La spada di King Arthur

La serie anime “La spada di King Arthur”, basata sulla leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda tratta dal romanzo di Thomas Malory, è stata realizzata dalla Toei Animation e trasmessa per la prima volta in Italia nel 1981 su Antenna Nord. L’anime è composto da 52 episodi di mezz’ora ciascuno, andati in onda tra il 1979 e il 1980. La storia segue le gesta di Re Artù, dei suoi fedeli cavalieri e di personaggi come Lancelot, Ginevra, Tristano, Percival, Merlino, Uther e Igraine, esplorando il regno di Camelot e l’epica battaglia tra il bene e il male. Tuttavia, la serie non segue fedelmente la narrazione originale della leggenda, introducendo nuovi personaggi e storie per adattarsi a un pubblico più giovane.

La trama inizia con il giovane principe Artù, salvato da Merlino durante un attacco a Camelot, che diventa il legittimo re d’Inghilterra dopo essere riuscito a estrarre la spada Excalibur dalla pietra. Artù, affiancato dai suoi alleati, combatte contro il malvagio Re Lavik e la strega Medessa per riportare la pace a Camelot. La seconda serie anime presenta elementi magici e fantastici, introducendo nuove sfide per Re Artù e i suoi cavalieri. Dopo un invito misterioso a viaggiare verso il Nord, Artù si trova di fronte alla sorprendente rivelazione che i suoi nemici non sono stati sconfitti definitivamente. Con coraggio e determinazione, Artù riesce ancora una volta a trionfare sul male e a riportare la pace a Camelot.

La serie è accompagnata da una sigla italiana interpretata da Riccardo Zara e il gruppo musicale I Cavalieri del Re, che hanno adattato la melodia per la storia di King Arthur. Il singolo è diventato un successo commerciale, vendendo oltre 300.000 copie. “La spada di King Arthur” rimane un’iconica serie anime che ha affascinato generazioni di spettatori con la sua avvincente trama e i suoi personaggi indimenticabili, unendo avventura, magia e amore in un epico racconto di valore e cavalleria nel regno di Camelot.

Il Santo Graal tra mito, storia e leggende: dal sangue di Cristo ai misteri medievali

Da secoli il Santo Graal continua a comportarsi come la più irresistibile delle reliquie narrative: cambia forma, cambia nome, cambia casa, ma non smette mai di farsi inseguire. Ogni epoca gli ha proiettato addosso le proprie ossessioni, trasformandolo in un oggetto da cinema, in una miccia per romanzi complottisti, in una reliquia ambita da crociati, templari, mistici, archeologi veri e sedicenti. Ed è proprio questo il bello: il Graal non è mai solo un oggetto, è una storia che si riscrive ogni volta che qualcuno prova a definirla.

Partiamo dal nome, che già di per sé è una trappola semantica degna del miglior lore fantasy. La forma più antica attestata è Sangreal, una parola che si può spezzare in modi diversi, come se fosse stata pensata apposta per generare fraintendimenti. Sang real, sangue reale. Qui la leggenda prende una piega quasi da saga dinastica: Gesù discendente di Salomone, Maria Maddalena come compagna, un figlio segreto, una stirpe nascosta. In alcune letture più radicali, il vero Graal non sarebbe nemmeno un oggetto, ma il grembo di Maria Maddalena stessa, custode vivente di quella discendenza. Una teoria che oggi fa subito pensare a bestseller moderni, ma che affonda le radici in testi molto più antichi e scomodi.

Altri studiosi, più sobri ma non meno affascinanti, fanno risalire il termine al latino gradalis, cioè un recipiente, una coppa, qualcosa che passa di mano in mano durante un pasto. Helinand de Froidmont lo diceva chiaramente, e in questa definizione il Graal smette di essere un feticcio da caccia al tesoro per tornare un oggetto quotidiano, quasi banale. Ed è qui che il mito diventa interessante, perché nella Bibbia canonica non si parla mai di un matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena, anzi, la tradizione ufficiale ha a lungo dipinto Maddalena come una prostituta redenta. I Vangeli gnostici, però, raccontano altro, e qualcuno sostiene persino l’esistenza di un vangelo scritto da lei. Dettagli che la Chiesa ha sempre guardato con grande sospetto, anche perché la legge ebraica prevedeva per un uomo l’obbligo di sposarsi e avere figli. Un Messia scapolo sarebbe stato, culturalmente, un’anomalia.

Per molto tempo il Graal rimane una reliquia di secondo piano, oscurata da oggetti più “spendibili” come la Sindone o la Vera Croce. Poi succede qualcosa tra Normandia e Bretagna. Il mito si contamina con le leggende celtiche, con i calderoni magici, con le coppe dell’abbondanza, e improvvisamente il Graal diventa il centro di una delle più grandi quest narrative della storia occidentale. Nel Perceval incompiuto di Chrétien de Troyes, il Graal entra nel ciclo arturiano come simbolo di ricerca spirituale, una prova mistica prima ancora che fisica. Non è un caso se a cercarlo sono i cavalieri della Tavola Rotonda, eroi che sembrano usciti da un manuale di worldbuilding medievale.

“Colui che beve l’acqua che io gli darò, dice il Signore, avrà dentro di sé una sorgente inesauribile dalla quale sgorgherà la vita eterna. Lasciate che mi conducano alla tua montagna sacra nel luogo dove dimori, attraverso il deserto e oltre la montagna, nella gola della luna crescente, al Tempio dove la coppa che contiene il sangue di Gesù Cristo risiede per sempre”.

La questione materiale, però, resta. Che tipo di oggetto poteva essere davvero il Graal? Qui la leggenda inciampa nella logica. Un corpo crocifisso perde molto sangue dalla ferita al costato, ed è difficile immaginare che una semplice coppa potesse bastare. Cinque litri di sangue non si raccolgono con un calice da altare. Da qui l’ipotesi del gradale, un recipiente più grande, a metà strada tra una ciotola e un cratere, usato comunemente durante i banchetti per attingere il vino. Nei Vangeli non viene mai specificata la forma del recipiente dell’Ultima Cena, e tutta l’iconografia che immaginiamo oggi è frutto del Medioevo, non del I secolo.

Se immaginiamo l’Ultima Cena come una cena vera, non come un rituale già codificato, tutto cambia. Tredici commensali, pane, vino condiviso. Un unico calice piccolo avrebbe reso la scena quasi grottesca, con gli apostoli costretti a bagnarsi appena le labbra. Un grande gradale, invece, restituisce l’idea di una tavolata tra amici, di un gesto conviviale che solo dopo, col senno di poi, assume un significato sacramentale. Gli apostoli stessi, nei racconti, non sembrano comprendere davvero quello che Gesù sta facendo o dicendo. È una rivelazione che arriva più tardi.

Il mito prende una piega ancora più potente quando entra in scena Ponzio Pilato. In una tradizione apocrifa legata alla figura di Giuseppe d’Arimatea, Pilato avrebbe fatto requisire gli oggetti personali di Gesù per usarli come prove durante il processo. Tra questi ci sarebbe stato anche il recipiente dell’Ultima Cena. Quando Pilato si lava le mani, gesto diventato simbolo universale di deresponsabilizzazione, lo farebbe proprio in quel gradale. Un atto che, invece di purificare, sporca ulteriormente l’oggetto. Prima vino trasformato simbolicamente in sangue, poi sangue vero, poi l’acqua di un giudice che cerca di cancellare la propria colpa. Se questa non è mitologia allo stato puro, poco ci manca.

Non stupisce che al Graal vengano attribuiti poteri che sembrano più pagani che cristiani: guarigione, immortalità, abbondanza. Sono tratti che ricordano il calderone druidico molto più delle reliquie ufficiali della Chiesa. Il cristianesimo delle origini era un enorme laboratorio di sincretismo, e il Graal ne è una delle creature più ibride.

Da qui in poi la leggenda esplode e si frammenta. C’è chi sostiene che Gesù stesso avrebbe portato il Graal in Bretagna, che il Re Pescatore fosse un suo discendente, che Merlino fosse in realtà un druido convertito. I crociati, tornando dall’Oriente, avrebbero diffuso storie di terre irraggiungibili, pietre cadute dal cielo, calici capaci di donare la vita eterna. Racconti che riecheggiano nella pietra nera della Kaaba, nel Lapis Niger romano, in un immaginario condiviso che attraversa religioni diverse.

Poi arrivano le mappe del tesoro, quelle che ogni nerd ama alla follia. C’è chi giura che il Graal sia nascosto a Gisors, tra i segreti dei Templari e le ombre del Bafometto. C’è chi lo colloca a Castel del Monte, palazzo ottagonale di Federico II di Svevia, costruito – secondo i più visionari – come una gigantesca coppa di pietra per custodirlo. Altri indicano Castello di Montségur, ultimo baluardo dei Catari, setacciato persino dalle SS negli anni Trenta, in una delle pagine più inquietanti di archeologia ideologica del Novecento.

Il Graal avrebbe lasciato tracce anche in Italia. A Torino, tra le statue enigmatiche della Gran Madre, o a Bari, dove la traslazione delle reliquie di San Nicola potrebbe aver coperto una missione molto più delicata. E poi c’è il Molise, che come sempre sembra fuori dalle mappe ufficiali ma dentro tutte le leggende, con teorie che collegano il passaggio dei crociati a cripte dimenticate e cavalieri dal nome troppo perfetto per essere inventato.

Il Santo Graal è davvero esistito? Probabilmente sì, se per esistenza intendiamo un oggetto reale attorno al quale si è stratificata una quantità impressionante di significati. Quasi certamente non era la coppa dorata che immaginiamo. Era qualcosa di più semplice, più grande, più umano. Ed è forse proprio questo che lo rende immortale. Perché il Graal non vive nei musei o nei sotterranei segreti, ma nelle storie che continuiamo a raccontare. Ogni volta che qualcuno prova a trovarlo, in realtà sta cercando un senso, una connessione, un filo nascosto tra mito, fede e immaginazione.

E ora la palla passa alla community: per voi il Graal è un oggetto perduto, un simbolo spirituale o il più grande MacGuffin della storia occidentale? Raccontiamocelo, davanti a una coppa di vino, come si faceva una volta.

Excalibur il capolavoro del 1981 di John Boorman

Excalibur è un’epica saga cinematografica del 1981 diretta da John Boorman che racconta la storia del Re Artù e della sua leggendaria spada, Excalibur. Il film è ambientato nell’Inghilterra medievale, dove il regno è in tumulto da lungo tempo.In questa pellicola assume maggior rilievo l’elemento magico, che entra in gioco fin dal concepimento di Artù. Excalibur è la spada magica, simbolo del potere reale, forgiata da un dio, annunciata da un mago, trovata da un re.

Il film inizia con la nascita di Uther Pendragon, padre di Re Artù, che uccide il Duca di Cornwall e prende la sua sposa, Igrayne, come propria. La loro relazione porta alla nascita di Artù.

Il piccolo viene sottratto ancora in fasce alla madre dal mago Merlino, per essere preparato alla grande impresa di estrarre la spada magica, Excalibur, conficcata in una roccia. Molti cavalieri vi hanno tentato inutilmente. L’impresa riesce al giovane Artù, il quale è proclamatore. Finiscono così, nel regno, sanguinose lotte e divisioni svaniscono anche i sortilegi della magia a inizia l’epopea dei cavalieri della Tavola rotonda. Ma la passione del più forte dei cavalieri, Lancillotto, per la regina Ginevra, passione ricambiata, e il contrasto con il re ingannato e tradito, aprono la seconda parte della vicenda di Artù, nella quale sulla magia buona di Merlino prevale la magia cattiva di Morgana, che scatena tutte le forze infernali, stravolge gli ideali cavallereschi e porta alla morte i cavalieri partiti alla ricerca del santo Graal, il calice nel quale Cristo ha celebrato l’eucaristia e dove è stato raccolto il suo sangue. Dei cavalieri della Tavola rotonda solo Parsifal, per la sua pura fede, riesce ad impossessarsi del Santo Graal. Frattanto Artù, desiderando di ristabilire l’ordine e la pace nel suo regno, scende in guerra contro Mordred, il figlio bastardo che ha avuto da Morgana e che la perfida megera ha aizzato contro il padre. Invano Merlino interviene con le sue arti magiche in favore di Artù. Il re è ferito a morte. La spada Excalibur, raccolta da Parsifal, viene gettata in un lago, e, afferrata dalla mano di una ninfa, è custodita in attesa di un nuovo re, degno di impugnarla.

Excalibur è un film che combina la mitologia celtica, la leggenda di Re Artù e il cristianesimo, creando un mondo favoloso e fantastico. La cinematografia e la colonna sonora sono meravigliose, dando vita al mondo della leggenda. I costumi e i set sono curati in ogni dettaglio, mostrando un’attenzione alla precisione storica e alla mitologia.

Lo sviluppo dei personaggi è altrettanto importante. Artù è ritratto come un uomo di grande forza e gentilezza, alla ricerca della pace nella sua terra. Lancilotto, al contrario, è un cavaliere egoista che cerca solo il suo piacere personale. Morgana, interpretata magistralmente da Helen Mirren, è la perfida nemica di Artù, ma è anche una figura tragica. Merlino è un personaggio misterioso e sagace che può anteporre la salute della terra alla sicurezza di qualsiasi individuo. Il film esplora anche temi come la morte e la rinascita, la natura del potere e la forza della fede. Artù e i suoi cavalieri rappresentano un’epoca di civiltà e di progresso, ma la loro fine è necessaria per far posto a un nuovo inizio.

Excalibur è considerato un capolavoro fantasy e un classico del genere. Il film ha influenzato molti altri film, serie TV e giochi di ruolo. La forza della sua narrazione, la bellezza del suo mondo e l’intensità dei suoi personaggi lo rendono un film che ogni amante del fantasy dovrebbe vedere.

Tradimento alla corte di Re Artù

L’epica storia del Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda è ricca di avventure, coraggio e tradimenti. Uno dei tradimenti più famosi di questa leggenda è quello di Lancillotto, considerato uno dei più valorosi e fedeli cavalieri di Artù. In questo articolo, esploreremo in modo approfondito l’episodio del tradimento di Lancillotto nei confronti del suo re e delle conseguenze che ne sono derivate.

Per comprendere appieno il tradimento di Lancillotto, è necessario conoscere il contesto della storia e il legame traumatico che lo univa a Re Artù. Lancillotto, noto anche come Sir Lancelot du Lac, era noto per la sua straordinaria forza, abilità nel combattimento e per essere considerato il più grande cavaliere del regno di Artù. Era un uomo di grande nobiltà d’animo e di un’integrità senza eguali, e la sua lealtà al re era indiscutibile. Tuttavia, come spesso accade nelle storie medievali, l’amore e i sentimenti possono sfidare anche l’uomo più virtuoso. Lancillotto si innamorò di Ginevra, la moglie di Re Artù, un amore proibito che fece emergere in lui forti emozioni contrastanti. Egli si trovò in un vero e proprio conflitto interiore tra il suo amore per Ginevra e la sua fedeltà al suo re.Nonostante i suoi sforzi per resistere, Lancillotto cedette alla passione e tradì Artù con Ginevra. Il tradimento fu estremamente doloroso per entrambi i protagonisti. Mentre Ginevra si sentì in colpa per aver tradito il suo sposo e il suo re, Lancillotto si ritrovò travolto da un senso di colpa e rimorso per aver ferito l’uomo che considerava il suo migliore amico. Le conseguenze di questo tradimento furono devastanti per il regno di Artù. La scoperta dell’infedeltà di Ginevra e Lancillotto portò a un conflitto interno tra la dignità e il senso del dovere di Artù. La sua fiducia nel suo fedele cavaliere fu distrutta e il regno fu gettato nel caos.

Inoltre, il tradimento di Lancillotto e Ginevra provocò discordia tra i cavalieri della Tavola Rotonda. Molti dei cavalieri, che avevano giurato fedeltà assoluta a Re Artù, si sentirono traditi da Lancillotto e cercarono vendetta. Ciò portò a conflitti armati e alla disgregazione del regno che Artù aveva così faticosamente costruito. Nonostante il tradimento, Lancillotto cercò di redimersi e dimostrare la sua lealtà a Artù. Partecipò coraggiosamente a numerose battaglie e cercò di mettere a tacere i suoi sentimenti per Ginevra. Tuttavia, il danno era già stato fatto e il regno di Artù era ormai oltre ogni possibile salvezza.

Il tradimento di Lancillotto viene spesso interpretato come una rappresentazione dell’inevitabilità e della fragilità degli affetti umani. La storia di Lancillotto e Ginevra ci ricorda che l’amore è una forza potente, capace di emozionare anche le anime più nobili e di condurre alla distruzione.

Exit mobile version