Evangelion 30° anniversario: il corto su Asuka è gratis su YouTube e riaccende il dibattito su Shinji

Trent’anni possono sembrare soltanto una cifra tonda impressa su un calendario dell’animazione giapponese. In realtà, per chi è cresciuto tra VHS consumate, forum pieni di teorie impossibili e notti passate a discutere del finale più traumatico della storia degli anime, quei trent’anni rappresentano qualcosa di molto più profondo. Un’intera generazione di fan ha costruito la propria identità nerd anche grazie a Neon Genesis Evangelion, un’opera che non ha mai smesso di scavare dentro la mente degli spettatori come un esperimento emotivo che continua a mutare forma.

Ed è proprio per celebrare questo anniversario che Studio Khara ha deciso di regalare al fandom un piccolo terremoto narrativo. Il cortometraggio ufficiale del trentesimo anniversario della saga è finalmente disponibile gratuitamente su YouTube attraverso il canale ufficiale dello studio. Una notizia che ha fatto letteralmente esplodere la community globale, soprattutto perché fino a pochissimi giorni fa questo contenuto era accessibile soltanto a un gruppo molto ristretto di spettatori.

Chi era presente al festival celebrativo “Evangelion:30+; 30th Anniversary of Evangelion”, organizzato alla Yokohama Arena tra il 21 e il 23 febbraio, ha potuto assistere alla proiezione in anteprima assoluta del corto intitolato “Evangelion Hōsō 30 Shūnen Kinen Tokubetsu Kōgyō”. Un titolo quasi cerimoniale, che suona come una dichiarazione solenne scolpita nella mitologia della serie. Sul gigantesco schermo LED della Yokohama Arena, largo quindici metri e alto diciotto, il pubblico ha assistito a qualcosa che non assomiglia a un semplice contenuto celebrativo ma piuttosto a una specie di rituale collettivo, uno di quei momenti in cui il fandom percepisce chiaramente di stare assistendo a un pezzo di storia della cultura pop.

La mente dietro questo cortometraggio resta ovviamente quella di Hideaki Anno, l’autore che ha trasformato Evangelion in una delle opere più disturbanti, intime e discusse dell’animazione contemporanea. Anno ha scritto, sceneggiato e supervisionato il progetto, mentre la regia è stata affidata a Naoyuki Asano, già noto ai fan per il suo lavoro come direttore dell’animazione in Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time. Accanto a loro compaiono nomi fondamentali della galassia Evangelion come Kazuya Tsurumaki, Shinji Higuchi e Ikki Todoroki, una squadra creativa che garantisce una continuità artistica quasi sacrale con il cuore narrativo del franchise.

La cosa più affascinante di questo corto è la scelta di concentrare tutta la narrazione su uno dei personaggi più complessi e amati della saga: Asuka Langley Soryu. Una decisione tutt’altro che scontata. Evangelion ha sempre raccontato storie di identità frammentate e traumi interiori, ma raramente ha lasciato ad Asuka lo spazio totale della scena. Qui invece il personaggio diventa il fulcro assoluto della narrazione, trascinando lo spettatore attraverso una serie di scenari alternativi che sembrano provenire direttamente dalle pieghe più intime della sua psiche.

Il corto si muove tra futuri possibili, realtà parallele e visioni simboliche. Asuka combatte, cambia, si trasforma, attraversa versioni differenti del proprio destino. In uno dei momenti più sorprendenti arriva perfino a fondersi con un’unità Evangelion, una scelta visiva che sembra quasi suggerire un’identificazione totale tra pilota e macchina, tra individuo e destino.

Poi arriva la scena che ha incendiato il fandom mondiale.

Un’immagine capace da sola di alimentare anni di discussioni, meme, teorie e fanfiction. Un frammento narrativo che molti fan sognavano di vedere da decenni. In una delle visioni mostrate nel cortometraggio compare un possibile futuro della timeline principale di Evangelion: Asuka adulta accanto a Shinji Ikari. I due appaiono sposati.

Sì, proprio così.

Un matrimonio tra Shinji e Asuka.

Chi conosce la storia di Evangelion sa perfettamente quanto questo dettaglio sia carico di implicazioni emotive. La relazione tra i due personaggi è sempre stata uno dei campi di battaglia più intensi del fandom globale, con discussioni infinite tra sostenitori di diverse interpretazioni romantiche e psicologiche.

Eppure, come spesso accade con Evangelion, la scena non offre una risposta definitiva. Secondo i racconti di chi ha assistito alla proiezione dal vivo, Asuka osserva quel futuro possibile ma decide di rifiutarlo. Non lo abbraccia, non lo accetta come destino inevitabile. Lo riconosce soltanto come una delle tante strade che la sua vita potrebbe percorrere.

Un gesto narrativo tipicamente anniano.

Invece di offrire consolazione, la storia complica tutto. Evangelion non ha mai funzionato come una favola romantica e questo cortometraggio lo ricorda con una lucidità quasi brutale. Il punto non è l’amore tra Shinji e Asuka. Il punto è la libertà di scegliere chi diventare.

Il viaggio emotivo del corto attraversa anche uno dei momenti più traumatici dell’intera saga. Alcune sequenze mostrano il punto di vista di Asuka durante l’Instrumentality e il Third Impact, accompagnate da una title card numerata “27” e dalle note di “Komm, süsser Tod”, la canzone simbolo di The End of Evangelion. Chi ha vissuto quel finale nel 1997 ricorda bene quanto fosse destabilizzante. Ritrovare quelle immagini e quella musica trent’anni dopo produce un effetto quasi fisico, come se Evangelion stesse guardando dentro il proprio passato e decidendo di riaprire volontariamente le sue vecchie ferite narrative.

La distribuzione del cortometraggio non è stata priva di tensioni. Subito dopo la prima proiezione del festival, clip registrate clandestinamente hanno iniziato a circolare sui social. Screenshot, video sfocati, versioni sottotitolate condivise ovunque. La risposta di Studio Khara è stata immediata e durissima: comunicato ufficiale, condanna della diffusione illegale e minaccia di azioni legali contro chiunque continuasse a distribuire il materiale dell’evento “Evangelion:30+;”.

In un’epoca dominata dalla viralità e dalla replicazione immediata dei contenuti, quella scelta di mantenere il corto esclusivo per i partecipanti del festival aveva quasi il sapore di una provocazione culturale. Un’esperienza pensata per esistere in un momento preciso, davanti a un pubblico reale, non per essere divorata dall’algoritmo.

Alla fine però il muro è stato abbattuto. L’8 marzo 2026 lo studio ha deciso di rendere disponibile ufficialmente il cortometraggio su YouTube, trasformando un oggetto quasi mitologico in un contenuto finalmente accessibile a tutti. La data non è stata scelta a caso. Proprio l’8 marzo segna il quinto anniversario dell’uscita cinematografica di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il film che ha chiuso definitivamente la lunga saga dei Rebuild.

Il trentesimo anniversario non si limita comunque al cortometraggio. Durante il festival giapponese è arrivato anche uno degli annunci più sorprendenti degli ultimi anni per il franchise. Un nuovo anime ambientato nell’universo di Evangelion è in sviluppo e la sceneggiatura sarà firmata da Yoko Taro, l’autore visionario dietro NieR: Automata. La produzione sarà una collaborazione tra Studio Khara e CloverWorks, lo studio che negli ultimi anni ha realizzato titoli amatissimi come Spy × Family e Rascal Does Not Dream of Bunny Girl Senpai.

La nuova serie sarà co-diretta da Kazuya Tsurumaki e Toko Yatabe, con musiche firmate da Keiichi Okabe. Un passaggio storico per Evangelion, perché si tratta della prima serie animata del franchise non guidata direttamente da Hideaki Anno.

E mentre il futuro della saga prende forma, il trentesimo anniversario continua a espandersi anche fuori dallo schermo. Il brand Evangelion ha lanciato una serie di prodotti celebrativi che spaziano tra moda, tecnologia e gadget da collezione: giacche in edizione limitata, tablet tematici e smartphone personalizzati con simboli e personaggi della serie. Un segnale chiarissimo di quanto Evangelion sia diventato molto più di un semplice anime.

Evangelion è un linguaggio. Un immaginario condiviso. Una lente attraverso cui generazioni di fan hanno imparato a leggere il rapporto tra identità, trauma e crescita personale.

Il nuovo cortometraggio dedicato ad Asuka dimostra ancora una volta che questa storia non ha alcuna intenzione di smettere di evolversi. Anche dopo trent’anni, Evangelion continua a fare la stessa cosa che faceva nel 1995: destabilizzare, interrogare, provocare.

E adesso voglio sentire davvero la vostra voce, community nerd. Dopo aver visto quella scena, quel possibile futuro tra Shinji e Asuka, che cosa avete provato? Sollievo? Frustrazione? Felicità? Oppure la sensazione tipicamente evangelioniana di aver ricevuto una risposta che apre ancora più domande?

Ranma ½: il finale della seconda stagione conferma un ritorno leggendario

I titoli di coda scorrono, la musica sfuma, e una cosa è chiara più di ogni altra: Ranma ½ è tornato davvero. Con la conclusione della seconda stagione del remake firmato da Studio MAPPA, disponibile su Netflix dal 4 ottobre, il capolavoro di Rumiko Takahashi dimostra di non essere soltanto un ricordo glorioso del passato, ma una commedia romantica ancora sorprendentemente viva, brillante e attuale.

Arrivati all’ultimo episodio, la sensazione è quella di aver rivisto vecchi amici dopo anni, scoprendo che non solo non sono cambiati nello spirito, ma che hanno ancora molto da dire. La seconda stagione non si limita a portare avanti la storia: entra finalmente nel cuore di Ranma ½, adattando alcuni degli archi narrativi più amati e consolidando l’identità di questo remake come qualcosa di più di una semplice operazione nostalgia.


Un finale che celebra l’essenza di Ranma

Il finale di stagione non cerca colpi di scena forzati o svolte drammatiche fuori tono. Fa qualcosa di molto più difficile e prezioso: abbraccia completamente l’anima della serie. Caos sentimentale, arti marziali senza senso, gag slapstick e quell’equilibrio unico tra romanticismo ingenuo e comicità surreale che ha reso Ranma ½ immortale.

Il rapporto tra Ranma e Akane resta il fulcro emotivo, sospeso come sempre tra schermaglie, silenzi imbarazzati e sentimenti mai pronunciati. Non c’è bisogno di dichiarazioni roboanti: basta uno sguardo, una reazione trattenuta, una lite che nasconde molto di più. È proprio questa delicatezza mascherata da commedia che continua a rendere la serie speciale.

Le saghe iconiche tornano a brillare

Con questa seconda stagione, il remake raggiunge 24 episodi complessivi e inizia a macinare sul serio il materiale più amato del manga. Alcuni archi narrativi storici tornano in una forma visivamente più curata e dinamica, senza perdere il loro impatto comico.

Su tutti, la celebre rappresentazione teatrale di Romeo e Giulietta si conferma uno dei momenti più riusciti dell’intera stagione. Rivederla oggi, con un’animazione fluida e una regia più moderna, è un piacere autentico: le gag funzionano, i malintesi esplodono come dovrebbero e il delicato gioco di rivalità e sentimenti resta intatto. È uno di quegli episodi che, arrivati alla fine, fanno pensare: “Ecco perché Ranma ½ è diventato un classico”.


Un cast che non invecchia mai

Se Ranma ½ funziona ancora così bene, il merito è soprattutto dei suoi personaggi. Tutti eccessivi, tutti caricaturali, e proprio per questo indimenticabili. Ranma e Akane continuano a essere una delle coppie più iconiche dell’animazione giapponese, mentre intorno a loro ruota una galleria di comprimari che sembra immune al passare del tempo.

Genma Saotome in versione panda, capace di comunicare solo tramite cartelli, resta una fonte inesauribile di gag. Kuno continua a vivere nella sua realtà parallela fatta di amori impossibili. Ryoga, con la sua leggendaria incapacità di orientarsi, strappa ancora risate sincere. E Happosai, pur leggermente smussato rispetto al passato, riesce ancora a incarnare quel lato più sfacciato e anarchico dell’umorismo di Takahashi.


MAPPA convince, tra rispetto e modernità

Dal punto di vista tecnico, la seconda stagione si conferma solida. MAPPA offre animazioni fluide, scene d’azione ben coreografate e un ritmo che non soffoca mai la componente comica. Il character design, più morbido rispetto alle versioni storiche, può far storcere il naso ai puristi, così come un fanservice più contenuto rispetto al passato.

Sono compromessi evidenti, ma comprensibili. E soprattutto non intaccano il cuore della serie. Ranma ½ resta riconoscibile in ogni fotogramma, e questo è ciò che conta davvero.


Un classico che parla ancora al presente

Arrivati alla fine della seconda stagione, una cosa appare evidente: Ranma ½ è una boccata d’aria fresca anche oggi. In un panorama anime spesso affollato da formule ripetitive, la serie osa ancora essere ridicola, assurda, sopra le righe. Non ha paura di sembrare ingenua, né di puntare tutto sulla leggerezza.

Ed è proprio questa leggerezza, mai superficiale, a renderla senza tempo.

Ora che il sipario è calato su questa seconda stagione, resta una certezza: il materiale da adattare è ancora tanto, e se il remake continuerà su questa strada, Ranma ½ ha tutte le carte in regola per farsi amare da una nuova generazione e per ricordare ai fan storici perché, anni fa, se ne sono innamorati.

Perché alla fine basta poco: un secchio d’acqua gelida, una palestra piena di caos e due ragazzi incapaci di dirsi ciò che provano.
E Ranma ½ riesce ancora, dopo tutto questo tempo, a farci sorridere come la prima volta.

Goku Kitchen: il ristorante di Dragon Ball a New York dove ogni appuntamento diventa un episodio anime

Per un’otaku l’idea di appuntamento perfetto non passa mai da un locale qualunque con luci neutre e playlist anonime. L’amore, quello vero, quello che ci ha cresciute tra VHS consumate e pomeriggi davanti alla TV, profuma di ramen fumante, sigle anni ’90 e sogni a occhi aperti. Basta chiudere gli occhi un secondo per ritrovarsi in una timeline alternativa dove Dragon Ball non è solo un anime, ma un linguaggio emotivo condiviso, una bussola sentimentale che guida anche le fantasie più romantiche. Goku non ti inviterebbe mai a cena in un ristorante qualunque. Sarebbe troppo… normale. Troppo poco epico. Troppo poco Dragon Ball. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce Goku Kitchen, un luogo che sembra materializzarsi direttamente da un episodio dell’anime, come se qualcuno avesse aperto una Capsule Corp nel cuore di New York e ne avesse fatto uscire ramen fumanti, luci al neon e pura nostalgia anni ’90. Per un’otaku, varcare quella soglia non equivale semplicemente a mangiare fuori: significa accettare un invito in una dimensione parallela dove il cibo diventa storytelling e ogni dettaglio parla la lingua dei fan.

Immaginare un appuntamento con Goku in un posto del genere diventa quasi naturale. Lui arriverebbe con quel sorriso disarmante che conosciamo da sempre, lo stesso che ha accompagnato pomeriggi interi davanti alla TV, e inizierebbe a ordinare come se stesse affrontando un torneo intergalattico del gusto. Non ci sarebbe imbarazzo, solo entusiasmo puro. Goku parla di allenamenti come se fossero massime zen, mangia con la gioia di chi vede il mondo come un’avventura infinita e, tra una forchettata e l’altra, riesce a farti sentire speciale senza nemmeno rendersene conto. Goku Kitchen sembra pensato esattamente per questo tipo di energia: accogliente, colorata, sincera. Un posto dove esci sazia non solo nello stomaco, ma anche in quella parte del cuore nerd che ha bisogno di sentirsi a casa.

Poi però arriva il pensiero proibito. E se l’appuntamento fosse con Vegeta? In quel caso Goku Kitchen cambierebbe pelle. Le luci diventerebbero più intense, l’atmosfera più carica di tensione. Vegeta non ordinerebbe tutto il menu, ma sceglierebbe con cura, giudicando ogni piatto come se fosse un avversario degno o meno del Principe dei Saiyan. Parlare poco, colpire duro. Uno sguardo vale più di mille parole, un mezzo sorriso è una vittoria conquistata. In questo scenario, Goku Kitchen diventa il campo di battaglia perfetto per un gioco di orgoglio, ironia e attrazione, dove il vero premio non è il dessert, ma la sensazione di essere stata scelta.

E poi c’è lei. Bulma. L’opzione che forse, crescendo, impariamo ad apprezzare ancora di più. Una serata da Goku Kitchen con Bulma non avrebbe bisogno di romanticismo forzato, perché sarebbe tutta complicità. Cibo a tema, gadget ovunque, chiacchiere infinite su viaggi spaziali, invenzioni folli e amori complicati. Ridere fino a dimenticare l’orologio, sentirsi comprese senza spiegazioni, condividere quella magia che nasce solo tra chi ama davvero un anime e tutto ciò che rappresenta. In quel momento Goku Kitchen smette di essere un locale e diventa un rifugio, un luogo sicuro per nerd che sanno quanto conti la condivisione.

Ed è qui che Goku Kitchen rivela la sua vera forza. Non è solo un ristorante ispirato a Dragon Ball Z, ma un’esperienza immersiva che parla direttamente alla community. L’arredamento strizza l’occhio agli episodi iconici, i riferimenti sono disseminati ovunque come Easter egg pronti a essere scoperti e l’atmosfera riesce a creare quel click immediato che solo i posti pensati da fan per fan sanno generare. Non si va da Goku Kitchen soltanto per mangiare, ma per vivere qualcosa di diverso, per sentirsi parte di un immaginario condiviso che attraversa generazioni.

Nel cuore di New York, tra strade che non dormono mai, Goku Kitchen riesce a ritagliarsi uno spazio tutto suo, diventando una tappa obbligata per chi ama gli anime, la cultura pop giapponese e le esperienze che vanno oltre il piatto. È comfort food che incontra il cosplay mentale, è nostalgia che si mescola al presente, è la dimostrazione che il fandom può diventare un luogo fisico dove incontrarsi, riconoscersi e sorridere.

Alla fine la domanda resta sospesa, come una sigla che parte e ti lascia con il fiato sospeso. Goku, Vegeta o Bulma? Cena romantica, aperitivo carico di tensione o serata tra amiche nerd fino al midollo? Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: Goku Kitchen non è solo un ristorante, è un appuntamento con la parte più autentica di noi. E ora tocca a voi: se doveste sedervi a quel tavolo, chi invitereste… e cosa ordinereste per primo?

Da-Garn: il ritorno del coraggio — il leggendario anime della saga “Yuusha” celebra 35 anni con due imperdibili Blu-ray Box

C’è un certo tipo di nostalgia che non si limita a guardare indietro, ma riaccende dentro di noi la stessa scintilla che avevamo da bambini davanti a un robot gigante. È quella che oggi fa tremare i cuori dei fan storici dell’animazione giapponese, perché The Brave Fighter of Legend Da-Garn — o per dirla alla giapponese, Densetsu no Yūsha Da-Garn — sta per tornare in grande stile. In occasione del suo 35° anniversario, Sunrise e Takara rilasciano due cofanetti Blu-ray HD rimasterizzati che riportano alla luce una delle serie più amate e sottovalutate del filone “Yuusha”.

Era il 1992 quando Da-Garn debuttava sugli schermi giapponesi, terza incarnazione del progetto “Brave” nato dalla collaborazione tra Takara (storico colosso dei giocattoli, papà dei Transformers) e Sunrise, lo studio che avrebbe ridefinito il concetto di mecha anime. Alla regia c’era Shinji Takamatsu, lo stesso talento che aveva saputo dare un’anima a saghe come Patlabor e Gintama, mescolando ironia, azione e un sincero senso dell’eroismo.


Un eroe terrestre per otto robot leggendari

La storia di The Brave Fighter of Legend Da-Garn è un piccolo gioiello della fantascienza dei primi anni ’90: un racconto in cui il destino del pianeta si intreccia con la crescita di un ragazzo, Seiji Takasugi, che un giorno entra in possesso dell’“Aurin”, un misterioso gioiello che rappresenta la coscienza stessa della Terra. È questo artefatto a eleggerlo “comandante” di otto antichi robot dormienti — i Brave Robots — nascosti in ogni angolo del globo sotto forma di “Brave Stones”.

Una volta risvegliati, i robot si fondono con le tecnologie moderne, trasformandosi in guerrieri giganteschi pronti a difendere la Terra contro le forze di Lord Oh-Boss, un tiranno intergalattico deciso a divorare l’energia vitale del pianeta. In questo conflitto tra umanità e invasione cosmica, Da-Garn non raccontava solo battaglie spettacolari, ma parlava anche di responsabilità, crescita e rispetto per la natura — temi sorprendentemente maturi per un’opera pensata, almeno in apparenza, per un pubblico di ragazzi.


Un’eredità che torna a brillare in alta definizione

Il 2026 segna il grande ritorno di Da-Garn nel formato che i fan aspettavano da anni: due cofanetti Blu-ray rimasterizzati in HD con tutti i 46 episodi originali, divisi in due uscite da collezione.

Il Box I, con i primi 23 episodi, sarà disponibile dal 25 marzo 2026 (codice VTXF-181~184) al prezzo di 35.300 yen. Il Box II, con gli episodi dal 24 al 46, arriverà invece il 22 luglio 2026 (codice VTXF-185~188) a 35.200 yen. Entrambi includono una quantità di extra che farà impazzire i collezionisti.

Ogni cofanetto conterrà 4 dischi Blu-ray e sarà racchiuso in un elegante digipak illustrato — il primo firmato dall’artista Atsuko Ishida, nome noto per il suo tratto raffinato e nostalgico. Le edizioni comprenderanno inoltre booklet da 68 pagine ricchi di interviste, schede sui personaggi e sui mecha, illustrazioni rare, design preliminari e liner notes tratte dalla rivista DX BRAVEST.

Tra i contenuti speciali si segnalano le sigle di apertura e chiusura senza crediti, i video promozionali originali, gli audio commenti del regista Katsuyoshi Yatabe insieme a Rica Matsumoto (voce di Seiji Takasugi) e Show Hayami (voce di Da-Garn), oltre ai preziosi volumi Character & Art File e Machine & Art File dedicati rispettivamente ai personaggi e ai robot. Per i più curiosi, Sunrise ha già pubblicato sul proprio canale YouTube un video comparativo tra la versione standard e quella in alta definizione, mostrando la nuova pulizia dei colori e la profondità dei dettagli che rendono questa rimasterizzazione una vera rinascita visiva.

Un ritorno che parla al cuore dei fan della Sunrise

Nel panorama degli anime robotici, la serie Brave occupa un posto speciale. Non aveva la complessità filosofica di Gundam né la tragicità di Evangelion, ma portava avanti un’idea diversa di eroismo: quello solare, genuino e cooperativo, dove la forza nasce dal legame tra uomo e macchina. Da-Garn, in particolare, spiccava per la sua ambientazione globale, per la varietà dei mecha e per l’approccio ambientalista che anticipava temi oggi più attuali che mai.

Non è un caso che, negli ultimi anni, l’interesse verso la saga Yuusha sia tornato a crescere, alimentato da una nuova generazione di spettatori e collezionisti che riscoprono questi titoli come veri e propri tesori dell’animazione giapponese. Il ritorno di Da-Garn in Blu-ray segna dunque non solo un anniversario, ma una sorta di “passaggio di testimone” tra l’era analogica e quella digitale: un ponte tra chi ha vissuto quei pomeriggi di magia televisiva e chi oggi vuole scoprirli in tutta la loro gloria visiva.


Un’eredità viva, un messaggio attuale

Guardare oggi The Brave Fighter of Legend Da-Garn non significa soltanto rivivere un pezzo di infanzia, ma riscoprire una lezione di coraggio e rispetto che continua a risuonare. In un mondo dove la tecnologia corre più veloce dei sentimenti, l’idea che la Terra stessa possa scegliere i suoi difensori resta un simbolo potente: un invito a riconnettersi con ciò che ci circonda e con ciò che amiamo.

Otaku no Video: il manifesto di una generazione tra sangue, sudore, lacrime, orgoglio ed una bruciante passione        

Salve,benvenuti, o bentornati su questi lidi.

Ed inizio subito chiedendovi scusa, perché quello che state per leggere difficilmente può definirsi un articolo, in quanto sarà un flusso di coscienza dettato da quello che gli storici definirebbero come ‘fanatismo mistico’, ma, visto il soggetto, era inevitabile.

Avrei potuto prendere la strada più semplice,fare una rapida carrellata delle opere animate di SONODA, e chiudere lì la questione, ma in questi giorni compio gli anni, e quest’anno supererò il quarto di secolo, per cui voglio fare qualcosa, guardando indietro, di cui essere orgoglioso. Ecco perché oggi vi parlo di Otaku no Video.

Ma che cos’è otaku no video?

Ebbene, si tratta di due OVA (original video animation, ovvero prodotti direttamente per l’allora fiorente mercato home video) usciti rispettivamente a Settembre e Dicembre 1991, ma ambientati fra il1982 e l’allora futuristico 2035, almeno per quanto riguarda la parte animata. Sì, perché i due episodi si dividono in una metà animata, che racconta di come lo studente universitario, e giocatore di tennis, Kubo, in seguito ad un incontro con il suo ex compagno di scuola Tanaka, finisca con l’entrare, o sprofondare se preferite, nel complesso e contraddittorio mondo dell’essere un fan, mondo che viene contestualizzato dalla metà (finto)documentaristica, ovvero la decina di segmenti live action chiamati “portrait of an otaku”.

E questi segmenti, sebbene ispirati a persone reali, sono interpretati dallo staff che ha lavorato alla parte animata, ovvero quelli del fu studio Gainax. Ma perché fare tutto questo, potreste chiedervi,e, per farla breve, si tratta di un tentativo di riabilitazione.

Ora, per spiegare cosa intendo devo fare una digressione storica, ma cercherò di essere conciso: la cosiddetta ‘prima generazione otaku’ riguarda i giapponesi nati e cresciuti guardando l’animazione degli anni ’60 e ’70, e che, arrivati all’inizio degli ’80, sono diventati studenti universitari, quindi erano sulla soglia dell’entrare in società. Celebre è infatti, per chi era presente, la ‘dichiarazione del nuovo secolo di animazione’ del 22 febbraio 1981, ovvero la première dei film di Gundam, che va a popolarizzare l’immaginario di questa sottocultura nell’opinione pubblica.

Tuttavia, io ho parlato di riabilitazione, e questo perché, proprio alla fine della decade, quella stessa opinione pubblica viene sconvolta dai crimini di Tsutomu Miyazaki che, in una mossa usata anche per fumetti e videogiochi, viene apostrofato come ‘otaku killer’, incolpando i suoi hobby per le sue azioni. Capite bene, almeno spero, che ciò è dannoso per tutti i fan, quindi bisogna mostrare che una mela marcia non è indicativa di tutto l’albero, ed ecco perché viene creato Otaku no Video.

Dunque, la domanda che sorge spontanea è “l’opera riesce nel suo intento?” Sì e no. Sì perché mostra gli otaku per quello che sono, ovvero persone appassionate di qualcosa, forse a volte in maniera fin troppo esagerata, ma comunque innocue; e no perché questo intento viene messo in ombra da altro. Infatti uno dei temi portanti dell’opera, come altri hanno già fatto notare, e si un’autobiografia romanzata sulla nascita dello studio che creerà Evangelion, ma è soprattutto una storia sull’importanza della passione. Di quella passione che ti fa venire i pensieri intrusivi che devi buttare giù, che ti tiene sveglio fino a tardi, che ti spinge a dare il massimo anche se sei esausto e che non ti fa dormire la notte, perché il cuore batte troppo forte e la mente corre troppo veloce.

Ma vediamo di tirare le somme, ok?

Perché, nell’anno di nostra signora Haruhi 2025, qualcuno dovrebbe ancora guardare Otaku no Video? Principalmente per motivi storici e culturali.

E, a rischio di risultare pedante, credo che chiunque voglia definirsi otaku debba accettare sulle proprie spalle il peso di ciò che quella parola significa e che ha significato.

In definitiva, non è il mio prodotto preferito della fu Gainax, quel posto resta all’immortale Gunbuster, ma è il secondo o terzo a cui penso quando sento la parola Anime, al punto che la sua opening è da anni la mia suoneria.

Normalmente chiuderei chiedendovi cosa ne pensate, ma per questa volta, eccezionalmente, lasciatemi finire con un irrispettosissimo

 “ ore wa kimoi otakudearu koto o hokori ni omoimasu da!!!

(Sono orgoglioso d’essere uno schifoso Otaku!!!)

Trent’anni di Evangelion: l’apocalisse che ha cambiato per sempre il modo di vedere gli anime

Certe opere non invecchiano. Evolvono, mutano, si rispecchiano nei nostri occhi e continuano a parlarci anche dopo decenni. “Neon Genesis Evangelion” è una di queste. Il 4 ottobre 1995, alle 18:30, TV Tokyo trasmetteva il primo episodio di una serie destinata a cambiare per sempre la storia dell’animazione giapponese. Nessuno poteva immaginare che, dietro quel titolo enigmatico, si nascondesse un manifesto generazionale, un grido di dolore e rinascita che avrebbe definito l’anime moderno.Evangelion non era “solo” un nuovo mecha show. Era — e resta — un viaggio nell’inconscio collettivo, una battaglia tra il sé e il mondo, tra l’uomo e Dio, tra tecnologia e disperazione. Una Lancia di Longino scagliata nel cuore di chiunque pensasse che i robottoni fossero soltanto muscoli d’acciaio e pose eroiche.


Il mondo dopo l’Apocalisse

Anno 2015. Quindici anni dopo il Second Impact, la Terra è una ferita ancora aperta. Nella futuristica Neo Tokyo-3, una nuova generazione cresce nell’ombra di una tragedia planetaria. È qui che un ragazzo timido, Shinji Ikari, viene richiamato dal padre — un uomo che conosce più il freddo del potere che il calore dell’affetto — per pilotare un colosso biomeccanico chiamato Evangelion.Da quel momento, l’adolescente smarrito diventa il pilota destinato a confrontarsi con esseri noti come “Angeli”: creature misteriose, ambigue, forse divine, forse solo riflesse della nostra stessa follia. Evangelion è questo: un’epopea di battaglie titaniche e silenzi abissali, dove il nemico è tanto fuori quanto dentro di noi. Ogni episodio è un frammento di un mosaico sempre più oscuro, dove religione, filosofia e psicologia si intrecciano in un enigma senza soluzione definitiva.

https://youtu.be/fShlVhCfHig

Quando Hideaki Anno concepisce Evangelion, il Giappone è in piena crisi esistenziale. L’economia crolla, le certezze sociali vacillano, e una generazione di giovani otaku vive sospesa tra alienazione e isolamento. Anno stesso è reduce da una depressione profonda. Evangelion nasce da lì: dal dolore di un uomo che decide di mettersi a nudo.

Tutti i personaggi di Evangelion sono me”, confesserà anni dopo. E in effetti, Shinji, Asuka, Rei e perfino Gendo sono sfaccettature della stessa psiche: l’insicurezza, la rabbia, la paura di essere rifiutati, il desiderio disperato di essere accettati.

Anno prende il linguaggio dei robot e lo trasforma in seduta di analisi. Gli Eva non sono armi: sono corpi viventi che fondono la carne con l’anima. Sono le estensioni dei traumi dei loro piloti. Ogni sincronizzazione è una confessione. Ogni battaglia, un tentativo di guarigione.


Psicologia, religione e apocalisse

In un panorama dominato da eroi invincibili, Evangelion osa chiedere: cosa significa davvero essere umani?
L’opera intreccia la psicoanalisi junghiana con la simbologia cristiana e cabalistica. Ogni angelo, ogni croce, ogni cerchio di Sephiroth è una tessera di un puzzle mistico che riflette la mente dell’autore.

Gli ultimi episodi, spesso criticati per la loro astrattezza, rappresentano l’apice di questa fusione tra introspezione e sperimentazione audiovisiva. Mentre le battaglie si dissolvono, resta solo la coscienza: un viaggio onirico nel subconscio dei protagonisti, fino all’iconico “Congratulations” — un applauso liberatorio e inquietante allo stesso tempo.

Ma il pubblico non era pronto a una fine così. Nel 1997 arrivano i film “Death & Rebirth” e “The End of Evangelion”, che offrono una conclusione alternativa, più apocalittica e cinematografica. Il risultato è un’esperienza complessiva che fonde arte, filosofia e disperazione con una potenza che ancora oggi pochi titoli hanno eguagliato.


Dalla Gainax alla rivoluzione dell’industria

Prima di Evangelion, lo studio Gainax era già un nome cult tra i fan grazie a progetti come “Gunbuster” e “Nadia – Il mistero della pietra azzurra”. Ma con Eva, Anno e il suo team riscrivono le regole dell’animazione.

L’impatto industriale è devastante: nasce il modello del production committee, le serie si accorciano ma si intensificano, e gli autori iniziano a reclamare una libertà creativa totale. Senza Evangelion, probabilmente, non esisterebbero opere come “Serial Experiments Lain”, “Ergo Proxy”, “Attack on Titan” o “Made in Abyss”.

Gainax diventa un laboratorio di idee, un simbolo di come la cultura otaku possa diventare arte e critica sociale allo stesso tempo. Evangelion non è solo un anime: è una rivoluzione culturale che ha reso possibile parlare di nevrosi, solitudine e identità in un medium pensato fino ad allora per l’evasione.


Il simbolo di una generazione

Shinji Ikari non è un eroe. È un ragazzo che non vuole combattere, che teme il contatto umano, che si rifugia nell’obbedienza e nella fuga. Ma proprio per questo è diventato immortale. In lui, gli spettatori degli anni ’90 — e quelli di oggi — si riconoscono più che in qualsiasi super robot pilotato da coraggiosi comandanti.

Evangelion è il racconto di una generazione che ha paura di crescere ma non può smettere di cercare se stessa. È un’opera che non consola, non spiega, ma ti costringe a guardarti dentro.

Ogni rewatch è una nuova seduta. Ogni battaglia contro un Angelo diventa una metafora delle nostre ansie quotidiane. E ogni volta, quando lo schermo si riempie di sangue e luce, ci chiediamo: “Chi sono io, e perché sono qui?”.


Un’eredità eterna

A trent’anni dalla sua prima trasmissione, “Neon Genesis Evangelion” rimane un monumento all’arte dell’anime. Ha ridefinito l’estetica visiva, la narrazione e la profondità psicologica del medium.
È diventato un linguaggio, un codice culturale condiviso che riecheggia in decine di opere successive, dai manga ai videogiochi, fino alla tetralogia “Rebuild of Evangelion” che, tra il 2007 e il 2021, ha offerto una nuova visione del mito, chiudendo il cerchio con il perdono e la rinascita.

Evangelion è la dimostrazione che l’animazione può essere introspezione, filosofia, dolore e catarsi. È un viaggio nella mente umana travestito da epopea apocalittica.

E se, come diceva Misato Katsuragi, “la realtà è crudele”, Hideaki Anno ci ha insegnato che anche nel momento della fine, c’è sempre un nuovo inizio.

Sulle Tracce del Drago 2025: quattro giorni epici tra musica, giochi e cultura nerd all’Aquila

Immaginate una città che, per quattro giorni, smette di essere semplicemente se stessa e si trasforma in un portale verso mondi paralleli: draghi che si aggirano tra i viali alberati, cavalieri e maghi che discutono di filosofia, cosplayer che con un solo gesto fanno vibrare i confini tra realtà e immaginazione. Questo è accaduto all’Aquila con la XVI edizione del Festival “Sulle Tracce del Drago”, conclusasi il 7 settembre, un appuntamento che ormai è diventato un vero e proprio rito collettivo per chi vive e respira cultura pop, fantasy e nerd in tutte le sue incarnazioni. Il cuore del festival è stata, ancora una volta, la Villa Comunale e il Palazzo dell’Emiciclo, luoghi che si sono animati come se fossero scenografie viventi di un multiverso senza confini. Lì, tra giocolieri che sembravano usciti da un videogioco medievale e maghi pronti a svelare trucchi impossibili, la folla ha trovato spettacoli, parate e rievocazioni storiche che hanno reso l’atmosfera surreale, quasi da RPG in modalità live.

Non potevano mancare i concerti che hanno fatto da colonna sonora a questa avventura: dal leggendario Giorgio Vanni, voce immortale delle sigle che hanno cresciuto generazioni di nerd italiani, a Shade e Claudio Bastoni, fino all’esibizione magnetica dei Poison Garden. Ogni nota sembrava evocare poteri speciali, risvegliando ricordi ed emozioni condivise da un’intera community. E poi c’è stata lei, l’icona immancabile di ogni festival nerd: la gara cosplay. Presentata con energia da Emiliano Gessa e Sara Vespasiani, ha mostrato quanto la creatività dei fan non conosca limiti. Costumi spettacolari, performance intense e un entusiasmo contagioso hanno trasformato la competizione in una vera celebrazione dell’arte di essere qualcun altro, anche solo per qualche minuto.

Ma “Sulle Tracce del Drago” non è solo spettacolo: è anche cultura e riflessione. Memorabile la conferenza di Giuseppe Conte dal titolo “Il potere degli anelli: ovvero la leadership post moderna”, che ha portato Tolkien in dialogo con la contemporaneità. Grande successo anche per la presentazione del volume “Filosofia di Neon Genesis Evangelion” di Fausto Lammoglia, con ospiti d’eccezione come Gualtiero Cannarsi, occasione perfetta per scavare nei meandri esistenziali di uno degli anime più discussi di sempre.

Non meno affascinanti gli interventi di Salvatore Santangelo con la sua raccolta di saggi “Yog–Sothothery”, in un omaggio esplicito ai miti lovecraftiani, e di Christian del Pinto con i racconti sismici di “Gli Araldi del Caos”. A completare il mosaico, l’incontro con Andrea Seth Marino sul doppiaggio nei videogiochi, con sessioni live che hanno permesso ai fan di scoprire da vicino la magia dietro le voci che danno vita ai nostri eroi digitali.

Il sindaco Pierluigi Biondi ha sottolineato come questo festival non sia più un evento “di nicchia”, ma un tassello fondamentale del cartellone culturale cittadino, capace di intrecciarsi con iniziative come il Jazz Italiano per le Terre del Sisma. Un esempio concreto di come la cultura nerd sappia dialogare con tutte le arti, trasformando la città in un laboratorio creativo aperto a tutti.

E infine, le parole di Virginia Como, presidente dell’associazione L’Aquila Che Rinasce, hanno tracciato il filo rosso di questa edizione: gratitudine verso istituzioni, partner e pubblico, ma soprattutto la consapevolezza che il festival è cresciuto, edizione dopo edizione, fino a diventare un fenomeno culturale e sociale di portata nazionale. La promessa finale è già un nuovo invito: ci si rivede nel 2026, con la XVII edizione, pronti a scoprire quali nuovi mondi fantastici il drago ci guiderà a esplorare.

E allora, cari lettori di CorriereNerd.it, la domanda è una sola: voi c’eravate? Quale momento del festival vi ha fatto battere il cuore come un tamburo da battaglia? Raccontatecelo nei commenti e prepariamoci insieme al prossimo capitolo di questa avventura, perché la caccia al drago non si ferma mai.

Hyper Police: la buddy comedy fantasy che ha stregato gli anni ’90

Pronta a catapultarti negli anni ’90 con una serie che è pura gemma nascosta del panorama anime e manga? Allaccia la cintura, perché oggi parliamo di Hyper Police, quell’anime-manga ibrido che profuma di VHS sbiadite, risate da buddy comedy e immaginari urban fantasy dove gatti antropomorfi e kitsune armate di pistola si muovono tra neon di Shinjuku e magie ancestrali. Una di quelle opere che, se l’hai scoperta per caso in edicola o nel palinsesto notturno delle TV private, ti ha marchiato per sempre con la sua strana alchimia di generi.

Immagina un futuro post-catastrofe: gli umani sono ormai una minoranza, il mondo pullula di creature mitologiche e la convivenza non è esattamente idilliaca. In questo contesto nasce la “Police Company”, una sorta di agenzia privata che mescola i toni delle bounty hunter stories con le atmosfere da sitcom anni ’90. Ed è qui che incontriamo Natsuki Sasahara, una dolcissima nekomata adolescente, metà ragazza metà gatta, che sogna di proteggere i deboli ma finisce per combinare più guai di quanti ne risolva. Con lei ci sono il licantropo Batanen Fujioka, che alterna il ruolo di senpai protettivo a quello di spasimante impacciato, e la sensuale quanto opportunista Sakura, kitsune affamata di potere e code extra.

Il bello di Hyper Police è che prende i classici cliché dello shōnen – lotte, magie, trasformazioni – e li filtra attraverso un tono leggero, ironico, quasi da sitcom. Gli episodi saltano da inseguimenti ad alto tasso di adrenalina a momenti comici in cui Natsuki si ubriaca con latte alla menta gatta (sì, esiste!) o si mette a giocare con i nastri di Sakura come fosse un qualsiasi micio domestico. È un mix che non perde mai equilibrio: un attimo sei davanti a un duello con spadaccini fuori dal tempo, l’attimo dopo ridi per l’ennesima sparatoria andata storta.

Il manga, creato da Minoru Tachikawa, gioca tantissimo con la mitologia giapponese reinterpretata in chiave moderna: oni segretarie, samurai catapultati nel futuro, creature che hanno più a che fare con i JRPG che con il folklore puro. L’anime del 1997, firmato Studio Pierrot e diretto da Takahiro Omori, amplifica questa vena pop, regalandoci 25 episodi che oggi sono una capsula del tempo: character design spigolosi, palette colorate e quell’atmosfera da “TV Tokyo di mezzanotte” che fa subito retrò.

Ma ciò che rende Hyper Police davvero speciale è il cuore emotivo dei suoi personaggi. Natsuki non è solo la “catgirl carina”, ma un’adolescente insicura che deve imparare a controllare poteri devastanti e sentimenti confusi. Batanen è il classico “wolfman” malinconico che porta sulle spalle più responsabilità di quante vorrebbe. Sakura, con le sue otto code e mezzo, incarna la fame di potere ma anche il bisogno di affetto, in una parabola che la porta da rivale potenziale a partner irrinunciabile. E poi ci sono figure come Sakunoshin, il samurai fuori dal tempo che aggiunge un tocco da isekai ante litteram, o Peau, la maga dell’acqua che finisce invischiata in una storia d’amore esagerata con Tomy.

Se dovessi definire Hyper Police in una frase, direi che è un “urban fantasy anni ’90 travestito da sitcom d’azione”. È la prova che a volte le opere più dimenticate sono quelle che riescono meglio a mescolare anime e sensibilità differenti, senza prendersi troppo sul serio. Nonostante non abbia mai sfondato in Italia e sia rimasto confinato a pubblicazioni sporadiche e a una nicchia di fan, rimane un piccolo cult capace di regalare sorrisi e un pizzico di malinconia.

Insomma, se cerchi un titolo che ti riporti a quell’epoca di anime “weird and wonderful”, dove i generi si incastravano in modi imprevedibili, Hyper Police è la chicca da recuperare. È un viaggio tra cacce alle taglie, magia elettrica, gag felinesche e un cast che sembra uscito da una fanfiction collettiva. E fidati: una volta entrata nello strano Shinjuku del XXII secolo, non vorrai più uscirne.

Magic Knight Rayearth – Il ritorno epico delle CLAMP nella nuova CLAMP Premium Collection

Preparati, perché stiamo per tornare a Cephiro. Il 26 agosto segna un evento che per molti fan è un po’ come riaprire un portale magico dopo decenni: Magic Knight Rayearth ritorna in Italia in una nuova, scintillante incarnazione, la CLAMP Premium Collection, un’edizione da collezione che promette di far brillare gli occhi sia di chi lo ha amato negli anni ’90 sia di chi sta per scoprirlo per la prima volta. Un cofanetto speciale raccoglierà i tre volumi che compongono la prima saga, con copertine ridisegnate dalle stesse CLAMP, dettagli in oro e pagine a colori, quasi fosse un tomo magico appena uscito dalla biblioteca segreta di Clef. Questo manga, pubblicato originariamente in Giappone tra il 1993 e il 1996 sulle pagine di Nakayoshi, è una pietra miliare del genere mahō shōjo. Ma ridurlo a una semplice storia di “maghette” sarebbe come dire che Final Fantasy è “solo” un videogioco: qui parliamo di una fusione visionaria di fantasy epico, azione alla spada laser e introspezione psicologica degna di un romanzo di formazione.

La trama è un portale narrativo che si apre alla Tokyo Tower, dove tre studentesse — Hikaru Shidō, Umi Ryūzaki e Fū Hōōji — vengono improvvisamente trasportate in un mondo sospeso tra magia e caos: Cephiro. Qui scoprono di essere destinate a diventare i leggendari Magic Knights, guerriere scelte per salvare il regno. Il loro viaggio non è soltanto una missione per evocare i mastodontici Mashin, ma un percorso di crescita personale in cui il fuoco, l’acqua e il vento diventano metafore di carattere, paure e coraggio.

Una delle grandi magie di Magic Knight Rayearth sta proprio nella scrittura delle CLAMP, capaci di bilanciare mondi complessi e personaggi iconici con un’estetica che oggi definiremmo “high fantasy” ante-litteram. La loro linea grafica — corpi slanciati, occhi espressivi, dettagli barocchi — rende ogni tavola una sorta di illustrazione da artbook. Ma il vero incantesimo è nella miscela di generi: qui il mahō shōjo incontra il mecha, con armature e robot sacri che non sfigurerebbero in un episodio di Gundam, il tutto sostenuto da una riflessione sul destino e sul sacrificio che diventerà uno dei marchi di fabbrica delle CLAMP.

In Italia, Rayearth arrivò nel 1995 con un’edizione frammentata, per poi essere pubblicato integralmente da Star Comics alla fine degli anni ’90. L’anime — noto da noi anche come Una porta socchiusa ai confini del sole — debuttò in TV nel 1997, e oggi vive una seconda giovinezza grazie allo streaming su Amazon Prime Video. Non è finita: il 2025 vedrà l’arrivo di un reboot anime ufficiale, segno che Cephiro non ha mai smesso di chiamare i suoi eroi.

La CLAMP Premium Collection non è solo una ristampa: è un’operazione di restauro e celebrazione. Ogni volume è pensato come un pezzo da collezione, con una cura quasi maniacale per il dettaglio, e il cofanetto è progettato per essere esposto, non nascosto. La prima saga arriverà ora, mentre in autunno toccherà alla seconda e conclusiva parte, sempre in tre volumi e con la stessa veste da collezione.

Per chi conosce già Magic Knight Rayearth, questa è l’occasione di rivivere ogni battaglia, ogni evocazione e ogni colpo di scena — e sì, anche quel finale che all’epoca ci fece crollare la mascella. Per i nuovi lettori, invece, è un invito a salire sulla Tokyo Tower e lasciarsi trascinare in un’avventura che combina il respiro epico de La Storia Infinita, la tensione emotiva di un JRPG e il fascino visivo dell’animazione giapponese anni ’90.

A Lucca Comics & Games 2024, l’annuncio di questa edizione è stato accolto come uno dei momenti più memorabili dell’evento, e non a caso: pochi titoli riescono a unire generazioni di lettori, otaku e collezionisti con lo stesso entusiasmo. Magic Knight Rayearth non è solo un manga: è un incantesimo che, a trent’anni di distanza, continua a funzionare.

E ora la domanda è: siete pronti a rispondere alla chiamata di Cephiro? Perché, una volta aperta la porta, non si torna indietro.

Gundam Wing compie 30 anni: il ritorno del mito che ha rivoluzionato il genere mecha

C’è qualcosa di magico nel ritrovarsi a parlare di Gundam Wing dopo trent’anni. Per chi ha vissuto gli anni ’90 con un occhio fisso sullo schermo e il cuore che batteva al ritmo dei motori dei Mobile Suit, questa serie non è solo un anime: è un pezzo di vita, un simbolo di un’epoca, una porta aperta su un universo dove giovani piloti affrontavano guerre interstellari e tormenti interiori con lo stesso coraggio. E adesso, a distanza di tre decenni dalla sua prima messa in onda, Gundam Wing torna a far parlare di sé con una serie di annunci che hanno già fatto esplodere l’entusiasmo del fandom in tutto il mondo.

Non stiamo parlando solo di celebrazioni di rito o operazioni nostalgia. Qui si parla di nuovi contenuti, nuove storie, e forse — ma diciamolo sottovoce — anche nuove animazioni che potrebbero riportare in vita una delle saghe più amate del franchise. Al centro di tutto c’è un video commemorativo che ha fatto battere forte il cuore dei fan durante il San Diego Comic-Con 2025, una nuova serie manga che promette di colmare i vuoti narrativi tra Endless Waltz e Frozen Teardrop, e persino una riedizione cinematografica pronta a riportare il leggendario Wing Zero sulle grandi sale. Insomma, Gundam Wing è tornato. E lo ha fatto in grande stile.

Durante il San Diego Comic-Con 2025, Bandai Film Network ha deciso di fare un regalo a tutti i fan del pianeta rivelando i progetti in corso per il trentennale di Gundam Wing. Il piatto forte è senza dubbio “Mobile Suit Gundam Wing – Operation 30th –”, un video commemorativo diretto da Toru Iwasawa con la voce narrante di Toshihiko Seki, il leggendario doppiatore di Duo Maxwell. Il filmato, pubblicato sul canale ufficiale YouTube GundamInfo, è un concentrato di nostalgia e nuove promesse, un inno al passato e un segnale luminoso per il futuro. Chi l’ha visto giura che l’atmosfera è quella giusta per preparare il terreno a un possibile adattamento animato di Frozen Teardrop, la light novel scritta da Katsuyuki Sumisawa che ha esteso la cronologia dell’universo di Gundam Wing dall’After Colony fino al Mars Century. Se questa voce dovesse rivelarsi vera, saremmo di fronte a una vera rivoluzione per il fandom, che da anni sogna di vedere animato questo tassello fondamentale della saga.

Ma le sorprese non finiscono qui. Sempre per il trentesimo anniversario, è stato annunciato un nuovo manga realizzato dalla storica illustratrice Sakura Asagi in collaborazione proprio con lo sceneggiatore Katsuyuki Sumisawa. Il titolo, decisamente evocativo, è Mobile Suit Gundam Wing 0.5: Point Half Preventer-7, e ha un obiettivo ambizioso: raccontare gli eventi che fanno da ponte tra il finale epico di Endless Waltz e l’inizio di Frozen Teardrop. Il primo capitolo è già disponibile online, ed è inutile dire che i fan si sono fiondati a leggerlo come se avessero ricevuto un ordine diretto da Heero Yui in persona. Il ritorno di quei personaggi iconici, la promessa di nuove rivelazioni e il gusto di scoprire cosa è accaduto dopo la tanto agognata pace, rendono questo progetto uno dei più attesi dell’anno.

A tutto questo si aggiunge anche una vera e propria chicca per i collezionisti e per chi non ha mai potuto vivere l’epica battaglia finale sul grande schermo: la riedizione cinematografica di Gundam Wing: Endless Waltz. Questo film, che ha rappresentato per anni la conclusione definitiva (almeno fino all’arrivo dei romanzi) della saga, tornerà nei cinema giapponesi e americani. Al momento non è stata ancora rivelata una data precisa, ma il solo pensiero di vedere il Wing Zero Custom librarsi in aria con le sue iconiche ali piumate su uno schermo cinematografico fa venire la pelle d’oca a qualsiasi appassionato.

E tutto questo, si badi bene, parte da una serie che ha debuttato in Giappone nel 1995, ma che ha conquistato il pubblico italiano solo nel 2001, quando venne trasmessa su Italia 1. In un’epoca in cui l’animazione giapponese stava conquistando i palinsesti televisivi, Gundam Wing spiccava per la sua maturità tematica, per la complessità dei personaggi e per quella sua estetica inconfondibile fatta di Gundam lucenti, drammi adolescenziali e guerre ideologiche che sembravano uscite da un trattato di geopolitica. La serie, composta da 49 episodi, è diventata un cult assoluto, trovando nuova linfa su Italia Teen Television, su VHS e DVD grazie a Shin Vision, e continuando a essere un faro per i fan della cultura mecha.

Ma cosa rende Gundam Wing così speciale? Perché, tra decine di serie Gundam, proprio questa ha fatto breccia nei cuori degli spettatori? La risposta è semplice: il perfetto equilibrio tra azione e introspezione, tra estetica e contenuto. Il conflitto tra la Federazione terrestre e le colonie spaziali è un’allegoria potente della lotta per l’autodeterminazione e della resistenza contro l’oppressione. I cinque piloti di Gundam – Heero, Duo, Trowa, Quatre e Wufei – non sono solo guerrieri, ma giovani con traumi, dubbi, ideali e visioni del mondo in conflitto. Ogni Gundam è il riflesso della personalità del suo pilota, e ogni battaglia è una metafora delle loro guerre interiori.

E poi ci sono loro, i Mobile Suit, i protagonisti silenziosi e roboanti della serie. Costruiti in Gundanium, un materiale pressoché indistruttibile, questi mech rappresentano il massimo della tecnologia bellica nell’universo di Gundam Wing. Il Wing Gundam Zero, in particolare, con il suo Zero System, è una vera icona dell’anime: una macchina capace di prevedere il futuro degli scontri ma che rischia di destabilizzare psicologicamente il pilota. Un’arma tanto potente quanto pericolosa, simbolo della doppia faccia del progresso e della guerra.

Il tutto viene impreziosito da personaggi secondari dal carisma travolgente, come Zechs Merquise, alter ego di Milliardo Peacecraft, e Treize Khushrenada, il raffinato e tragico comandante dell’organizzazione OZ. Le dinamiche tra questi personaggi, tra ideali di pace e strategie belliche, tra amore e vendetta, rendono Gundam Wing molto più di una serie d’azione: è un’epopea politica e umana che ancora oggi emoziona, commuove e fa riflettere.

In conclusione, i festeggiamenti per i trent’anni di Gundam Wing non sono solo un omaggio nostalgico, ma il segnale di una nuova era per il franchise. Tra video commemorativi, nuove pubblicazioni e possibili adattamenti animati, il mondo di Heero Yui e compagni è pronto a tornare alla ribalta, più forte e attuale che mai. È il momento perfetto per riscoprire questa serie, per rivederla con occhi nuovi o per presentarla a chi ancora non ha avuto il privilegio di conoscerla.

E voi, cosa ne pensate di questo ritorno glorioso? Avete già visto il video Operation 30th? Vi emoziona l’idea di un adattamento di Frozen Teardrop? Raccontatecelo nei commenti e condividete questo articolo con tutti i vostri amici fan dei mecha! Che la rivoluzione dell’After Colony abbia inizio… di nuovo

Video Girl Ai: il manga cult anni ’90 che ha fatto innamorare generazioni di nerd

Ci sono opere che trascendono la semplice narrativa per diventare veri e propri marcatori temporali di una generazione. Per gli appassionati della cultura nerd cresciuti all’ombra del retrogaming e della prima ondata manga, un titolo risuona con una malinconia agrodolce e un’intensità emotiva che non accenna a svanire: Video Girl Ai di Masakazu Katsura. Pubblicato originariamente tra il 1989 e il 1992 su Weekly Shōnen Jump, questo manga non è stato soltanto una storia d’amore; è stato un manifesto generazionale che, utilizzando un videoregistratore come portale magico, ha ridefinito il modo in cui i ragazzi di allora, e quelli di oggi, sognavano l’amore imperfetto.

Non lasciatevi ingannare dalla sua premessa, che a prima vista potrebbe sembrare una semplice commedia adolescenziale con un tocco fantascientifico. Quella che Katsura ha messo in scena è, in realtà, un profondo dramma di formazione che parla di altruismo, auto-accettazione e il caotico processo del crescere. Il protagonista, Yota Moteuchi, è l’incarnazione del tipico nerd liceale degli anni ’90: timido, riservato, con un’anima grande ma incapace di esprimere i propri sentimenti. La sua storia inizia con un gesto di altruismo quasi doloroso: Yota è perdutamente innamorato della sua compagna Moemi Hayakawa, ma quando scopre che lei ricambia l’interesse del suo migliore amico, Takashi, decide di farsi da parte e aiutarla nella sua conquista. Questo vortice di sentimenti repressi, equivoci e silenzi trattenuti è l’humus emotivo in cui il racconto affonda le sue radici.

Il vero catalizzatore della storia si manifesta quando Yota, nella sua disperazione, si imbatte nel misterioso Gokuraku Club e noleggia una videocassetta intitolata “Io ti consolerò – Ai Amano”. Quello che accade premendo play è il colpo di genio narrativo che fonde il romanticismo con la fantascienza. A causa di un presunto guasto al videoregistratore, dal televisore emerge una ragazza in carne e ossa: Ai Amano, l’eponima Video Girl.

Ai è la rottura definitiva con lo stereotipo della fidanzata idealizzata, così frequente nei manga romantici dell’epoca. È un disastro impulsivo, sincero e testardo, con un’autenticità che la rende infinitamente umana. Le sue “curve difettose”, metafora visiva del malfunzionamento del nastro, diventano il simbolo della sua e della nostra umanità imperfetta. Attraverso il suo arrivo caotico e disarmante, Ai costringe Yota a uscire dal suo guscio, a imparare a relazionarsi, ad accettare che l’amore vero non risiede nella perfezione irraggiungibile, ma nella vulnerabilità e nella crescita reciproca. Il manga si trasforma in un percorso di maturazione in cui la tenerezza, la solitudine e la frustrazione si intrecciano indissolubilmente.

Ponte Tra Analogico e Digitale: La Profezia Tecnologica

Il fascino duraturo di Video Girl Ai risiede anche nella sua inaspettata capacità profetica. Il videoregistratore, un oggetto ormai da museo, non è solo un trope anni ’90; è un simbolo potente, un ponte tra la realtà analogica di Yota e il desiderio incarnato digitalmente. Katsura, involontariamente o meno, anticipava temi che sarebbero diventati centrali nella nostra era: i mondi virtuali, le intelligenze artificiali e la crescente ambiguità delle relazioni digitali. L’idea di una relazione con un’entità nata da un medium tecnologico risuona oggi in modo ancora più intenso, in un’epoca dominata dallo streaming e dalle waifu digitali.

A questo si aggiunge lo stile grafico inconfondibile di Katsura. Le sue tavole uniscono un realismo anatomico raffinato a una straordinaria capacità di catturare la delicatezza degli sguardi. Le espressioni di Yota e Ai, un sorriso spezzato o una lacrima trattenuta, sono finestre aperte sulle loro anime, raccontando più di mille battute di dialogo. Anche l’elemento sensuale, presente nel manga, non scade mai nel gratuito fanservice: è un erotismo malinconico, integrato nella narrazione come linguaggio della vulnerabilità e del desiderio giovanile.

L’opera ha avuto anche un percorso editoriale affascinante in Italia, attraversando tre diverse incarnazioni dalla storica edizione Star Comics degli anni ’90 con lettura occidentale, fino alla più recente New Edition del 2014, che ha portato la magia di Ai Amano a una nuova generazione di lettori, dimostrando la sua longevità e rilevanza culturale.

Il vero dono di Video Girl Ai non si trova in una trama perfettamente oliata – a volte disordinata e piena di soluzioni repentine – ma nell’empatia universale che riesce a generare. Chi ha letto quest’opera da adolescente vi ha trovato un riflesso dei propri turbamenti; chi la riscopre oggi, immerso nella sua estetica vintage fatta di VHS e notti insonni, ritrova la fragilità assoluta di quel tempo in cui tutto era amplificato. Katsura ci ha lasciato in eredità la profonda lezione che amare significa accettare e che la vera bellezza è intrinsecamente legata all’imperfezione. Ai Amano non è solo una ragazza uscita da un video; è l’eco di un’emozione che resta impressa, il ricordo di un frammento di vita condiviso che, come una vecchia videocassetta ritrovata in soffitta, è sempre pronto a ripartire da capo.

Dragon Ball Super compie 10 anni: come l’anime ha riscritto il mito di Goku per una nuova generazione

Dieci anni fa, il 5 luglio 2015, Dragon Ball tornava in TV con una parola che sembrava una promessa e una sfida insieme: Super. E io me lo ricordo benissimo, quel misto di euforia e sospetto da fan veterana: “Ok, ma reggerà il confronto con l’epoca d’oro? Sarà davvero Dragon Ball… o solo un’operazione nostalgia?”. Spoiler: mi sono ritrovata a fare la stessa cosa che facevo da ragazzina davanti a Italia 1, solo con più consapevolezza e con un cuore da nerd cresciuta che, in certi momenti, ha tremato come davanti alla prima trasformazione in Super Saiyan.

Parlare oggi di Dragon Ball Super significa raccontare un pezzo di storia pop contemporanea. Non solo perché è stata la prima serie inedita dopo quasi vent’anni dalla fine di Dragon Ball GT, ma perché ha avuto il compito più difficile in assoluto: prendere un mito “chiuso” nella memoria collettiva e riaprirlo senza romperlo. E nel farlo ha finito per cambiare le regole del gioco, espandendo l’universo narrativo, aggiornando il linguaggio dell’azione, e soprattutto ridefinendo cosa vuol dire “andare oltre” in un franchise dove “andare oltre” era già diventato un mantra.

Un sequel che vive tra Z e leggenda: dove si piazza Super nella timeline

L’anime di Dragon Ball Super si colloca dopo la sconfitta di Majin Bu e prima dell’epilogo di Dragon Ball Z, in quel decennio “di pace” che, diciamocelo, pace non è mai stata davvero quando in giro ci sono Saiyan che si allenano anche mentre respirano. Questa scelta non è solo un dettaglio cronologico: è una dichiarazione d’intenti. Super non vuole cancellare Z, non vuole nemmeno fare finta che tutto sia ricominciato da zero. Vuole inserirsi lì, nel punto esatto in cui la saga sembrava essersi conclusa, per dire: “Sì, la storia continua. E adesso le conseguenze sono cosmiche”.

E infatti Super parte in modo quasi “didattico” per riallineare il pubblico: la Terra è salva, la vita quotidiana torna, ma Goku e Vegeta rimangono fedeli alla loro natura. Il conflitto vero non è più “salviamo il pianeta”, almeno non subito. Il conflitto diventa “esiste un limite?”. E quando Dragon Ball si fa questa domanda, di solito significa una cosa: sta per arrivare qualcuno o qualcosa che spazza via la gerarchia di potere che credevamo intoccabile.

Toei Animation e il ritorno seriale: perché Super è stato un evento industriale oltre che narrativo

Dragon Ball Super non nasce come manga, e questa è una delle cose più interessanti della sua identità. Nasce come serie animata prodotta da Toei Animation e trasmessa in Giappone su Fuji TV dal 2015 al 2018. È un ritorno alla serialità “settimanale” in un’epoca in cui l’anime, soprattutto quello mainstream, stava cambiando pelle: stagioni più corte, produzione più mirata, ritmi diversi. Super si prende invece il lusso e il rischio della lunga corsa.

Questo ha avuto effetti evidenti, e da fan non avrebbe senso fingere il contrario: l’anime ha alternato episodi spettacolari a momenti più deboli, con oscillazioni di qualità che la community ha commentato, memato, discusso fino allo sfinimento. Però sapete cosa? Proprio questa natura “imperfetta ma viva” ha reso Dragon Ball Super un’esperienza collettiva vera, da appuntamento fisso, da teorie sui social, da hype del lunedì mattina. Era Dragon Ball che tornava a essere una cosa condivisa in tempo reale, come succedeva quando eravamo più piccoli e ci si passava le anticipazioni come fossero informazioni segrete di stato.

Il grande reset emotivo: Beerus, Whis e la scoperta che esiste un livello divino

Lord Beerus e Whis non sono soltanto due personaggi nuovi. Sono un cambio di paradigma. L’arrivo del Dio della Distruzione e del suo angelo-maestro sposta Dragon Ball su un piano mitologico diverso: non si parla più solo di alieni, cyborg, demoni e guerrieri leggendari. Si parla di divinità, di gerarchie cosmiche, di equilibri universali mantenuti (o spezzati) da esseri che trattano un pianeta come un soprammobile.

Ed è qui che Super fa una cosa furbissima: per riportarci dentro, parte rielaborando le storie già viste nei film “La battaglia degli dei” e “La resurrezione di ‘F’”. Qualcuno lo ha vissuto come un freno, qualcun altro come un ponte necessario. Io, col senno di poi, lo leggo come un rito di passaggio: prima ti riporto a casa, poi ti faccio uscire dal quartiere e ti porto nello spazio profondo.

Il Super Saiyan God nasce così: non come un semplice “Super Saiyan di colore diverso”, ma come idea narrativa nuova. Un potere che si attiva tramite un rituale, tramite una purezza d’intento, tramite una dimensione quasi spirituale. E subito dopo arriva il Super Saiyan Blue, più controllato, più tecnico, più “marziale”. Dragon Ball Super inizia a parlare una lingua diversa: meno rabbia e più disciplina, meno “urlo e vinco” e più “capisco, affino, domino”.

Il multiverso come playground: Champa, il Torneo tra universi e la sensazione di infinito

Quando entra in scena Champa, fratello di Beerus, Dragon Ball spalanca una porta che non si chiude più: il multiverso. Non è solo un espediente per moltiplicare i nemici. È una macchina narrativa perfetta per rilanciare l’idea che ha sempre alimentato il franchise: da qualche parte, esiste qualcuno più forte. Solo che ora quel “da qualche parte” non è un pianeta lontano. È un altro universo.

Il Torneo tra Sesto e Settimo Universo ha un sapore da shōnen classico, ma con una cornice cosmica che cambia tutto. E soprattutto introduce un concetto che Super userà come arma segreta: la varietà. Non solo Saiyan e rivali speculari, ma combattenti con fisiche, razze, strategie e stili diversi. Hit, ad esempio, è uno di quei personaggi che sembrano progettati apposta per far impazzire chi ama le dinamiche di potere: un assassino che non vince perché “spinge più forte”, ma perché piega il tempo e legge il ritmo dell’avversario. È Dragon Ball che, senza perdere la sua identità, flirta con un tipo di combattimento più tattico.

L’arco di Zamasu e Black: Dragon Ball che diventa thriller ideologico

Poi arriva lui. O meglio, arriva “lui con la faccia di lui”. Black Goku è uno dei colpi più potenti a livello di immaginario: prendere il volto simbolo dell’eroe e usarlo come maschera del terrore. Funziona perché gioca con qualcosa di profondissimo per chi è cresciuto con la serie: Goku è casa. Vederlo come minaccia è destabilizzante.

Ma l’arco non si limita al twist. Zamasu porta con sé un tema rarissimo per Dragon Ball: la condanna morale dell’umanità da parte di una divinità. Il Piano Zero Mortali non è solo “voglio distruggere tutto perché sì”. È fanatismo. È ideologia. È delirio di purezza. E in una saga costruita storicamente sulla fisicità dello scontro, improvvisamente la posta in gioco diventa anche filosofica: chi decide cosa merita di esistere?

E poi, ammettiamolo, alcune immagini di quell’arco si stampano addosso: Trunks adulto che torna dal futuro con la disperazione negli occhi, la fusione, l’idea del male che non muore perché ha smesso di essere corpo e si è fatto concetto. Super, lì, prova a essere più cupo. Non sempre perfetto, ma coraggioso.

Il Torneo del Potere: la saga che ha trasformato l’hype in sport mondiale

Se devo scegliere il punto in cui Dragon Ball Super diventa “fenomeno globale contemporaneo”, non ho dubbi: Torneo del Potere. Otto universi, dieci guerrieri ciascuno, eliminazione fuori ring, annientamento totale per gli sconfitti. È semplice da capire e impossibile da ignorare. È la formula perfetta per alimentare attesa, discussione, ranking, tifoserie, meme, clip virali. Sembra quasi costruito per l’era social, e forse lo è. Ma funziona perché sotto la superficie da battle royale c’è un’idea emotiva fortissima: la responsabilità delle scelte.

E dentro quell’arena succedono cose che, da fan, ti fanno gridare contro lo schermo. Freezer che torna in gioco e diventa alleato “a termine” è uno di quei colpi che, sulla carta, sembrano fanservice; in pratica, diventano dinamite narrativa, perché costringono Goku (e noi) a riconoscere che il bene e il male, in Dragon Ball, spesso sono anche questione di contesto, convenienza, sopravvivenza.

Jiren, invece, è l’opposto del villain classico. Non seduce, non provoca, non teatralizza. È un muro. E proprio per questo rappresenta un tipo di antagonista spietato: quello che ti obbliga a cambiare perché contro di lui non basta “volere di più”. Serve essere altro.

Ed ecco l’Ultra Istinto. Quel momento non è solo una trasformazione. È un concetto shōnen portato all’estremo: la mente che si spegne, il corpo che risponde da solo, il guerriero che diventa gesto puro. Anche chi ha criticato Super, spesso, su quella scena ha dovuto ammettere una cosa: quando Dragon Ball decide di fare spettacolo, sa ancora farti sentire piccolo davanti allo schermo, come la prima volta.

E il finale è una di quelle chiusure che ti riconciliano con tutto: Goku e Freezer insieme nell’ultimo slancio, C-17 che si rivela la variabile impazzita e meravigliosa, il desiderio che rimette in vita gli universi cancellati. Non vince l’ego. Vince la scelta più umana: restituire esistenza agli altri.

Dopo la serie: i film “Super” come evoluzione estetica e narrativa

Anche se l’anime si è concluso nel 2018, Dragon Ball Super non ha smesso di esistere. Si è trasformato. E lo ha fatto soprattutto al cinema, con due film che hanno segnato la nuova fase del franchise.

Dragon Ball Super: Broly (2018) è un piccolo evento storico: rende canonico Broly e lo riscrive in modo da farlo funzionare davvero nel nuovo contesto. Non più soltanto furia muscolare senza freni, ma trauma, isolamento, manipolazione. E soprattutto un film che, a livello visivo, ha alzato l’asticella dell’animazione di Dragon Ball in modo evidente, con combattimenti lunghissimi che sembrano esplodere fuori dai confini del frame.

Dragon Ball Super: Super Hero (2022) fa un’altra cosa ancora: sposta il focus. Gohan e Piccolo tornano protagonisti e, da fan che ha sempre sofferto quando venivano messi in panchina, vi dico che è stato come vedere due vecchi amici riprendersi lo spazio che meritavano. E anche qui Super dimostra la sua natura: non è solo “Goku sempre più forte”. È un ecosistema di personaggi e possibilità.

Il peso del 2025: Super come eredità e come domanda aperta

Oggi, nel 2025, Dragon Ball Super si porta addosso un significato diverso. Non è solo “l’anime del ritorno”. È diventato una parte fondamentale dell’eredità moderna di Dragon Ball, un ponte che ha preso per mano chi era cresciuto con Z e lo ha presentato a una generazione che magari ha scoperto Goku prima come icona pop che come protagonista di una saga.

E sì, il futuro rimane una grande domanda. L’anime non è tornato con nuovi episodi dopo la fine del Torneo del Potere, e intorno al franchise circolano sempre voci, speranze, mezze certezze che accendono discussioni infinite. Però una cosa è chiarissima: Dragon Ball Super ha dimostrato che Dragon Ball può ancora reinventarsi senza perdere l’identità, può ancora farti sentire quel brivido da “sta per succedere qualcosa di enorme”, può ancora riunire le persone attorno a una trasformazione, a una sigla, a un episodio caricato in streaming appena esce.

Dieci anni dopo, la domanda che mi viene naturale è questa: quale momento di Dragon Ball Super vi ha fatto scattare davvero l’emozione “da vecchia scuola”? La prima apparizione di Beerus? Il Rosé di Black? L’ingresso dell’Ultra Istinto? Oppure una scena più piccola, una battuta, un dettaglio che solo noi fan notiamo? Scrivetemelo, che qui si parla la stessa lingua: quella dei guerrieri che non smettono mai di allenarsi, nemmeno quando lo schermo diventa nero.

30 anni di Sailor. Il MUFANT di Torino celebra i 30 anni dell’eroina più amata degli anni ’90

Torinesi, appassionati del Sol Levante, nostalgici degli anni ’90 e guerriere e guerrieri della Luna di tutte le età: sabato 21 giugno segnatevi questo appuntamento sulla vostra agenda nerd, perché al MUFANT – il Museo del Fantastico e della Fantascienza di Torino – si festeggia un compleanno davvero speciale. Non parliamo di una semplice icona pop, ma della paladina che ha rivoluzionato l’immaginario collettivo di intere generazioni: Sailor Moon.

Sì, avete capito bene. A trent’anni dall’arrivo in Italia dell’anime che ha fatto sognare milioni di spettatori – era il 21 febbraio 1995 quando Canale 5 mandò in onda il primo episodio, “Una guerriera speciale” – il MUFANT, con l’evento “30 anni di Sailor” torna a rendere omaggio alla leggendaria combattente in divisa marinara. L’evento si svolge in un mese doppiamente simbolico: giugno è infatti il mese in cui cade il compleanno canonico di Usagi Tsukino, alias Sailor Moon, precisamente il 30 giugno. Una coincidenza astronomica, verrebbe da dire, perfetta per organizzare una giornata celebrativa tra cultura pop, studi accademici e passioni geek.

A partire dalle 15:30 fino alle 19:00, in piazza Riccardo Valla 5, le porte del museo si apriranno per accogliere fan e curiosi in un viaggio unico nel cuore dell’universo di Sailor Moon, tra approfondimenti culturali, artigianato giapponese, cibo anime-style e antiche arti marziali.

Ma andiamo con ordine, perché il programma è ricco e variegato, un vero tributo alla trasversalità dell’opera creata da Naoko Takeuchi.

Il pomeriggio si apre con un’introduzione firmata da Silvia Casolari e Davide Monopoli, direttori artistici del MUFANT, che ci guideranno in una riflessione affascinante sul ruolo del museo del fantastico come spazio per l’identità e l’alterità, in compagnia – ovviamente – non solo di Sailor Moon, ma anche di Wonder Woman e altre eroine pop che hanno ridefinito il concetto stesso di femminilità nell’immaginario collettivo.

A seguire, alle 16:00, si entra nel vivo con la presentazione del libro “Nel nome della Luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon”, una novità editoriale firmata da Società Editrice La Torre e curata da Anna Specchio, docente dell’Università di Torino. Questo volume rappresenta la prima analisi interdisciplinare su Sailor Moon in Italia, un’opera corale che unisce letteratura, sociologia, studi sui media e cultura pop attraverso gli occhi di studiose e studiosi della cosiddetta “Generazione Sailor Moon”. Un’operazione editoriale coraggiosa e doverosa, che esplora l’impatto narrativo dell’anime e del manga sulle identità di genere, le rappresentazioni LGBTQ+ e la loro diffusione attraverso media diversi.

Sul palco, insieme alla curatrice, ci saranno autori e autrici del calibro di Asuka Ozumi, Andrea Pancini, Alessandra Richetto, Cristian Pallone, Deborah Giustini, Giacomo Calorio, Leone Locatelli, Luca Paolo Bruno e Marta Fanasca. Tra questi, spicca proprio Locatelli, autore anche della teca espositiva a tema Sailor Moon allestita per l’occasione, e fondatore del sito heroica.it, vero punto di riferimento per chi studia l’eroismo nel pop contemporaneo.

E non finisce qui. Alle 17:30 si cambia registro, ma sempre restando nell’orbita lunare, con l’incontro “Appetito da guerriere – Il cibo e la convivialità in Sailor Moon” condotto dallo chef Carlo “Ojisan” Mele. Maestro del ramen e vero cultore del cibo negli anime, Ojisan ci porterà alla scoperta dei piatti più iconici gustati da Usagi e le sue compagne tra una battaglia contro i nemici del Negaverso e un’esplosione di magia rosa. Il tutto accompagnato da una piccola degustazione, perché si sa: combattere il male fa venire fame!

Infine, alle 18:15, spazio al corpo e alla disciplina con una performance della scuola di Jūtaijutsu “Yōshin Ryū”, fondata nel 1978 dal Maestro Cesare Turtoro. Non solo un’esibizione spettacolare, ma un vero tuffo in una tradizione che fonde tecnica marziale e filosofia orientale, perfetta per chiudere in bellezza una giornata all’insegna del Giappone, del fantastico e – ovviamente – della Luna.

Durante tutto il pomeriggio, il museo si trasformerà in un piccolo villaggio tematico con stand espositivi che celebrano l’artigianato nipponico in tutte le sue forme. Si potrà assistere alla vestizione dello Yukata con Selena Gabriele, perdersi tra gli origami di Francesca Godeas (alias kitsune_diariogiapponese), ammirare le stampe antiche giapponesi selezionate dalla Galleria I tre Torchi di Giulia Beccaria e scoprire i tenerissimi amigurumi realizzati da Valentina Esposito (tanukicreations). Un’occasione imperdibile per portarsi a casa un pezzetto di cultura geek e orientale.

L’evento rappresenta anche l’ultimo appuntamento della stagione del MUFANT nell’ambito del progetto Youtoo, una rassegna pensata come ponte verso una nuova fase del museo. Da questo autunno, infatti, il MUFANT inaugurerà il suo attesissimo Rooftop: una terrazza completamente ristrutturata grazie ai fondi PNRR della Città di Torino, che diventerà uno spazio espositivo d’avanguardia con mostre, eventi, aperitivi musicali, cinema e mercatini nerd.

Per partecipare all’evento basta il biglietto standard del museo, con ingresso calmierato a 5 euro per le studentesse e gli studenti universitari muniti di tessera. Un prezzo più che accessibile per vivere un’esperienza che unisce cultura, passione e condivisione nel nome della Luna… e della cultura nerd!

Allora, ci vediamo al MUFANT sabato 21 giugno? Fateci sapere se ci sarete, commentate l’articolo e condividetelo con i vostri compagni di battaglie stellari! E ricordate: la giustizia trionferà sempre, nel nome della Luna! 🌙✨

Yūko Miyamura: la voce di un’epoca torna a far battere il cuore otaku con la pubblicazione dei suoi album storici

Nel vasto firmamento delle seiyuu giapponesi — quelle straordinarie artiste capaci di dare vita, anima e carattere ai personaggi che amiamo — il nome di Yūko Miyamura brilla come una stella inestinguibile. Non solo per la potenza evocativa della sua voce, che ha segnato l’immaginario collettivo degli anni ’90 con ruoli entrati nella leggenda dell’animazione giapponese, ma anche per una carriera poliedrica che oggi riscopriamo in tutta la sua ricchezza, grazie a una bellissima iniziativa celebrativa. A trent’anni dal suo debutto, ben nove album musicali di Yūko Miyamura, pubblicati tra il 1996 e il 1999, sono finalmente disponibili in streaming. Una vera e propria miniera d’oro sonora per gli appassionati di cultura otaku e per tutti coloro che vogliono riscoprire la scena musicale anime-pop degli anni ’90.

Ma chi è davvero Yūko Miyamura? Per chi è cresciuto a pane e anime, non serve nemmeno dirlo: Asuka Langley Soryu, la fiera, complessa e indimenticabile pilota dell’Evangelion Unit-02, ha la sua voce. Una voce che sa essere tagliente come una katana e tenera come un ricordo d’infanzia. Ma ridurre la sua carriera a un solo personaggio, seppur iconico, sarebbe un torto imperdonabile. Miyamura ha infatti prestato la sua voce anche a Kazuha Toyama in Detective Conan, alla delicata Hinagiku Tamano/Angel Daisy in Wedding Peach, alla tormentata Casca in Berserk e perfino alla leggendaria Madoka Ayukawa nel film Kimagure Orange Road: Summer’s Beginning.

Diplomatasi alla celebre Tōhō Gakuen College of Drama and Music, Miyamura — affettuosamente chiamata dai fan Miyamū — ha sempre mostrato una spiccata inclinazione per le arti performative, dividendosi con passione tra recitazione, canto e doppiaggio. Negli anni della sua giovinezza artistica, ha saputo cogliere l’essenza dell’epoca, entrando in sintonia con un pubblico affamato di emozioni sincere e personaggi profondi. Non è un caso se proprio il suo lavoro negli anni Novanta è oggi oggetto di una riscoperta affettuosa e nostalgica da parte di vecchi e nuovi fan.

Il ritorno dei suoi album in streaming — su piattaforme come Apple Music, Spotify, YouTube Music, LINE MUSIC, Amazon Music, Deezer, AWA, Rakuten Music, KKBOX e anche disponibili all’acquisto digitale su iTunes Store, Rekochoku e mora — è molto più di un’operazione commerciale. È un regalo alla memoria collettiva, una finestra su una stagione musicale irripetibile, quella che faceva da colonna sonora ai pomeriggi davanti alla TV o alle notti passate a registrare sigle su audiocassette.

Il tutto è stato annunciato in grande stile durante l’evento celebrativo Seizon Kakunin, tenutosi lo scorso 24 maggio al Shibuya Culture Culture. Una serata densa di emozioni, dove Miyamura ha incontrato i fan insieme alle colleghe e amiche Kyoko Hikami e Megumi Ogata (la voce di Shinji Ikari, per chi apprezza le coincidenze del destino). L’evento ha segnato una sorta di reunion spirituale per chi ha vissuto quell’epoca d’oro, un’occasione per ritrovarsi, cantare insieme e dire “grazie” a una delle artiste che hanno plasmato il nostro immaginario.

E se oggi Yūko Miyamura vive in Australia con il marito, il doppiatore Takayuki Seki, e i loro due figli, il legame con il Giappone e con il mondo dell’animazione resta fortissimo. Nonostante nel 2007 le sia stato diagnosticato il morbo di Basedow-Graves, dopo aver sofferto di esoftalmo, Miyamura ha continuato a essere attiva e presente, oggi anche come direttrice del suono presso l’agenzia Techno Sound, oltre che affiliata alla Japan Action Enterprises. Un esempio luminoso di resilienza e amore per il proprio mestiere.

Riascoltare oggi i suoi brani significa fare un viaggio nel tempo, ma anche riscoprire una parte meno nota della sua arte. I suoi dischi degli anni ’90 sono carichi di energia, sogni, melodie orecchiabili e testi intrisi di quella poetica pop nipponica che tanto ha influenzato la cultura anime. È un’occasione rara per scoprire quanto la sua sensibilità musicale fosse complementare alla sua forza interpretativa come seiyuu.

In un’epoca in cui la voce può essere replicata da un algoritmo, la personalità vocale di Miyamura ci ricorda che dietro ogni personaggio amato, ogni battuta iconica, c’è un essere umano che ha dato tutto sé stesso per trasmettere emozioni vere. E questo, nessuna tecnologia potrà mai sostituirlo.

Hai già riascoltato i suoi album? Hai un personaggio doppiato da lei che ti è rimasto nel cuore? Parliamone insieme! Scrivi nei commenti qui sotto o condividi questo articolo sui tuoi social per coinvolgere altri fan e dare nuova voce — è proprio il caso di dirlo — a una delle artiste più affascinanti dell’universo anime.

“Nel nome della Luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon”, a cura di Anna Specchio

Per chi, come me, è cresciuta con gli occhi sgranati davanti alla TV durante gli anni ’90, mentre la sigla italiana di Sailor Moon risuonava con la forza di un incantesimo, l’arrivo di un saggio come Nel nome della Luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon, curato da Anna Specchio per Società Editrice La Torre, rappresenta qualcosa di più di una pubblicazione accademica. È un atto d’amore, una dichiarazione generazionale, un momento di riscoperta e consapevolezza per tutte noi che abbiamo trovato nelle guerriere sailor qualcosa che andava ben oltre i glitter e le magie.

Sailor Moon non è stato solo un anime o un manga. È stato un catalizzatore di cambiamento, un portale verso nuovi modi di pensare il mondo, il genere, l’identità, l’amicizia e il potere delle emozioni. E il saggio curato da Anna Specchio ne è la dimostrazione. Con le sue oltre 300 pagine fitte di riflessioni, studi e interpretazioni, questo volume raccoglie il contributo di una vera e propria squadra di studiose e studiosi che fanno parte di quella che viene definita “Generazione Sailor Moon”, ovvero quella fetta di pubblico cresciuta a pane e trasformazioni con le protagoniste in divisa scolastica e bacchetta magica alla mano.

La bellezza di questo saggio sta nel suo approccio interdisciplinare: letteratura, sociologia, studi di genere, cultura pop e media si intrecciano in un dialogo ricco e sfaccettato che restituisce tutta la profondità di un’opera troppo spesso liquidata come semplice intrattenimento per bambine. Ma Sailor Moon è stato — ed è tuttora — molto di più. È stato il primo contatto per molte persone con tematiche LGBTQ+, è stato uno specchio in cui leggere un’idea di femminilità forte, complessa, dolce e combattiva al tempo stesso, è stato un esempio di eroismo collettivo, dove l’unione fa davvero la forza.

Il libro non si limita a una celebrazione nostalgica. Entra nelle pieghe del testo originale di Naoko Takeuchi, si sofferma sulle differenze tra manga e anime, analizza l’adattamento italiano e la sua ricezione, e soprattutto si interroga su come le Sailor abbiano influenzato — e continuino a farlo — il nostro immaginario collettivo. A trent’anni dalla prima trasmissione italiana, queste eroine continuano a brillare come stelle nel firmamento della cultura pop.

Tra le firme che animano il saggio troviamo voci autorevoli e appassionate come quelle di Luca Paolo Bruno, Giacomo Calorio, Marta Fanasca, Deborah Giustini, Leone Locatelli, Asuka Ozumi, Cristian Pallone, Andrea Pancini, Giuseppe Previtali, Alessandra Righetto, Anna Specchio stessa e Sara Tongiani, il tutto introdotto da una prefazione firmata da Paola Scrolavezza, altra figura centrale negli studi giapponesi in Italia. È un coro variegato e competente che affronta l’universo di Sailor Moon da ogni angolazione possibile, dalle origini giapponesi fino all’impatto sulle nuove generazioni.

Anna Specchio, docente di Lingua e Letteratura Giapponese all’Università di Torino, non è nuova a lavori di grande rigore ma anche di profonda sensibilità verso i temi femminili e queer. I suoi studi, così come le sue traduzioni di autrici come Murata Sayaka e Kashimada Maki, riflettono un interesse costante verso la narrazione come spazio di esplorazione identitaria e politica. In Nel nome della Luna, Specchio riesce a orchestrare una sinfonia di voci che rende giustizia alla complessità dell’opera di Takeuchi, ma anche al vissuto di tutte quelle persone che, grazie a Usagi e compagne, hanno trovato coraggio, rappresentazione, sogni e determinazione.

Questo saggio è un invito a rileggere Sailor Moon con occhi nuovi e maturi, a capire perché ci ha segnato tanto e perché ancora oggi è un punto di riferimento per chi cerca eroine vere, non perfette ma autentiche. E se ancora vi capita di canticchiare “Sailor Moon, la luna splende su di noi”, sappiate che non siete soli. Quel legame, quella scintilla, quella luna non si è mai spenta.

Nel nome della Luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon sarà disponibile in anteprima dal 20 maggio 2025 sul sito di Società Editrice La Torre, e io non posso che consigliarvene caldamente la lettura. Perché ogni generazione ha i suoi miti fondanti, e Sailor Moon, con le sue battaglie, le sue lacrime e il suo cuore immenso, è senza dubbio uno dei nostri.

Se anche voi avete combattuto il male col potere dell’amicizia e vi siete sentiti parte di una squadra magica, condividete questo articolo e raccontatemi nei commenti cosa ha significato per voi Sailor Moon. Nel nome della Luna… vi aspetto!

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