Il 2026 tra Nostradamus, Baba Vanga, i Simpson, la scienza e l’IA: guida nerd all’anno più profetizzato di sempre

Il 2026 non sta semplicemente per arrivare. Sembra piuttosto prepararsi all’ingresso sul palco come un mega evento crossover: un po’ fantascienza distopica, un po’ horror apocalittico, con inserti da sitcom animata e note di divulgazione scientifica.n Da un lato ci sono scienziati che lavorano con modelli climatici, curve demografiche e scenari sull’intelligenza artificiale. Dall’altro continuano a essere evocati Nostradamus e Baba Vanga ogni volta che una crisi internazionale fa scricchiolare l’equilibrio globale. In mezzo, a osservare e trollare l’umanità, la famiglia gialla più famosa della TV, i Simpson, che da decenni giocano con il futuro trasformandolo in gag, meme e presunte profezie.

E poi arriviamo noi, generazione cresciuta tra VHS di Star Wars, maratone di Evangelion, maratone Netflix e chatbot da interrogare. Per cui diventa quasi inevitabile fare la domanda più nerd di tutte: “Ok, ma il 2026 sarà più Mad Max, più Star Trek o più Black Mirror?”. Di fatto, questo anno è diventato un gigantesco test narrativo su come l’umanità immagina il proprio destino. Fine del mondo, guerre globali, pandemie ricorrenti, rivolte delle macchine, contatti alieni: il 2026 sta funzionando come un contenitore simbolico in cui si riversano scienza, mitologia contemporanea e cultura pop, intrecciate come in una fanfiction collettiva che dura da secoli.


La “fine del mondo” del 13 novembre 2026: cosa stava davvero dicendo von Foerster?

Partiamo dalla profezia più clickbait di tutte: la presunta “fine del mondo” fissata per il 13 novembre 2026. Non nasce da un culto apocalittico, né da un thread di complottisti su qualche forum oscuro, ma dal lavoro di Heinz von Foerster, fisico e filosofo austriaco-americano, considerato uno dei pionieri della cibernetica.

Negli anni Sessanta, von Foerster si mise a giocare con una domanda semplice e pericolosa: cosa succede se la popolazione umana continua a crescere in modo incontrollato su un pianeta che ha risorse limitate? Da bravo scienziato visionario, trasformò la domanda in un modello matematico. Le sue equazioni sulla crescita demografica portavano a una sorta di “data critica”, un punto in cui l’umanità avrebbe teoricamente saturato la capacità del pianeta. Da lì, la trasformazione in narrativa apocalittica è stata quasi automatica: la data limite è diventata “la fine del mondo”, l’equazione si è trasformata in countdown in stile Evangelion e il 13 novembre 2026 è stato promosso a “giorno X” del collasso totale. In realtà, quello che von Foerster stava facendo assomiglia più a un avvertimento alla Asimov che a un oroscopo catastrofico. Il messaggio è lineare e spietato: se si interpreta lo sviluppo come crescita infinita – più persone, più produzione, più consumo, più sfruttamento – su un sistema chiuso e finito, prima o poi si arriva al crash. Non per un meteorite alla Armageddon, ma per la matematica basica delle risorse.

L’idea di una data specifica va letta quasi come espediente narrativo. I modelli di quel tipo tendono a generare una “singolarità”, un punto limite oltre il quale l’equazione non ha più senso, un po’ come quando un videogioco va fuori scala e i numeri diventano ridicoli. Quella data non dovrebbe essere interpretata come “game over garantito”, ma come gigantesco cartello lampeggiante: “Se continui a giocare così, il sistema non regge. Ricalcola percorso”.

Non a caso, su una lunghezza d’onda diversa ma con toni simili si è espresso anche Stephen Hawking. Il fisico britannico non si è mai lanciato in date precise, però ha spostato l’orizzonte di rischio più in avanti, parlando spesso di un futuro in cui clima, sovrappopolazione ed esaurimento delle risorse potrebbero rendere la Terra una versione molto meno accogliente del nostro pianeta, qualcosa a metà tra la Venere infernale dei manuali di astronomia e i mondi devastati che vediamo in Interstellar.

Hawking insisteva sull’idea che l’umanità deve iniziare a ragionare come specie, non come insieme di nazioni in competizione permanente. Il paragone supereroistico rende bene il concetto: o ci si comporta come una Justice League coordinata, o si rimane un gruppo di solisti litigiosi che si ostacolano a vicenda mentre il nemico finale avanza.

In parallelo, sul fronte sanitario globale, il direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ricordato più volte che una nuova pandemia non è una possibilità remota, ma una certezza statistica. Non si tratta di chiedersi “se” accadrà, ma “quando” e in che misura saremo pronti. In questo contesto, la discussione intorno a un accordo internazionale vincolante sulla preparazione alle pandemie, con il 2026 come tappa cruciale, suona come l’ennesimo tentativo di installare una patch prima del prossimo crash di sistema.

Letta così, la domanda non diventa “moriremo tutti il 13 novembre 2026?”, ma un’altra, molto più importante: “arriveremo a quella data – e agli anni successivi – con istituzioni, infrastrutture e cultura collettiva in grado di reggere la prossima ondata di shock, che sia sanitaria, climatica o tecnologica?”.


Nostradamus 2026: tra Marte bellicoso, Venere in crisi e tre fuochi dall’Oriente

Spento per un attimo il monitor con i grafici di scienziati e climatologi, entriamo nella stanza dei tarocchi storici: le quartine di Nostradamus. Il medico e astrologo francese del XVI secolo è forse il “franchise” profetico più longevo della storia occidentale. Le sue frasi criptiche funzionano come un gigantesco puzzle narrativo che ogni epoca ricompone a modo suo, un po’ come succede con le timeline di Dark ogni volta che si riguardano gli episodi.

Quando si parla di 2026, le interpretazioni più citate delle quartine evocano un anno segnato da conflitti, “purificazioni”, crolli parziali e possibilità di rinascita. Il pianeta Marte viene associato a una forte influenza all’inizio dell’anno, e nella tradizione astrologica Marte è sinonimo di guerra, aggressività, energia distruttiva. Il risultato è il ritratto di un periodo in cui tensioni già presenti potrebbero esplodere, trasformarsi, riconfigurare gli equilibri.

A sovrapporre questo immaginario alla realtà contemporanea è un attimo: competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, corse agli armamenti high-tech, sperimentazione di armi autonome, cyberwar, scontro feroce sul dominio delle tecnologie emergenti. Molto più vicino a un anime di Gundam o a una stagione di Legend of the Galactic Heroes che a un vecchio romanzo cavalleresco.

Altro elemento ricorrente nelle letture moderne di Nostradamus è il declino dell’influsso “venusiano”, legato a concetti di armonia, amore, relazione. Il mondo che si intravede è iperconnesso sul piano tecnico, ma emotivamente disgregato: comunicazione costante, contatto autentico sempre più difficile. Tra commenti tossici, disinformazione e polarizzazione, la rete che doveva unire tutti finisce spesso per amplificare distanza e solitudine.

In questo senso Nostradamus, pur parlando con il linguaggio del XVI secolo, sembra strizzare l’occhio a quello che oggi riconosciamo nelle trame di Black Mirror: un’umanità che ha in tasca strumenti potentissimi per dialogare ma li usa per chiudersi in bolle autoreferenziali.

Le immagini dei “tre fuochi dall’Oriente” vengono spesso collegate all’ascesa di nuovi poli di potere asiatici. La triade che torna più spesso è quella composta da Cina, India e un blocco di Paesi a maggioranza islamica tecnologicamente ambiziosi come Iran, Turchia, Indonesia. Non per forza in alleanza, ma accomunati da un ruolo crescente in economia, innovazione, geopolitica.

Nel frattempo, gli Stati Uniti affrontano la fatica di mantenere il proprio primato in un mondo multipolare, l’Europa combatte con burocrazia, frammentazione politica interna e difficoltà a darsi una direzione unica. Non si tratta di un collasso da film catastrofico, ma piuttosto di un lungo arco di transizione, a tratti doloroso, in cui il vecchio assetto fatica a reggere.

E tuttavia, dentro questo quadro teso, le interpretazioni più suggestive delle quartine parlano anche di un “uomo di luce”, una figura – reale o simbolica – che si alza nei momenti di massima oscurità per indicare una via diversa. Lettura perfetta per un protagonista di manga shonen, ma anche metafora efficace di quei percorsi di consapevolezza che sempre più persone cercano: meditazione, spiritualità, psicoterapia, comunità intenzionali, nuove forme di attivismo.

In parallelo, sul piano concreto, il 2026 potrebbe diventare una data simbolica se il trattato globale sulle pandemie proposto dall’OMS dovesse davvero essere approvato. Sarebbe una specie di crossover tra il linguaggio delle profezie – purificazione attraverso la prova – e il linguaggio dei protocolli sanitari e diplomatici: un pianeta che, dopo aver fatto i conti con una pandemia storica, decide di formalizzare una sorta di “charter” per il futuro.


Baba Vanga: apocalisse a quattro fronti tra clima, guerra, IA e alieni

Se Nostradamus rappresenta il profeta classico, Baba Vanga è l’icona esoterica della contemporaneità, potenziata da Internet. Veggente bulgara, cieca, circondata da racconti che mescolano storia, mito e leggenda, è diventata un meme globale del “lei l’aveva detto” applicato praticamente a qualsiasi evento drammatico degli ultimi decenni.

Per il 2026, a Baba Vanga vengono attribuite quattro grandi visioni, quasi perfettamente allineate con gli archetipi narrativi della fantascienza moderna. La prima riguarda una sequenza di disastri naturali senza precedenti: terremoti, eruzioni, fenomeni estremi che colpirebbero fino all’8% della superficie terrestre. Non serve immaginare troppo per visualizzare un simile scenario, basta ripercorrere gli ultimi anni tra incendi fuori scala, alluvioni, ondate di calore record e cicloni sempre più violenti.

La seconda previsione è quella che manda immediatamente in tendenza l’ansia collettiva: l’inizio di una grande guerra, spesso riletta come possibile innesco di una Terza Guerra Mondiale. In un mondo che vede già conflitti regionali ad alta intensità, riarmo diffuso, dottrine militari che normalizzano il cyberattacco e le armi autonome, l’idea che il 2026 possa rappresentare un punto di svolta fa il giro dei social con la velocità di un trend su TikTok.

La terza profezia è quella che accende immediatamente il radar nerd: la ribellione dell’intelligenza artificiale. Secondo queste interpretazioni, intorno al 2026 l’IA raggiungerebbe un punto di svolta, smettendo di essere percepita come semplice strumento neutro e iniziando a manifestarsi come fattore destabilizzante. Non serve arrivare a Skynet per riconoscere la potenza di questa immagine: bastano già oggi gli algoritmi che decidono accessi a crediti, assicurazioni, opportunità lavorative, o le IA usate in contesti militari e di sorveglianza.

L’idea della “rivolta delle macchine” è il linguaggio mitico con cui traduciamo un problema realissimo: cosa succede quando sistemi automatizzati, opachi e difficili da controllare generano effetti collaterali enormi, discriminazioni, errori catastrofici, o vengono plasmati per fini aggressivi da regimi e corporation?

La quarta visione è pura fantascienza cinematografica: un primo contatto ufficiale con una civiltà extraterrestre nel novembre 2026, con una grande astronave che entra nell’atmosfera terrestre. Da lì la mente corre velocissima: astronavi di Independence Day, tentativi di comunicazione alla Arrival, scenari bellici alla XCOM, oppure esperienze mistiche in stile 2001: Odissea nello spazio.

Da un punto di vista razionale, è importante ricordare che molte delle frasi attribuite a Baba Vanga non sono documentate in modo rigoroso; spesso nascono dopo un evento e vengono retrofittate. Ma, per noi, la parte affascinante non è tanto capire se la profezia sia autentica, quanto analizzare perché proprio il 2026 venga caricato di aspettative su quattro fronti specifici: natura, guerra, IA, alieni.

Questi quattro elementi sono praticamente i quattro pilastri della narrativa sci-fi: il pianeta che si ribella, l’umanità che si autodistrugge, le macchine che prendono il controllo, l’universo che risponde alla chiamata. Il 2026 diventa così una sorta di “stagione speciale” in cui tutte le linee narrative più iconiche del nostro immaginario si concentrano in un unico anno simbolico.


I Simpson e il 2026: quando la satira lunga trent’anni sembra un oracolo

A questo punto, mentre qualcuno tira fuori il manuale di Dungeons & Dragons per un tiro salvezza contro l’ansia, entra in scena il profeta più improbabile di tutti: una sitcom animata con quasi ottocento episodi all’attivo. The Simpsons.

Da anni ormai, Internet ha eletto la serie di Matt Groening a oracolo pop del futuro, citando gli episodi che sembrano aver “previsto” eventi reali: l’elezione di Trump, l’ascesa di certi gadget tecnologici, perfino alcune dinamiche legate alle pandemie. In realtà, con centinaia di episodi satirici pieni di riferimenti all’attualità, è quasi inevitabile che alcuni plot finiscano per sembrare profetici a posteriori. Ma questo non toglie nulla al fascino del gioco.

Se si guardano le liste delle “previsioni Simpson” che potrebbero ancora realizzarsi entro il 2026, emerge un pattern interessante. I grandi temi sono gli stessi delle profezie più serie. Crisi alimentare globale, ad esempio: in episodi come “Lisa the Vegetarian” o quelli che ruotano intorno alle abitudini alimentari della famiglia, si intravede già il nodo tra cibo industriale, ambiente e salute.

Poi ci sono i collassi economici innescati da progetti assurdi e mala gestione, come in “Marge vs. the Monorail”. Rivederlo oggi, nell’era dei mega-investimenti sbagliati, delle bolle speculative e delle infrastrutture deliranti, fa quasi l’effetto di un documentario travestito da cartoon.

Sul fronte politico, Springfield è piena di elezioni manipolate, media che giocano sporco, personaggi improbabili che conquistano potere grazie a disinformazione e populismo. Le puntate che ruotano intorno a queste dinamiche sono praticamente un prontuario della fragilità delle democrazie moderne, compreso il modo in cui la rete amplifica sentimenti estremi e odio.

Lato tecnologia, i Simpson hanno fatto da playground narrativo per realtà virtuale, robot invadenti, sistemi di sorveglianza pervasivi, IA stupide e pericolose. Episodi che una volta sembravano esagerazioni improbabili oggi somigliano a premesse credibili per approfondimenti giornalistici su privacy, deepfake, riconoscimento facciale, licenziamenti in massa dovuti all’automazione.

Non manca il filone alieno, con “The Springfield Files” e i cameo degli agenti di X-Files a ricordarci come reagisce una comunità messa davanti a qualcosa che non riesce a spiegare: panico, speculazione, manipolazione mediatica, isteria collettiva. Esattamente il cocktail che ci si aspetterebbe anche nella realtà in caso di annuncio ufficiale su forme di vita extraterrestre.

E poi c’è il tema clima, con meteo impazzito, nevicate assurde, estati infernali e catastrofi “di contorno” che oggi risuonano in modo molto diverso rispetto agli anni Novanta.

Più che aver previsto il futuro, forse i Simpson hanno fatto un’altra cosa: hanno portato all’estremo, in chiave comica, trend che erano già visibili. Il mondo reale, negli ultimi anni, sembra essersi impegnato a correre dietro a quella satira, raggiungendola e a volte superandola. Ed è questo che rende l’idea di un 2026 “alla Simpson” così stranamente plausibile e inquietante.


Secondo l’IA: il 2026 come episodio di metà stagione tra cyberpunk e cooperazione

Dopo aver interrogato profeti rinascimentali, veggenti balcaniche e autori di cartoon, l’ultima domanda sorge spontanea: che cosa risponde un’intelligenza artificiale quando le chiedi di immaginare il 2026?

Un modello come ChatGPT non “vede” il futuro nel senso classico del termine. Raccoglie, miscela e rielabora tutto quello che è già stato detto, scritto, temuto e desiderato sul futuro prossimo. È una specie di oracolo statistico che sintetizza pattern. Proprio per questo, il quadro che esce è interessante: funziona come uno specchio delle nostre ossessioni collettive.

Lo scenario risultante descrive un 2026 in cui tensioni e trasformazioni convivono e si amplificano. Sul piano militare, non si immagina un unico grande conflitto globale in stile Guerra Mondiale, ma una proliferazione di guerre ibride, cyber-attacchi, scontri localizzati con impatto globale sulle filiere energetiche e alimentari. Un mondo meno simile alle trincee del Novecento e più vicino a un RTS in tempo reale dove i giocatori sono governi, gruppi paramilitari, corporation tecnologiche e associazioni criminali.

Sul piano sociale, si rafforza la divisione tra chi abbraccia con entusiasmo la rivoluzione tecnologica e chi la vive come minaccia esistenziale. Nascono veri e propri schieramenti: tecno-entusiasti pronti a provare qualsiasi nuovo servizio digitale e tecno-scettici preoccupati per privacy, lavoro, autonomia. Le discussioni su IA generative, automazione, diritti digitali e sorveglianza diventano sempre più centrali, tanto nelle istituzioni quanto al bar sotto casa.

In parallelo cresce il bisogno di ancorarsi a qualcosa di tangibile. Dopo anni di accelerazione tecnologica, crisi sanitarie, instabilità economica, prende forza il desiderio di relazioni più autentiche, spazi fisici di comunità, associazioni locali, festival, fiere, giochi di ruolo dal vivo, eventi nerd in presenza. Una sorta di “ritorno al villaggio” compatibile con la fibra ottica: calendario pieno di eventi geek e app per organizzarli.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, il 2026 viene spesso immaginato come un momento in cui gli assistenti digitali diventano davvero pervasivi, integrati in casa, lavoro, mobilità. Non solo chatbot, ma sistemi che gestiscono consumi energetici, agenda, salute, comunicazioni. Parallelamente aumenta la pressione per regolamentare seriamente questi strumenti: trasparenza degli algoritmi, controlli etici, limiti all’uso militare, protezione dei dati. Le vecchie Tre Leggi della Robotica iniziano a sembrare sorprendentemente vicine a ciò di cui si discute nei parlamenti.

Sul piano tecnologico generale, tanti scenari ipotizzano meno enfasi sui “gadget da mostrare” e più infrastrutture invisibili ma intelligenti. Case, città, mezzi di trasporto, oggetti del quotidiano diventano nodi di una rete continua, con sensori e software che dialogano all’infinito. Il confine tra online e offline si assottiglia sempre di più, un po’ come il confine tra realtà e Metaverso nelle speculazioni degli ultimi anni.

Sul fronte ecologico, la tensione resta altissima: eventi estremi più frequenti, stress idrico, perdita di biodiversità. Ma insieme al rischio cresce anche la pressione sociale per interventi drastici e la maturità delle tecnologie verdi. Non è ancora la rinascita armonica da anime dello Studio Ghibli, ma non è neppure il deserto di Mad Max: il 2026 si colloca in quella zona incerta dove stiamo ancora decidendo da che parte far pendere la bilancia.

In sintesi, secondo questa lettura algoritmica, il 2026 non è il finale di stagione della serie “Umanità”, ma uno di quegli episodi centrali in cui tutti gli archi narrativi principali – clima, tecnologia, politica, salute, cultura pop – iniziano a intrecciarsi in modo irreversibile.


2026: apocalisse, reboot o gigantesco aggiornamento di sistema?

Mettendo fianco a fianco il modello matematico di von Foerster con la sua data del 13 novembre, le quartine di Nostradamus, le visioni attribuite a Baba Vanga, le gag dei Simpson e gli scenari probabilistici costruiti da un’IA, non si ottiene una risposta binaria alla domanda: “Il mondo finirà nel 2026?”.

Ciò che emerge è piuttosto questo: il 2026 è diventato una gigantesca schermata di caricamento sulla quale l’umanità ha proiettato ansie, paure, speranze e fantasie. Da una parte c’è la paura di schiantarsi contro i limiti del pianeta, delle risorse, delle nostre stesse invenzioni. Dall’altra c’è la possibilità di interpretare questa consapevolezza come occasione per cambiare strada prima che il gioco si blocchi davvero.

Se si adotta uno sguardo pienamente nerd, il 2026 somiglia meno a un “game over” e più a una “massive patch” da scaricare e installare. Un aggiornamento di sistema che non riguarda software o console, ma il modo in cui gestiamo economia, tecnologia, ambiente, relazioni. Sta a noi decidere se installarla, rimandarla, o fingere di non vedere la notifica lampeggiante nell’angolo dello schermo.

La domanda chiave non è se Nostradamus avesse previsto tutto, se Baba Vanga abbia davvero visto astronavi nel cielo, se i Simpson continueranno a essere “profetici” o se ChatGPT sia in grado di calcolare la timeline perfetta. La domanda vera è un’altra: come vogliamo giocarcela noi, come giocatori, da qui a quell’anno simbolico e oltre?

Vogliamo interpretare il 2026 come l’inizio di un arco narrativo apertamente distopico, in pieno stile Black Mirror? O riusciamo a spingere la storia verso un futuro più simile a Star Trek, dove i conflitti non scompaiono, ma vengono affrontati con cooperazione, curiosità e senso di responsabilità condivisa?


E tu da che parte stai nella “lore” del 2026?

A questo punto la palla passa alla community. In che “fazione” ti schieri per il 2026?

Ti senti più vicino al team Nostradamus, con un mondo attraversato da crisi e guerre che però aprono spiragli di rinascita? O ti riconosci nel team Baba Vanga, tra scenari estremi, cataclismi, IA pericolose e astronavi all’orizzonte? Oppure preferisci il team Simpson, che ride di tutto ma centra spesso il punto più doloroso? O ancora il team Scienza & ChatGPT, che prova a usare dati, modelli e immaginazione per evitare il finale peggiore e magari guadagnarsi uno spin-off positivo?

Raccontalo nei commenti su CorriereNerd.it, sui nostri social, nei gruppi Telegram e Facebook della community. Se supereremo indenni tutte queste profezie, sarà bellissimo tornare a fine 2026 su questo articolo, rileggerlo come si rilegge una vecchia fan theory e scoprire quanto eravamo vicini – o lontanissimi – dal futuro reale.

Nel frattempo, possiamo fare una cosa molto concreta: spingere, ognuno nel proprio piccolo, perché il mondo assomigli un po’ di più alla fantascienza ottimista e un po’ di meno alle distopie da binge watching. Perché, alla fine, il multiverso più importante non è quello delle saghe al cinema, ma quello delle possibilità che abbiamo ancora davanti. E lì, per ora, il finale non è stato scritto da nessuno.

L’Artico come laboratorio del futuro: clima, geopolitica e scenari da fantascienza

Quando pensiamo all’Artico, spesso ci immaginiamo un paesaggio da cartolina: distese infinite di ghiaccio, orsi polari che si muovono silenziosi e un silenzio quasi mistico. Ma nel XXI secolo questa visione romantica si è incrinata, trasformando il Grande Nord in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, in cui si sperimentano le conseguenze più estreme del cambiamento climatico e le nuove strategie geopolitiche. È quello che racconta lo studio multidisciplinare “L’Artico” di Giovanni Tonini e Cecilia Sandroni, un saggio che ci costringe a guardare oltre i cliché e a capire che quello che accade ai confini del mondo riguarda, in realtà, il futuro di tutti.

L’accelerazione del clima che sembra fantascienza

Il riscaldamento globale è ormai un dato assodato, ma nell’Artico la sua velocità è da record: procede quattro volte più rapida rispetto alla media mondiale. Le ultime stime parlano chiaro: la scomparsa totale del ghiaccio estivo, un evento che pensavamo lontano decenni, potrebbe arrivare già entro il 2027. È come se la timeline del nostro pianeta avesse premuto “fast forward”. A questo si aggiunge l’“Atlantificazione”, un fenomeno che suona come il titolo di un film sci-fi: le acque più calde dell’Atlantico stanno invadendo i mari polari, trasformando radicalmente gli ecosistemi. Non è un semplice cambiamento: è una mutazione che riscrive le regole di sopravvivenza per animali, piante e, inevitabilmente, per le popolazioni umane che vivono laggiù.

Le nuove rotte del potere

Con lo scioglimento dei ghiacci si aprono rotte che sembrano uscite da un videogioco di strategia. La Rotta del Mare del Nord, ad esempio, riduce di circa 4.000 miglia nautiche il viaggio tra Asia ed Europa rispetto al Canale di Suez. Un taglio così netto che equivale a risparmi stimati in oltre 90 miliardi di dollari ogni anno. Non è difficile immaginare cosa significhi per la geopolitica mondiale: nuove vie commerciali, nuovi equilibri economici e, ovviamente, nuove rivalità.
E non parliamo solo di navigazione. L’Artico custodisce immense riserve di terre rare e idrocarburi, risorse indispensabili per alimentare il futuro hi-tech del pianeta. Russia, Stati Uniti e Cina stanno già giocando le loro carte. Mosca vanta la flotta di rompighiaccio nucleari più avanzata del pianeta e 32 basi militari permanenti; Washington ha messo in campo oltre 80 miliardi di dollari di investimenti in cinque anni; Pechino, nonostante non sia un Paese artico, si definisce “quasi-Stato artico” e porta avanti una strategia fatta di cooperazione scientifica e partnership energetiche.

Fine di un’era cooperativa

Per trent’anni il Consiglio Artico è stato il simbolo di una rara collaborazione internazionale. Oggi, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, questo equilibrio si è spezzato. Più di 150 progetti scientifici condivisi sono stati interrotti, e proprio nel momento in cui servirebbe più ricerca e più cooperazione per affrontare i cambiamenti climatici. È come se, durante la boss fight finale di un videogioco, i giocatori avessero smesso di collaborare per combattere ciascuno per conto proprio.

Le voci delle popolazioni indigene

Spesso dimentichiamo che l’Artico non è un deserto vuoto. Ci vivono circa quattro milioni di persone, molte delle quali appartengono a comunità indigene. Per loro i cambiamenti non sono statistiche, ma vita quotidiana: caccia sempre più difficile, case instabili a causa del permafrost che si scioglie, tradizioni a rischio. Eppure, queste popolazioni custodiscono un sapere ecologico millenario, un patrimonio che potrebbe diventare fondamentale per capire come affrontare il futuro. La loro voce, però, rischia di perdersi tra il rumore delle potenze globali.

Scienza e fantascienza che si toccano

La ricerca scientifica nell’Artico ha del fantascientifico. Le proteine antigelo estratte da organismi polari, ad esempio, potrebbero rivoluzionare la conservazione degli organi per i trapianti. E ci sono progetti di geoingegneria che mirano addirittura a ricongelare artificialmente il mare. Dall’altra parte, però, il disgelo del permafrost libera virus e batteri rimasti intrappolati per migliaia di anni: veri e propri “zombie biologici” pronti a tornare in circolazione. Uno scenario che sembra scritto da un autore di fantascienza post-apocalittica, ma che oggi appartiene alla scienza.

Tre scenari per il 2050

Tonini e Sandroni descrivono tre possibili futuri. Nel primo, prevale la cooperazione multilaterale e si riesce a costruire un sistema di governance globale. Nel secondo, si mantiene una competizione controllata, con aree di influenza ben definite. Nel terzo, il più cupo, l’Artico diventa teatro di conflitti ed escalation militari. Qualunque sia lo scenario che si realizzerà, una cosa è certa: il destino dell’Artico condizionerà quello dell’intero pianeta.

Un futuro da scrivere insieme

Il messaggio dello studio è chiaro: l’Artico non è più un luogo remoto e marginale. È il centro di un gioco complesso in cui si intrecciano sostenibilità ambientale, giustizia sociale e stabilità geopolitica. Tonini e Sandroni lo scrivono chiaramente: l’Artico non è più un “angolo remoto” del mondo, ma il laboratorio del nostro futuro. È qui che si sperimentano le conseguenze estreme dei cambiamenti globali e che si decidono gli equilibri politici ed economici del domani. Serve una governance nuova, capace di tenere insieme sostenibilità ambientale, giustizia sociale e stabilità geopolitica. Non si tratta solo di salvare i ghiacci, ma di salvare noi stessi.

Chi fosse curioso di approfondire può leggere il saggio completo a questo link: Italienspr – Focus Artico.

PlayStation lancia Climate Station: un nuovo modo per conoscere i cambiamenti climatici

Che la tecnologia possa salvare il mondo è un sogno ricorrente nella fantascienza, ma oggi, grazie a un’iniziativa firmata PlayStation, quel sogno inizia ad avere contorni più concreti. Sto parlando di Climate Station, il nuovo progetto lanciato da Sony Interactive Entertainment che unisce il potere del videogioco alla scienza climatica, con l’obiettivo di rendere comprensibili (e perfino affascinanti) le complesse dinamiche dei cambiamenti climatici. Ed è proprio dal nostro salotto, armati di una PS5 e magari anche di un visore PlayStation VR2, che possiamo immergerci in questo viaggio tra dati, proiezioni e consapevolezza ecologica.

La nascita di Climate Station non è un fulmine a ciel sereno. Già nel 2019, durante il Vertice sul Clima delle Nazioni Unite, Sony è stata invitata a unirsi all’Alleanza Playing for the Planet, un’iniziativa che riunisce i giganti dell’industria videoludica con lo scopo di combattere i cambiamenti climatici. E da allora, l’impegno di SIE si è fatto sentire sempre più forte, culminando oggi con una delle iniziative più ambiziose e innovative che abbiamo visto nel panorama gaming legato alla sostenibilità.

Ma cos’è esattamente Climate Station? Immaginate un’app gratuita per PS5 e PS VR2, pensata non per giocare nel senso tradizionale del termine, ma per esplorare la storia del nostro pianeta attraverso gli occhi della scienza. Non è un semplice documentario interattivo, ma una vera esperienza immersiva, dove l’alta risoluzione del 4K e la realtà virtuale diventano strumenti di comprensione. Il mondo non viene raccontato: viene vissuto, osservato, manipolato. Un po’ come se stessimo giocando a un simulatore climatico… ma con dati reali forniti da enti come NASA, NOAA, Berkeley Earth, il World Climate Research Programme e altri.

Climate Station è diviso in tre atti, ognuno dei quali affronta una dimensione diversa del cambiamento climatico. Il primo ci porta nel 2019 per esplorare in modo visivo gli eventi meteorologici globali, trasformando le anomalie atmosferiche in paesaggi tangibili. Il secondo atto ci regala un viaggio nei dati climatici degli ultimi 120 anni, mostrandoci come le temperature siano cambiate in ogni angolo del pianeta. È qui che il gioco – se possiamo ancora chiamarlo così – diventa toccante, perché ci mostra che ogni grado in più non è solo un numero, ma una conseguenza. Infine, il terzo atto ci trasporta nel futuro con le proiezioni approvate dall’IPCC, in un’esplorazione delle possibili traiettorie climatiche che il nostro pianeta potrebbe intraprendere in base alle scelte che facciamo oggi.

Ad accompagnarci in questa esperienza c’è anche la voce rassicurante e competente della meteorologa Laura Tobin, che non solo ha prestato la propria voce alla narrazione dei contenuti video, ma ha anche collaborato come consulente scientifica al progetto. Le sue parole sono cariche di passione e preoccupazione, ma anche di speranza. Un’energia contagiosa che attraversa tutto il progetto e invita il pubblico a non essere solo spettatore, ma protagonista del cambiamento.

Non è un caso che Climate Station sia stato pensato non solo per i gamer, ma anche per essere utilizzato in scuole, università e centri di ricerca. È uno strumento educativo potentissimo, un ponte tra mondi apparentemente distanti: quello del gaming e quello della climatologia. Ma la verità è che questi mondi non sono mai stati così vicini. Perché se il gioco ha il potere di immergerci in altri universi, allora può anche aiutarci a capire meglio il nostro.

E dietro tutto questo c’è una visione più ampia: il piano Road to Zero del gruppo Sony, che punta alla neutralità climatica entro il 2040. Un percorso che passa anche dall’efficienza energetica delle console (PS4 e PS5 comprese) e dalla promozione delle energie rinnovabili nei data center. Non è greenwashing: è un impegno concreto che si traduce in azioni tangibili, e Climate Station è forse la più brillante dimostrazione di questo impegno.

Come ha sottolineato anche Susan Gardner del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, portare la scienza del clima nelle case di milioni di persone grazie al videogioco è una svolta culturale. Una rivoluzione silenziosa che parte dal divertimento e arriva dritta alla coscienza. Perché conoscere il clima, oggi, non è più un’opzione: è una necessità.

In conclusione, Climate Station non è solo una novità tech degna di nota per noi nerd appassionati di console e realtà virtuale. È una nuova frontiera del sapere, una finestra sul futuro del nostro pianeta, un invito all’azione. E il fatto che tutto ciò passi attraverso la nostra amata PlayStation non può che renderci orgogliosi.

Se avete una PS5, correte a scaricare Climate Station. Lasciatevi coinvolgere, sorprendetevi, imparate. E poi raccontate la vostra esperienza. Condividetela con gli amici, sui social, nei gruppi Discord, nelle community. Perché il cambiamento, proprio come un buon gioco, è sempre più potente quando si gioca in squadra.

E voi? Avete già esplorato Climate Station? Cosa ne pensate di questa fusione tra videogiochi e scienza climatica? Fatecelo sapere nei commenti e condividete l’articolo per far scoprire a tutti questa perla nerd eco-consapevole!

La fine di un mondo: il mistero del collasso delle grandi civiltà antiche

Immagina un mondo prospero, dove grandi imperi come quello egizio e assiro dominavano la scena. Un mondo connesso da rotte commerciali, ricco di cultura e innovazione. E ora immagina che tutto questo crolli nel giro di pochi decenni, lasciando dietro di sé un’ombra di mistero.

Il tramonto degli dei: cosa accadde circa 3200 anni fa?

Intorno al XII secolo a.C., le civiltà del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente subirono un declino repentino e misterioso. Imperi potenti come quello degli Hittiti, dei Micenei e dei Minoici scomparvero, lasciando il posto a un’età oscura caratterizzata da instabilità, guerre e declino culturale.

Le cause di una catastrofe:

Cosa ha portato al crollo di queste grandi civiltà? Le teorie sono molte e affascinanti. Alcuni studiosi puntano il dito contro i “Popoli del Mare”, misteriosi invasori provenienti da regioni sconosciute. Altri sottolineano l’impatto di disuguaglianze sociali, instabilità politica e cambiamenti climatici, come le famose siccità che colpirono la regione. Non manca chi ipotizza una pandemia, magari una peste che decimò intere popolazioni.

Una tempesta perfetta:

L’archeologo Eric Cline suggerisce una spiegazione più complessa: una “tempesta perfetta” di fattori, tra cui conflitti, cambiamenti climatici e problemi interni, che si combinarono in modo letale. Un po’ come un domino, la caduta di una civiltà innescò una reazione a catena che coinvolse tutte le altre.

Cosa possiamo imparare dal passato?

La storia ci insegna che anche le civiltà più grandi e potenti possono crollare. I fattori che portarono alla fine del mondo antico ci ricordano quanto sia importante affrontare le sfide globali, come i cambiamenti climatici e le disuguaglianze sociali, con una visione a lungo termine.

Svelato il Segreto: Il Design dello Spazioplano Cinese Rivoluziona l’Esplorazione Spaziale

Un nuovo capitolo nell’esplorazione spaziale si è appena aperto, e questa volta arriva dalla Cina. Grazie a un appassionato osservatore, finalmente possiamo dare uno sguardo a uno dei progetti spaziali più misteriosi degli ultimi tempi: il design dello spazioplano cinese, che fino a ora era stato tenuto segreto. Le immagini rivelano un veicolo dallo stile inconfondibile, con una forma a ala delta, che richiama alla mente il design dello Space Shuttle americano e dell’X-37B, il piccolo spazioplano riutilizzabile della US Air Force.

Questa configurazione aerodinamica non è solo un tratto distintivo del veicolo, ma offre anche vantaggi pratici notevoli. L’ala delta permette al veicolo di manovrare con maggiore facilità e, soprattutto, di rientrare nell’atmosfera come un aereo, rendendo l’atterraggio più controllato e sicuro. Questo si traduce in costi più bassi per il riutilizzo del veicolo, un aspetto fondamentale per rendere le missioni spaziali più economiche e sostenibili.

Con questo spazioplano, la Cina fa un passo importante nell’arena della tecnologia spaziale avanzata, dimostrando di essere un attore sempre più influente nel campo. Questo progetto, frutto di anni di ricerca e sviluppo, rappresenta una tappa significativa verso la realizzazione di veicoli spaziali riutilizzabili, in grado di ridurre i costi delle missioni e, al contempo, favorire una maggiore sostenibilità nelle esplorazioni spaziali.

Le applicazioni di questa tecnologia sono davvero promettenti. Immaginate uno spazioplano capace di condurre missioni scientifiche in orbita per periodi prolungati, raccogliendo dati cruciali sulla Terra e su fenomeni come i cambiamenti climatici. Potrebbe anche essere utilizzato per lanciare satelliti, abbattendo i costi di lancio, e in futuro potrebbe diventare una navetta spaziale per missioni a lungo raggio, inclusa l’esplorazione della Luna o persino di altri pianeti.

Non possiamo fare a meno di notare la somiglianza del design con l’X-37B, un altro spazioplano riutilizzabile che solca i cieli dell’astronautica statunitense. Sebbene le missioni e le specifiche tecniche di questi veicoli siano probabilmente diverse, il messaggio che la Cina sta mandando al mondo è chiaro: vuole competere con gli Stati Uniti nello spazio.

Con la rivelazione del design dello spazioplano cinese, si aprono nuove prospettive per l’esplorazione spaziale. Questa innovazione potrebbe non solo trasformare il modo in cui viaggiamo nello spazio, ma anche cambiare le dinamiche globali nel settore spaziale, ponendo le basi per scoperte future che potrebbero portare l’umanità ancora più lontano. Il futuro dello spazio è sempre più vicino, e la Cina sembra pronta a giocare un ruolo da protagonista.

L’Italia punta sul futuro con CRESCO7: il supercomputer che accelera la ricerca

Hai mai sentito parlare di supercomputer capaci di eseguire milioni di miliardi di calcoli al secondo? L’ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha appena presentato CRESCO7, il suo nuovo gioiello tecnologico.

Cos’è CRESCO7 e a cosa serve?

CRESCO7, acronimo di Computational RESearch centre on COmplex systems, è un potente strumento di calcolo scientifico che permetterà di affrontare sfide complesse come lo studio dei cambiamenti climatici, la previsione dell’inquinamento atmosferico e lo sviluppo di nuove energie rinnovabili.

Perché CRESCO7 è importante?

  • Potenza di calcolo: CRESCO7 è in grado di effettuare oltre mezzo milione di miliardi di operazioni al secondo, offrendo una potenza di calcolo senza precedenti per la ricerca italiana.
  • Sostenibilità: Il nuovo supercomputer è progettato per essere eco-sostenibile, recuperando il calore prodotto per riscaldare gli ambienti e l’acqua del Centro Ricerche ENEA di Portici.
  • Open source: CRESCO7 utilizza un software completamente open source, rendendolo più accessibile e favorendo la collaborazione tra ricercatori.
  • Futuro: CRESCO7 è solo l’inizio. L’ENEA sta già lavorando a CRESCO8, un supercomputer ancora più potente, che sarà operativo entro la fine dell’anno.

Dove si trova CRESCO7?

CRESCO7 è ospitato presso il Centro Ricerche ENEA di Portici, a Napoli, e sarà messo a disposizione di enti di ricerca, università e imprese per accelerare l’innovazione in numerosi settori.

In conclusione

Con CRESCO7, l’Italia si conferma all’avanguardia nella ricerca scientifica e tecnologica. Questo nuovo supercomputer rappresenta una risorsa fondamentale per affrontare le grandi sfide del nostro tempo e costruire un futuro più sostenibile.

Toyota vs Tesla: chi vincerà la corsa alle auto elettriche?

Le auto elettriche di Toyota e Tesla sono due delle principali opzioni sul mercato per chi cerca un’auto a zero emissioni. Entrambe le aziende offrono veicoli elettrici di alta qualità con prestazioni impressionanti, ma ci sono alcune differenze chiave tra le due.

Una delle principali differenze tra le auto elettriche di Toyota e Tesla riguarda la fonte di energia. Mentre Tesla si concentra esclusivamente sui veicoli elettrici a batteria, Toyota offre anche veicoli elettrici a celle a combustibile alimentati ad idrogeno, come la Mirai. Questi veicoli generano elettricità a bordo combinando idrogeno con ossigeno dall’aria, producendo solo acqua come emissione.

In termini di prestazioni, le auto elettriche di Tesla sono note per la loro accelerazione rapida e la loro agilità. La Model 3, ad esempio, è una delle berline più veloci che abbiamo mai testato, con una velocità da 0 a 60 mph in soli 3,1 secondi nella versione Performance. D’altra parte, la Mirai di Toyota offre un’accelerazione fluida e senza ritardi grazie al motore elettrico, ma non è particolarmente veloce.

Un’altra area in cui Toyota e Tesla si differenziano è l’autonomia. Secondo le stime dell’EPA, la Model 3 ha un’autonomia massima di 353 miglia, mentre la Mirai dovrebbe percorrere 402 miglia con un pieno di idrogeno. Tuttavia, l’autonomia può variare nella vita reale e dipende da molti fattori.

Anche gli interni delle auto elettriche di Toyota e Tesla sono diversi. Entrambi i modelli offrono interni di alta qualità con materiali morbidi al tatto. Tuttavia, il design minimalista degli interni delle auto Tesla è molto diverso dal design più tradizionale delle auto Toyota.
In sintesi, sia Toyota che Tesla offrono ottime opzioni per chi cerca un’auto elettrica. La scelta dipenderà dalle preferenze personali in termini di design, prestazioni e autonomia.

In tre anni vedremo se Toyota riuscirà a raggiungere Tesla, che ha superato le vendite della Corolla con la Model Y. Toyota promette una nuova generazione di veicoli elettrici per pareggiare i conti e mira a vendere 3,5 milioni di veicoli elettrici entro il 2030.

Anche se Tesla ha sorpreso Toyota con i suoi progressi, la multinazionale giapponese è determinata a recuperare il terreno perso e migliorare attraverso il Kaizen. Il superamento delle vendite della Corolla da parte della Model Y è stato uno shock per Toyota, ma anche uno stimolo per reagire. Toyota sta ripensando la sua strategia per l’elettrico e potrebbe adottare alcune idee di Tesla.

Secondo Sandy Munro, ci saranno tre grandi cambiamenti in Toyota: integrazione verticale, più robot nelle fabbriche e gigacasting per aumentare la velocità di produzione e ridurre i costi.

Nathan Never. Uniti per il pianeta

È uscito in edicola e nelle fumetterie “Nathan Never. Uniti per il pianeta”, frutto della collaborazione tra il Ministero della Transizione Ecologica e Sergio Bonelli Editore. La seconda, perché già a luglio del 2021 MiTE e Bonelli avevano unito i propri sforzi per realizzare una breve storia con protagonista l’eroe del futuro, nella quale i cambiamenti climatici minacciano di colpire l’oramai popolato Marte. Nella nuova avventura “Uniti per il pianeta”, siamo sempre nell’ambito della Climate Fiction e della fantascienza, ma ciò che accade serve per spiegare il presente. Per narrare quella che nel 2021 è ormai divenuta la madre di tutte le sfide: vincere i cambiamenti climatici. 

Nel futuro remoto i nostri errori, che sembrerebbero superati, avranno comunque conseguenze e Nathan Never ricorre all’aiuto di altri eroi per risolvere la situazione: Mister No e Martin Mystère. Insieme a loro troviamo Greta Suzuki, una giovane scienziata che è un po’ la sintesi di decenni di impegno dei giovani nella salvaguardia dell’ambiente, le cui fonti di ispirazione più dirette (e citate fin dal nome) sono Greta Thunberg e Severn Cullis-Suzuki, divenuta celebre nel 1992, all’età di soli 12 anni, quando mise a tacere tutti i grandi della Terra, inchiodandoli alle loro responsabilità, durante l’Earth Summit di Rio de Janeiro. Greta Suzuki vuole rappresentare la voce dei giovani di tutto il mondo che nel 2021 hanno partecipato alla Youth4Climate di Milano. Ma anche di tutti gli altri che in questi anni si sono battuti per l’ambiente fin dalla Dichiarazione di Bandung del 2011, che identificava l’accesso ai lavori verdi come cruciale per una transizione sostenibile verso un sistema economico basato sull’ecologia.

Sono numerosissimi gli esempi di storie ecologiste e di situazioni “green” che i tanti protagonisti dei fumetti di Sergio Bonelli Editore hanno vissuto negli anni. Inoltre, dal 2013 tutti gli albi sono stampati su carta ecologica e certificata ad affermare un impegno concreto e quotidiano, e non solo intellettuale, a favore dell’ambiente.

Nathan Never in particolare ci racconta del futuro, e quando parliamo di cambiamenti climatici è del futuro che ci preoccupiamo. Non dovrebbe stupire, quindi, che proprio l’Agente speciale Alfa sia stato scelto dal Ministero della Transizione Ecologica per avvicinare un pubblico ampio – stiamo parlando della serie a fumetti di fantascienza più letta in Europa – ai temi dell’ecologia e della lotta al Climate Change.

Tanto è stato fatto, ma molto rimane ancora da fare. Arrestare i cambiamenti climatici e proteggerci dalle conseguenze dei danni già compiuti non solo è possibile, ma necessario. Siamo alle soglie di un grande balzo nella Storia. Abbiamo le conoscenze scientifiche e le tecnologie per fare il nostro ingresso in un futuro sostenibile; la pandemia di Covid-19 ci ha insegnato che non ci sono sfide che non possano essere vinte. Questa del clima è davvero l’ultima frontiera per lasciare che il catastrofismo della Climate Fiction rimanga solo nel mondo dell’immaginazione.

Rome VideoGame Lab: dal 4 al 7 novembre 2021

Rome VideoGame Lab, Il futuro è a Cinecittà: sta per tornare nei prestigiosi studios  il primo e unico festival dedicato agli applied game. Tanti gli appuntamenti on site e online suddivisi nelle sezioni tematiche: atomi e bit  – reale e virtuale – utopie e distopie. Non mancheranno eventi  e divertimento, dal contest cosplay al concerto di Movie Mania, dal cabaret retrogaming alla divulgazione tra scienza e fantascienza. Il Festival del videogioco, nei teatri di posa di via Tuscolana, sarà on site e on line. Un viaggio per esplorare il rapporto uomo-macchina: dalla scienza alla fantascienza, dai cambiamenti climatici alla promozione del patrimonio culturale e ambientale. Inoltre ci saranno fumetti, postazioni retrogaming, cosplayer, youtuber e molto altro…

Rome VideoGame Lab, l’appuntamento col mondo degli “applied games”, torna quest’anno in una edizione finalmente riaperta al pubblico (anche se non perderà la possibilità di essere vissuto a distanza sulla piattaforma digitale del festival). In questo 2021 insomma si torna “a riveder le stelle” con quattro giornate fittissime di appuntamenti dedicate ad un pubblico di tutte le età, dalle scuole agli appassionati, dagli specialisti ai cosplayer. Dal 4 al 7 novembre negli Studios di Cinecittà (che ormai da quattro anni promuove e produce l’evento) sulla via Tuscolana decine di incontri, workshop, dibattiti, lectio magistralis, ma anche tantissime postazioni per il retrogaming e 10 arcade (ovvero i giochi che hanno appassionato a casa o nelle arcade i “ragazzi degli anni ottanta-novanta”), l’occasione di conoscere anche in anteprima nuovi giochi, di incontrare esperti e – per gli imprenditori e le giovani start up del videogame – per avere una visibilità e incontrare possibili buyer nel B2B dedicato.

L’edizione 2021 ha come filo conduttore un tema di grande attualità: il rapporto tra umano e digitale, il nesso che lega (e che talvolta rischia di essere smarrito) le attività dell’uomo e quelle delle macchine intelligenti. L’obiettivo di questa ricerca è quello di esplorare l’intreccio tra la scienza, la ricerca e il gaming (come strumento di formazione, educazione, tutte cose molto serie anche se sempre in chiave “ludica”), di conoscere quanto ci riserva il futuro con le sue utopie e anche le sue distonie. Con un occhio speciale ai temi della sostenibilità ambientale che sono elemento distintivo del Rome VideoGame Lab quest’anno certificato da EcoeventsLegambiente come un evento ecosostenibile. Già in passato il festival si era impegnato a riflettere sui cambiamenti climatici: quest’anno fa un ulteriore passo avanti. 

Per info: romevideogamelab.it

Durante la prima e unica manifestazione della Capitale completamente dedicata al mondo del Videogame, simulazioni e realtà virtuale non poteva mancare la gara cosplay organizzata da Epicos: quale posto migliore per esibire i vostri migliori cosplay? La gara, che si svolgerà il 7 novembre 2021, è aperta a qualsiasi cosplay, NON c’è vincolo di portare un cosplay a tema video gioco: il contest vedrà sul palco una grande reunion, quindi preparate i fazzoletti, ci sarà da emozionarsi!

Per partecipare è necessario compilare la liberatoria e leggere, con attenzione, il regolamento: le iscrizioni si svolgeranno direttamente domenica, dalle ore 11.00 alle ore 14.00, direttamente all’evento presso il desk Epicos; il Cosplay contest si svolgerà alle ore 15.00 presso il Palco. Durante l’evento saranno premiate le seguenti categorie: Primo Classificato, Secondo Classificato, Miglior Gruppo, Premio Video Game. La giuria è davvero impressionante:

Epicos e gli organizzatori della fiera ci tengono alla sicurezza di tutti i partecipanti, per tanto saranno particolarmente rigidi su alcune regole necessarie:
– l’accesso nel backstage sarà scaglionato dallo staff staff per evitare assembramenti, entrerete in base al numero d’iscrizione
– nel backstage è necessario indossare la mascherina fino alla salita sul palco
– sul palco è possibile rimuovere la mascherina per l’esibizione, mantenendo comunque le distanze con gli altri membri del gruppo e le altre persone presenti sul palco.
– i microfoni verranno disinfettati al termine di ogni esibizione
– si prega di prestare la massima attenzione a queste regole per poterci divertire in totale sicurezza!

Per eventuali altre info, non esitate a scrivere in privato sulla pagina di Epicos e di visitare la pagina ufficiale su FB.

 

Ospite d’onore dell’evento csopaky è Dalila Tangredi, cosplayer, Modella e appassionata di arte in tutte le sue forme: musica, recitazione, canto e pittura, comincia la sua carriera nel mondo del cosplay da giovanissima:
“ricordo che da piccola amavo vestirmi come le mie principesse preferite e cantare le canzoni della Disney […] me ne stavo nella mia cameretta a cercare/modificare i vestiti per assomigliare ai miei personaggi preferiti degli anime e a cantare le sigle dei cartoni”.
Così racconta il suo battesimo del cosplay e nel tempo quest’entusiasmo è cresciuto:
“Il cosplay unisce quelle che sono le mie linee guida per essere felice: arte, amore e divertimento. Quello che tengo sempre a mente è che si può sempre migliorare, e vedere i risultati dell’impegno è qualcosa che mi da grande soddisfazione, ma allo stesso tempo il cosplay non deve essere una rincorsa alla perfezione, ma un divertimento”.

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