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Toy Story 5: Woody contro il tablet Lilypad, il ritorno che cambia per sempre il gioco

Toy Story non appartiene più soltanto al cinema d’animazione. Dopo oltre trent’anni di avventure, risate e inevitabili lacrime, la saga Disney e Pixar è diventata una sorta di memoria collettiva condivisa tra generazioni diverse, un linguaggio emotivo capace di parlare a chi è cresciuto con le videocassette consumate a forza di riavvolgimenti e a chi ha conosciuto Woody e Buzz direttamente attraverso le piattaforme streaming. Per questo motivo l’arrivo di Toy Story 5 nelle sale italiane il 18 giugno 2026 non rappresenta semplicemente il ritorno di un franchise amatissimo, ma un nuovo capitolo di una storia che continua ad accompagnare l’evoluzione dell’infanzia, della tecnologia e perfino del nostro rapporto con i ricordi.

Il nuovo trailer finale diffuso da Disney Italia ha acceso immediatamente l’entusiasmo del fandom Pixar, mostrando una reunion che molti spettatori attendevano con una miscela di speranza e timore. Dopo gli eventi di Toy Story 4, che sembravano aver regalato una conclusione definitiva al percorso di Woody, ritrovare insieme il celebre cowboy, Buzz Lightyear, Jessie e il resto della banda provoca una sensazione difficile da descrivere. Non si tratta soltanto di nostalgia. È qualcosa di più complesso, qualcosa che parla direttamente al passare del tempo.

Questa volta la sfida che attende i giocattoli non arriva da un nuovo compagno di giochi, né da una collezione privata o da un trasloco inatteso. Il vero cambiamento prende la forma di Lilypad, un sofisticato tablet progettato per aiutare Bonnie a socializzare e costruire nuove amicizie. Un personaggio che racchiude in sé tutte le contraddizioni dell’epoca contemporanea e che promette di diventare uno degli elementi più interessanti dell’intera saga.

Toy Story 5 | Trailer Finale | Dal 18 Giugno solo al Cinema

Chiunque sia cresciuto immaginando mondi fantastici con una scatola di cartone trasformata in astronave o con una coperta diventata castello medievale percepisce immediatamente il peso simbolico di questa scelta narrativa. Toy Story ha sempre raccontato la paura dell’abbandono, il desiderio di sentirsi importanti e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo. Oggi quel mondo è popolato da schermi, algoritmi, app educative, intelligenze artificiali e contenuti personalizzati. Pixar sembra aver deciso di affrontare direttamente questo cambiamento senza demonizzarlo, scegliendo una strada molto più interessante rispetto alla semplice nostalgia.

Lilypad non appare come un antagonista tradizionale. Non è il cattivo di turno pronto a conquistare la cameretta di Bonnie. È piuttosto l’incarnazione di una nuova idea di gioco, una presenza che rappresenta la tecnologia contemporanea e il modo in cui essa entra nella vita quotidiana dei bambini. Woody e Buzz si trovano così a confrontarsi con qualcosa che non possono comprendere fino in fondo, esattamente come accade a molti adulti di fronte alle trasformazioni culturali delle nuove generazioni.

Ad accompagnare questa nuova avventura troviamo un cast vocale italiano particolarmente ricco, costruito attorno a grandi ritorni e interessanti novità. Angelo Maggi torna naturalmente a prestare la voce a Woody, confermando ancora una volta quel legame ormai inscindibile tra il personaggio e uno dei doppiatori più amati dal pubblico italiano. Accanto a lui ritroviamo Massimo Dapporto come Buzz Lightyear e Ilaria Stagni nel ruolo di Jessie, tre interpretazioni che ormai fanno parte della storia stessa del doppiaggio italiano.

L’annuncio che ha sorpreso maggiormente gli appassionati riguarda però la partecipazione di Sal Da Vinci, chiamato a interpretare Pizza cu ‘e llente, uno dei nuovi personaggi introdotti in Toy Story 5. Figura affascinante e misteriosa, Pizza cu ‘e llente appartiene a una comunità di giochi dimenticati che vive nella vecchia casetta dei giocattoli di Blaze. Un personaggio che promette di aggiungere ulteriore profondità a una storia che sembra voler esplorare il destino degli oggetti lasciati indietro dal tempo.

Nella versione originale il ruolo è affidato a Bad Bunny, superstar mondiale capace di conquistare classifiche musicali e premi internazionali. La scelta di Sal Da Vinci per l’edizione italiana appare particolarmente intrigante, perché aggiunge al personaggio una personalità immediatamente riconoscibile e profondamente radicata nella cultura popolare italiana.

Le novità non finiscono qui. Katia Follesa entra ufficialmente nell’universo Pixar dando voce proprio a Lilypad, mentre Federico Basso interpreterà Smarty Pants, un curioso dispositivo educativo dimenticato da anni che sembra destinato a ritagliarsi uno spazio importante nella vicenda. Gianluca Gazzoli sarà invece Bullseye “Perfido”, una variante oscura e alternativa del celebre cavallo di Woody nata durante una sequenza immaginaria di gioco.

L’idea stessa di Bullseye “Perfido” richiama qualcosa che molti nerd conoscono molto bene. Chi è cresciuto inventando storie con action figure, modellini, personaggi LEGO o collezioni di miniature ricorda perfettamente quei momenti in cui gli eroi assumevano versioni alternative, corrotte, malvagie o provenienti da universi paralleli. È un concetto che appartiene tanto all’infanzia quanto ai fumetti Marvel e DC, agli anime, ai videogiochi e alle grandi saghe della cultura pop contemporanea.

Tra le altre voci spiccano Jacqueline Luna Di Giacomo nel ruolo di Snappy, Simone Mori come Atlas e il ritorno di Luca Laurenti nei panni di Forky, personaggio diventato rapidamente uno dei simboli più amati di Toy Story 4. Tornano inoltre interpreti storici come Carlo Valli per Rex, Ambrogio Colombo per Hamm, Cinzia De Carolis per Bo Peep e Corrado Guzzanti per Duke Caboom, contribuendo a creare una continuità che i fan della saga apprezzeranno enormemente.

Dietro la macchina da presa troviamo ancora una volta Andrew Stanton, autore che ha contribuito a definire l’identità stessa della Pixar attraverso capolavori come Alla ricerca di Nemo e WALL•E. La sua presenza rappresenta una garanzia importante per chi temeva che il franchise potesse trasformarsi in una semplice operazione nostalgica.

Stanton ha dimostrato più volte di possedere una straordinaria capacità di utilizzare l’animazione come strumento per raccontare emozioni universali. I suoi film non si limitano mai a intrattenere. Parlano di crescita, solitudine, cambiamento, memoria e relazioni umane attraverso personaggi che, sulla carta, potrebbero sembrare improbabili protagonisti. Pesci pagliaccio, robot abbandonati sulla Terra o giocattoli dimenticati diventano specchi in cui riconoscere noi stessi.

Anche la colonna sonora vedrà il ritorno di una figura fondamentale per l’identità della saga: Randy Newman torna infatti a comporre le musiche del suo quinto Toy Story. Una notizia che da sola basta a scatenare l’emozione di milioni di spettatori cresciuti ascoltando brani che ormai appartengono alla memoria collettiva del cinema d’animazione.

La frase promozionale scelta per accompagnare il film, “I tempi cambiano, gli amici restano per sempre”, sintetizza perfettamente l’anima di questa nuova avventura. Toy Story 5 sembra voler affrontare la trasformazione digitale del gioco senza rinnegare il passato e senza trasformare il presente in un nemico. Un approccio sorprendentemente maturo per una produzione destinata alle famiglie ma capace, come da tradizione Pixar, di parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti.

Dietro la storia di Woody, Buzz, Jessie e Bonnie si nasconde infatti una riflessione molto più ampia. Ogni generazione affronta il timore di essere sostituita, dimenticata o resa obsoleta dal cambiamento. I giocattoli di Toy Story hanno sempre incarnato questa paura universale. Oggi quella sensazione assume una forma diversa, fatta di schermi touchscreen, contenuti digitali e nuove modalità di interazione sociale.

Forse è proprio questo il motivo per cui la saga continua a rimanere attuale dopo oltre tre decenni. Non parla realmente di giocattoli. Parla di noi. Della nostra necessità di essere amati, ricordati e scelti anche quando il mondo cambia velocemente intorno a noi.

Mentre le prevendite italiane sono già aperte e l’attesa cresce giorno dopo giorno, una domanda continua a riecheggiare nella mente degli appassionati Pixar: quale posto avranno Woody e Buzz nell’infanzia del futuro? Toy Story 5 sembra pronto a esplorare proprio questo territorio, mettendo faccia a faccia tradizione e innovazione senza cercare vincitori o sconfitti.

E forse, in fondo, la risposta non riguarda soltanto Bonnie o i suoi giocattoli. Riguarda tutti noi che, nonostante gli anni passati, continuiamo ancora a emozionarci ogni volta che una stanza si svuota, una porta si chiude e qualcuno sussurra: verso l’infinito e oltre.

Jumanji: Open World rivoluziona la saga – il gioco invade la realtà nel nuovo film Sony

Quel suono non lo dimentichi, nemmeno se hai passato anni a grindare livelli, cambiare console, perdere notti su MMO e poi crescere abbastanza da dirti “ok, adesso basta videogiochi”… e invece no, perché basta un accenno, una vibrazione nella memoria, e torni lì, davanti a quel dado che rotola e a quella sensazione che qualcosa, da qualche parte, stia per uscire dallo schermo e venirti a cercare davvero, ed è esattamente quella sensazione che mi è esplosa in testa appena ho letto il titolo Jumanji: Open World. Non è solo un nuovo capitolo, e questa cosa si percepisce subito, quasi a pelle, come quando avvii un gioco e capisci dopo cinque secondi che stavolta il gameplay è cambiato davvero, non è una patch, non è un DLC, è proprio un altro modo di stare dentro quella realtà, perché l’idea che il mondo di Jumanji smetta di restare confinato nel gioco e inizi a contaminare quello reale non è semplicemente un twist narrativo, è una dichiarazione di intenti, è come se il franchise avesse deciso di fare quello che tanti open world promettono ma pochi mantengono: eliminare il confine.

E qui scatta qualcosa di profondamente nerd, qualcosa che se sei cresciuto tra anime, JRPG e sandbox giganteschi capisci al volo senza bisogno di spiegazioni, perché quella roba lì – il mondo che invade il giocatore invece del contrario – è esattamente il tipo di evoluzione che abbiamo sempre immaginato, dalle prime isekai alle simulazioni più estreme, e vedere Sony Pictures spingere Jumanji in questa direzione mi dà la stessa energia di quando scoprivo che un sequel non si limitava a copiare il precedente ma osava cambiare le regole.

Ripenso inevitabilmente a Jumanji, quello con Robin Williams, e mi fa quasi effetto considerarlo oggi, perché era caos puro, una specie di bug vivente nella realtà, qualcosa che rompeva tutto senza chiedere il permesso, mentre la versione moderna, quella iniziata con Jumanji: Welcome to the Jungle, ha fatto una cosa molto più contemporanea, molto più gamer: ha trasformato il gioco in sistema, in struttura, in linguaggio condiviso fatto di avatar, classi, abilità, cooldown emotivi e identità che si sovrappongono.

E quella roba funziona, funziona tantissimo, perché rivedere insieme Dwayne Johnson, Kevin Hart, Jack Black e Karen Gillan è come ritrovare il party perfetto dopo anni, quella squadra che non solo è bilanciata ma ha proprio una chimica che sembra scritta da qualcuno che sa come funzionano le lobby vere, quelle dove ognuno porta qualcosa di diverso e il caos diventa gameplay, non errore.

Il punto però è che stavolta qualcosa si rompe davvero, e non nel senso spettacolare del termine ma proprio a livello di struttura, perché l’idea degli avatar bloccati in una sorta di “demo mode”, non completamente se stessi, è inquietante in modo sottile, quasi più da glitch che da minaccia esplicita, ed è lì che il mio cervello ha iniziato a fare collegamenti strani, tipo quelli che ti partono alle tre di notte mentre scrolli tra teorie su Reddit e ti chiedi se un’IA narrativa possa davvero prendere decisioni autonome.

Perché diciamolo senza girarci troppo intorno, Jumanji ormai si è avvicinato pericolosamente a quel territorio dove il gioco non è più solo un ambiente ma un’entità, qualcosa che reagisce, osserva, forse impara, e questa roba qui, se la sviluppano davvero, rischia di trasformare il film in qualcosa di molto più interessante di un semplice action comedy natalizio, che comunque arriverà il 25 dicembre 2026 come una boss fight piazzata nel momento più competitivo dell’anno, scelta che sa tanto di strategia da player esperto che non vuole tankare danni inutili ma entrare in scena nel momento perfetto.

E poi c’è quella chicca, quella roba che ti colpisce se sei uno di quelli che si ricorda ogni dettaglio, ogni oggetto iconico, ogni piccolo frammento di lore: il richiamo al passato, il dado originale, il legame con il primo film, come se il sistema stesso di Jumanji stesse tenendo traccia di tutto, come se ogni partita lasciasse un’eco, un residuo, una memoria persistente… e questa cosa, se ci pensi, è esattamente quello che fanno i mondi digitali oggi, quelli veri, quelli che non si resettano mai davvero.

Il fatto che tutto questo sia stato mostrato durante il CinemaCon non è casuale, perché quello è il posto dove i franchise non si presentano, si posizionano, ed è chiaro che qui non si tratta solo di far tornare Jumanji, ma di ridefinire cosa può essere nel panorama attuale, dove il pubblico è cresciuto a pane, open world e narrazioni stratificate, dove nessuno si accontenta più di una storia lineare quando può vivere un sistema.

E io non riesco a togliermi dalla testa una sensazione precisa, quasi fastidiosa per quanto è insistente, quella che stavolta il gioco non si limiterà a farsi giocare, ma inizierà davvero a scegliere, a decidere chi sei, che ruolo hai, quanto sei disposto a perdere pur di continuare la partita, un po’ come certi anime cyberpunk dove la linea tra utente e personaggio si dissolve fino a diventare una cosa sola, e a quel punto non sei più tu a controllare, sei dentro.

Magari mi sto facendo prendere troppo, magari sarà “solo” un sequel spettacolare con battute, azione e momenti epici da sala piena, ma quella vibrazione lì, quella sensazione che qualcosa sia cambiato davvero, continua a ronzarmi in testa come un loop audio che non si spegne, e più ci penso più mi sembra che Jumanji stia diventando esattamente quello che da ragazzini immaginavamo senza saperlo spiegare, un gioco che non finisce quando spegni la console.

E quindi la vera domanda, quella che mi porto dietro da quando ho letto quel titolo, non riguarda il box office, né il cast, né quanto sarà grande la giungla questa volta, ma qualcosa di molto più personale, quasi scomodo da ammettere: se davvero il confine è saltato… siamo pronti a entrare di nuovo, sapendo che stavolta potrebbe non esserci più un tasto per uscire?

E voi ditemelo senza pensarci troppo, proprio come si fa prima di lanciare i dadi… restereste a guardare, o premereste start ancora una volta?

Uno Rosso: L’Action-Fantasy Natalizio con Dwayne Johnson e Chris Evans

Arriva nei cinema il 7 novembre “Uno Rosso”, un film che promette di riscrivere le regole del genere action-fantasy natalizio. Diretto da Jake Kasdan, già noto per il suo lavoro su “Jumanji”, questo film si presenta come una celebrazione delle festività, mescolando adrenalina e umorismo in una storia originale. Con un cast stellare che include Dwayne Johnson e Chris Evans, insieme a Lucy Liu, Kiernan Shipka, Bonnie Hunt, Kristofer Hivju, Nick Kroll, Wesley Kimmel e J.K. Simmons, “Uno Rosso” è destinato a diventare un nuovo classico del cinema natalizio.

La trama ruota attorno a un Babbo Natale muscoloso e tonico, interpretato da J.K. Simmons, che viene rapito. A questo punto entra in scena Callum Drift, interpretato dal carismatico Dwayne Johnson, noto anche come “The Rock“, che deve unire le forze con Jack O’Malley, il cacciatore di taglie più famoso e affascinante del mondo, interpretato da Chris Evans, celebre per il suo ruolo di Captain America nel Marvel Cinematic Universe. Questa coppia improbabile promette di offrire momenti esilaranti e avvincenti, mentre si trovano a dover affrontare non solo la malvagità di Krampus, il fratello cattivo di Babbo Natale, ma anche una temibile strega di Natale, il tutto in un’ambientazione che unisce il fantasy e la mitologia.

Jake Kasdan, parlando del film, ha dichiarato: “Non lo fai se non ami i film di Natale“. Il regista ha affrontato la sfida di creare una commedia d’azione con un tocco di avventura, mantenendo al contempo il calore e l’umanità che caratterizzano le storie natalizie. L’idea era quella di esplorare un mondo dove le tradizioni natalizie si intrecciano con elementi nuovi e originali, creando un’esperienza visiva mai vista prima. Kasdan ha lavorato con la sceneggiatura di Chris Morgan, partendo da una storia originale di Hiram Garcia, per dare vita a un racconto che esplora le complesse dinamiche familiari e le lezioni di vita che si celano sotto l’albero di Natale.

Il personaggio di Callum Drift, secondo Kasdan, rappresenta un’interpretazione unica dell’eroe d’azione: “Credo che sia una singolare presenza cinematografica. Ed è esattamente la cosa giusta per lui questo ruolo“. Johnson porta con sé la sua tipica carica energetica, ma allo stesso tempo riesce a infondere nel suo personaggio un lato umano e vulnerabile, rendendolo ancora più affascinante. Dall’altra parte, Chris Evans ha condiviso che il suo personaggio, Jack O’Malley, incarna il messaggio della redenzione: “Penso che il mio personaggio rappresenti in pieno il motto che c’è sempre una seconda possibilità“. Questo messaggio è fondamentale in ogni buona storia di Natale e risuona fortemente nel contesto del film.

Le interviste con il cast rivelano quanto ognuno di loro tenga alle tradizioni natalizie. Dwayne Johnson ha sottolineato l’importanza della famiglia durante il Natale, un tema che si riflette nel film stesso. “La cosa più importante per me è vedere riunita tutta la famiglia“, ha affermato, evidenziando il valore della condivisione e dell’amore che dovrebbe caratterizzare le festività. Anche Lucy Liu, che interpreta Zoe, la direttrice degli Elfi, ha condiviso la sua personale evoluzione rispetto al Natale: “Ora che ho un figlio, mi sono resa conto che si possono avere tradizioni. Puoi crearle“. Questo focus sull’unione e sulla creazione di nuove tradizioni familiari arricchisce ulteriormente la narrazione.

“Uno Rosso” si prospetta come un film d’azione natalizio audace e fresco, destinato a intrattenere non solo i più giovani, ma anche gli adulti in cerca di un’avventura ricca di emozioni. Con una distribuzione prevista in Italia dal 7 novembre e negli Stati Uniti il 15 novembre, le aspettative sono alte per questo film che unisce azione, fantasy e un messaggio profondo sul significato del Natale. La combinazione di talenti come Dwayne Johnson e Chris Evans, sotto la direzione creativa di Jake Kasdan, promette di offrire al pubblico un’esperienza cinematografica indimenticabile. “Uno Rosso” non è solo un film, ma un invito a riflettere su ciò che conta davvero durante le festività. Preparati a vivere una storia di Natale mai vista prima, dove l’azione si sposa con il calore del cuore.

Monsters & Co. La serie – Lavori in Corso! il 7 Luglio su Disney+

Disney+ ha annunciato che la sua attesissima serie animata Monsters & Co. La serie – Lavori in Corso! sarà disponibile in streaming a partire dal 7 luglio, con i nuovi episodi che arriveranno sulla piattaforma streaming ogni mercoledì. Nella versione originale, Mindy Kaling si unisce al cast prestando la voce a Val Little, un membro entusiasta del Monsters, Inc. Facilities Team (aka “MIFT”). Inoltre, Bonnie Hunt riprenderà il  ruolo di Flint, inizialmente la responsabile dell’addestramento dei nuovi Spaventatori alla Monsters & Co., ora a capo del dipartimento addetto al reclutamento e all’addestramento dei mostri più divertenti destinati a diventare Jokesters. Ben Feldman è la voce di Tylor Tuskmon nella versione originale della serie, in cui vengono introdotti nuovi personaggi mostruosi oltre a quelli più amati dai fan, tra cui Mike Wazowski e James P. “Sulley” Sullivan, doppiati ancora una volta nella versione originale dai famosissimi Billy Crystal e John Goodman. Al fianco di Feldman e Kaling, fanno parte del gruppo del MIFT anche Henry Winkler (Happy Days) nel ruolo di Fritz, il capo svitato; Lucas Neff (Aiutami Hope!) in quello di Duncan, un idraulico opportunista; e Alanna Ubach (Coco) nel ruolo di Cutter, sempre ligia al dovere. Sono state diffuse nuove immagini dei personaggi.

 

Monsters & Co. La serie – Lavori in Corso! prende il via il giorno dopo che la centrale elettrica della Monsters & Co. ha iniziato a raccogliere le risate dei bambini per alimentare la città di Monstropolis, in seguito alla scoperta di Mike e Sulley che le risate generano dieci volte più energia delle urla. La serie segue la storia di Tylor Tuskmon, un giovane mostro impaziente che si è laureato con il massimo dei voti alla Monsters University con il sogno di diventare uno Spaventatore, fino a quando non trova lavoro alla Monsters & Co. e scopre che spaventare non è più di moda quanto lo è invece ridere. Dopo che Tylor viene temporaneamente riassegnato al Monsters, Inc. Facilities Team (MIFT), deve lavorare al fianco di un mal assortito gruppo di meccanici mentre si prefigge di diventare un Jokester.

Oltre a Billy Crystal, John Goodman e Bonnie Hunt, i membri del cast già presenti nei film originali includono John Ratzenberger che presta la voce a Yeti e al padre di Tylor, Bernard, Jennifer Tilly nel ruolo di Celia Mae e Bob Peterson in quello di Roze, sorella gemella del suo personaggio originale di Monsters & Co., Roz. Fanno parte del cast dei doppiatori anche Stephen Stanton (Star Wars Resistance) nei panni di Smitty e Needleman, il team di custodi maldestri alla Monsters & Co., e Aisha Tyler (Archer) in quelli della mamma di Tylor, Millie Tuskmon. Prodotta da Disney Television Animation, la serie è stata sviluppata dal veterano dell’animazione Disney Bobs Gannaway (La casa di TopolinoPlanes 2 – Missione antincendio), che è anche executive producer. Il nominato all’Academy Award Sean Lurie (Testa o cuore) è il produttore, mentre Kat Good (Big Hero 6 – La serie) e Steve Anderson (I Robinson – Una famiglia spaziale) sono i supervising directors. Il compianto Rob Gibbs (Monsters & Co.) ha inoltre diretto alcuni dei primi episodi della serie.

Jumanji compie 30 anni: il gioco maledetto che ha insegnato a un’intera generazione a crescere

Trent’anni dopo, Jumanji continua a bussare alla porta della nostra memoria con lo stesso suono secco e inconfondibile dei dadi che rotolano sul tavolo. Un rumore che, per chi è cresciuto negli anni Novanta, non appartiene soltanto a un film, ma a un vero e proprio rito di passaggio, a quel momento preciso in cui il cinema per famiglie smetteva di essere rassicurante e decideva di diventare anche spaventoso, malinconico, sorprendentemente adulto. Il 15 dicembre 1995, mentre nelle sale americane prendeva vita l’opera diretta da Joe Johnston, nessuno poteva immaginare che quel gioco da tavolo maledetto sarebbe diventato uno dei simboli più duraturi dell’immaginario pop contemporaneo.

Jumanji nasce dall’albo illustrato di Chris Van Allsburg, pubblicato nel 1981, un autore capace come pochi di infilare l’inquietudine sotto la superficie delle storie per bambini. Il nome stesso, che secondo l’autore deriverebbe dallo zulu e significherebbe “molti effetti”, è una dichiarazione d’intenti: ogni lancio di dadi scatena conseguenze imprevedibili, ogni turno altera la realtà, ogni scelta ha un prezzo. Joe Johnston, reduce dal successo di film avventurosi come Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi e Pagemaster, capisce subito che Jumanji non deve essere solo uno spettacolo per i più piccoli, ma un racconto capace di parlare anche agli adulti che hanno smesso di giocare troppo in fretta.

La storia attraversa il tempo come un solco profondo. Nel 1869 due ragazzi, Caleb e Benjamin Sproul, seppelliscono una cassa nel bosco, ignari di aver dato inizio a una catena di eventi destinata a durare oltre un secolo. Nel 1969 il giovane Alan Parrish inciampa letteralmente in Jumanji, apre il tabellone e viene risucchiato nella giungla dopo un tiro di dadi. Da quel momento il tempo, in questo film, smette di essere una linea retta. Scorre, si attorciglia, si spezza. Alan resta intrappolato per ventisei anni in un mondo selvaggio che lo costringe a crescere troppo in fretta, mentre il mondo reale va avanti senza di lui. Quando nel 1995 Judy e Peter Shepherd trovano il gioco in soffitta e decidono di iniziare una partita, risvegliano non solo animali feroci e piante assassine, ma anche un uomo rimasto sospeso tra infanzia e maturità.

Il cuore narrativo di Jumanji sta proprio qui, nel trauma del tempo perduto. Alan Parrish non è solo un adulto sopravvissuto alla giungla, è un bambino che non ha mai potuto diventare grande secondo le regole del mondo. Robin Williams riesce a rendere questa frattura emotiva con una grazia disarmante, alternando comicità e dolore senza mai forzare la mano. Il suo Alan è buffo, spaventato, rabbioso, tenero. È uno dei ruoli più equilibrati della sua carriera, anche perché, fatto non scontato, l’attore accettò di limitare la sua celebre improvvisazione, fidandosi di una sceneggiatura solida e sorprendentemente stratificata. La leggenda racconta che prima di lui il ruolo fosse stato proposto a Tom Hanks, e che lo stesso Williams avesse inizialmente rifiutato. Ripensarci oggi fa quasi sorridere: immaginare Jumanji senza la sua energia è praticamente impossibile.

Accanto a lui, Bonnie Hunt costruisce una Sarah Whittle fragile e ironica, segnata dal senso di colpa e dalla paura di rimettere mano a quel gioco che le ha rovinato l’infanzia. I giovani Kirsten Dunst e Bradley Pierce reggono la scena con una maturità impressionante, soprattutto se si pensa all’età che avevano all’epoca. Per Dunst, Jumanji rappresenta uno dei tasselli fondamentali di una carriera già avviata con Intervista col vampiro e Piccole Donne, molto prima di diventare la Mary Jane del cinema supereroistico. Curioso pensare che per il ruolo di Judy fece un provino anche Scarlett Johansson, ma Johnston preferì affidarsi a un volto già più esperto. E poi c’è Jonathan Hyde, che molti di noi hanno impiegato anni a riconoscere come interprete sia del padre di Alan sia del cacciatore Van Pelt, incarnazione fisica e simbolica delle paure irrisolte del protagonista.

Van Pelt è uno dei villain più iconici del cinema per ragazzi degli anni Novanta, non tanto per la sua ferocia quanto per il suo valore metaforico. Non è semplicemente un antagonista evocato dal gioco, ma la materializzazione del conflitto interiore di Alan, del rapporto irrisolto con il padre, del senso di colpa e della fuga dalle responsabilità. In questo senso, Jumanji funziona come una fiaba moderna, un racconto di formazione travestito da avventura esotica, in cui la giungla non è solo un luogo fisico ma uno stato mentale.

Dal punto di vista tecnico, il film è anche una fotografia affascinante della Hollywood degli anni Novanta, quando la CGI iniziava a convivere con effetti pratici e animatroni. Alcune creature oggi tradiscono il peso degli anni, ma è proprio quella miscela imperfetta a dare a Jumanji un’identità precisa, lontana dalla patina iperrealistica del cinema contemporaneo. Quegli animali digitali, quelle piante che invadono il salotto, quelle inquadrature notturne piene di ombre contribuiscono a creare un senso di meraviglia sporca, quasi tangibile, che ancora oggi funziona.

Il successo del film non si è mai esaurito con i titoli di coda. Jumanji ha generato una serie animata trasmessa tra il 1996 e il 1999, capace di espandere l’universo del gioco e di accompagnare un’intera generazione nei pomeriggi davanti alla TV. Nel 2005 l’eredità di Van Allsburg ha trovato una declinazione spaziale con Zathura – Un’avventura spaziale, una sorta di fratello cosmico di Jumanji che ha dimostrato quanto quell’idea fosse potente e flessibile. Più recentemente, i sequel con Dwayne Johnson, Jack Black e Karen Gillan hanno trasformato il concept in una commedia d’azione consapevole e meta, capace di dialogare con il pubblico moderno senza cancellare il rispetto per l’originale. E mentre si attende il capitolo finale di questa nuova saga, resta intatto il fascino del primo lancio di dadi.

Rivedere oggi Jumanji significa fare i conti con la propria crescita. Significa tornare a quel momento in cui l’idea di un gioco da tavolo capace di distruggere una casa e cambiare una vita sembrava la cosa più terrificante e affascinante del mondo. È un film che parla di seconde possibilità, di errori che possono essere corretti solo affrontandoli fino in fondo, di famiglie spezzate che cercano di ricomporsi. Non è solo nostalgia, è riconoscimento. Perché, in fondo, chi non ha mai avuto la sensazione di aver perso un turno importante della propria partita?

Ora la domanda passa a voi. Quando avete tirato per la prima volta quei dadi immaginari? Vi ricordate la paura, la risata nervosa, il desiderio segreto di giocare comunque, nonostante tutto? Raccontatelo, perché Jumanji non è mai stato solo un film: è una sfida lanciata al tempo, e la partita, in qualche modo, non è ancora finita.