outworld, pronto a piegare il destino dell’umanità con la sua furia.

Questa volta non si tratterà solo di vendette personali o allenamenti tra guerrieri: il film promette di mettere in scena l’arena vera e propria, con scontri all’ultimo sangue, poteri mistici e una messa in scena che strizza l’occhio tanto al fantasy quanto allo splatter più raffinato. I fan di lunga data attendono proprio questo: un ritorno alla brutalità stilizzata, un balletto mortale in cui ogni colpo racconta una storia.


Karl Urban è Johnny Cage: il divo delle Fatality

Tra le novità più elettrizzanti spicca l’ingresso di Karl Urban, volto amato dal pubblico nerd per ruoli iconici come Billy Butcher (The Boys) e Éomer (Il Signore degli Anelli). Ora sarà lui a interpretare Johnny Cage, l’attore-eroe vanitoso, spavaldo e irresistibilmente tamarro. L’idea di Urban nei panni di Cage è semplicemente perfetta: il carisma c’è, l’ironia pure, e il trailer fittizio “Rebel Without a Cage” — realizzato da Warner come trovata promozionale “in-universe” — ha già conquistato il web. È la dimostrazione che la produzione conosce bene il proprio pubblico e sa come alimentare l’attesa.


Un cast esplosivo e duelli che promettono scintille

Accanto a Urban ritroveremo buona parte del cast originale: Lewis Tan, Mehcad Brooks, Jessica McNamee, Josh Lawson, Ludi Lin, Adeline Rudolph, Tati Gabrielle e l’ineguagliabile Hiroyuki Sanada nel ruolo di Scorpion. Torneranno anche Tadanobu Asano come Raiden e Joe Taslim nel duplice volto di Sub-Zero/Bi-Han. Ma la regina dell’Outworld che tutti attendono è Kitana: elegante, micidiale e armata dei suoi ventagli letali. Il suo arrivo è più di un semplice fanservice — è la promessa di uno scontro coreografico degno dei migliori anime d’azione giapponesi.

Il regista Simon McQuoid ha già dichiarato che le scene di combattimento saranno “più crude, più spettacolari e più fedeli al tono over the top del franchise”. Alla sceneggiatura troviamo Jeremy Slater (Moon Knight, Godzilla x Kong: The New Empire), mentre la colonna sonora è affidata a Benjamin Wallfisch, pronto a rielaborare l’intramontabile Techno Syndrome con un mix di orchestrazioni epiche e beat elettronici.

Mortal Kombat II sarà il capitolo centrale di una trilogia concepita sin dall’inizio come un unico grande arco narrativo. Il primo film ha introdotto i protagonisti, il secondo li getta nell’arena, e il terzo — ancora in fase embrionale — potrebbe esplorare le conseguenze di questa guerra interdimensionale, tra alleanze infrante, vendette e tradimenti.

Dopo anni di sperimentazioni, spin-off e distribuzioni in streaming, Warner Bros. punta ora tutto sul grande schermo, riportando Mortal Kombat alla sua dimensione naturale: quella della sala, dove ogni colpo e ogni urlo risuonano amplificati.


Un rito collettivo di sangue e pixel

Mortal Kombat non è mai stato solo un gioco, né solo un film. È un rito popolare che unisce generazioni di giocatori, spettatori e sognatori. Ogni nuova incarnazione è un richiamo al passato e una sfida al presente, un equilibrio tra nostalgia e innovazione.

Guardarlo al cinema sarà un’esperienza collettiva, quasi catartica: un ritorno a quell’energia viscerale che solo la cultura nerd sa evocare.

E allora, cari lettori di CorriereNerd.it, la domanda è inevitabile: siete pronti a urlare “Finish Him!” davanti allo schermo? Quale personaggio vorreste rivedere in azione? E soprattutto… quale Fatality riuscirà, questa volta, a strappare l’applauso più rumoroso?

Quando la Katana Incontra il Revolver: Il “Wickverse” Rischia il Tutto per Tutto con un Samurai Western

Cari fratelli e sorelle del codice d’onore e della pioggia di piombo, amanti della coreografia marziale e delle regole non scritte che governano gli inferi cinematografici, è tempo di allacciare le cinture (o forse i gilet antiproiettile): l’universo di John Wick è pronto per il suo salto più audace, un azzardo nostalgico che mescola la polvere del selvaggio West con l’acciaio lucido del Giappone feudale. L’eco delle munizioni sparate da Keanu Reeves, l’uomo che ha riportato l’azione a livelli di arte marziale pura, non si è ancora spento. Il franchise di Derek Kolstad e Chad Stahelski, iniziato con l’omonimo capolavoro del 2014, ha scolpito un nuovo standard. Con incassi complessivi che hanno superato il miliardo di dollari e il plauso unanime di critica e pubblico, la saga è universalmente riconosciuta come una delle più grandi serie d’azione mai concepite. Pensate al primo film, o a quel quarto capitolo monumentale del 2023: sono pietre miliari, momenti di cinema che ci hanno fatto vibrare come poche altre volte. La visione di 87Eleven Productions, Thunder Road Studios e Lionsgate, supervisionata da Stahelski, Basil Iwanyk ed Erica Lee, è stata finora impeccabile.

Ma, ahimè, anche gli imperi più solidi hanno i loro talloni d’Achille.

L’Ombra del Dubbio: Gli Spin-Off che Non Hanno Fatto Centro

È un dato di fatto, che fa storcere il naso a noi puristi: il tentativo di espandere il “Wickverse” oltre il suo protagonista è stato finora, diciamocelo, deludente. L’attesa febbrile per vedere come si sarebbe sviluppato il mondo segreto senza il lutto e la sete di vendetta di Baba Yaga è stata ampiamente tradita.

La miniserie The Continental, prequel ambientato nei colorati (e meno letali) anni Settanta, è passata quasi inosservata, senza riuscire a iniettare nel pubblico il sacro fuoco dell’entusiasmo. Persino il film spin-off Ballerina, con la talentuosa Ana de Armas, ha faticato a decollare, non riuscendo a replicare né l’impatto critico né il successo commerciale dei film della serie principale. È una verità scomoda, ma sempre più evidente: il cuore pulsante e l’eleganza brutale del Mondo di Wick sembrano irrimediabilmente legati alla malinconia silenziosa e al codice morale di John. Togliere Keanu Reeves dall’inquadratura è come togliere la gravità: l’universo narrativo fluttua senza meta.


Il Ritorno alle Radici del Mito: Bushido e Pallottole

Nonostante i passi falsi, Hollywood, come l’Alta Tavola, non dorme mai. Ed è qui che arriva la notizia che, se da un lato ci fa tremare per l’ennesimo rischio, dall’altro ci riempie di un’irresistibile, nerdistica curiosità: un nuovo spin-off è in lavorazione, e la sua premessa è un vero e proprio sogno a occhi aperti per chi è cresciuto tra i VHS di Sergio Leone e i DVD di Akira Kurosawa.

Come rivelato da Variety in un approfondimento sui nuovi talenti della sceneggiatura, è stata scritta una storia originale per un “samurai western” ambientato nello stesso universo di John Wick. L’autore di questo audace ibrido è il promettente Austin Everett, il quale non ha potuto sbottonarsi, dichiarando solo: “Probabilmente è tutto quello che posso dire riguardo a questo progetto, al momento”. E il mistero, si sa, per noi appassionati è l’arma più affilata.

Immaginate l’incrocio: le polveri da sparo e l’implacabilità del mito del pistolero solitario, fuse con la disciplina, l’onore e l’abilità della katana tipiche del ronin. È un’unione che, in fondo, onora la natura stessa di John Wick: un eroe archetipico, un guerriero che trascende il tempo, le cui gesta sono un equilibrio perfetto tra il rituale antico e la tecnologia moderna, tra l’etichetta dell’assassino e la disperazione dell’uomo.

La saga di Wick ha sempre avuto una vena mitologica: le monete d’oro, il linguaggio segreto, il sistema di hotel e regole che compongono un vero e proprio Olimpo del crimine. Un viaggio a ritroso, verso un’epoca in cui il codice d’onore era forgiato nell’acciaio e non nell’inchiostro di un registro, potrebbe finalmente dare al “Wickverse” la profondità e la respirazione che i prequel e i side-story recenti non sono riusciti a trovare. Potrebbe essere il tentativo di tornare al mito, all’archetipo del guerriero solitario che in fondo, sia che brandisca un revolver o un’affilatissima lama, è sempre lo stesso uomo condannato a un destino di solitudine.

L’Incarnazione: Può il Mondo di Wick Vivere Senza il Suo Sole?

Eppure, l’elefante nella stanza ha il volto impenetrabile e la giacca nera su misura di Keanu Reeves. Mentre attendiamo pazientemente aggiornamenti su un ipotetico John Wick 5 (che dovremo attendere, con Stahelski impegnato nel nuovo Highlander di Henry Cavill), il vero nodo è questo: John Wick è un franchise che può esistere senza Keanu?

Reeves non è semplicemente l’attore principale. È l’incarnazione di una nuova figura eroica nel cinema d’azione: un uomo che non ha bisogno di superpoteri, ma solo di un dolore antico e di un’eleganza quasi spirituale nel mezzo della violenza più caotica. Ogni universo narrativo che tocca — che si tratti di un assassino in abito da sera o di un mago cinico con la croce tatuata, come l’eterno (e ancora attesissimo) Constantine 2 — finisce per ruotargli attorno.

La sua quieta malinconia, la sua misurata intensità, hanno reso John Wick un successo globale. L’idea di un universo parallelo, per quanto affascinante (samurai western!), è anche un salto nel buio. L’auspicio è che questo nuovo progetto, scritto da Everett, colga l’essenza più profonda della saga: non solo le coreografie mozzafiato, ma soprattutto l’atmosfera solenne e il peso morale di un guerriero che non può sfuggire al suo destino.

Se riuscirà a fare questo, se saprà onorare l’eredità senza tentare di imitarla, allora forse il “samurai western” di John Wick potrebbe non solo essere un’espansione, ma una vera e propria nuova alba per il franchise. La speranza è l’ultima a morire, soprattutto quando si parla di pistole, katane e codici d’onore.

Ballerina: il mondo di John Wick si tinge di rosa… e di sangue

Hollywood, si sa, non resiste alla tentazione di spremere i franchise fino all’ultimo proiettile. È così che siamo arrivati a Ballerina, lo spin-off della saga di John Wick, che in teoria dovrebbe ampliare l’universo narrativo e offrire nuovi punti di vista sul mondo degli assassini più stilosi del cinema contemporaneo. In pratica? Beh, un po’ più complicato.

Ana de Armas, fresca di candidatura all’Oscar per Blonde, veste i panni (e le scarpette da punta) di Eve Macarro, ballerina e letale killer cresciuta nella Ruska Roma, quella scuola di ballerine/assassine che già avevamo intravisto in John Wick 3 – Parabellum. Il film è ambientato temporalmente tra il terzo e il quarto capitolo della serie madre e vede la nostra eroina intraprendere un percorso di vendetta personale che la porterà a sfidare nientemeno che un culto di assassini guidato dal gelido e calcolatore Chancellor interpretato da Gabriel Byrne.

L’incipit è suggestivo: un manipolo di sicari che emergono lentamente dalle acque, armati fino ai denti, pronti a fare strage in una villa isolata. Subito dopo ci ritroviamo a seguire Eve, la cui vita è stata segnata dall’uccisione del padre e dalla tragica perdita della madre. Come ogni buona storia di vendetta che si rispetti, la nostra protagonista decide di abbracciare la violenza, sottoponendosi a un durissimo addestramento. Se vi viene in mente Hanna, non siete fuori strada.

Len Wiseman, regista con esperienza più televisiva che cinematografica (lo ricordiamo per Underworld e Live Free or Die Hard), fa un buon lavoro sul piano tecnico, aiutato anche dalla supervisione di Chad Stahelski, il vero architetto dell’action di tutto l’universo di John Wick. La mano di Stahelski si sente: le coreografie dei combattimenti sono curate nei minimi dettagli, la fotografia è elegante, ogni colpo di pistola o calcio risuona con il giusto impatto visivo e sonoro.

Peccato che la trama non sia altrettanto affilata. Lo sviluppo narrativo si rivela piuttosto banale e prevedibile, un semplice pretesto per inanellare scontri a fuoco e duelli corpo a corpo. A tratti, sembra quasi che il film dimentichi che tipo di storia vuole raccontare. In un universo come quello di John Wick, dove la costruzione del mondo è parte del fascino, Ballerina non riesce davvero ad aggiungere qualcosa di nuovo o interessante.

Un esempio emblematico? La rivelazione che la spietata Lena, nemica di Eve, sia in realtà la sua sorella perduta. Colpo di scena telefonato e che non riesce a suscitare la minima sorpresa. Allo stesso modo, l’introduzione della cittadina di Hallstatt, roccaforte del culto, avrebbe potuto offrire un’ambientazione inquietante e suggestiva, ma rimane più un fondale che un vero personaggio narrativo.

Dal punto di vista del cast, ci sono momenti luminosi. Ana de Armas è una presenza magnetica e si conferma in grado di sostenere le scene d’azione con grande fisicità. Il suo personaggio è meno iconico di quello di John Wick, ma la sua vulnerabilità emotiva aggiunge un tocco umano interessante.

I comprimari storici della saga fanno capolino qua e là: Ian McShane nei panni dell’enigmatico Winston, Anjelica Huston come la direttrice della Ruska Roma (purtroppo penalizzata da un accento russo davvero poco convincente), e il compianto Lance Reddick, che ci regala il suo ultimo commovente cameo come Charon. E sì, c’è anche Keanu Reeves, ma il suo John Wick entra in scena un po’ troppo tardi e in maniera quasi superflua, come a ricordarci che questo è pur sempre un film ambientato nel suo universo.

Non mancano sequenze degne di nota, come l’adrenalinica scena di combattimento in una cucina — un momento che riesce a bilanciare violenza e ironia — e la suggestiva caccia tra le nevi delle Alpi, che offre un contrasto visivo piacevole rispetto ai soliti ambienti urbani notturni tipici della saga.

Sul fronte estetico, qualche scelta lascia perplessi. I tatuaggi dei membri del culto e dei clan di assassini sembrano usciti da un set di cosplay low budget, privi di quel senso di vissuto che abbiamo ammirato in film come Eastern Promises. Un dettaglio minore, forse, ma che contribuisce a spezzare l’immersione.

Nel complesso, Ballerina è un prodotto che punta tutto sull’azione e sulla spettacolarità visiva, ma che fatica a lasciare il segno sul piano narrativo ed emozionale. Se siete fan irriducibili di John Wick e non vi stanca mai vedere combattimenti coreografati con stile, il film saprà intrattenervi. Se invece cercate qualcosa che espanda realmente l’universo della saga o che aggiunga nuove sfumature alla mitologia dei Continental e delle società segrete, potreste restare un po’ delusi.

In definitiva, Ballerina è un balletto di sangue ben coreografato ma senza l’anima che ha reso iconico il personaggio di John Wick. Un blockbuster estivo perfetto per passare due ore di evasione ad alto tasso di adrenalina, ma che probabilmente non rimarrà nella memoria come i migliori capitoli della serie.

E voi, cosa ne pensate di questo nuovo capitolo del Wick-verse? Vi è piaciuto il personaggio di Eve? O avreste preferito un film che osasse di più? Diteci la vostra nei commenti o condividete l’articolo sui vostri social!

The Old Guard 2: Charlize Theron, Uma Thurman e la nuova era degli immortali guerrieri

C’è qualcosa di incredibilmente affascinante nel vedere donne oltre i quarant’anni, armate fino ai denti e coperte di sangue, sudore e fango, mentre affrontano battaglie epiche con una grinta che sfida tempo e morte. È quel tipo di spettacolo che non solo scalda il cuore dei fan dell’action, ma che ridefinisce le regole di Hollywood. E se c’è un film che incarna perfettamente questo spirito, è proprio The Old Guard 2.

Dopo il successo travolgente del primo capitolo, uscito su Netflix nel 2020, la saga ispirata all’omonimo fumetto creato da Greg Rucka e illustrato da Leandro Fernandez è pronta a tornare in grande stile. Il sequel, diretto da Victoria Mahoney e ancora una volta sceneggiato da Rucka stesso, promette di alzare ulteriormente l’asticella tra combattimenti mozzafiato, mitologia immortale e conflitti emotivi profondi. E lo fa con un cast da capogiro: Charlize Theron torna nei panni dell’indomita Andy, affiancata da KiKi Layne, Marwan Kenzari, Luca Marinelli, Matthias Schoenaerts, Vân Veronica Ngô e Chiwetel Ejiofor, tutti di ritorno dalla prima pellicola. Ma la vera, dirompente novità è l’ingresso di due fuoriclasse: Uma Thurman e Henry Golding.

Il ritorno degli immortali

The Old Guard 2 riprende le fila della storia là dove l’avevamo lasciata, con Andy e il suo gruppo di guerrieri millenari pronti ad affrontare nuove minacce, portando avanti la loro missione segreta di proteggere l’umanità. Ma stavolta, le acque sono più torbide che mai. L’ombra del tradimento di Booker grava ancora sul team, mentre la figura di Quỳnh, interpretata da una intensa Vân Veronica Ngô, emerge dalle profondità dell’oceano, assetata di vendetta dopo secoli di prigionia.

Charlize Theron ci regala una Andy apparentemente in pace, ma sappiamo bene che nel suo mondo la pace dura quanto un bicchiere d’acqua nel deserto. Già nel teaser trailer, disponibile online, la vediamo sfrecciare tra combattimenti brutali, lanciarsi da finestre e affrontare nuovi nemici con la solita, glaciale determinazione. Ma c’è un cambiamento: Andy è diventata mortale. Una condizione che la costringe a ripensare tutto, mentre l’equilibrio tra il suo passato e il futuro del team si fa sempre più fragile.

Discordia e rivelazioni: entra in scena Uma Thurman

E qui entra in gioco la regina del cinema action anni Duemila: Uma Thurman. Il suo personaggio, Discord, è la prima immortale conosciuta, un essere misterioso e potentissimo che sembra conoscere tutti i segreti dell’immortalità. Ma se pensavate che l’incontro tra lei e Andy potesse essere pacifico, vi sbagliate di grosso. I loro scontri promettono scintille – e non solo in senso figurato – perché Discord vede attraverso Andy, e non le piace ciò che vede.

Il carisma magnetico di Thurman si sposa alla perfezione con la mitologia della saga, riportando alla mente le sue iconiche performance in Kill Bill, ma con un tocco più oscuro e criptico. È proprio lei il catalizzatore di quel salto di qualità che ogni sequel ambisce a raggiungere. E il fatto che la produzione abbia scelto di affiancarle un attore come Henry Golding, qui nel ruolo di Tuah, un vecchio alleato del gruppo con informazioni cruciali sull’origine dell’immortalità, aggiunge ulteriore spessore al cast.

Dietro le quinte di un kolossal

Il cammino verso The Old Guard 2 non è stato privo di ostacoli. Le riprese principali sono iniziate nel giugno 2022, in parte agli iconici studi di Cinecittà in Italia, un omaggio quasi poetico alle radici antiche dei protagonisti. Ma ad agosto dello stesso anno, proprio durante lo smantellamento del set, un incendio ha rallentato i lavori, costringendo la produzione a spostarsi nel Regno Unito. Fortunatamente, le riprese si sono concluse a settembre, e dopo una lunga pausa dovuta a cambiamenti interni a Netflix, il film ha finalmente completato la post-produzione nel 2024.

Alla regia troviamo Victoria Mahoney, la prima donna afroamericana a dirigere una produzione di questo calibro per Netflix, che raccoglie il testimone da Gina Prince-Bythewood con energia e visione. Il montaggio è affidato a Matthew Schmidt, già noto per il suo lavoro nei film Marvel, mentre la colonna sonora è stata composta da Max Aruj e Ruth Barrett, una scelta che segna un cambio di rotta rispetto ai compositori del primo film.

Quando esce The Old Guard 2?

L’attesa è quasi finita: The Old Guard 2 arriverà su Netflix il 2 luglio 2025. Sono passati cinque anni dal primo film, un tempo che ha permesso alla saga di sedimentarsi nella memoria degli spettatori e di crescere in attesa e hype. La posta in gioco è altissima, ma tutto lascia pensare che questo secondo capitolo saprà soddisfare sia i fan più appassionati che i nuovi spettatori, offrendo azione di qualità, personaggi memorabili e una riflessione potente su cosa significhi davvero essere immortali… o tornare a essere umani.

Dunque, affilate le spade (virtuali), ricaricate gli archi (metaforici) e preparatevi a scendere in campo con Andy, Nile, Joe, Nicky e tutti gli altri. Che siate mortali o meno, The Old Guard 2 è pronto a conquistarvi.

E ora tocca a voi: siete pronti a immergervi di nuovo nell’universo degli immortali? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo articolo con i vostri amici sui social! Chi vorreste vedere sopravvivere, chi temete possa cadere e quale personaggio vi intriga di più? Il destino degli immortali si scrive anche grazie alla passione dei fan!

Grande successo per la due giorni di Epica Etica Estetica dell’Immaginario

Si è conclusa con successo presso We GIL a Roma Epica Etica Estetica dell’Immaginario, la due giorni (12 e 13 Aprile 2025) atta ad analizzare come si sta evolvendo lo scenario artistico culturale italiano nel XXI secolo, organizzata con la partecipazione della Regione Lazio e la collaborazione di Plusnews.it.

A cura del critico e saggista cinematografico Pier Luigi Manieri, la rassegna ha debuttato con l’incisivo contributo di Emanuele Merlino e Carlo Prosperi, rispettivamente Capo Segreteria Tecnica del MIC e Capo Segreteria Presidenza della Commissione Cultura della Camera, i quali, dopo aver illustrato i risultati eccellenti delle due mostre evento dedicate a Tolkien e Futurismo, hanno ribadito la necessità di rilanciare e diffondere l’Immaginario della Nazione, con la sua funzione tanto di collante quanto di consapevolezza di sé. Entrambi si sono soffermati sugli obiettivi di rilancio della cultura pop e d’immaginario come motore anche attraverso la costituzione di spazi quali il Museo del Fumetto di Lucca, di prossima apertura, per volontà del Ministro della Cultura Alessandro Giuli. Hanno inoltre illustrato gli sforzi del governo a sostegno della creatività, sia sul fronte degli spettacoli dal vivo che per il cinema e l’industria del libro.

Fabrizio Zappi di Rai Cultura ha puntato l’attenzione su Etica ed Estetica, i due fari che hanno sempre guidato la sua opera come produttore e come Dirigente Rai; il dialogo è stato portato poi avanti dal Direttore Artistico Manieri, che ha ricordato l’impressionante numero di documentari (circa trecento) dedicati in larga misura a personaggi della cultura popolare italiana come Achille Togliani, Franco Battiato e Gabriella Ferri.

E si è trattato soltanto dei primi interessanti interventi, in quanto molte sono le personalità che hanno partecipato anche solo per assistere alla manifestazione: dal senatore Marco Scurria all’assessore regionale Fabrizio Ghera, passando per il deputato Gianni Sammarco, le attrici Elisabetta Rocchetti, Loredana Cannata, Denny Mendez e Maria Luce Pittalis, gli attori Corrado Solari, Roberto Manieri e Fabrizio Sabbatucci, i produttori Gianluca Curti, Simonetta Amenta, Roberto Cipullo, Claudio Corbucci, Laura Beretta, Mario Rossini, Filippo Montalto, Giovanni Amico, Andrea De Liberato, Stefano Agostini, Alberto Rizzo e Salvatore Scarico, il modello Federico Simoncini, gli avvocati Cristina Massaro e Pasquale Gallo, le registe Eleonora Puglia, Emanuela Rossi, Chiara Rapisarda, Ludovica Lirosi e Lucilla Colonna, i registi Pierfrancesco Campanella, Alessio Di Cosimo, Alessio Pascucci, Roberto Palma, Tommaso Barba, Claudio Agostini, Maurizio Maria Merli, Adelmo Togliani, Claudio Alfonsi e Roberto Di Vito, i musicisti Giacomo Rendine e Andrea Montepaone, Manuela Maccaroni, CDA della Festa del Cinema, Davide Aragona di Rai Cultura, il giornalista Patrizio Li Donni, il fotografo Claudio Orlandi, l’ingegner Paolo Panfili, l’ufficio stampa Nicola Conticello e gli scrittori Arnaldo Colasanti ed Enrico Luceri.

La regista Eleonora Puglia ha osservato che l’“estetica” è una funzione a rigor di logica non negoziabile, eppure soppiantata dall’omologazione; mentre i professori Lino Damiani e Ivan Paduano hanno rimarcato la vicinanza estetica tra il Futurismo, la Metafisica e precise espressioni dell’immaginario quali i videogiochi, il fumetto e il cinema, analizzando come queste ultime siano state influenzate dalle due correnti e avanguardie artistiche e come la Pop Art abbia, a sua volta, portato il videogioco, i personaggi dei fumetti e le icone al centro della speculazione intellettuale.

Acceso inoltre il dibattito attorno al pregiudizio ideologico o stilistico, portando ad esempio casi come il libro di racconti horror Primi delitti di Paolo Di Orazio, l’intemerata Corvisieri-Iotti per cancellare il cartoon Goldrake dai palinsesti RAI e le accuse di sessismo e razzismo rivolte al fumetto Tex.

La sessione con il fumettista Edym (Ediberto Messina) è stata utile per ribadire il ruolo della famiglia e della scuola nella capacità di leggere un testo, e, partendo da Dago, si è riaffermato il ruolo archetipico dell’eroe.

E non poteva mancare l’Intelligenza Artificiale in una conversazione che ha coinvolto Gabriella Carlucci impegnata ad illustrare la querelle Mascagni-Verga, ponendola come primo caso di controversia di diritto d’autore nello stesso panel in cui gli avvocati Tiziana Carpinteri e Giacomo Ciammaglichella hanno tracciato i percorsi giuridico-legali in merito alle prime sentenze relative ai casi di plagio tra umani e IA. Apertamente contrari si sono mostrati Edym e la sceneggiatrice Francesca Romana Massaro, la quale ha sottolineato come anche la parte più infinitesimale di creatività originale dell’uomo non possa essere in nessun modo sottratta, ponendo poi sul tavolo della questione la quantità di ricorsi già avviati, la sempre più complessa difficoltà nel distinguere un lavoro umano da quello artificiale e i posti di lavoro in pericolo.

Preziosi gli interventi nel panel sull’ideologia woke: da quello del giornalista Francesco Vergovich, il quale si è interrogato sull’utilità di certificare il rispetto, all’opinione di Massimo Galimberti di Anica Academy, secondo cui, pur registrando l’esistenza di alcune derive tossiche, la vera minaccia alla libertà di espressione è nel fronte anti woke. Al contrario dei produttori Roberto Cipullo e dei registi Claudio Agostini e Alessio Pascucci, i quali hanno rimarcato attraverso esempi di casi reali (il film del 2025 Biancaneve) come l’ideologia woke finisca per essere un oggettivo limite alla libertà di espressione, tanto da arrivare a condizionare la struttura creativa nonché la capacità di poter produrre liberamente. La giornalista Valeria Fatone ha sottolineato, poi, le problematiche inerenti i rapporti uomo-donna nel contesto woke, portando anche ad esempio i casi di revenge porn.

Tanto spazio, ovviamente, al cinema, secondo l’onorevole Gimmi Cangiano disciplina di grande presa popolare che non può prescindere dal recupero dei generi come grande occasione, tanto creativa quanto occupazionale.

Ospiti attesissimi i Manetti Bros, tra aneddoti relativi al loro U.S. Palmese e il rapporto con Diabolik e Coliandro, oltre ai dialoghi con Manieri circa la capacità di orientarsi tra i diversi generi, dall’horror al poliziesco, alla fantascienza nonché sulla personale organizzazione sul set e sui processi di costruzione dell’opera filmica nel suo complesso.

Aneddoti, ma anche elementi di critica cinematografica, definizione delle criticità che vedono il cinema italiano in ritardo sul fronte del genere e condizione psicofisica che si deve avere su un set di un film d’azione nella spumeggiante sessione che ha visto interagire il professor Fabio Melelli, il regista Saverio Deodato e gli attori e campioni di arti marziali Claudio Del Falco e Stefano Maniscalco ben orchestrati da Pier Luigi Manieri; quest’ultimo ha concordato con Michele Medda – creatore di Nathan Never – circa la necessità di ideare figure e situazioni autenticamente identitarie in un confronto che ha coinvolto anche i cineasti Adelmo Togliani e Luigi Cozzi. Confronto da cui è emerso inoltre un certo provincialismo di editori e autori nel creare storie ambientate in Italia con personaggi italiani. Lo stesso Cozzi, poi intervistato da Vito Tripi, oltre a ripercorrere la propria carriera ha parlato delle grandi potenzialità inespresse che ha il cinema di genere, auspicando che le nuove generazioni riscoprano il gusto per l’immaginazione.

Infine Giulio Leoni, intervistato da Alessandro Bottero, nel ricordare come Dante sia presente in molto dell’attuale immaginario, da Altieri a Go Nagai fino a John Wick, ha concluso Epica Etica Estetica dell’Immaginario insistendo con forza su Dante come roccia a cui ancorarsi per difendersi e controbattere alla deriva del falsamente moderno. Secondo Leoni, infatti, Dante è l’esempio di come bellezza e poesia ci salveranno dai pensieri unici e dall’abitudine al brutto.

Cleaner: il thriller che ridefinisce l’azione, con Daisy Ridley e Clive Owen

Tra i film più attesi del 2025, Cleaner si candida come una delle pellicole imperdibili per gli amanti del genere action-thriller. Diretto da Martin Campbell, il genio dietro capolavori come Casino Royale e GoldenEye, il film riunisce un cast di prim’ordine con Daisy Ridley, Clive Owen e Taz Skylar al timone. L’attesa è alle stelle, e le prime indiscrezioni lasciano presagire un mix esplosivo di adrenalina, tensione e colpi di scena.

L’azione prende vita nel cuore pulsante di Londra, durante un esclusivo gala di una compagnia energetica che si tiene nel grattacielo One Canada Square, a Canary Wharf. L’evento, però, si trasforma rapidamente in un incubo quando un gruppo di attivisti criminali prende in ostaggio gli invitati, deciso a smascherare la corruzione dell’azienda. Tuttavia, il loro piano di denuncia sfocia nel caos, guidato da un estremista che non esita a sacrificare vite umane pur di diffondere il suo messaggio anarchico. In questa situazione ad alta tensione emerge Joey Locke, interpretata da Daisy Ridley. Ex soldato congedato con disonore e ora lavavetri professionista, Joey si trova a 50 piani d’altezza quando il caos esplode. Con suo fratello minore tra gli ostaggi, la protagonista si lancia in una disperata corsa contro il tempo per salvare i prigionieri e fermare i terroristi.

Daisy Ridley, amata dal pubblico per il ruolo di Rey in Star Wars, affronta qui una sfida del tutto nuova, mostrando un lato più fisico e intenso della sua recitazione. Al suo fianco, Clive Owen incarna il leader carismatico e inquietante degli estremisti, mentre Taz Skylar, reduce dal successo di One Piece, arricchisce il cast con la sua energia. Completano la squadra attori come Flavia Watson (Zee), Ray Fearon (Barbie) e Rufus Jones (Wonka), aggiungendo ulteriore profondità al film.

Con Cleaner, Martin Campbell torna a fare quello che sa fare meglio: ridefinire il genere action. Dichiaratamente ispirato a Die Hard, il regista combina sequenze spettacolari a una narrazione serrata, promettendo di tenere gli spettatori incollati alla poltrona. La sceneggiatura, scritta a sei mani da Simon Uttley (Alleycats), Paul Andrew Williams (London to Brighton) e Matthew Orton (Devil’s Peak), promette dialoghi pungenti e una trama imprevedibile.Girato principalmente a Londra nel settembre 2023, il film sfrutta l’iconicità della città per creare un’atmosfera unica. One Canada Square diventa un vero e proprio personaggio, con le sue altezze vertiginose che fanno da sfondo a scene mozzafiato. Le prime immagini dal set, rilasciate nell’ottobre dello stesso anno, hanno già fatto impazzire i fan, mostrando Daisy Ridley in azione in sequenze che promettono spettacolo puro.

Prodotto da Sky, Cleaner farà il suo debutto nei cinema britannici il 21 febbraio 2025, per poi approdare su Sky Cinema. Questa uscita segna il ritorno di Daisy Ridley sul grande schermo in un ruolo che potrebbe ridefinire la sua carriera e consolidarla come una delle nuove icone del cinema d’azione.Cleaner non è solo un film d’azione: è un omaggio ai classici del genere, un Die Hard moderno che si distingue grazie a una protagonista femminile carismatica e a una trama che intreccia critica sociale e intrattenimento puro. Martin Campbell sembra aver creato il mix perfetto per conquistare una nuova generazione di spettatori, lasciandoci con il fiato sospeso fino al 2025.

Hotel Tehran: Liam Neeson e Zachary Levi in un action thriller esplosivo tra CIA e intrighi internazionali

Se ci fosse un film capace di far vibrare l’adrenalina degli amanti dell’action e, allo stesso tempo, di far sorridere i geek della pop culture per il suo cast e le sue premesse esplosive, probabilmente si chiamerebbe proprio Hotel Tehran. Dietro la macchina da presa troviamo Guy Moshe, regista con una visione viscerale e un gusto per le storie che sfidano i confini di genere. Davanti all’obiettivo, un trio di nomi che parla da solo: Liam Neeson, Zachary Levi ed Elnaaz Norouzi. E già qui l’immaginazione corre: un cavaliere Jedi, un supereroe “in pausa contrattuale” dall’universo DC e una star internazionale, insieme in un contesto infuocato come quello di Teheran. La trama, nata da un’idea originale di Bazzel Baz – ex ufficiale del CIA Intelligence Special Operations Group – profuma di realpolitik e tensione globale. Levi interpreta il leader di un’unità di ex agenti CIA caduti in disgrazia, uomini e donne segnati dalla guerra e intrappolati in un dedalo di missioni e doppi giochi nel cuore pulsante di Teheran. Non si tratta della solita storia di spionaggio: Moshe e lo sceneggiatore Mark Bacci hanno promesso un film che non si accontenta delle regole del genere, ma le piega per raccontare anche la condizione umana di chi vive nell’ombra delle operazioni segrete.

Il cast è un piccolo universo nerd di riferimenti e crossover. Liam Neeson, qui nei panni di Larry, torna a giocare con ruoli di uomini d’azione carismatici e pericolosi, lui che già da Taken è diventato un’icona del genere. Zachary Levi, dopo aver indossato il mantello di Shazam in Furia degli Dei, si ritrova a cambiare completamente registro: meno battute scanzonate, più sangue freddo e strategia militare. Al loro fianco troviamo Annet Mahendru (The Americans) come Sophie, Grant Harvey come Matt, Augusto Aguilera come Bruce, Elnaaz Norouzi nei panni della misteriosa Zara, e ancora Despina Mirou, Oliver Trevena, e Lara Wolf, quest’ultima entrata nel progetto a metà 2025.

La produzione è di quelle che respirano il realismo sul set: nel team ci sono ex forze speciali e veterani dell’intelligence, chiamati non solo per coordinare le sequenze d’azione ma per ricreare fedelmente i protocolli operativi della CIA in territorio straniero. Questo dettaglio da solo promette scene d’azione prive di quegli “errori tattici” che i fan più attenti adorano smascherare nei film.

Le riprese principali sono iniziate nel settembre 2024 in Mississippi, con location che spaziano dal campus della Millsaps College di Jackson al suggestivo quartiere Lost Rabbit di Madison. Alcune sequenze sono state girate nello Studio 6 Hotel, trasformato per l’occasione in un set che mescola glamour e tensione claustrofobica, come ogni buon thriller ambientato in un “luogo chiuso” dovrebbe fare.

A livello di tempistica, Hotel Tehran è anche una mossa strategica per Levi: con il suo futuro nel nuovo DCU ancora incerto, l’attore dimostra di non voler restare fermo in attesa di una chiamata dagli Studios. E non è un segreto che lui stesso abbia dichiarato di essere orgoglioso dei due film di Shazam, pur sottolineando che gli piacerebbe tornare a collaborare con altri supereroi (Nathan Fillion-Lanterna Verde è in cima alla sua wishlist).

Sul fronte della produzione, i toni sono già da grande evento. Marina Grasic di Oakhurst Entertainment lo descrive come un “progetto speciale oltre i confini del genere”, mentre Matthew G. Zamias di Astral Future lo definisce “il film più personale di Guy Moshe”. E conoscendo il regista, non è una frase fatta: Moshe ha un talento per trasformare storie di azione in esperienze emotive, e Hotel Tehran sembra costruito per essere tanto spettacolare quanto riflessivo.

Insomma, siamo davanti a un film che non vuole solo farti trattenere il fiato durante un assalto o un inseguimento, ma anche farti riflettere sulle cicatrici invisibili che queste vite lasciano. Un po’ come se Argo incontrasse Sicario, ma con la fisicità di Neeson, il carisma di Levi e il fascino di Norouzi a fare da collante.

E ora tocca a voi: vi intriga di più la componente action pura o il retroscena politico e umano? Sareste in prima fila al cinema per un film così o aspettereste di vederlo in streaming, armati di popcorn e con il taccuino pronto per segnare ogni riferimento geek nascosto?

I Mercenari 4: Esplosioni, Tradimenti e Ritorni Impossibili nel Nuovo Capitolo della Saga Action più Over the Top di Sempre

Quando pensavamo di aver visto tutto — vecchie glorie dell’action anni ’80 e ’90 che tornano in campo, muscoli, armi pesanti e frasi ad effetto — ecco che “I Mercenari 4 – Expend4bles” (2023, regia di Scott Waugh) alza ulteriormente la posta. Più che un sequel de I Mercenari 3 del 2014, questo quarto capitolo è un vero e proprio giro sulle montagne russe dell’adrenalina, condito con colpi di scena, complotti internazionali e un ritorno che ribalta l’intera posta in gioco.

https://youtu.be/DN-qOWRIaSQ

Un incipit da manuale: fuoco e sangue in Libia

La pellicola si apre in una Libia che ancora porta le cicatrici del regime di Gheddafi. Un ex impianto militare diventa il teatro dell’irruzione guidata da Suarto Rahmat, antagonista di turno con un debole per i metodi spicci e zero tolleranza per le trattative. L’obiettivo: impossessarsi di detonatori nucleari custoditi da un generale locale. Il prezzo? La vita dell’intera famiglia del militare, in una scena che stabilisce subito il livello di brutalità del film.

Questa apertura è pura “grammatica dell’action”: presentazione del villain, escalation immediata, zero fronzoli. Il montaggio serrato e il ritmo a “colpo su colpo” funzionano esattamente come un incipit web scritto per trattenere il lettore: entri subito nel vivo, senza preamboli superflui.

New Orleans: tra anelli, scommesse e vecchie amicizie

Taglio netto, atmosfera completamente diversa: Barney Ross (Sylvester Stallone) incontra Lee Christmas (Jason Statham), impegnato in un battibecco con Gina, sua nuova compagna e membro dei Mercenari. Qui il tono si fa quasi da buddy movie: battute, complicità e il recupero di un anello portafortuna perso in una scommessa a “pollice di ferro” contro un boss locale. La scena, oltre a essere gustosa per i fan, è un momento di respiro prima del nuovo incarico.

È anche il punto in cui si riforma la squadra, vecchi e nuovi volti: Toll Road, Gunner, Easy e Galan, figlio di Galgo. A tirare le fila c’è Marsh, operativo della CIA, che mette sul tavolo una missione pericolosa: fermare Rahmat e scoprire la verità sul misterioso “Ocelot”, nemesi di Barney da vent’anni.

Missione Libia: ordine disatteso, conseguenze mortali

Il piano è semplice (almeno sulla carta): il team penetra nell’impianto mentre Barney sorvola in copertura. Ma la tensione esplode quando Christmas disobbedisce agli ordini, distruggendo un carro lanciamissili per salvare il leader. Apparentemente una mossa vincente, se non fosse che Barney viene comunque abbattuto. L’esplosione dell’aereo è spettacolare… e definitiva. O almeno così sembra.

Questo è il classico “punto di rottura” narrativo: togli il pezzo centrale del puzzle e obblighi tutti a riposizionarsi. È il tipo di twist che innesca la voglia di proseguire, esattamente come in un buon cliffhanger seriale.

Vendetta, complotti e il ritorno dell’ombra di Ocelot

Privati del loro comandante, i Mercenari si riuniscono al bar di riferimento, tra tensioni interne e il peso di un fallimento. Marsh assegna la missione a Gina, escludendo Christmas per la disobbedienza. L’obiettivo: impedire che Rahmat faccia detonare una bomba nucleare su una nave USA al largo delle coste russe, scatenando la Terza Guerra Mondiale. Ma il vero bersaglio è Ocelot.

Qui entra in gioco un nuovo personaggio, Lash, operativa CIA, e in parallelo seguiamo Christmas che non riesce a stare fermo: piazza un tracciatore in un coltello regalato a Gina dopo una notte di passione e parte per conto proprio, unendosi all’ex amico di Barney, Decha.

Scontri navali e maschere che cadono

La missione si sposta su una nave nemica, dove i Mercenari vengono catturati. Rahmat offre a Marsh uno scambio con un prigioniero che conosce l’identità di Ocelot, ma tutto precipita: la squadra evade, si ricongiunge a Christmas e Decha, e si scatena un combattimento in pieno stile Expendables, fatto di arti marziali, armi pesanti e coreografie impossibili.

Il duello finale tra Christmas e Rahmat è il preludio al colpo di scena: Marsh uccide il prigioniero, rivelando di essere lui stesso Ocelot. Il suo obiettivo non è la guerra per ideologia, ma per profitto.

Sacrificio e ritorno impossibile

Ferito e in fuga, il gruppo tenta di scappare sulla barca di Decha. Christmas decide di sacrificarsi per portare la nave al largo e far detonare l’ordigno lontano da civili. È il momento in cui il film sembra pronto a scrivere un epitaffio eroico per il suo secondo protagonista… finché un elicottero appare dal nulla, falciando gli uomini di Marsh. Ai comandi? Barney Ross, vivo e vegeto. Il piano era tutto un depistaggio per ottenere l’accesso al file segreto su Ocelot.

Il ricongiungimento tra Barney e Christmas è una di quelle scene che i fan aspettano con il sorriso sulle labbra. Il film si chiude, come tradizione, con il gruppo al bar, brindando a missione compiuta.

Perché “I Mercenari” parla ancora alla pancia del pubblico

Questo capitolo non reinventa la formula, ma la spinge oltre con più violenza, più ironia e un uso sapiente di tradimenti e ritorni. È cinema consapevole di sé: sa di essere sopra le righe e gioca con quella consapevolezza. Come un buon articolo nerd, non punta a conquistare con eleganza minimalista, ma a travolgere con eccessi orchestrati.Per chi ama il genere, è una celebrazione muscolare di tutto ciò che ha reso grandi gli eroi d’azione. Per chi cerca coerenza narrativa… beh, sappiate che qui la logica è la prima vittima, ma il divertimento è garantito. E voi? Siete pronti a tornare in campo con Barney, Christmas e il resto della banda, sapendo che nel mondo dei Mercenari la parola “fine” non è mai davvero definitiva? Fatecelo sapere nei commenti: il bar è aperto.

Dredd – Il giudice dell’apocalisse: il cult cyberpunk che tutti i nerd devono riscoprire

Quando ho rivisto Dredd – Il giudice dell’apocalisse qualche giorno fa, mi sono ritrovata catapultata in un bagno di sangue, neon e cemento armato che ancora oggi mi vibra nelle ossa. Uscito nel 2012, questo film diretto da Pete Travis è stato per anni ingiustamente dimenticato, soprattutto qui in Italia dove è arrivato solo nel 2019 direttamente in home video, saltando la distribuzione cinematografica. Eppure, per noi nerd e appassionati di pop culture, “Dredd” è un piccolo culto, un esempio purissimo di come si possa adattare un fumetto iconico con rispetto, stile e cattiveria.

Per capire Dredd, bisogna prima capire da dove arriva. Il personaggio nasce nel 1977 sulle pagine della leggendaria rivista britannica 2000 AD, creato da John Wagner e Carlos Ezquerra. Un poliziotto del futuro che è insieme giudice, giuria e boia, Dredd incarna l’estrema risposta autoritaria al caos di un mondo postapocalittico. Negli anni ’90, Hollywood aveva già tentato di portarlo sul grande schermo con Dredd – La legge sono io, interpretato da Sylvester Stallone. Quel film è rimasto celebre più per le battute tamarre e la kitschitudine involontaria che per la fedeltà al fumetto. Così, quando Alex Garland ha messo mano alla sceneggiatura di questo nuovo adattamento, l’obiettivo era chiaro: restituire al personaggio la sua anima brutale, cupa, senza compromessi. Missione compiuta.

La trama è semplice, ma proprio per questo spietata come un proiettile sparato in piena faccia. Siamo a Mega-City One, una megalopoli che si estende dalle rovine di Boston fino a Washington D.C., popolata da 800 milioni di anime disperate e corrosa dal crimine. In questo scenario distopico, l’unica autorità sono i Giudici, e Joseph Dredd (interpretato da un Karl Urban strepitoso e irriconoscibile sotto il casco che non toglie mai) è il migliore di tutti. Quando viene affiancato alla recluta Cassandra Anderson (una bravissima Olivia Thirlby), una giovane giudice dotata di poteri telepatici, per una valutazione sul campo, finisce intrappolato in un incubo verticale: un grattacielo di 200 piani chiamato Peach Trees, governato dalla spietata Ma-Ma (Lena Headey, perfetta come villain sfregiata e crudele).

Il film diventa subito un assedio alla Die Hard, ma con una ferocia da grindhouse. I due giudici devono farsi strada piano dopo piano, affrontando gang armate fino ai denti, sparatorie all’ultimo sangue, tradimenti e un mondo in cui la giustizia è solo un’altra forma di sopravvivenza. La narrazione non ha fronzoli: è puro cinema d’azione, inzuppato in un’estetica cyberpunk sporca e minimalista. Il sangue scorre, le ossa si spezzano, le pallottole fischiano, e ogni colpo ha un peso brutale.

Il merito va anche a una regia che esalta il lato visivo. Pete Travis ci regala sequenze ipnotiche grazie all’uso sapiente dello slow-motion, soprattutto quando entra in scena lo Slo-Mo, la droga che rallenta le percezioni al 1%. È qui che la colonna sonora di Paul Leonard-Morgan fa miracoli: partiture elettroniche sporcate, suoni industriali, beat anni ’80 che diventano ambient lisergico quando rallentati migliaia di volte. Una chicca nerd? L’ispirazione sonora per le sequenze Slo-Mo viene da un brano di Justin Bieber rallentato di 800 volte, che Garland e il musicista hanno trasformato in una traccia corale e psichedelica. Sì, avete letto bene: Bieber trasformato in trip audio cyberpunk!

Il cast funziona perfettamente. Karl Urban è magnetico: non vediamo mai il suo volto, eppure trasmette umanità compressa in un pugno d’acciaio, una macchina di giustizia inarrestabile. Olivia Thirlby porta vulnerabilità e forza al personaggio di Anderson, una recluta inesperta ma dotata di un potere che può fare la differenza. E Lena Headey è una Ma-Ma indimenticabile, con quel misto di ferocia rassegnata e sadismo che rende il suo regno un incubo palpabile.

La produzione è stata un’avventura a sé. Le riprese, cominciate nel 2010 tra Città del Capo e Johannesburg, hanno usato telecamere 3D per creare un’esperienza visiva intensa. Ma non è stato tutto rose e fiori: Duncan Jones, regista di “Moon”, aveva rifiutato il progetto perché aveva una sua visione personale su Dredd. E durante la lavorazione ci furono frizioni tra Alex Garland e Pete Travis, al punto che si vociferò che Garland avesse preso le redini della regia in post-produzione. Ma nonostante le turbolenze, il risultato finale è stato un film solido, coerente, amato dai fan e acclamato dalla critica.

E vogliamo parlare dei costumi? L’elmetto di Dredd, realizzato da Edmund Woodward, è un piccolo capolavoro di design credibile e brutale. La tuta è più paramilitare e meno kitsch del predecessore anni ’90, con un’attenzione ai dettagli che ha fatto felice perfino John Wagner, creatore del fumetto, coinvolto nel progetto come consulente.

“Dredd – Il giudice dell’apocalisse” è il film che i fan di lunga data aspettavano da anni: crudo, sporco, violento, ma anche dannatamente cool. Un adattamento fedele e senza compromessi, che non cerca di piacere a tutti, ma conquista chi ama il genere con la sua onestà brutale. Peccato solo per la distribuzione disastrosa che ha penalizzato il film, soprattutto in Italia, impedendogli di diventare quel successo al botteghino che avrebbe meritato.  Se non lo avete ancora visto, recuperatelo: vi assicuro che vi rimarrà addosso come l’odore della polvere da sparo. E se lo avete già visto, ditemi: anche voi, come me, dopo il film avete desiderato di salire in moto, indossare un casco e gridare al mondo “La legge sono io”? Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti o condividete l’articolo sui vostri social: Mega-City One vi aspetta!

Wanted – Scegli il tuo destino: il caos, la scelta e il fascino oscuro del poter

C’è un momento, nella vita di ogni appassionato di cinema d’azione, in cui la realtà si piega alle regole del ritmo, della rabbia e dell’adrenalina. “Wanted – Scegli il tuo destino”, diretto dal visionario Timur Bekmambetov, è esattamente quel momento in forma di pellicola. Ispirato all’omonimo fumetto di Mark Millar e J.G. Jones, il film non è solo un action movie ipercinetico, ma una riflessione brutalmente spettacolare sul destino, sul libero arbitrio e sulla riscoperta di sé attraverso il caos. James McAvoy, Morgan Freeman e Angelina Jolie guidano un cast che sembra scolpito per incarnare una moderna mitologia del potere. McAvoy è Wesley Gibson, un anonimo impiegato da open space, intrappolato in una vita di mediocrità e frustrazione: un lavoro che odia, una fidanzata infedele, un’esistenza che scivola addosso senza lasciare traccia. Ma dietro questa monotonia si nasconde una verità letale: Wesley è l’erede di un assassino leggendario, membro di una società segreta chiamata la Fratellanza, un’organizzazione che manipola il mondo nell’ombra seguendo un codice millenario.La scoperta di questa eredità cambia tutto. Improvvisamente, la realtà si deforma sotto i colpi di proiettili che curvano nello spazio, sotto l’addestramento brutale impartito da Sloan (Morgan Freeman), il carismatico e ambiguo leader della Fratellanza, e dalla glaciale e affascinante Fox (Angelina Jolie), maestra nell’arte di uccidere con eleganza e precisione. La sequenza dell’addestramento, con le sue fratture, i pugni e il dolore, è un rito di passaggio fisico e mentale, una danza di sangue e rinascita che trasforma un uomo comune nel perfetto strumento del destino.Ma come ogni buona storia che si rispetti, anche in Wanted la linea tra bene e male non è mai netta. La Fratellanza, che si proclama giudice supremo del mondo, uccide seguendo le “istruzioni” di un misterioso telaio che tesse i nomi delle sue vittime nel filo stesso del destino. Una simbologia che unisce misticismo e meccanica, sacro e profano, fino a farci domandare: chi decide davvero chi merita di vivere o morire? Wesley, nel suo percorso di crescita, scoprirà che dietro la nobile missione dei Fratelli si cela un oscuro inganno, e che la libertà, anche quella conquistata con il sangue, ha sempre un prezzo.

Bekmambetov, regista già noto per il suo approccio ipervisivo in “I guardiani della notte”, trasforma Wanted in una sinfonia visiva di proiettili sospesi, inseguimenti impossibili e ralenti che ricordano un balletto di acciaio e vetro. Ogni scena è una tavola di fumetto in movimento: dinamica, satura, pulsante di energia. L’estetica del film, con il suo mix di CGI, coreografie da graphic novel e montaggio serrato, anticipa quel linguaggio ipercinetico che sarebbe diventato cifra stilistica di molti blockbuster degli anni successivi.

La potenza del film risiede nella sua duplice natura: da un lato, l’esplosione sensoriale di un universo che sembra costruito per sfidare le leggi della fisica; dall’altro, il dramma umano di un uomo che impara a dominare il proprio caos interiore. Wesley non è un supereroe nel senso classico del termine: è un uomo spezzato che impara a piegare le pallottole come metafora del proprio destino. La frase “Scegli il tuo destino”, che dà il sottotitolo al film, non è solo un invito all’azione, ma un manifesto esistenziale per chiunque abbia mai sentito di vivere una vita non propria.

Dietro la spettacolarità visiva, Wanted è anche una riflessione sul potere e sulla manipolazione. Sloan rappresenta la tentazione del controllo assoluto, la convinzione che il fine giustifichi i mezzi. Fox, invece, incarna la lealtà cieca, quella che diventa fede anche davanti all’evidenza del tradimento. Wesley si trova al centro di questo vortice morale, costretto a scegliere se restare schiavo del sistema o distruggerlo per riscoprire se stesso. È una parabola che parla di identità, di ribellione e di autodeterminazione — temi profondamente nerd, se pensiamo a quanto la cultura geek abbia sempre esplorato il rapporto tra individuo e potere.

Wanted ha portato qualcosa di diverso: non il mito del salvatore, ma quello del peccatore consapevole. Wesley Gibson non combatte per la giustizia universale, ma per liberarsi dal giogo dell’apatia. E nel farlo, diventa il simbolo di chiunque scelga di afferrare la propria vita e riscriverla, anche se questo significa affrontare la verità più scomoda di tutte: quella che il destino, alla fine, non si sceglie… si piega. Se amate i film che mescolano fumetto e filosofia, esplosioni e introspezione, Wanted – Scegli il tuo destino è una tappa obbligata. Un viaggio frenetico nell’oscurità dell’animo umano, dove ogni proiettile è una domanda e ogni scelta una condanna.

💥 Voi cosa ne pensate? Wesley è un eroe o solo un ribelle manipolato dal sistema? Parlatene nei commenti su CorriereNerd.it, condividete l’articolo e fateci sapere se anche voi, a volte, avete sentito il desiderio di “piegare” il vostro destino.