Yoshitaka Amano riesce ancora a fare quella cosa un po’ illegale per il nostro equilibrio emotivo da nerd: entrare in scena con pochi tratti, qualche sfumatura impossibile, un’idea che sembra uscita da un sogno febbrile dopo una notte passata tra Final Fantasy, artbook consumati e OST orchestrali, e ricordarci che l’animazione giapponese non è soltanto industria, calendario stagionale, hype da trailer e meme su X, ma anche materia viva, carta, mani, ossessione, memoria. ZAN, il nuovo progetto anime tratto da DEVA ZAN, la sua opera fantasy originale, è stato presentato all’Anime Expo 2026 come una promessa ancora lontana, quasi sospesa, e forse proprio per questo ancora più magnetica: non un titolo da infilare distrattamente nella lista delle uscite, ma una creatura che pare arrivare da un’altra epoca dell’immaginario, da quella dimensione in cui ogni frame poteva avere l’odore della grafite e della fatica. Amano non è semplicemente “quello di Final Fantasy”, anche se per tantissimi di noi il suo nome resterà per sempre intrecciato a eroi androgini, creature angeliche, armature che sembrano preghiere scolpite e illustrazioni capaci di farti venire voglia di partire per una quest senza nemmeno sapere quale sia il boss finale. Amano è una specie di portale estetico. Ha attraversato Vampire Hunter D, ha dialogato con Neil Gaiman in Sandman: The Dream Hunters, ha iniziato a lavorare nell’animazione giapponese quando aveva quindici anni entrando nella leggendaria Tatsunoko Production, e da allora ha continuato a disegnare mondi come se la fantasia fosse una lingua antichissima da tenere in vita contro ogni appiattimento digitale. Per questo l’arrivo di ZAN fa rumore in un modo diverso. Non è solo “un nuovo anime fantasy”. È il ritorno di una visione che ha covato per anni, forse per decenni, sotto la superficie.
La storia di DEVA ZAN porta con sé tutto quel gusto mitico che Amano sa maneggiare senza trasformarlo in cartolina. Umani, divinità, esseri soprannaturali, conflitti che attraversano materia e spirito, destino, sacrificio, identità, quella sensazione da leggenda arcaica che però non sembra mai polverosa, perché nei suoi lavori anche l’antico ha sempre qualcosa di alieno, liquido, irrequieto. Il protagonista viene trascinato dentro uno scontro più grande di lui, in un mondo dove la battaglia non è mai soltanto muscoli, lame e magia, ma anche percezione, atmosfera, colore, silenzio. E già qui, da cosplayer che ha passato ore a studiare texture improbabili e silhouette impossibili chiedendosi “ma come diavolo lo porto in fiera senza collassare al primo photoset?”, sento che ZAN potrebbe diventare uno di quei titoli capaci di infestare moodboard, fanart, cosplay contest e thread notturni tra appassionati di estetiche fantasy fuori scala.

La cosa più bella, però, è che ZAN non sembra voler inseguire il presente nel modo più facile. Anzi, fa quasi l’opposto. In un momento in cui l’animazione corre sempre più veloce tra pipeline digitali, rendering, compositing lucidissimi e produzioni che devono alimentare piattaforme affamate come raid boss, Amano e il suo team hanno scelto di presentare un proof-of-concept realizzato interamente a mano. Carta, disegni, imperfezioni, densità. Ogni frame mostrato all’Anime Expo 2026 è stato disegnato con una dedizione quasi ostinata, e questa ostinazione si sente. Non perché il digitale sia il nemico, sarebbe una lettura pigra e anche un po’ ingiusta, soprattutto per chi vive ogni giorno tra software creativi, gaming, editing e strumenti AI usati con criterio. Il punto è un altro: per un’opera come ZAN, così legata alla linea, alla pittura, alla fragilità elegante dell’immaginario di Amano, la scelta dell’animazione tradizionale non è nostalgia da boomer dell’otakuverse, ma coerenza poetica.
Il producer Tatsuyoshi Matsumoto ha raccontato che la produzione si sta letteralmente sommergendo di carta per inseguire un livello di dettaglio che, secondo il team, soltanto il disegno manuale può restituire davvero. E io lo ammetto, questa immagine mi ha fatto sorridere come davanti al backstage di un vecchio OAV recuperato in streaming a orari improbabili: pile di fogli, correzioni, matite, tavoli pieni, artisti che combattono contro il tempo e contro la tentazione di rendere tutto più semplice. Toru Yoshida, uno dei registi, ha scherzato sul fatto che più della metà dello staff abbia superato i sessant’anni, aggiungendo però con una grinta meravigliosa che non hanno alcuna intenzione di essere considerati fuori tempo massimo. Questa frase, detta nel contesto di un progetto anime così ambizioso, suona quasi come una dichiarazione di guerra gentile contro l’idea che la creatività abbia una data di scadenza.
Lo staff annunciato per ZAN è una di quelle formazioni che fanno drizzare le antenne a chiunque abbia anche solo un minimo di memoria mecha. Ryōsuke Takahashi, nome gigantesco dietro Armored Trooper Votoms, Fang of the Sun Dougram, Blue Comet SPT Layzner e Gasaraki, firma la sceneggiatura, portando con sé quella capacità di sporcare la fantascienza e il mecha con tensione politica, malinconia, corpi meccanici che non sono mai solo macchine ma estensioni delle ferite umane. Masashi Ikeda e Toru Yoshida dirigono il progetto, con un bagaglio che passa da Samurai Troopers a Mobile Suit Gundam Wing, da Inuyasha a Mobile Suit Gundam Seed e Layzner, mentre Moriyasu Taniguchi cura la direzione dell’animazione e Kunio Ōkawara, leggenda del mechanical design legata a Gundam e Votoms, entra in scena per dare forma alle componenti meccaniche. Minoru Nishida, già associato a lavori come The Super Dimension Fortress Macross: Do You Remember Love?, Thundercats e The Last Unicorn, si occupa della direzione artistica. Messa così sembra quasi una gilda di veterani richiamata per un’ultima quest epica, solo che qui il dungeon è l’industria contemporanea dell’anime e il boss finale è riuscire a creare qualcosa che non sembri prodotto in serie.
ZAN ha una storia produttiva lunga, di quelle che farebbero impazzire qualunque fandom abituato a contare i giorni tra un annuncio e un trailer ufficiale. Il progetto era stato annunciato originariamente nel 2010 come film d’animazione, con Amano al debutto alla regia e uno studio creato appositamente, Studio Deva Loka, per portarlo alla luce. All’epoca si parlava di un debutto mondiale nel 2012, ma quella versione non è mai arrivata al pubblico, restando in quella zona liminale dove finiscono certi sogni troppo grandi per il momento in cui nascono. Amano aveva spiegato già allora di aver concepito l’idea nel 2000 e di aver continuato a svilupparla negli anni, quasi come se DEVA ZAN fosse un personaggio rimasto a camminare accanto a lui in silenzio, aspettando il momento giusto per prendere forma.
Il progetto era poi riemerso nel 2022 come serie, lasciando alle spalle l’idea del film singolo e aprendo la strada a una narrazione più ampia. Ora, dopo la presentazione all’Anime Expo 2026, sappiamo che l’attesa non sarà breve: Hiroaki Ikegami, CEO di Yoshitaka Amano Inc., ha spiegato che con ogni probabilità serviranno almeno due o tre anni prima di vedere il risultato definitivo, anche perché la portata dell’opera è enorme e alcune parti digitali saranno quasi inevitabili, soprattutto per gli sfondi. Questa precisazione non spegne l’entusiasmo, anzi lo rende più concreto. Il teaser disegnato a mano è una dichiarazione d’intenti, non necessariamente la promessa che l’intera serie sarà realizzata al cento per cento con la stessa metodologia, e va bene così. L’importante è che l’anima visiva resti riconoscibile, che il digitale non diventi plastica sopra un dipinto, ma supporto al respiro dell’opera.
Guardando al contesto più ampio, ZAN non è soltanto un anime. È parte di un ecosistema narrativo e produttivo che include anche un gioco blockchain play-to-earn e opere NFT, con il contributo della società singaporiana Trophee per gli sviluppi legati a blockchain e sistemi digitali. Qui la mia anima da gamer fa una piccola smorfia istintiva, lo confesso, perché il rapporto tra fandom, NFT e progetti Web3 ha lasciato in giro più di qualche scottatura, e non sempre le promesse di “nuove economie creative” hanno saputo tradursi in esperienze davvero significative per i fan. Però Amano è un caso particolare, perché la sua arte ha sempre vissuto anche fuori dal singolo medium: artbook, stampe, mostre, licensing, installazioni, videogiochi, animazione. Se ZAN saprà tenere al centro la forza della sua mitologia visiva senza farsi risucchiare dall’ansia del gadget tecnologico, potrebbe diventare un esperimento curioso, magari persino capace di ricucire in modo più elegante il rapporto tra arte tradizionale e nuove piattaforme digitali.
La dimensione artistica di Amano, intanto, continua ad allargarsi. Yoshitaka Amano Inc. lavora su produzione cinematografica e animazione, gestione artistica, licensing, eventi e gallerie, mentre AMANO, esperienza espositiva ispirata alle sue opere, si prepara a espandersi con appuntamenti negli Stati Uniti, in Europa, in Cina, nel Sud-est asiatico e in Giappone a partire dal 2027, dopo aver già fatto tappa anche a Milano. Medicom Toy Corporation, Milestone del gruppo Good Smile Company e Twin Planet figurano tra i partner del progetto, segno che l’universo Amano non vuole restare confinato alle pagine o allo schermo, ma diventare spazio attraversabile, esperienza fisica, incontro tra arte e pubblico. E da fan che ha visto mostre nerd trasformarsi in pellegrinaggi collettivi, con persone ferme davanti a un bozzetto come se fosse una reliquia sacra, questa espansione ha qualcosa di inevitabile.
Il paragone con opere come Akira, Ghost in the Shell o Kite arriva quasi spontaneo, non perché ZAN debba per forza somigliare a quei titoli, ma perché il teaser sembra richiamare una stagione dell’animazione giapponese in cui la ruvidità del tratto non veniva nascosta, anzi diventava parte dell’impatto emotivo. Quella sensazione di materia, di disegno che respira, di movimento non del tutto addomesticato dalla perfezione, oggi può risultare quasi rivoluzionaria. Siamo abituati a immagini pulitissime, trailer calibrati, character design pronti per essere sezionati in reaction video e fancam su TikTok. ZAN invece sembra promettere qualcosa di meno prevedibile, magari più irregolare, forse persino più difficile da consumare al volo, e proprio per questo intrigante.
Amano, durante la presentazione, ha mantenuto le aspettative con una frase semplice: il progetto è appena cominciato. Detta così può sembrare una nota prudente, ma per chi segue da anni la sua carriera ha il sapore di una soglia. DEVA ZAN è rimasto a lungo una creatura laterale, conosciuta soprattutto dagli appassionati più attenti anche grazie all’artbook pubblicato da Dark Horse Comics nel 2013, e ora si prepara a diventare immagine in movimento con il supporto di un team che conosce la grammatica dell’anime non dai tutorial, ma dalle cicatrici di decenni passati a costruirla. La reunion di figure legate allo spirito di Anime R, chiamate a raccolta per questo progetto, aggiunge un ulteriore strato di memoria: non una semplice operazione revival, ma il tentativo di mettere vite nei personaggi, come ha detto Takahashi, usando parole che sembrano piccole e invece contengono tutto.
Forse è proprio questa la cosa che mi emoziona di più. ZAN arriva in un momento in cui tantissimi anime sembrano dover dimostrare subito di essere franchise, brand, meme, merchandise, trend topic. Amano invece porta sul tavolo un progetto che chiede tempo, pazienza, fiducia, sguardo. Non è una richiesta facile per una community abituata a divorare trailer tra una run su Genshin, una ranked persa malissimo e il refresh compulsivo delle news anime. Però ogni tanto fa bene ricordarsi che alcune opere non nascono per inseguire il nostro feed, ma per costringerci a rallentare. E magari sì, ci farà soffrire aspettare due o tre anni, soprattutto sapendo che il proof-of-concept esiste già e sembra avere quella bellezza fragile delle cose non ancora del tutto domate, ma forse l’attesa fa parte del rituale.
ZAN potrebbe diventare uno degli anime fantasy più particolari dei prossimi anni, oppure restare una promessa imperfetta, ambiziosa, magari persino divisiva. Con Amano succede spesso: non si entra nei suoi mondi cercando comfort assoluto, si entra accettando di perdersi tra figure eteree, simboli, colori che non si lasciano spiegare del tutto. Ed è proprio lì che noi nerd ci ritroviamo, in quella zona strana tra ammirazione e smarrimento, dove un’immagine può ricordarti perché hai iniziato ad amare gli anime, i videogiochi, i manga, il cosplay, tutto questo caos meraviglioso che continuiamo a chiamare cultura pop anche quando sembra molto più simile a una mitologia personale condivisa. Ora la domanda resta appesa, come una tavola ancora non inchiostrata: ZAN sarà davvero il ritorno trionfale dell’animazione disegnata a mano come gesto artistico totale, o diventerà un’altra leggenda inseguita per anni dai fan? Io, intanto, ho già aperto mentalmente la cartella “future obsession”, e scommetto che tra la community di CorriereNerd.it qualcuno sta facendo lo stesso.





