Alice nel Paese delle Meraviglie Dive in Wonderland: l’anime evento di P.A. Works arriva al cinema

L’animazione giapponese di alta qualità si prepara a invadere i nostri schermi con una forza dirompente, portando con sé quel carico di meraviglia e introspezione che solo i grandi maestri del Sol Levante sanno maneggiare con tale maestria. Gli appassionati di ogni generazione farebbero bene a segnare sul calendario una data fondamentale, perché il 25 gennaio segna l’arrivo nelle sale italiane di Alice nel Paese delle Meraviglie: Dive in Wonderland. Questo lungometraggio, conosciuto in patria come Fushigi no Kuni de Alice to -Dive in Wonderland-, rappresenta una sfida stilistica e narrativa di altissimo livello, portata nel nostro Paese grazie alla distribuzione europea di ADN. Molti di noi associano questo nome alla celebre piattaforma di streaming dedicata agli anime, ma vederli ora operare con tale decisione sul fronte cinematografico è un segnale chiarissimo di quanto il mercato stia evolvendo e di quanta voglia ci sia di cinema d’autore anche in ambito animation. L’uscita italiana si configura come un evento speciale di tre giorni in sale selezionate, comprese quelle del circuito The Space, puntando tutto sulla lingua originale giapponese con i sottotitoli. Si tratta di una mossa coraggiosa e pensata per noi, per la community nerd che vuole godersi ogni singola sfumatura recitativa senza filtri, restituendo al film la sua potenza espressiva più pura e viscerale.

P.A. Works firma questo progetto e già solo questo nome dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque segua l’industria con un minimo di passione. Parliamo di uno studio che ha costruito un legame quasi simbiotico con il proprio pubblico, puntando su un’eleganza visiva che non è mai fine a se stessa ma sempre al servizio di un’emotività profonda. In Dive in Wonderland, lo studio prende uno dei pilastri della letteratura occidentale, quel mito di Lewis Carroll che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni, e lo rilegge attraverso una lente squisitamente nipponica. Non aspettatevi la solita trasposizione didascalica, perché qui Alice diventa un’esperienza iniziatica, un viaggio psicologico che trasforma la fiaba in una ricerca d’identità moderna.

La vera protagonista di questa avventura non è l’Alice che tutti conosciamo, ma Rise, una ragazza dei nostri giorni, una studentessa in cui è fin troppo facile rispecchiarsi. Rise vive quella sensazione di sospensione e smarrimento tipica di chi sta cercando la propria strada in un mondo che corre troppo velocemente. La sua vita cambia drasticamente quando entra in possesso di una lettera lasciata da sua nonna, un piccolo oggetto che funge da bussola e chiave simbolica per l’ignoto. Questo pretesto narrativo abbatte le barriere tra il quotidiano grigio e il fantastico più sfrenato, trascinando Rise in un Paese delle Meraviglie dove le leggi della fisica e della logica si piegano al volere dell’inconscio. In questo scenario onirico, Rise incontra Alice, che qui assume il ruolo di guida enigmatica, quasi una proiezione ideale, mentre intorno a loro orbitano i volti iconici che abbiamo amato fin dall’infanzia. Il Bianconiglio è più trafelato che mai, la Regina di Cuori mostra un lato di crudeltà quasi magnetica e lo Stregatto si conferma quel maestro di ambiguità e ironia che ci ha sempre affascinato.

Il legame con l’opera originale di Carroll del 1865 resta solido ma intelligente. Quella miniera di simboli che ha influenzato cinema, musica e persino i nostri videogiochi preferiti viene qui onorata con una consapevolezza rara. Pensando al passato, la nostra memoria corre subito alla storica serie degli anni Ottanta di Nippon Animation, un ricordo che profuma di infanzia e pomeriggi passati davanti alla TV. Tuttavia, Dive in Wonderland decide di non adagiarsi sugli allori della nostalgia e sceglie una via più complessa, facendo scontrare e dialogare due mondi narrativi differenti. Il Paese delle Meraviglie si trasforma in un vero e proprio territorio mentale, un’arena dove le paure e i desideri più nascosti prendono forma. Questa chiave di lettura rende il film incredibilmente attuale, parlando direttamente a chi oggi si sente perso e cerca nel fantastico uno strumento per interpretare la propria realtà.

Toshiya Shinohara siede in cabina di regia e la sua presenza è una garanzia assoluta per chi ha amato opere come The Aquatope on White Sand o Black Butler. Il suo tocco si avverte nella gestione chirurgica dei tempi emotivi, capace di passare da esplosioni visive mozzafiato a momenti di silenzio introspettivo che colpiscono dritto allo stomaco. Accanto a lui, la sceneggiatura di Yūko Kakihara dona un equilibrio perfetto tra ritmo e approfondimento dei personaggi, confermando il talento già mostrato in successi come Il monologo della Speziale. La narrazione scorre fluida nonostante le bizzarrie tipiche di Wonderland, sostenuta da una struttura emotiva che non cede mai il passo alla confusione.

Il cast vocale originale completa l’opera con performance che definire stellari è poco. Nanoka Hara presta la voce a Rise con una sensibilità incredibile, mentre Maika Pugh interpreta Alice infondendole quel carisma misterioso che il ruolo richiede. Attorno a loro si muovono veterani del calibro di Kappei Yamaguchi e Toshiyuki Morikawa, nomi che per noi geek sono vere e proprie leggende del doppiaggio giapponese. Ogni battuta e ogni respiro contribuiscono a creare un’atmosfera densa, supportata da un comparto visivo che è un vero trionfo per gli occhi. Le geometrie impossibili del Paese delle Meraviglie e l’uso sapiente del colore trasformano ogni frame in un quadro, un sogno lucido dove la colonna sonora di kotringo si insinua con melodie ipnotiche che mescolano moderno e fiabesco.

Questo film non è solo un regalo per i fan sfegatati di P.A. Works o per chi ha Alice tatuata sul cuore, ma è un’opera che parla a chiunque creda ancora nel potere delle storie come strumento di crescita. È una reinterpretazione audace che dialoga con il presente, dimostrando che i grandi classici non invecchiano mai se sanno cambiare pelle. Il cinema sta per diventare un portale verso un altro mondo e noi siamo pronti a varcare la soglia senza voltarci indietro.

Siete pronti a perdervi insieme a Rise in questa nuova, incredibile versione del Paese delle Meraviglie? Mi piacerebbe sapere se anche voi, come me, sentite ancora quel brivido lungo la schiena quando la cultura pop giapponese decide di sfidare i giganti della letteratura occidentale. Fateci sapere nei commenti quali sono le vostre aspettative e se andrete in sala a godervi questo spettacolo in lingua originale.

“Ichiro Soga e il mistero sotterraneo dell’era Taisho”: l’ultimo manga inedito di Ippei Kuri arriva in Italia

Questi giorni segnano uno di quei momenti rari in cui la cronaca editoriale smette di essere semplice notizia e si trasforma in racconto di passaggio, di eredità, di memoria viva. Tra le mani dei lettori italiani arriva Ichiro Soga e il mistero sotterraneo dell’era Taishō, l’ultima opera firmata da Ippei Kuri, maestro assoluto dell’animazione e del manga, scomparso nel 2023 ma ancora capace di parlarci con una chiarezza che commuove e sorprende. Non un recupero d’archivio, non una ristampa celebrativa, bensì un’opera inedita, mai pubblicata prima neppure in Giappone, affidata per precisa volontà dell’autore all’Italia, chiamata a custodirne la prima mondiale.

Chiunque sia cresciuto con l’immaginario targato Tatsunoko Production sa bene che Ippei Kuri non è stato soltanto un fondatore o un produttore visionario, ma un narratore che ha inciso un solco profondo nella cultura pop globale. Eppure questo manga sorprende perché sposta il baricentro: niente supereroi in tuta, niente mezzi futuristici che fendono il cielo, ma una spy story d’altri tempi, ambientata nel Giappone del primo Novecento, dove il mistero si annida sotto la superficie, letteralmente.

Hokkaidō, 1932. Ichirō Soga è un giovane studente dell’Università d’Arte di Tōkyō, brillante, curioso, con lo sguardo di chi osserva il mondo come se fosse un grande bozzetto ancora da completare. Arriva in una remota tenuta gestita dallo zio per quello che dovrebbe essere un innocuo lavoro estivo, una parentesi di quiete prima di tornare alla vita accademica. L’illusione dura pochissimo. Un dedalo sotterraneo, un segreto che affonda le radici nell’era Taishō appena conclusa e una rete di intrighi internazionali trasformano la sua permanenza in una discesa vertiginosa tra cospirazioni, agenti stranieri e tradimenti che non guardano in faccia nessuno.

La forza del racconto non sta soltanto nella trama, che scorre con il ritmo di un feuilleton d’epoca, ma nell’atmosfera. Kuri costruisce una tensione lenta e costante, fatta di corridoi bui, sguardi ambigui, silenzi carichi di presagi. Ogni tavola sembra respirare storia, con un Giappone in bilico tra tradizione e modernità, tra ombre imperiali e nuove influenze tecnologiche. Ichirō non è un eroe per vocazione, ma per necessità: costretto a mettere alla prova intelligenza, coraggio e sensibilità per sopravvivere e comprendere il peso delle scelte che lo circondano.

Leggendo, è impossibile non sentire l’eco lontana dei grandi classici Tatsunoko. Non per citazionismo, ma per energia narrativa. Quella spinta che animava titoli leggendari come Gatchaman, Kyashan o GoGoGo Mach 5 qui si fa più raccolta, più matura, quasi meditativa. Ippei Kuri, ormai libero dai ritmi serrati dell’industria dell’animazione, torna al disegno come gesto intimo, dimostrando una padronanza del fumetto che non ha nulla da invidiare ai suoi anni d’oro. Ogni vignetta è una lezione di composizione, ogni sequenza una dimostrazione di come il tempo narrativo possa essere controllato con la sola forza della matita.

Il valore dell’opera cresce ulteriormente se si considera il contesto editoriale. La pubblicazione italiana, curata da Nippon Shock Edizioni, nasce da un rapporto diretto e umano con il maestro. Dopo il successo dell’edizione italiana di Kenshiro Tsubanari e la Spada Squartademoni, fu lo stesso Kuri a esprimere il desiderio che il suo nuovo lavoro trovasse casa proprio qui. Un gesto che oggi appare come un vero passaggio di testimone, suggellato da una frase che pesa come un testamento creativo: “Che questa storia viaggi dove io non posso più”.

Il volume, disponibile dalla fine del 2025 in versione Regular e in una preziosa Variant Gold pensata per i collezionisti, include anche materiali preparatori che permettono di sbirciare nel processo creativo del maestro. Bozzetti, studi, appunti visivi che raccontano non solo come nasce una storia, ma come pensa un autore che ha attraversato decenni di cultura pop senza mai perdere il contatto con l’essenza del racconto.

Definire Ichirō Soga e il mistero sotterraneo dell’era Taishō una semplice uscita editoriale sarebbe riduttivo. Siamo davanti a un evento culturale, a un lascito che invita a rileggere tutta l’opera di Ippei Kuri con occhi nuovi. Qui c’è il Kuri artista, non filtrato dai vincoli produttivi, capace di fondere avventura, storia e inquietudine in una narrazione che parla tanto del passato quanto del nostro presente.

Chi ama il manga d’autore, chi sente nostalgia per un’epoca in cui le storie sapevano prendersi il loro tempo, chi ha imparato a sognare grazie alle produzioni Tatsunoko, troverà in questo volume qualcosa di più di una lettura. Troverà una voce che continua a risuonare, un’ultima scintilla di un maestro che ha scelto di parlare ancora, affidando il suo messaggio a chi saprà ascoltarlo.

Ora la palla passa alla community. Avete già iniziato questo viaggio sotterraneo? Vi ha colpito più l’intrigo o l’atmosfera storica? Raccontiamocelo nei commenti, perché alcune storie meritano di continuare a vivere anche dopo l’ultima pagina.

Poupelle of Chimney Town: The Promised Clock Tower – Il ritorno poetico di un sogno fatto di fumo e stelle

Esiste una forma di incanto che solo l’animazione giapponese sa evocare davvero, quella che ti prende per mano e ti riporta in un’età indefinita, dove lo stupore convive con una malinconia dolce e persistente. È lo stesso tipo di magia che nel 2020 ha reso  Poupelle della città dei camini (Poupelle of Chimney Town) qualcosa di più di un semplice film d’animazione: una favola moderna capace di parlare ai bambini senza mai dimenticare gli adulti che siamo diventati. Oggi, a cinque anni di distanza, quell’incanto è pronto a riaffiorare tra il fumo e gli ingranaggi di Entotsu-chō, perché il 27 marzo 2026 arriverà nei cinema giapponesi Poupelle of Chimney Town: The Promised Clock Tower, un sequel che non si limita a continuare una storia, ma promette di metterne in discussione il senso stesso. Dietro questo ritorno si riconosce subito la mano visionaria di Akihiro Nishino, autore del libro illustrato originale e anima creativa dell’intero progetto. Ancora una volta, Nishino collabora con Studio 4°C, uno degli studi più audaci e sperimentali dell’animazione nipponica, capace in passato di regalarci esperienze visive come Tekkonkinkreet e Mind Game. Alla regia torna Yūsuke Hirota, già responsabile del primo film, mentre Nishino firma la sceneggiatura e supervisiona la produzione, mantenendo quella coerenza autoriale che rende il mondo di Poupelle immediatamente riconoscibile.

Il nuovo trailer ufficiale ha finalmente sollevato il velo su molti dettagli attesi dai fan, a partire dal cast vocale, che si arricchisce di nuovi personaggi destinati a lasciare il segno. Tra questi spicca Mofu, nuova compagna di viaggio di Poupelle, doppiata da MEGUMI, e Nagi, una pianta trasformata in essere umano con una voce capace di incantare, interpretata da Fūka Koshiba. C’è poi Gus, un orologiaio che da cent’anni crede in una promessa mai mantenuta, a cui presta la voce Mitsuo Yoshihara, e Nezumi, una regina enigmatica che ordina a Lubicchi di riparare un orologio in una fortezza millenaria, doppiata da Anna Tsuchiya. Ritornano anche volti familiari come Scopp e Antonio, insieme a una serie di interpreti di grande esperienza che completano un cast sorprendentemente ricco. Masataka Kubota resta la voce di Poupelle, mentre il ruolo di Lubicchi passa a Yuzuna Nagase, segnando un cambio generazionale che incuriosisce e divide, ma che potrebbe portare nuove sfumature emotive al personaggio.

La storia prende ispirazione dal libro illustrato Tick-Tock ~Yakusoku no Tokeidai~, pubblicato nel 2019, e si svolge in una città dominata da una gigantesca torre dell’orologio, ferma a un minuto dalla mezzanotte. Un’immagine potentissima, che diventa il fulcro di un conflitto tanto narrativo quanto simbolico. Da una parte ci sono coloro che vogliono preservare la torre così com’è, trasformandola in un monumento immobile al passato; dall’altra chi sogna di rimettere in moto i suoi ingranaggi, convinto che il futuro non possa nascere senza il coraggio di cambiare.

Durante un panel all’Anime NYC del 2023, Nishino aveva chiarito che questo sequel sarebbe stato profondamente diverso dal primo film. Se Poupelle raccontava l’urgenza di inseguire i propri sogni, di alzare lo sguardo e andare avanti a ogni costo, The Promised Clock Tower sceglie la strada opposta. Il tema centrale diventa l’attesa, la fiducia nel tempo, la capacità di restare fermi quando tutto sembra chiederti di correre. Un messaggio quasi controcorrente, soprattutto in un’epoca che divora tutto con voracità, e che proprio per questo risuona con una forza inaspettata. Questo cambio di prospettiva si riflette anche nell’atmosfera visiva. Dove prima dominavano il fumo, il fuoco e la scoperta, ora si avverte una sospensione costante, come se l’intero mondo trattenesse il respiro insieme alle lancette bloccate dell’orologio. Il teaser diffuso online non è tanto un’anteprima quanto una carezza malinconica: scorci di città silenziose, meccanismi immobili, sguardi carichi di attesa. A rendere tutto ancora più intenso contribuisce la musica, affidata di nuovo a Lozareena, che interpreta il tema principale del film con una delicatezza capace di insinuarsi sotto pelle.

Per chi non avesse mai incrociato questo universo, vale la pena ricordare da dove tutto è cominciato. Poupelle della città dei camini raccontava la storia di Lubicchi, un bambino che vive in una città circondata da mura altissime e perennemente avvolta dal fumo. Nessuno ha mai visto il cielo, ma Lubicchi continua a credere alle storie del padre sulle stelle. L’incontro con Poupelle, un uomo fatto di spazzatura ma animato da una gentilezza disarmante, dà il via a un viaggio che è insieme fisico e interiore. Una favola steampunk che ha saputo conquistare pubblico e critica, arrivando anche oltre i confini giapponesi e ottenendo una distribuzione internazionale di tutto rispetto. Al debutto, nel dicembre 2020, il film si piazzò tra i titoli più visti del weekend, dimostrando che anche un progetto fuori dagli schemi poteva trovare spazio nel grande mercato dell’animazione. Parlare di Poupelle significa inevitabilmente parlare di Studio 4°C, e della sua capacità di trasformare la poesia in animazione. Ogni fotogramma sembra dipinto a mano, ogni movimento racconta qualcosa anche quando i personaggi tacciono. Il character design di Atsuko Fukushima conserva quell’equilibrio fragile tra innocenza e malinconia, rendendo il mondo di Entotsu-chō imperfetto, sporco, ma incredibilmente vero.

Nel nuovo capitolo, il tema del tempo diventa centrale. Fermare un orologio a 11:59 significa vivere in un eterno limbo, sospesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. È un confine sottile, quasi metafisico, che Nishino utilizza per riflettere sull’attesa come atto di fede. Non una rinuncia, ma una forma diversa di coraggio. In questo senso, la città dei camini smette di essere solo un luogo e diventa una condizione dell’anima, un riflesso delle nostre paure e speranze.

Il debutto giapponese del film è fissato per il 27 marzo 2026, una data che molti appassionati hanno già segnato sul calendario. Non solo per rivedere Poupelle e Lubicchi, ma per scoprire se questa storia riuscirà ancora una volta a parlarci di sogni, di tempo e di promesse mantenute o tradite. Perché, se il primo film ci ha insegnato che anche dietro il fumo più denso può nascondersi la luce, questo sequel sembra volerci ricordare che a volte il vero atto di ribellione è saper aspettare.

E ora la parola passa a voi. Avete visto Poupelle della città dei camini? Vi ha lasciato addosso quella sensazione strana, a metà tra nostalgia e speranza? Raccontacelo nei commenti o scrivici su Instagram e Telegram. Su CorriereNerd.it amiamo condividere queste storie con chi, come noi, crede che la cultura geek sia un linguaggio universale: fatto di emozioni, curiosità e connessioni che non si fermano mai — nemmeno a 11:59.

Roll Over and Die: il dark fantasy che nel 2026 vuole riscrivere le ferite dell’anime

Nuova trasposizione animata per la light novel di kiki: un viaggio di sangue, libertà e ribellione per chi si è sempre sentito “troppo poco” per il mondo.

Esistono storie che non chiedono il permesso, storie che scivolano dentro come una lama sottile e ti costringono a guardare le tue parti più fragili. ROLL OVER AND DIE appartiene a questa categoria: non fa sconti, non cerca complicità, non imbocca scorciatoie. L’adattamento anime della light novel di kiki, in arrivo l’8 gennaio 2026, promette di scuotere il genere dark fantasy con una messinscena che parla di dolore, di identità e di un amore che sa trasformarsi in arma, scudo e riparo.

La protagonista Flum Apricot non nasce sotto una buona stella, anzi, le viene cucito addosso un destino di fallimento. Zero status, nessuna predisposizione al combattimento, nessuna gloria profetica se non quella che altri decidono al suo posto. Eppure è proprio lei a essere trascinata nella compagnia dell’Eroe, scelta da una profezia che sembra più una condanna che un privilegio. Il sogno svanisce presto, sostituito da un tradimento feroce, da una vendita disumana, da un sistema che non la vuole nemmeno come merce di scambio. Nel punto più basso della sua esistenza, quando anche il concetto di sopravvivere sembra un lusso, la spada maledetta “Reversal” la costringe a una scelta estrema: morire o ribaltare se stessa. Da questa frattura prende forma una delle protagoniste più intense degli ultimi anni. Flum non conquista il potere come farebbe un prescelto, ma lo strappa alla disperazione. Ogni passo è un graffio, ogni vittoria una cicatrice. E proprio per questo diventa universale: parla a chi è stato scartato, a chi ha creduto di valere poco, a chi ha dovuto reinventarsi nel buio.

Accanto a lei brilla Milkit, il personaggio che più di ogni altro rende ROLL OVER AND DIE qualcosa di inaspettatamente poetico. Nascosta dietro una maschera che è simbolo di vergogna e protezione, Milkit non è un sidekick né un trofeo narrativo. È un cuore ferito che impara a battere di nuovo grazie alla vicinanza di Flum, una compagna che diventa casa quando il mondo intorno non smette di divorarle entrambe. Il loro legame, tenero e disperato, costruisce un yuri emotivo dove l’amore non salva, ma sostiene; non cancella il dolore, ma lo rende meno insopportabile.

La serie televisiva porterà in onda questo viaggio ogni giovedì su Tokyo MX e BS11, mentre AT-X gli dedicherà una collocazione del weekend. Il simulcast occidentale arriverà successivamente, ma già ora i fan stanno osservando con attenzione ogni dettaglio rilasciato. Le due key visual pubblicate raccontano una doppia anima che appartiene anche alla storia: la prima mostra Flum e Milkit mano nella mano sotto un cielo azzurro, immerse in una serenità che sembra quasi una promessa impossibile. La seconda, la “Reversal Version”, ribalta colori e tono, ricordando a tutti che quella felicità avrà sempre un’ombra pronta a sovrastarla.

Il quarto PV alimenta questa dialettica. Si apre con l’abbraccio dolce e intimo tra le due protagoniste, accompagnato dalla frase “Cerchiamo insieme la nostra felicità”. Nella seconda metà del video riappare però Gene, con la battuta che dà il titolo alla serie: “Non pensare nemmeno per un istante di poter sconfiggere il Re Demone”. L’immagine si inverte, la musica si spezza e d’un tratto il mondo torna a essere ostile, come a ricordare che ogni passo di Flum è un atto di disobbedienza alla logica narrativa classica del fantasy.

Nel comparto sonoro spiccano Yuki Tanaka con l’ending “I need”, già anticipata nel trailer, e PassCode con l’opening “Liberator”, destinata a diventare uno dei brani simbolo dell’inverno 2026. La regia è affidata a Nobuharu Kamanaka, mentre Mariko Kunisawa cura la composizione della serie, forte di un’esperienza solida nelle atmosfere cupe e nei ritmi narrativi serrati.

Il cast vocale si preannuncia di grande impatto: Ayaka Nanase presta una voce spezzata e ricostruita a Flum, Miku Itō regala una Milkit fragile e luminosa, Masakazu Morita mette in scena un antagonista inquietante con sfumature dannatamente umane. E a chiudere il cerchio arriva la narratrice Kikuko Inoue, che con la sua voce eterea sembra fatta apposta per accompagnare un racconto sospeso tra tragedia e rinascita.

L’8 gennaio, giorno del debutto giapponese, uscirà anche uno speciale pre-release dal titolo provocatorio “Don’t Think You Can Promote This”, una trasmissione guidata dalle doppiatrici principali che esplorerà la serie con leggerezza e ironia, ma senza nascondere la sua natura più ruvida. Sarà disponibile gratuitamente sul canale YouTube FuRyu Pictures, un appuntamento pensato per chi vuole capire se questo anime è davvero destinato a diventare il nuovo manifesto del dark fantasy contemporaneo.

ROLL OVER AND DIE non racconta l’eroismo come trionfo morale, ma come testarda esistenza. È un racconto che taglia, che brucia, che trascina. Parla di autodeterminazione e di identità queer senza trasformare nulla in slogan. Parla di schiavitù mentale e fisica, di amore come rivoluzione quotidiana, di una spada che non dona forza ma rivela ferite.

In un panorama anime dove spesso il dolore viene usato come decorazione, ROLL OVER AND DIE sceglie di trattarlo come sostanza narrativa. E forse proprio per questo sta attirando l’attenzione di chi, nel fantasy, cerca una verità più cruda, più umana, più scomoda. Una verità che non salva il mondo, ma almeno salva chi guarda.

Il 2026 potrebbe diventare l’anno in cui Flum e Milkit insegnano alla community che ribaltare la disperazione non è un miracolo, ma una scelta. Una scelta difficile, lenta, a volte devastante. Una scelta che – proprio come un anime fatto bene – non finisce con l’ultimo episodio, ma resta incisa addosso.

E voi?
Siete pronti a entrare in questo abisso e scoprire se, là in fondo, si nasconde ancora un po’ di luce?

 

Trigun Stargaze: il ritorno del Tifone Umanoide che ci riporta nel deserto dove tutto è iniziato

L’annuncio ha attraversato la community come un colpo di vento caldo in mezzo alle dune di No Man’s Land. Trigun Stargaze ha finalmente una data: 10 gennaio 2026. La risposta dei fan è stata immediata, fisica, quasi elettrica. Il trailer pubblicato in contemporanea ha riattivato memorie sopite, hype dimenticati e quella strana sensazione di familiarità che solo le saghe davvero iconiche riescono a restituire.

La nuova serie arriverà su Crunchyroll, la stessa casa che ospita Trigun Stampede, permettendo anche ai neofiti di recuperare il capitolo precedente senza perdersi neanche un granello di sabbia. E mai come ora conviene farlo: Stargaze non è semplicemente un sequel, ma il tassello finale di un percorso narrativo che Studio Orange ha scelto di condurre fino all’ultima stella del suo cielo personale.


Un’eredità che arde ancora: cosa significa tornare a Trigun nel 2026

Dal 1998, quando il primo Trigun faceva capolino sulle TV giapponesi, Vash the Stampede ha conquistato un posto nell’immaginario pop come pochi altri personaggi dell’animazione. Il suo mix di ironia, trauma, idealismo e rimorsi ha creato un archetipo moderno: l’eroe pacifista incatenato in un mondo che non conosce altro linguaggio se non quello della violenza.

Nel 2023 Trigun Stampede ha mostrato che l’universo pensato da Yasuhiro Nightow non solo poteva rinascere, ma anche reinventarsi con una forza sorprendente. La CGI poetica di Studio Orange ha mescolato minimalismo, spettacolarità e introspezione, rendendo il deserto di No Man’s Land un luogo vivo, denso, quasi metafisico.

Ora Stargaze si presenta come la fase conclusiva di questo percorso, due anni e mezzo dopo la tragedia di July, con un cast creativo rinnovato ma in continuità con il progetto precedente. Masako Satō, già nota per il suo lavoro su Haikyuu!! To The Top, prende il posto di Kenji Mutō alla regia e porta con sé una sensibilità sottile, calibrata, un modo di dirigere che sa unire silenzi pesanti e improvvise esplosioni di pathos.

La sceneggiatura di Kazuyuki Fudeyasu e i contributi artistici di Oxi e Kouji Tajima promettono una miscela perfetta tra rispetto del materiale originale e audacia creativa. L’obiettivo è raccontare un addio, ma senza nostalgia sterile: un epilogo che guarda alle stelle più che al passato.

Un protagonista in fuga da sé stesso

La nuova stagione riapre le porte di No Man’s Land con una tensione che si percepisce fin da subito. Le cicatrici della distruzione di Lost JuLai non si sono rimarginate, e il mondo continua a pagare il prezzo delle scelte di Knives e di quella di Vash.

Vash – o meglio, Eriks, il nome sotto cui ha cercato rifugio – vive nascosto in una cittadina dimenticata dal vento. Un uomo che prova a confondere la propria leggenda dietro un sorriso remissivo. Un uomo che spera, forse per la prima volta, in un briciolo di pace.

Questa quiete dura pochissimo. L’arrivo di Jessica, una ragazzina che chiede aiuto per un mistero legato alla terza nave, costringe Vash a rimettersi in cammino. Non più per fuggire, ma per chiudere, finalmente, un cerchio lungo decenni.

A complicare le cose, Meryl torna in scena con un ruolo completamente diverso: adesso è una giornalista affermata, una professionista che non ha mai smesso di cercare la verità dietro al mito del Tifone Umanoide. Accanto a lei appare la giovane Milly, il cui entusiasmo bilancia l’esperienza della collega. Le due si ritrovano al centro di un intrigo che coinvolge antichi nemici, nuove rapine ai Plant e – inevitabilmente – l’ombra onnipresente di Millions Knives.

E poi c’è Wolfwood. Il suo ritorno non è solo un regalo ai fan, ma una ferita aperta che si riaccende. Il suo rapporto con Vash promette di essere uno dei nuclei emotivi più intensi dell’intera serie.


Una minaccia dal cielo e un angelo con un’ala sola

Se la terra non ha mai smesso di ferire Vash, lo spazio sta per fare la sua parte. Un misterioso messaggio proveniente da una flotta di navi-colonia terrestri invita la popolazione a seguirla verso un nuovo inizio. Una promessa di salvezza che sembra quasi troppo perfetta per essere vera.

E infatti non lo è.

A infrangere quella fragile speranza arriva un essere che sembra strappato da un incubo mistico: un angelo con un’unica ala. La sua apparizione devasta ogni illusione. Apre un nuovo fronte, forse più grande e antico del conflitto tra Vash e Knives.

A questo punto diventa impossibile non percepire Stargaze come un arco conclusivo che vuole affrontare la natura stessa dell’universo narrativo di Trigun. La morale, la colpa, la salvezza, il destino: ogni elemento converge verso un unico interrogativo, quello che Vash ha sempre evitato di guardare davvero.

Studio Orange contro sé stesso: la CGI come linguaggio emotivo

Lo stile di Studio Orange è ormai sinonimo di eleganza visiva. Stampede aveva mostrato quanto la CGI potesse diventare non solo tecnica, ma anche atmosfera, sentimento, battito.

In Stargaze questa estetica sembra voler spingere oltre tutto ciò che abbiamo visto finora. La sabbia non è semplice particella digitale: è memoria. Le luci che riflettono sulle armi non sono effetti: sono scelte morali. Le esplosioni, i movimenti di macchina, la fluidità delle animazioni diventano parte della narrazione stessa.

La colonna sonora, affidata ancora a Tatsuya Katō, riprende le suggestioni di Stampede ma sembra voler esplorare un dualismo più marcato tra elettronica e orchestrale. Una musica che non accompagna: guida.


Volti familiari e ritorni leggendari

Tra i nomi più amati, quello che ha fatto esplodere gli applausi dei fan è senza dubbio Johnny Yong Bosch, voce storica di Vash nella versione inglese e già confermato per Stargaze. Il suo timbro, capace di muoversi tra ironia, disperazione e speranza, è ormai parte integrante del personaggio.

Il creatore Yasuhiro Nightow continua a supervisionare il progetto, assicurando che ogni novità resti sempre coerente con lo spirito originale dell’opera. I nuovi character design firmati da Kiyotaka Oshiyama mostrano un cast maturato, segnato, più umano: un’evoluzione naturale che riflette il peso degli anni e delle scelte compiute.


Verso un addio che potrebbe diventare leggenda

Il titolo Stargaze suggerisce un Vash che solleva lo sguardo verso il cielo, forse in cerca di redenzione, forse in cerca di libertà. Quel gesto simbolico racchiude tutta la poetica di Trigun: un uomo che continua a credere in un mondo migliore nonostante abbia visto il peggio dell’umanità.Il 10 gennaio, durante una speciale proiezione a Tokyo, i fan potranno assistere ai primi tre episodi, con il cast presente sul palco. Un evento che sembra quasi un rituale collettivo, un passaggio di consegne prima dell’ultimo viaggio. Trigun è tornato. E vuole farlo puntando alle stelle.

Quando Stargaze approderà su Crunchyroll nel 2026, non sarà solo la continuazione di una storia amata: sarà la celebrazione di un mito che ha attraversato tre decenni senza mai perdere la propria identità. Ogni generazione ha avuto il suo Vash. Ora tocca a noi scoprire l’ultimo. E voi? Siete pronti a rimettere piede nel deserto e a puntare di nuovo lo sguardo verso le stelle con il Tifone Umanoide? Parliamone nei commenti e sui social: questo viaggio merita di essere vissuto insieme, come una vera community nerd.

Il ritorno di Principessa Mononoke al cinema: perché il 2026 sarà l’anno in cui Miyazaki ci chiederà di ascoltare di nuovo la foresta

Certe notizie, lo sappiamo bene, non bussano. Arrivano come un’antica maledizione lanciata dal cuore di una foresta, un richiamo viscerale che nessun cultore della cultura pop, specialmente quella forgiata dall’acciaio e dalla magia dell’animazione giapponese, può ignorare. L’annuncio fatto da Lucky Red alle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento ha avuto esattamente l’effetto di una freccia scoccata da un principe Emishi: il capolavoro assoluto di Hayao Miyazaki, Principessa Mononoke, tornerà nelle sale italiane dal 4 al 10 giugno 2026 in uno sfolgorante restauro 4K.

Per noi, che custodiamo questo film nel pantheon personale dei miti fondativi, non si tratta di un banale re-watch. È un evento epocale, un ritorno a casa. È il richiamo del sacro, il rito che ci vedrà compiere un pellegrinaggio collettivo verso l’oscurità e lo splendore della foresta.


Una Leggenda Forgiata nel Fuoco e nel Box Office

Era il 1997 quando Mononoke Hime fece il suo ingresso nel mondo, cambiando per sempre la percezione globale dell’animazione come forma d’arte adulta e stratificata. Prima che un certo transatlantico affondasse i record, l’opera di Miyazaki si affermò come il film più redditizio nella storia del box office giapponese: un risultato sbalorditivo per un’epopea che si addentra senza filtri in temi di maledizione, spiriti ancestrali e, soprattutto, un conflitto etico-morale talmente complesso da far vacillare persino chi, come noi fan, è abituato a schierarsi istintivamente.

Il nome stesso, Mononoke, risuona come un incantesimo, un sussurro di leggende. Il film non è semplicemente un’opera cinematografica, è un totem culturale, un punto di svolta che ha tracciato una linea netta nella sabbia dell’immaginario collettivo, e che da quasi trent’anni continua a germogliare nel profondo del nostro subconscio nerd.


Ashitaka, San e la Frattura Ancestrale

La trama, certo, la conosciamo a memoria, ma la sua narrazione mantiene la magia di una fiaba antica, di quelle che riemergono dalla memoria proprio quando il mondo ci sembra più confuso. Ricordiamo Ashitaka, l’ultimo principe degli Emishi, costretto a uccidere un dio-cinghiale trasformato in demone, macchiandosi di una maledizione destinata a consumarlo. Il suo viaggio verso Ovest, intrapreso per trovare l’origine del male, lo conduce nel cuore della collisione tra la ragazza-lupo San e la Città del Ferro, l’avamposto industriale guidato dalla titanica Lady Eboshi.

Ciò che si manifesta non è una semplice scaramuccia tra fazioni, ma una ferita ancestrale: l’eterna incapacità dell’uomo di abitare la natura senza distruggerla, senza diventarne un invasore ossessivo. La Foresta in Mononoke trascende il concetto di “luogo”; è un vero e proprio personaggio divino, un organismo che respira, protegge e punisce. Una madre ferita dalle bramosie di un’incipiente modernità industriale.


La Filosofia che Cammina Sulle Immagini

È impossibile non avvertire la mano del Maestro in ogni singolo frame. Miyazaki non si limita a raccontare: egli costruisce un intero universo morale. Non offre soluzioni banali né concedere facili vittorie; non intende chiudere il discorso. Anzi, ammette la dolorosa verità: il conflitto tra la civiltà umana e la natura non avrà mai un lieto fine definitivo. Eppure, in quell’oscurità etica, l’autore intravede un frammento di speranza, un barlume d’amore che, a suo dire, vale la pena di proteggere a ogni costo. Quando un artista che ha dedicato la sua vita a narrare la meraviglia, l’infanzia e la paura ci sussurra quanto il nostro mondo sia fragile, l’unica cosa che possiamo fare è ascoltare in religioso silenzio.


Un Capolavoro Tecnico Amplificato dal 4K e dalla Musica

Rivedere Principessa Mononoke in un restauro 4K non è solo un piacere estetico, ma quasi un dovere morale per chi ama l’animazione al suo massimo livello. Già nel 1997 l’opera sfiorava la perfezione tecnica: fondali dipinti con una maniacale cura, creature che sembrano emerse da miti popolari millenari e colori che trasformano la foresta in un ecosistema palpabile.

La fluidità con cui il vento accarezza gli alberi, la consistenza materica dei demoni, i movimenti felini dei lupi: tutto in questo film è intriso di un’armonia visiva che raramente è stata replicata.

A scolpire l’anima del film, naturalmente, c’è Joe Hisaishi. Il compositore non si limita ad accompagnare la scena: la modella dall’interno. Il flauto che annuncia la vita della foresta, il pianoforte che supporta la solitudine di Ashitaka, gli archi che esplodono nel dramma… la colonna sonora è una vera e propria liturgia laica che ci insegna a sintonizzare il nostro respiro su quello dei personaggi. L’idea di risentire questa musica, con un mix audio restaurato e una definizione video cristallina, è un brivido che ha già messo in fibrillazione il fandom mondiale.


Sotto il Velo: Una Foresta di Simboli e Nuovi Doppiaggi

Come in tutte le opere di Miyazaki, nulla in Mononoke è lasciato al caso. Il film è una delle sue creazioni più dense di simbolismo. Gli animali non sono semplici bestie, ma guardiani di un equilibrio dimenticato. Le donne, figure sempre centrali nel cinema Ghibli, qui assumono ruoli di potenza e complessità estreme: San, che abbraccia la natura e rifiuta l’umanità; le donne della Città del Ferro, emancipate e autonome; e persino Eboshi, un’antagonista-innovatrice capace di compiere il bene e il male con una coerenza spiazzante. Perfino il sangue, un elemento spesso mitigato nelle produzioni Ghibli, diventa qui un linguaggio, un modo per ricordarci che la natura soffre, che ogni azione umana ha un peso e lascia una cicatrice indelebile.

Eppure, nonostante la sua aura mitica, Mononoke non è mai stato un film “semplice”. La sua narrazione è densa, stratificata, talvolta oscura in modo deliberato. Non cerca di rassicurare lo spettatore, ma di metterlo in crisi, costringendolo a guardare oltre la mera fiaba per affrontare la contraddizione, il dolore e l’urgente necessità di una convivenza che l’essere umano non ha ancora imparato.

Ecco perché il restauro 4K porta con sé un’altra notizia dirompente: un nuovo doppiaggio italiano. Il terzo nella storia del film. Un gesto coraggioso, nato dopo anni di dibattiti sulle edizioni precedenti (quella del 2000, più “occidentalizzata”; quella del 2014, più poetica ma percepita da alcuni come troppo distante). L’edizione 2026 mira a un equilibrio che onori la musicalità dell’originale giapponese, parlando al contempo con naturalezza al pubblico italiano. Una sfida imponente, ma che il pubblico non vede l’ora di affrontare.


Un Richiamo Urgente

Mononoke non tornerà solo: sarà parte di una vera e propria celebrazione dei classici, che vedrà anche il ritorno di Porco Rosso e altri cult del cinema internazionale. Ma se c’è un titolo capace di unire intere generazioni di appassionati, nostalgici e nuovi adepti, quello è proprio il viaggio di Ashitaka.

Perché torniamo nella foresta? Forse perché abbiamo bisogno di riascoltare un messaggio che oggi suona più urgente che mai. Forse perché ci manca l’epica che sa parlare sottovoce. Forse perché Miyazaki ha il potere di farci sentire al contempo piccoli e immensi. O forse, semplicemente, perché quella foresta, con i suoi kodama e i suoi lupi, è diventata nel tempo un luogo sacro che abita in noi.

Giugno 2026 non sarà una semplice riedizione. Sarà un invito. Un richiamo a tornare, a rivedere, a ricordare, a capire che il mondo, anche se ferito, è ancora salvabile, finché qualcuno trova il coraggio di ascoltarlo.


Sei interessato a scoprire quali altri classici Ghibli saranno celebrati insieme a Mononoke nel 2026?

Millennium Actress torna al cinema nel 2026: il capolavoro di Satoshi Kon rinasce in versione restaurata

Rivedere Millennium Actress sul grande schermo nel 2026 sarà come ritrovare una vecchia amica che non hai mai realmente dimenticato, anche se l’hai salutata l’ultima volta quindici anni fa su un DVD ormai ingiallito ai bordi. La notizia della versione restaurata presentata durante le Giornate Professionali di Cinema di Sorrento ha attraversato la community anime come una folata di vento gelido seguita da un sorriso inevitabile: quel tipo di sorpresa che ti riporta addosso l’ebbrezza delle prime visioni, quando Satoshi Kon era ancora tra noi e spostava ogni confine immaginabile dell’animazione adulta.

L’annuncio arriva direttamente dal nuovo listino Plaion Pictures per il primo semestre del 2026, anticipato dal direttore commerciale Ludovico De Cesaris, e ha il sapore delle rivelazioni importanti. La riedizione cinematografica del capolavoro del 2001 promette di offrire uno sguardo rinnovato sulla poetica di un autore che ha fatto della memoria un’arma, del tempo un abisso e del cinema un labirinto emotivo. Non parliamo di un semplice ritorno: è un invito a riattraversare un’opera che nel nostro immaginario collettivo si è fatta mito, pur rimanendo dolorosamente legata alla fine prematura del suo creatore.

 

Il portale di Kon: quando la realtà smette di obbedire

Entrare in Millennium Actress è come varcare una soglia che non ti accorgi nemmeno di aver oltrepassato. La prima sequenza inganna lo spettatore con la spavalderia di un prestigiatore consumato: un lancio nello spazio, un terremoto improvviso, un crollo che si rivela essere solo parte di un film dentro il film. Una dichiarazione di poetica immediata, quasi un manifesto: non fidarti di ciò che vedi, perché ciò che vedi è solo un frammento di ciò che ricordi.

Kon gioca con il linguaggio del cinema come un linguista che maneggia una lingua madre immaginaria. Ogni volta che un genere, un’epoca, un contesto si manifesta in scena, non sai più se sei dentro la memoria della protagonista o dentro la narrazione del suo cinema o dentro la proiezione inconscia dei suoi desideri più remoti. È un incastro di specchi che riflettono altri specchi. Il risultato è una vertigine narrativa che ancora oggi non ha equivalenti, nemmeno in un panorama audiovisivo che nel frattempo ha assorbito concetti di meta-cinema, realtà spezzate e strutture temporali non lineari.

Quello che colpisce è la naturalezza con cui lo spettatore accetta questo continuo metamorfismo, come se il film stesse parlando direttamente a quella parte di noi che già sa quanto la memoria possa essere imprecisa, poetica, selettiva e spietata allo stesso tempo. Millennium Actress non rappresenta la memoria: ne simula il funzionamento.


Chiyoko Fujiwara: una vita intera messa in scena

Il cuore narrativo si accende nel momento in cui Genya Tachibana, documentarista appassionato e gentile, rintraccia Chiyoko Fujiwara, la superstar ormai ritirata dalle scene. Da qui, la biografia si trasforma in un’odissea personale che mescola set cinematografici e frammenti di vita vissuta.

Ogni ricordo di Chiyoko prende forma come un film del suo passato: guerre, drammi storici, racconti romantici, fantascienza, epica giapponese. È come se la protagonista avesse dovuto recitare mille ruoli solo per inseguire un’unica verità sentimentale.

Tutto ruota attorno a un gesto semplice: una chiave lasciata da un pittore idealista e ricercato, fuggitivo e fragile, che Chiyoko incontra da ragazza. Quella chiave diventa il talismano della sua esistenza, un oggetto che racchiude l’illusione, lo slancio e la sofferenza di un amore che non ha mai potuto compiersi. La sua ossessione la spinge a cercarlo in ogni angolo del mondo e in ogni film che interpreta. E mentre lo insegue, perde se stessa, trova se stessa, cambia pelle e identità come un’attrice che vive più intensamente sul set che nella realtà.

Genya, nel ruolo di spettatore attivo, entra in quelle memorie come un compagno di viaggio silenzioso, spinto da un sentimento delicato che si rivela solo nel sottotesto. È il fan, il devoto, il custode della sua storia. In qualche modo, rappresenta tutti noi.


Una chiave che non apre porte ma attraversa anime

Il momento in cui tutto si ricompone arriva sul letto di morte della protagonista. La chiave, ritrovata quando ormai tutto è sfumato, non è mai servita ad aprire un luogo fisico. Serve invece a spalancare una consapevolezza affilata come un haiku inciso sul ghiaccio.

Non era l’uomo a muovere il suo cuore: era l’inseguimento. Il viaggio. L’urgenza. La promessa mai davvero verificata. Chiyoko non ha rincorso una persona, ma un’idea. E quell’idea l’ha portata a vivere cento vite, a bruciare con la stessa fiamma ogni volta che la cinepresa iniziava a girare.

È una delle dichiarazioni più struggenti della storia dell’animazione, di quelle che ti restano incollate addosso con la forza di un trauma luminoso. La memoria non è una trappola: può essere la forma più umana dell’eternità.


Il rigore tecnico che sembra magia

Kon sapeva orchestrare la complessità come se fosse semplice. Il lavoro dello Studio Madhouse in Millennium Actress è di una raffinatezza quasi chirurgica. La fluidità delle transizioni, i cambi di prospettiva invisibili, i salti temporali governati con una precisione che oggi, vent’anni dopo, risultano ancora moderni e sorprendenti.

Le musiche di Susumu Hirasawa avvolgono ogni scena con un’elettricità emotiva inconfondibile. Sono musiche che non accompagnano il racconto: lo attraversano, lo amplificano, gli danno una dimensione di leggenda personale. Senza quella colonna sonora, il film sarebbe diverso. Più povero. Più ancorato al reale. Così com’è invece vola.

Il restauro permetterà probabilmente di recuperare sfumature cromatiche e texture che il tempo aveva smorzato. Sarà come osservare un dipinto che conosci da sempre ma che improvvisamente rivela dettagli che non immaginavi di aver dimenticato.


Un viaggio nel Giappone del Novecento attraverso la sua star immaginaria

Kon non racconta solo la vita di un’attrice. Racconta un secolo di storia giapponese senza mai trasformarlo in un saggio o in un documentario. Guerra, ricostruzione, disillusione industriale, passaggi generazionali: tutto vive nei film che Chiyoko interpreta. Il suo percorso individuale diventa il percorso di un’intera nazione.

Se Perfect Blue era un grido disperato sulla disgregazione dell’identità, Millennium Actress è la sua gemella luminosa. Due film complementari, entrambi dedicati a donne intrappolate nel proprio mito ma affrontato con sensibilità diversissime: uno come incubo, l’altro come nostalgia.

Il risultato è un’opera che abbatte i confini tra pubblico e privato, tra storia personale e storia collettiva. Millennium Actress ci ricorda che la memoria non appartiene mai solo al singolo: è parte del racconto di un popolo.


2026: il ritorno di un capolavoro che parla ancora a tutti noi

L’Italia aveva accolto Millennium Actress prima in DVD grazie all’edizione Eagle del 2008 e poi in un passaggio televisivo su Rai 4 nel 2009. Piccoli frammenti di un amore mai sopito. Ma riportarlo ora nelle sale, lucidato e restaurato, significa permettere a una nuova generazione di spettatori di incontrarlo come merita: nella dimensione naturale del cinema, dove Kon amava giocare con la percezione fino a scioglierla nei suoi stessi confini. La scelta di Plaion Pictures di riportare questo film nelle sale non ha solo un valore culturale: è un atto d’amore verso il cinema d’animazione e verso tutti coloro che credono che l’animazione possa raccontare ciò che il linguaggio tradizionale non riesce nemmeno a sfiorare.

In un panorama dove spesso si rincorre il nuovo a tutti i costi, il ritorno di un gigante come Millennium Actress ci invita a rallentare, a guardarci indietro, a riconoscere che certi viaggi non finiscono. Restano lì, sospesi, pronti a essere ripercorsi ogni volta che una sala buia si riempie di luce.

E forse è questo il segreto di Kon: non chiudere mai davvero una storia, ma lasciarla vivere in chi la guarda. Il restauro del 2026 sarà l’occasione perfetta per tornare a perderci nel suo labirinto di ricordi, sogni, illusioni e verità.

Magari, questa volta, scoprendo qualcosa che non avevamo mai visto prima.


Tu lo aspetti? Hai visto Millennium Actress ai tempi o lo scoprirai ora al cinema? Raccontamelo: questo è uno di quei film che meritano di essere condivisi, discussi e custoditi insieme.

Anime sull’orlo del collasso: la crisi silenziosa dell’industria giapponese e la battaglia per il futuro

L’animazione giapponese non è mai stata soltanto intrattenimento. Per chi è cresciuto tra pomeriggi davanti alla TV, VHS consumate fino allo sfinimento e notti insonni passate a scoprire nuovi mondi, gli anime sono stati una bussola emotiva, una palestra di immaginazione e spesso anche un rifugio. Dalle prime sperimentazioni commerciali del 1917 fino all’esplosione creativa degli anni Sessanta, quando Osamu Tezuka ha cambiato per sempre il linguaggio dell’animazione, questo medium ha imparato a raccontare tutto: avventura, dolore, politica, crescita, fine del mondo e rinascita. Non attraverso la fluidità esasperata dell’animazione occidentale, ma tramite un uso intelligente dell’animazione limitata, della regia, dei silenzi e degli sguardi. Una scelta stilistica diventata poetica, identitaria, profondamente giapponese.

Negli anni Novanta, mentre il mondo scopriva che gli anime non erano “cartoni per bambini”, il Giappone esportava visioni, archetipi e traumi collettivi. Cinema, televisione, OAV e poi ONA hanno costruito un ecosistema narrativo interconnesso con manga, light novel e videogiochi, trasformando l’industria anime in una macchina culturale capace di arrivare a rappresentare oltre la metà dell’animazione mondiale. Eppure, proprio oggi, nel momento di massimo successo globale, qualcosa si sta incrinando. Anzi, più di qualcosa.

Dietro lo scintillio dei numeri record e dei cataloghi streaming sempre più affollati, si sta consumando una crisi profonda e strutturale. I dati parlano chiaro: negli ultimi anni un numero crescente di studi di animazione ha chiuso i battenti, travolto da debiti, gestione insostenibile e margini di profitto sempre più sottili. Non si tratta solo di piccoli studi satellite, ma anche di realtà capaci di reggere intere produzioni come prime contractor. Il paradosso è feroce: il mondo chiede sempre più anime, ma produrli in Giappone sta diventando economicamente impossibile.

Il boom post-pandemia ha funzionato come un acceleratore impazzito. Ordini in aumento, scadenze sempre più strette, carenza cronica di personale. Per stare dietro alla domanda, molti studi hanno esternalizzato parti della produzione all’estero, salvo poi ritrovarsi strangolati dall’aumento dei costi dovuto al crollo dello yen. Risultato? Aziende indaffarate, oberate di lavoro, ma in perdita costante. Chi non possiede proprietà intellettuali proprie, e lavora solo su commissione, è il primo a cadere. I numeri peggiorano, le serie slittano, i film vengono rinviati e i fan, spesso inconsapevolmente, iniziano a pagare il prezzo di un sistema al limite.

Il caso più simbolico, quello che ha fatto tremare anche i più cinici, è stato il crollo di Gainax. Non solo uno studio, ma un’idea di animazione fondata sull’audacia, sull’errore creativo, sulla voglia di rompere le regole. Da Nadia a Neon Genesis Evangelion, fino a Gurren Lagann, Gainax ha riscritto il modo di raccontare l’eroismo, la depressione, l’identità e il caos. Ma dietro quella libertà creativa si sono accumulati anni di cattiva gestione, conflitti interni, investimenti sbagliati e dispersione dei diritti. Lo scandalo che ha coinvolto la dirigenza e il tentativo di salvataggio fallito hanno portato alla bancarotta e allo scioglimento definitivo nel 2024. È stata la fine di un’epoca, ma anche un monito: il genio creativo, da solo, non basta più.

Se la caduta di Gainax ha colpito al cuore i nostalgici, il lato più oscuro dell’industria colpisce ogni giorno chi quegli anime li realizza. Le testimonianze degli animatori parlano di compensi ridicoli, ritmi disumani e stress cronico. Il caso di chi ha lavorato a produzioni di successo come quelle di MAPPA ha acceso i riflettori su una realtà fatta di freelance senza tutele, straordinari non pagati e scadenze impossibili. Ufficialmente, alcuni studi dichiarano salari decorosi. Nella pratica, il lavoro quotidiano è un’altra storia. Burnout, abbandono del settore e calo qualitativo non sono effetti collaterali: sono il sistema che presenta il conto.

Eppure, mentre gli studi arrancano, il mercato globale continua a crescere. Le stime più recenti parlano di un valore che supera i 3.800 trilioni di yen, con il mercato internazionale che ha ormai sorpassato stabilmente quello domestico. Streaming, merchandising e cinema trainano una crescita che sembra inarrestabile. Film evento come quelli legati a franchise storici o opere autoriali dimostrano che il pubblico non ha mai smesso di credere nell’anime. Ma come ha sottolineato Masahiro Hasegawa dell’Anime Industry Report, i guadagni reali arrivano tardi e non compensano l’aumento vertiginoso dei costi di produzione. Il denaro scorre, ma non dove dovrebbe.

Consapevole del rischio di collasso, il governo giapponese ha iniziato a muoversi. Il METI ha presentato nuove linee guida per sostenere l’industria creativa, con l’obiettivo di portare il mercato estero a 20 trilioni di yen entro il 2033. Libertà creativa garantita, investimenti su proprietà intellettuali, formazione e tecnologie digitali, riduzione degli intermediari. Sulla carta, una rivoluzione. Nella realtà, una scommessa che richiederà tempo, coraggio e soprattutto una redistribuzione più equa delle risorse.

Anche l’Association of Japanese Animations ha evidenziato segnali contrastanti. Crescono streaming e merchandising, aumenta la produzione, migliora la distribuzione internazionale e, grazie alla digitalizzazione, parte del lavoro si sta spostando fuori Tokyo. Questo apre nuove opportunità per giovani animatori e studi specializzati, ma non risolve il problema centrale: chi crea gli anime continua a guadagnare troppo poco per sostenere una carriera a lungo termine.

Già anni fa, analisi come quelle di Nippon.com avevano messo in guardia sul rischio di perdere un’intera generazione di talenti. Il ruolo dell’inbetweener, fondamentale per l’animazione tradizionale, è diventato un collo di bottiglia economico e umano. Anche realtà iconiche come Studio Ghibli sono finite nel mirino delle critiche, segno che la crisi non risparmia nessuno.

E allora la domanda, da fan prima ancora che da osservatrice, diventa inevitabile: che futuro aspetta l’animazione giapponese? La risposta non è scritta, ed è proprio questo a renderla interessante. Il settore non è condannato, ma è a un bivio. Riformare salari, ritmi e modelli produttivi non è più un’opzione, è una necessità. L’anime ha sempre saputo reinventarsi, assorbire il trauma e trasformarlo in racconto. Forse è arrivato il momento di farlo anche fuori dallo schermo.

Come community globale, anche noi abbiamo una responsabilità. Chiederci da dove arrivano le storie che amiamo, sostenere modelli più etici, pretendere qualità senza sacrificare le persone. Perché dietro ogni episodio che ci ha fatto piangere, urlare o innamorarci, ci sono mani stanche e menti brillanti che meritano un futuro. E adesso la palla passa anche a noi: voi come immaginate il domani degli anime? Siete pronti a parlarne, a discuterne, a difendere questo linguaggio che ci ha cresciuti? La conversazione è aperta, ed è più importante che mai.

Death Stranding: Isolations – Il mondo di Kojima approda nell’anime con Disney+

C’è un istante, nella vita di ogni nerd cresciuto a pane, cutscene e cronopiogge, in cui senti che il multiverso sta per spalancare una nuova porta, e dietro quella soglia non c’è un semplice annuncio, ma un intero mondo che cambia forma. È esattamente ciò che è accaduto quando Hideo Kojima, durante il Disney APAC Showcase di Hong Kong, ha alzato il velo su quello che possiamo già considerare uno dei progetti più attesi e destabilizzanti dei prossimi anni: Death Stranding: Isolations, la prima serie anime ufficiale ambientata nell’universo narrativo creato da Kojima Productions, in arrivo su Disney+ nel 2027.

La notizia è rimbalzata come un’onda d’urto attraverso la community geek globale, non solo perché Death Stranding è un fenomeno culturale in continua espansione, ma perché questo progetto rappresenta una convergenza rara: l’immaginario visionario di Kojima, la tradizione dell’animazione giapponese e la potenza distributiva di Disney+. Un allineamento astrale che, in puro stile Kojima, non si limita a offrire un semplice adattamento, ma amplia il concetto stesso di “franchise transmediale”.

A dirigere la serie sarà Takayuki Sano, figura già celebrata per il suo lavoro in Jujutsu Kaisen 0 e in Fullmetal Alchemist: Brotherhood, garanzia assoluta di qualità stilistica e di intensità emotiva. L’animazione sarà completamente realizzata a mano, un ritorno alla fisicità del segno che ben si sposa con la delicatezza e la brutalità del mondo di Death Stranding. A occuparsene sarà lo studio E&H Production, guidato da Sunghoo Park, regista e produttore dal tocco riconoscibile per chi ama le atmosfere sospese tra dinamismo e inquietudine.

Fin dalle prime immagini e dai concept art firmati da Ilya Kuvshinov – già noto ai fan per Ghost in the Shell: SAC_2045 – si percepisce la volontà di esplorare un’estetica che non imita il videogioco, ma lo rilegge attraverso un filtro più astratto, più malinconico, più attraversato da vuoti e silenzi. Una scelta coerente con il cuore tematico dell’opera: l’isolamento, la distanza umana trasformata in paesaggio, la cicatrice emotiva che attraversa ogni personaggio del mondo di Death Stranding.

Una storia originale, un mondo familiare, un nuovo modo di attraversarlo

Death Stranding: Isolations non sarà una trasposizione degli eventi dei videogiochi, né un prequel né un sequel diretto. La serie racconterà una storia completamente inedita, seguendo il viaggio di un giovane uomo e di una giovane donna mentre tentano di sopravvivere e di trovare un senso all’interno di un’America frammentata in cui la connessione umana è diventata un’eccezione. Questo nucleo narrativo permette alla serie di esplorare nuove prospettive, mettendo al centro figure che non hanno la forza mitologica di Sam Porter Bridges, ma che proprio per questo possono rendere il mondo ancora più vicino allo spettatore.

Sam, comunque, sarà presente, perché il suo ruolo di ponte umano e simbolico non può essere accantonato. Ma la sua funzione sarà diversa: meno protagonista, più faro nella nebbia, più eco di un’idea che attraversa e influenza le vite degli altri. Attorno a lui gravitano nuove figure, ognuna con un rapporto complesso con la solitudine: un anziano che cerca la salvezza fuori dalle reti costruite da Bridges, una combattente convinta che il conflitto sia l’unica forma di evoluzione possibile, un giovane accecato dal rancore e una ragazza che ha trasformato la solitudine in identità. Le loro storie convergeranno sul limite estremo dell’umanità, dove la connessione non è solo un obiettivo narrativo, ma un’urgenza quasi biologica.

Kojima e Disney: un’alleanza che nessuno aveva previsto, ma che ora sembra inevitabile

Durante la presentazione al pubblico asiatico, Kojima ha raccontato la sua emozione e la sua incredulità nel lavorare con Disney, un marchio che ha influenzato la sua infanzia e la sua formazione immaginativa tanto quanto gli anime giapponesi. Il creatore di Metal Gear ha ricordato che Disney+ ha già ospitato il suo documentario personale, e ha parlato della serie come di un “ritorno alle origini” in cui fondere i codici dell’animazione giapponese con una sensibilità narrativa moderna e globale.

In puro stile Kojima, la collaborazione appare parte di un disegno più ampio. Death Stranding non è più un videogioco: è un ecosistema narrativo che abbraccia videogame, cinema, animazione e forse, in futuro, anche altre forme. Con Death Stranding 2: On the Beach in uscita, il film live-action prodotto da A24 in lavorazione e il misterioso progetto Physint all’orizzonte, è evidente che stiamo assistendo alla costruzione di un vero e proprio multiverso autoriale.

Un’animazione che esplora ciò che il videogioco non può mostrare

Uno degli aspetti più affascinanti della serie è la scelta della tecnica. L’animazione 2D disegnata a mano permette di esprimere concetti visivi che, in un videogioco o in un film live-action, risulterebbero troppo costosi, troppo complessi o semplicemente troppo astratti. Il tempo che scorre al contrario sotto la cronopioggia, gli spettri che fluttuano come ricordi liquidi di vite incomplete, il senso di sospensione tra la vita e la Spiaggia: tutto può essere reinterpretato attraverso la sensibilità dell’animazione.

Kojima stesso ha più volte dichiarato che l’anime è uno dei pochi linguaggi capaci di manipolare la percezione, di rompere il confine tra realtà e sogno e di raccontare l’interiorità dei personaggi senza le limitazioni della fotografia o della performance umana. Isolations sembra nato proprio da questa intuizione.

Il poster, l’attesa e quel richiamo della Spiaggia che continua a farsi sentire

La prima immaine rilasciata suggerisce atmosfere sospese, quasi metafisiche. Non rivela molto, ma ciò che lascia intravedere basta a evocare quel senso di inquietudine familiare che ogni fan della serie conosce bene. È un richiamo, un invito a tornare in quel mondo dove ogni passo è un atto di fede e ogni connessione è un rischio.

Nel frattempo, un’altra produzione animata è in lavorazione: Death Stranding: Mosquito, un film animato sviluppato da ABC Animations. A differenza di Isolations, sembra che Sam Porter Bridges non comparirà nel cast principale, confermando la volontà di espandere l’universo con storie parallele e tonalità diverse.

Verso il 2027: l’hype come sentiero, la connessione come destinazione

I dettagli arriveranno nel corso del 2026, ma l’entusiasmo è già alle stelle. Ogni nuova opera ambientata nel mondo creato da Kojima aggiunge tasselli, connessioni, suggestioni. Non importa quale forma assuma: videogioco, film, anime, documentario. Death Stranding non è più solo un titolo, ma un modo di raccontare la fragilità umana attraverso storie che parlano di solitudine, identità, memoria e rinascita.

E allora, mentre aspettiamo che arrivi il 2027, non possiamo fare altro che chiederci: fin dove potrà spingersi la narrazione di Death Stranding? Quali nuove Spiagge scopriremo? E come ci sorprenderà ancora una volta l’autore che ha fatto della contaminazione tra media la sua firma?

Ora la parola passa a voi, corrieri nerd e sognatori distopici: cosa vi aspettate da questa serie? Vorreste esplorare nuove storie o ritrovare vecchi volti? Vi affascina l’idea di un anime firmato Kojima o temete che l’universo di Death Stranding possa perdere qualcosa nel passaggio a un nuovo linguaggio?

Raccontateci le vostre impressioni. Condividete l’articolo. Connettetevi.
Dopotutto, come ci ha insegnato Sam, ricostruire il mondo è possibile solo insieme.

Lupin the IIIrd: Zenigata e i Due Lupin – il ritorno noir del ladro gentiluomo secondo Takeshi Koike

Ci sono universi narrativi che non smettono mai di reinventarsi. “Lupin the IIIrd” è uno di questi. A distanza di decenni dalla nascita del ladro gentiluomo più famoso del mondo, il regista Takeshi Koike torna a immergerci nel suo universo oscuro, stilizzato e magnetico con “Lupin the IIIrd: Zenigata e i Due Lupin”, uscito in streaming in Giappone lo scorso 20 giugno e finalmente in arrivo anche in Italia. Dal 25 novembre, infatti, l’OAV prequel di La Stirpe Immortale sarà disponibile in digitale su Prime Video, Apple TV e su tutte le principali piattaforme per l’acquisto e il noleggio. Chi ha seguito l’evoluzione del progetto “Lupin the IIIrd” sa che Koike non si limita a raccontare un’avventura: scolpisce atmosfere. Il suo Lupin non è il ladro sornione e ironico della tradizione televisiva, ma una figura quasi mitologica, avvolta da una violenza elegante e da un senso di destino ineluttabile. Con questo nuovo capitolo, Koike torna a indagare le ombre dell’universo lupiniano, affiancando al protagonista un altro personaggio storico, l’ispettore Zenigata, in un racconto che gioca sul doppio, sull’identità e sull’ossessione.

Due Lupin, un mistero e un conflitto morale

Il titolo originale, Zenigata to Futari no Lupin (“Zenigata e i Due Lupin”), è già di per sé un rompicapo. Due Lupin? Due incarnazioni dello stesso mito? O forse un impostore, un riflesso, un’illusione? Koike costruisce la storia partendo da un’esplosione all’aeroporto della fantomatica “Roviet Union” — un chiaro omaggio satirico all’ex Unione Sovietica — di cui il principale sospettato è, ovviamente, Lupin III. Ma quando Zenigata riesce finalmente a catturarlo, qualcosa non torna: il ladro nega ogni coinvolgimento e la sua reazione convince l’ispettore che potrebbe esserci un altro Lupin in circolazione. Da qui si apre un thriller identitario che mette in discussione tutto ciò che credevamo di sapere sul personaggio.

In questa nuova incarnazione, Lupin non è solo un bersaglio. È il riflesso nel quale Zenigata è costretto a specchiarsi, il catalizzatore di una crisi morale che trasforma il poliziotto da macchietta comica a protagonista drammatico. Per la prima volta, l’uomo che da sempre rincorre Lupin inizia a chiedersi se la sua caccia abbia davvero un senso, o se non sia lui stesso parte del gioco. La tagline del film — “Ciò che ti è stato rubato… è la tua stessa identità” — risuona come una confessione, ma anche come un messaggio allo spettatore, invitato a rileggere la saga sotto una luce completamente nuova.

L’estetica affilata di Koike

Sul piano tecnico, Zenigata e i Due Lupin è un concentrato di stile. Il tratto spigoloso e nervoso di Koike torna più feroce che mai, con un uso del colore ridotto ma potente, spesso dominato da ombre taglienti e luci al neon. Le sequenze d’azione sono coreografate con brutalità e precisione cinematografica: ogni sguardo, ogni colpo, ogni scatto d’arma ha un peso specifico. Le musiche di James Shimoji accompagnano la narrazione con un ritmo incalzante, mentre la sceneggiatura di Yūya Takahashi fonde il noir, l’action e la riflessione psicologica con una coerenza rara nel panorama dell’animazione giapponese.

Il cast vocale storico — con Kanichi Kurita nel ruolo di Lupin, Miyuki Sawashiro come Fujiko, Daisuke Namikawa come Goemon e Kiyoshi Kobayashi nei panni di Jigen — garantisce continuità e profondità emotiva. È come ritrovare vecchi amici in una nuova cornice, più cupa, ma forse anche più autentica.

Il ponte verso Fujimi no Ketsuzoku

Questo OAV non è solo un capitolo a sé: è l’anello di congiunzione che prepara il terreno per “Lupin the IIIrd: Fujimi no Ketsuzoku”, in arrivo nelle sale giapponesi il 27 giugno 2025. Ambientato su un’isola misteriosa dove Lupin e la sua squadra inseguono un tesoro leggendario, il film sarà il primo lungometraggio 2D della saga dai tempi di Lupin III: Dead or Alive del 1996. Un ritorno alla tradizione dopo gli esperimenti in CGI di Lupin III THE FIRST, che molti fan, me compresa, accolgono come un ritorno a casa: il fascino dell’animazione disegnata a mano ha un calore che nessun rendering potrà mai sostituire.

Un Lupin più umano, un Zenigata più profondo

Il fascino di Zenigata e i Due Lupin sta nella sua capacità di umanizzare l’archetipo. Lupin, in questa incarnazione, non è più solo il ladro invincibile e irresistibile, ma un uomo che può perdere se stesso nel labirinto della propria leggenda. Zenigata, dal canto suo, smette di essere l’eterno secondo per diventare il protagonista di un’indagine interiore. In fondo, non è forse la loro rivalità ciò che rende immortale la saga? Due uomini agli estremi della legge, legati da un rispetto reciproco più profondo dell’odio stesso.

Un’eredità in continua evoluzione

Da fan che ha conosciuto Lupin attraverso le vecchie VHS registrate da Italia 1 e che lo ha seguito in ogni reincarnazione, non posso che guardare a questo nuovo OAV con emozione. Lupin the IIIrd: Zenigata e i Due Lupin è più di un prequel: è una riflessione sul mito, sulla memoria e sul prezzo dell’identità. È una finestra su un mondo dove la linea tra bene e male è sempre più sottile, e dove l’unica certezza è che Lupin, qualunque volto indossi, continuerà a farci sognare.

Con questo capitolo, Takeshi Koike conferma la sua poetica: un Lupin più noir, più adulto e più cinematografico, sospeso tra tradizione e sperimentazione. Un Lupin che ruba cuori, ma anche certezze.

E se c’è una cosa che questa saga ci ha insegnato, è che nulla è mai come sembra.

Da-Garn: il ritorno del coraggio — il leggendario anime della saga “Yuusha” celebra 35 anni con due imperdibili Blu-ray Box

C’è un certo tipo di nostalgia che non si limita a guardare indietro, ma riaccende dentro di noi la stessa scintilla che avevamo da bambini davanti a un robot gigante. È quella che oggi fa tremare i cuori dei fan storici dell’animazione giapponese, perché The Brave Fighter of Legend Da-Garn — o per dirla alla giapponese, Densetsu no Yūsha Da-Garn — sta per tornare in grande stile. In occasione del suo 35° anniversario, Sunrise e Takara rilasciano due cofanetti Blu-ray HD rimasterizzati che riportano alla luce una delle serie più amate e sottovalutate del filone “Yuusha”.

Era il 1992 quando Da-Garn debuttava sugli schermi giapponesi, terza incarnazione del progetto “Brave” nato dalla collaborazione tra Takara (storico colosso dei giocattoli, papà dei Transformers) e Sunrise, lo studio che avrebbe ridefinito il concetto di mecha anime. Alla regia c’era Shinji Takamatsu, lo stesso talento che aveva saputo dare un’anima a saghe come Patlabor e Gintama, mescolando ironia, azione e un sincero senso dell’eroismo.


Un eroe terrestre per otto robot leggendari

La storia di The Brave Fighter of Legend Da-Garn è un piccolo gioiello della fantascienza dei primi anni ’90: un racconto in cui il destino del pianeta si intreccia con la crescita di un ragazzo, Seiji Takasugi, che un giorno entra in possesso dell’“Aurin”, un misterioso gioiello che rappresenta la coscienza stessa della Terra. È questo artefatto a eleggerlo “comandante” di otto antichi robot dormienti — i Brave Robots — nascosti in ogni angolo del globo sotto forma di “Brave Stones”.

Una volta risvegliati, i robot si fondono con le tecnologie moderne, trasformandosi in guerrieri giganteschi pronti a difendere la Terra contro le forze di Lord Oh-Boss, un tiranno intergalattico deciso a divorare l’energia vitale del pianeta. In questo conflitto tra umanità e invasione cosmica, Da-Garn non raccontava solo battaglie spettacolari, ma parlava anche di responsabilità, crescita e rispetto per la natura — temi sorprendentemente maturi per un’opera pensata, almeno in apparenza, per un pubblico di ragazzi.


Un’eredità che torna a brillare in alta definizione

Il 2026 segna il grande ritorno di Da-Garn nel formato che i fan aspettavano da anni: due cofanetti Blu-ray rimasterizzati in HD con tutti i 46 episodi originali, divisi in due uscite da collezione.

Il Box I, con i primi 23 episodi, sarà disponibile dal 25 marzo 2026 (codice VTXF-181~184) al prezzo di 35.300 yen. Il Box II, con gli episodi dal 24 al 46, arriverà invece il 22 luglio 2026 (codice VTXF-185~188) a 35.200 yen. Entrambi includono una quantità di extra che farà impazzire i collezionisti.

Ogni cofanetto conterrà 4 dischi Blu-ray e sarà racchiuso in un elegante digipak illustrato — il primo firmato dall’artista Atsuko Ishida, nome noto per il suo tratto raffinato e nostalgico. Le edizioni comprenderanno inoltre booklet da 68 pagine ricchi di interviste, schede sui personaggi e sui mecha, illustrazioni rare, design preliminari e liner notes tratte dalla rivista DX BRAVEST.

Tra i contenuti speciali si segnalano le sigle di apertura e chiusura senza crediti, i video promozionali originali, gli audio commenti del regista Katsuyoshi Yatabe insieme a Rica Matsumoto (voce di Seiji Takasugi) e Show Hayami (voce di Da-Garn), oltre ai preziosi volumi Character & Art File e Machine & Art File dedicati rispettivamente ai personaggi e ai robot. Per i più curiosi, Sunrise ha già pubblicato sul proprio canale YouTube un video comparativo tra la versione standard e quella in alta definizione, mostrando la nuova pulizia dei colori e la profondità dei dettagli che rendono questa rimasterizzazione una vera rinascita visiva.

Un ritorno che parla al cuore dei fan della Sunrise

Nel panorama degli anime robotici, la serie Brave occupa un posto speciale. Non aveva la complessità filosofica di Gundam né la tragicità di Evangelion, ma portava avanti un’idea diversa di eroismo: quello solare, genuino e cooperativo, dove la forza nasce dal legame tra uomo e macchina. Da-Garn, in particolare, spiccava per la sua ambientazione globale, per la varietà dei mecha e per l’approccio ambientalista che anticipava temi oggi più attuali che mai.

Non è un caso che, negli ultimi anni, l’interesse verso la saga Yuusha sia tornato a crescere, alimentato da una nuova generazione di spettatori e collezionisti che riscoprono questi titoli come veri e propri tesori dell’animazione giapponese. Il ritorno di Da-Garn in Blu-ray segna dunque non solo un anniversario, ma una sorta di “passaggio di testimone” tra l’era analogica e quella digitale: un ponte tra chi ha vissuto quei pomeriggi di magia televisiva e chi oggi vuole scoprirli in tutta la loro gloria visiva.


Un’eredità viva, un messaggio attuale

Guardare oggi The Brave Fighter of Legend Da-Garn non significa soltanto rivivere un pezzo di infanzia, ma riscoprire una lezione di coraggio e rispetto che continua a risuonare. In un mondo dove la tecnologia corre più veloce dei sentimenti, l’idea che la Terra stessa possa scegliere i suoi difensori resta un simbolo potente: un invito a riconnettersi con ciò che ci circonda e con ciò che amiamo.

Il ritorno della magia Kyoto Animation con “20 Seiki Denki Mokuroku”

Ci sono annunci che scaldano il cuore di un fandom intero. Quando, durante l’evento “KyoAni no Sekai-ten” – letteralmente Meet the Worlds of KyoAni – Kyoto Animation ha finalmente svelato che l’attesissimo adattamento del romanzo 20 Seiki Denki Mokuroku diventerà una serie televisiva intitolata 20 Seiki Denki Mokuroku: Eureka Evrika, l’atmosfera si è caricata di quella stessa elettricità che il titolo promette di raccontare. E non è solo un gioco di parole: è un ritorno simbolico per uno studio che ha saputo trasformare la luce in emozione e il movimento in poesia visiva.

Ambientato nel Giappone del 1907, in piena era Meiji, Sparks of Tomorrow (questo il titolo internazionale scelto per l’anime) ci porta in un mondo in bilico tra il passato e il futuro, dove il vapore delle locomotive convive con i primi sogni elettrici. Al centro della storia c’è Inako Momokawa, quindicenne goffa e insicura, seconda figlia di una storica famiglia di produttori di sakè nel quartiere di Fushimi, Kyoto. Inako vive sospesa tra le aspettative del padre e i ricordi della madre scomparsa, che sognava per lei un destino da tōji, la maestra birraia di famiglia. Il suo percorso si incrocia con quello di Kihachi Sakamoto, un ragazzo eccentrico e idealista che disprezza le superstizioni e crede nel potere della scienza. Due anime diverse, unite da un destino e da un misterioso libro: il Catalogo dell’Elettricità del XX Secolo. Questo “catalogo” è più di un simbolo. È la promessa di un futuro ancora da scrivere, un manuale immaginario che racconta le invenzioni e i sogni di un’epoca che stava per essere illuminata – letteralmente – dall’elettricità. Kihachi lo aveva scritto da bambino insieme al fratello maggiore, ma quando il libro e il fratello spariscono, la sua fede nel progresso si spegne. Inako, invece, accende di nuovo quella scintilla, trascinando entrambi in un viaggio attraverso Kyoto e Shiga, tra templi, paesaggi d’acqua e officine fumose, alla ricerca non solo di un libro perduto, ma del senso stesso del cambiamento.

Per chi conosce Kyoto Animation, il progetto ha un significato profondo. 20 Seiki Denki Mokuroku è un titolo che i fan aspettano da oltre sette anni: l’annuncio dell’adattamento risale infatti al 2018, pochi mesi prima della tragedia che avrebbe colpito lo studio nel luglio 2019, segnando una delle pagine più dolorose nella storia dell’animazione giapponese. Per anni il progetto è rimasto sospeso, quasi un fantasma nel limbo dei “work in progress”. Il fatto che oggi torni come serie televisiva è un segno di rinascita. Una dichiarazione silenziosa ma potentissima: Kyoto Animation è viva, e continua a creare mondi di luce.

A dirigere la serie sarà Minoru Ōta, già key animator in titoli come Love, Chunibyo & Other Delusions! e Liz and the Blue Bird, al suo debutto assoluto come regista. La sceneggiatura è affidata a Tatsuhiko Urahata, nome di spicco per gli amanti di Haganai e Hi Score Girl, mentre il design dei personaggi è firmato da Kōhei Okamura, che in passato ha contribuito alla magia visiva di Free! The Final Stroke e Sound! Euphonium. Il concept del mondo – un equilibrio delicato tra realismo storico e lirismo steampunk – porta la firma di Takaaki Suzuki, già consulente per Violet Evergarden e Strike Witches. Le musiche, composte da Hitomi Kotō, promettono di fondere sonorità orchestrali con il calore degli strumenti tradizionali, come un ponte sonoro tra il vecchio e il nuovo Giappone.

I protagonisti avranno le voci di due nomi amatissimi nel panorama seiyuu contemporaneo: Yūma Uchida, che interpreterà Kihachi Sakamoto, e Sora Amamiya, che darà voce a Inako Momokawa. Una coppia dal grande potenziale emotivo, capace di evocare quella chimica delicata e sognante che è marchio di fabbrica dello studio. Già le prime immagini diffuse – i character design e il key visual – hanno fatto esplodere i social giapponesi: colori pastello, riflessi dorati, un cielo d’estate che sembra vibrare di corrente elettrica. Tutto, nella resa visiva, richiama la tradizione di Kyoto Animation: la cura maniacale per i dettagli, la luce che attraversa l’aria, le emozioni che esplodono in silenzi.

La storia nasce dal romanzo omonimo scritto da Hiro Yūki e illustrato da Kazumi Ikeda, pubblicato nel 2018 sotto l’etichetta KA Esuma Bunko, il laboratorio creativo di KyoAni da cui sono usciti titoli come Love, Chunibyo & Other Delusions! e Violet Evergarden. Il libro, vincitore di una menzione d’onore all’ottava edizione dei Kyoto Animation Awards, racconta un’estate di crescita, di fuga e di scoperta, in bilico tra spiritualità e tecnologia. In quella narrazione si avverte già la sensibilità tipica dello studio: la capacità di raccontare l’invisibile – i legami, i sogni, la memoria – attraverso la luce.

Nel panorama degli anime contemporanei, Sparks of Tomorrow promette di essere più di un semplice racconto storico o di formazione: sembra la metafora perfetta di Kyoto Animation stessa. Dopo l’oscurità, la luce. Dopo la perdita, la rinascita. Dopo il silenzio, la scintilla. Ogni progetto di KyoAni è sempre stato un atto d’amore verso la bellezza delle piccole cose – un suono, un gesto, una parola non detta – e questa nuova serie appare destinata a proseguire quel percorso di umanità luminosa che attraversa tutta la loro filmografia.

C’è un momento, nel trailer mostrato durante l’evento, in cui Kihachi osserva un temporale e dice: “La corrente non è magia. È speranza che scorre.” In una sola frase c’è tutta l’essenza di Sparks of Tomorrow: un racconto di ingegno e sentimenti, di progresso e fede, di un Giappone che sogna la modernità senza dimenticare gli dei.

Nel 2026, quando le prime luci di questa nuova era si accenderanno sullo schermo, sarà come tornare a casa. E forse, più che mai, ci ricorderemo perché Kyoto Animation non fa solo anime: costruisce universi in cui credere.

Gorō Miyazaki: l’erede riluttante dello Studio Ghibli che ha imparato a volare da solo

Un nome che brilla di luce propria, un faro che guida generazioni di appassionati di fantasy e cultura nerd: Miyazaki. Ma se Hayao Miyazaki è il sole che ha illuminato lo Studio Ghibli e i nostri schermi con capolavori immortali, c’è un altro Miyazaki che ha intrapreso un percorso più silenzioso, spesso tortuoso, per trovare la sua luce: suo figlio, Gorō Miyazaki. La sua storia non è quella di un erede designato, ma di un artista che ha dovuto lottare non solo contro le aspettative del mondo intero, ma anche contro le riserve del padre stesso. Gorō Miyazaki, nato a Tokyo il 21 gennaio 1967, porta sulle spalle il peso e l’onore di un cognome che è sinonimo di perfezione. Eppure, per anni, ha preferito la concretezza della terra e del paesaggio ai mondi di fantasia disegnati a mano.

Dagli Alberi Animati ai Mondi Reali: La Formazione del Paesaggista

A differenza di molti “figli d’arte” immersi fin dalla culla nei segreti del mestiere, Gorō ha scelto di costruire ponti tra l’uomo e l’ambiente. La sua formazione è un inno alla natura: laureato in agricoltura e scienze forestali all’Università di Shinshu, si è specializzato in architettura paesaggistica. Prima di varcare i cancelli di Ghibli, progettava giardini, parchi e sedi pubbliche. Quella visione armonica, l’attenzione all’ecosistema e al dettaglio botanico, non erano un diversivo, ma la base invisibile di tutta la sua poetica futura, un filo rosso che si sarebbe ricongiunto con i temi ecologisti tanto cari al padre.

Il destino, tuttavia, non si accontenta di vederlo disegnare aiuole. Nel 1998, il “custode spirituale” dello Studio, il leggendario produttore Toshio Suzuki, lo chiama per il progetto più simbolico: la creazione del Museo Ghibli a Mitaka. È qui, in un luogo dove i modelli in scala del Castello errante di Howl convivono con le riproduzioni del Catbus di Totoro, che Gorō inizia la sua vera e propria immersione. Dirige il museo fino al 2005, e quel luogo, fusione perfetta di fantasia e natura, diventa la sua prima, grande opera d’arte narrativa. Poi, la chiamata che non si può ignorare: il cinema.

I Racconti di Terramare: L’Iniziazione Sotto l’Ombra

L’esordio di Gorō alla regia è stato un vero e proprio campo di battaglia. Riluttante, ma convinto da Suzuki, accetta di dirigere I racconti di Terramare (Gedo Senki, 2006), ispirato al maestoso Ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin. Fu una scelta coraggiosa, quasi avventata, e le tensioni familiari emersero immediatamente. Hayao Miyazaki non appoggiò il progetto, ritenendo il figlio “non ancora pronto”.

Eppure, Gorō va avanti. Il film è imbevuto di un profondo amore per l’equilibrio del mondo e per le domande sul prezzo della vita, tematiche che risuonano con la filosofia Ghibli. Quando la pellicola viene proiettata per la prima volta il 28 giugno 2006, l’applauso più significativo è quello silenzioso, arrivato da Hayao, seduto in sala. Quell’approvazione, giunta dopo mesi di gelo e incomprensioni, ha segnato un cruciale rito di passaggio, portando Terramare alla 63ª Mostra del Cinema di Venezia, dove un anno prima il padre aveva ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. Il figlio aveva messo il suo primo seme.

La Collina dei Papaveri: La Riconciliazione Artistica e la Vita Quotidiana

Dopo l’epica fantasy un po’ acerba, Gorō sorprende tutti con il suo secondo lungometraggio. La collina dei papaveri (Kokuriko-zaka kara, 2011) è un’immersione delicata nel Giappone postbellico, ambientato nella Yokohama del 1963. Abbandonando draghi e maghi, il regista si concentra sui dettagli quotidiani, sugli amori giovanili e sulla malinconia del cambiamento.

Il vero colpo di scena è dietro la sceneggiatura, firmata da Hayao Miyazaki stesso insieme a Keiko Niwa. Un gesto di profonda fiducia che è stato letto come la definitiva riconciliazione artistica. In La collina dei papaveri, Gorō trova la sua voce più autentica: una regia intima, che celebra la poesia delle cose semplici. Il successo di critica e pubblico, culminato con il Japan Academy Award come miglior film d’animazione, ha dimostrato che il talento non è solo ereditario, ma soprattutto coltivabile.

L’Esperimento Digitale: Ronja e l’Abbraccio della CGI

La vera rottura stilistica arriva nel 2014 con la serie TV Ronja, la figlia del brigante (Sanzoku no musume Rōnya). Tratto dal classico per ragazzi di Astrid Lindgren, Gorō si lancia in un esperimento audace per Ghibli: la CGI (Computer Generated Imagery).

Il padre ha sempre preferito il disegno a mano, ma Gorō sceglie di innovare. Ronja non è solo un racconto di un’eroina ribelle e selvatica immersa nelle foreste del Nord, ma è un manifesto di indipendenza tecnica. La scelta della CGI è una dichiarazione: l’animazione può evolvere, e il futuro dello Studio Ghibli può passare anche attraverso sentieri digitali inesplorati. È la sintesi perfetta del suo percorso: la natura come scenario, l’indipendenza come forma d’arte, il coraggio di non temere il confronto tecnologico.

Earwig e la Strega: Il Coraggio di Cambiare Pelle

Questa propensione all’innovazione culmina nel 2020 con Earwig e la strega (Āya to majo), il primo lungometraggio di Ghibli interamente in computer grafica 3D. Basato su un romanzo di Diana Wynne Jones (la stessa di Howl), il film ha diviso il pubblico geek e la critica: c’è chi lo ha visto come un passo falso, chi come un’evoluzione necessaria.

Indipendentemente dal giudizio finale, Earwig è l’ennesimo simbolo del desiderio di evoluzione dello Studio Ghibli sotto la guida di Gorō. È la prova che l’anima della narrazione, il cuore pulsante delle storie di magia e crescita, non è confinato ai soli cel disegnati, ma può vivere anche nella pixel art, a patto di mantenere salda la qualità narrativa.

L’Erede Consapevole: Custode e Ponte

Negli anni più recenti, Gorō ha scelto un ruolo più defilato ma fondamentale. Nel 2023, è stato produttore esecutivo de Il ragazzo e l’airone (Kimi-tachi wa dō ikiru ka), l’ultima, misteriosa, grande opera di Hayao Miyazaki. Un film che chiude un cerchio familiare e artistico denso di simboli di morte e rinascita.

Oggi, osservando la filmografia di Gorō Miyazaki, si percepisce chiaramente la sua poetica: radicata nel legno e nel vento della sua prima formazione, ma protesa verso le rivoluzioni tecnologiche dell’animazione. Non ha mai cercato di replicare il mito, ma di piantare il proprio albero, lasciandolo crescere con i suoi tempi. Ed è questa la lezione più grande per tutti gli appassionati: l’arte, come la natura e la vera cultura nerd, non si eredita automaticamente — si coltiva con dedizione e originalità. Gorō non è solo il figlio di Hayao; è l’autore che sta costruendo il ponte tra la gloriosa tradizione Ghibli e il suo futuro digitale.


E voi, fan di Ghibli e di anime, cosa ne pensate del percorso di Gorō Miyazaki? Ritenete che i suoi film in CGI siano un passo avanti per lo Studio? Commentate qui sotto con le vostre opinioni e fateci sapere qual è il suo capolavoro, poi condividete questo articolo sui vostri social per stimolare il confronto tra appassionati di fumetti e cinema!

Icone. De profundis Animae. Storie e disegni apocrifi sui miti degli Anime degli anni ’70 e ’80

C’è un tempo che non accetta di essere dimenticato, un’epoca leggendaria in cui i pomeriggi dei futuri otaku italiani avevano il sapore di merendine zuccherate e sigle giapponesi gridate a pieni polmoni. Era il frastuono metallico dei robot di Go Nagai che si mescolava al dramma in costume di Lady Oscar, un’alchimia pop che ha marchiato a fuoco l’immaginario collettivo. Non si tratta solo di ricordi sbiaditi, ma di impronte luminose scolpite nell’anima di intere generazioni di appassionati di fumetti, animazione e cultura pop.

È da questa luce tremolante, ma incredibilmente viva, che emerge un’opera destinata a diventare un vero e proprio reliquiario per il collezionista più esigente e il nostalgico più devoto: Icone. De profundis Animae. Storie e disegni apocrifi sui miti degli Anime degli anni ’70 e ’80 di Domenico “Handesigner” Alfieri.

L’Archeologia Emotiva del Fandom: Un “De Profundis” per Celebrare

Dimenticate il classico volume celebrativo. L’autore non propone una mera carrellata di fan art, ma un viaggio catartico nelle profondità dell’anima nerd e del fandom italiano, un “de profundis” inteso non come lutto, ma come immersione spirituale e recupero. Quello che Handesigner ha compiuto è un autentico e meticoloso lavoro di salvataggio archeologico, che non riguarda solo i personaggi iconici, ma soprattutto lo stile, il sapore, quel tratto organico e viscerale che li ha resi immortali nell’animazione giapponese classica.

Siamo nell’era digitale, un tempo dominato dalla perfezione algoritmica, in cui la mano umana rischia di essere superflua, soppiantata dall’intelligenza artificiale generativa e dalla pulizia asettica del vector. L’artista risponde a questa omologazione con un atto di fede nell’imperfezione: nella pennellata viva, nell’errore che si trasforma in pura, palpabile emozione. Il suo volume si erge così a manifesto estetico e, di fatto, politico, in strenua difesa del gesto manuale contro l’appiattimento del disegno digitale. È una dichiarazione d’amore per il tratto old school.

Handesigner, Il Custode della Memoria Pop

Domenico Alfieri, attivo sulla scena dal 1998 e presenza fissa nelle maggiori fiere del fumetto e della cultura nerd italiana – da Lucca Comics a Romics –, non è soltanto un talentuoso illustratore. È una vera e propria memoria vivente e un archivista del fandom.

Le sue frequentazioni venticinquennali negli spazi espositivi, dove il tavolo dell’artista si fa spesso confessionale per il fan, hanno prodotto un archivio di storie unico. Code, confidenze, aneddoti personali e storie di crescita si sono riversate su di lui, trasformando Handesigner nel custode di una memoria corale. Le pagine di De profundis Animae non contengono, dunque, solo sketch, ma testimonianze vive. È un luogo in cui l’autore e il suo pubblico si fondono in un unico sguardo, quello di chi ha riconosciuto nell’animazione nipponica non un semplice passatempo, ma una forma di crescita, di appartenenza e, soprattutto, di resistenza culturale contro l’omologazione.

Il suo tratto, orgogliosamente “old school”, denso, vibrante e talvolta deliberatamente sbavato, non è pura nostalgia sterile. È l’affermazione di un’esperienza artistica fisica, carnale, irripetibile. È il ricordo tangibile di quando una linea nasceva da un respiro e da un movimento della spalla, non da un prompt testuale per un’IA. Ogni tavola è una silenziosa, ma potente, battaglia contro la standardizzazione visiva del terzo millennio.

Le Icone Apocrife: La Verità Emotiva Oltre la Filologia

Gli Anni ’70 e ’80 sono stati il vero Big Bang della cultura nerd in Italia. Il nostro Paese, forse più di ogni altro in Europa, ha abbracciato gli anime non come una semplice importazione esotica, ma come uno specchio delle proprie rivoluzioni sociali e identitarie. Goldrake, Mazinga e Jeeg Robot incarnavano la solitudine e la potenza dell’eroe tecnologico. Lady Oscar, con la sua sfida audace ai ruoli di genere, precorreva il concetto di fluidità identitaria ben prima che diventasse di dominio pubblico, mentre l’eterna Candy Candy insegnava la resilienza come virtù fondamentale.

Handesigner non si limita alla mera copia. Le sue illustrazioni sono definite apocrife – e qui sta la bellezza del volume – proprio perché non ricercano la fedeltà filologica maniacale al character design originale, ma mirano a cogliere la verità emotiva profonda che quei personaggi hanno rappresentato per noi. Reinventano, mescolando una reverenza quasi sacra a un’intimità da amico di vecchia data, e restituiscono questi miti del robotico e del dramma in costume alla memoria comune con una delicatezza commovente.

Il volume, frutto di quattro anni di meticolosa ricerca e di una vita intera di dedizione nerd, raccoglie opere vecchie e nuove, rielaborate attraverso il filtro di decenni di evoluzione personale, senza mai smarrire il senso profondo del gesto manuale. Ogni tavola è un frammento di tempo cristallizzato, un’icona nel senso più sacro del termine: non un oggetto da osservare distrattamente, ma da venerare, custodire e tramandare. Sono veri e propri portali dimensionali per l’otaku, capaci di abbattere il confine tra la realtà di chi guarda e l’immaginazione vivida di un’epoca irripetibile.

La Memoria Visiva: L’Ultima Forma di Resistenza Nerd

In un’epoca schiacciata dall’oblio istantaneo del feed social e dalla fugacità delle tendenze, “Icone. De profundis Animae” si configura come un essenziale atto di resistenza culturale. Handesigner sceglie lucidamente di non dimenticare, custodendo la memoria visiva di un tempo in cui l’imperfezione era intrinsecamente legata alla vita e all’umanità.

L’opera è un richiamo esplicito a tutti noi: illustratori, collezionisti, nostalgici del fantasy e della fantascienza anni ’70/’80 e semplici appassionati. Non permettere che quella luce, accesa sui teleschermi di trenta e quarant’anni fa, si spenga. Gli anime non sono mai stati solo disegni in movimento, ma una vera e propria lingua dell’anima, un codice per interpretare il mondo attraverso l’inchiostro e la fantasia.

Con questa sua “preghiera illustrata”, Handesigner non solo celebra un’epoca, ma ci ricorda con tono appassionato e curioso che quella lingua parla ancora. Basta solo avere il coraggio di sintonizzarsi e ascoltare il suono vibrante e imperfetto di una linea disegnata a mano.

Il volume è disponibile online e, naturalmente, nei principali eventi fieristici italiani dedicati alla cultura geek. Un vero e proprio pellegrinaggio che ogni appassionato di videogiochi, fumetti e animazione dovrebbe compiere. Dopotutto, anche la nostalgia, quando distillata con arte, passione e un tocco di sana follia nerd, può assurgere alla dignità di opera d’arte.


E voi, cari CorriereNerders, quale dei robot o dei personaggi in costume degli Anni ’70 e ’80 ha lasciato l’impronta più profonda nella vostra anima? Avete già sfogliato “Icone. De profundis Animae”?

Diteci la vostra nei commenti qui sotto! E non dimenticate di condividere questo articolo sui vostri social network per far rivivere la fiamma della nostra passione collettiva!

Dorohedoro: la seconda stagione dell’anime culto firmato MAPPA arriva il primo aprile 2026

L’annuncio è arrivato come una coltellata di fumo dritta nello stomaco, di quelle che riconosci subito se sei cresciuta tra manga slabbrati, VHS horror e anime che non avevano alcuna intenzione di piacerti per bene. Dorohedoro sta tornando. Per davvero. Dopo sei anni di silenzio, teorie, meme, speranze mezze marce e continue riletture del manga, la seconda stagione dell’adattamento animato è finalmente realtà. La nuova key visual diffusa online parla chiaro: debutto fissato per il primo aprile 2026, con una distribuzione pensata per essere quasi simultanea a livello globale. Un dettaglio che dice molto più di quanto sembri, perché racconta di un’opera che da culto laterale è diventata fenomeno internazionale senza perdere un grammo della sua sporcizia.

Chi nel 2020 aveva premuto play su Netflix senza sapere bene cosa aspettarsi se lo ricorda ancora quel primo impatto. Non era un anime accomodante, non cercava di piacere a tutti, non spiegava troppo. Ti buttava dentro Hole, ti faceva respirare fumo e sangue e poi si metteva a ridere mentre cercavi di capire che diavolo stava succedendo. Sei anni dopo, MAPPA riapre quel portale con la calma di chi sa che certe storie non vanno forzate. Il ritorno nel 2026, e non prima, è una scelta che profuma di rispetto, soprattutto se pensiamo alla mole di lavoro che lo studio ha affrontato negli ultimi anni e alla volontà di non trattare Dorohedoro come un prodotto qualsiasi.

Dietro la macchina da presa torna Yuichiro Hayashi, lo stesso regista che aveva già dimostrato di saper maneggiare l’equilibrio delicatissimo tra brutalità e ironia. Le sceneggiature restano affidate a Hiroshi Seko, uno che con mondi complessi e personaggi spezzati ha un rapporto di lunga data. Il character design porta ancora la firma di Tomohiro Kishi, mentre sul fronte artistico entrano in gioco nuove sensibilità come Miho Sugiura alla direzione artistica e Itsuku Onishi alla colorazione. Cambiamenti mirati, non rivoluzioni, come se lo staff avesse deciso di aggiungere nuovi strati di muffa e ruggine a un edificio già instabile di suo.

E poi c’è la musica, che in Dorohedoro non è mai stata semplice accompagnamento. Il ritorno del collettivo [K]NoW_NAME è una di quelle notizie che fanno sorridere i fan veri, quelli che ricordano quanto le sonorità jazz, elettroniche e industriali abbiano contribuito a rendere Hole un luogo mentale prima ancora che fisico. Quelle tracce non si limitavano a commentare le scene, le contaminavano, proprio come il fumo degli stregoni contamina tutto ciò che tocca.

Parlare di Dorohedoro senza parlare del suo mondo è impossibile. L’opera nasce dal manga di Q Hayashida, pubblicato tra il 2003 e il 2018, e costruisce una distopia che sembra disegnata con le unghie. Hole non è una città da cartolina cyberpunk, è un posto che puzza, cade a pezzi, ti guarda male. Gli stregoni arrivano dall’altro mondo, sperimentano, massacrano, se ne vanno lasciando dietro di sé corpi deformati e vite spezzate. Nessuna grande spiegazione, nessuna redenzione facile. Solo sopravvivenza.

In mezzo a questo disastro cammina Caiman, testa di rettile e memoria bucata, uno dei protagonisti più iconici e strani dell’animazione giapponese recente. Non è un eroe classico, non ha grandi discorsi, non cerca giustizia astratta. Vuole solo sapere chi gli ha fatto questo. Al suo fianco Nikaido, che cucina gyoza come se fosse una forma di magia alternativa e sorride sempre un secondo prima che la situazione degeneri. Il loro legame è uno dei segreti meglio custoditi della serie, perché dietro la violenza e le battute sceme si nasconde una riflessione costante su identità e scelta.

Definire Dorohedoro con una sola etichetta è un errore che fanno solo quelli che lo hanno visto distrattamente. È horror, ma ride dell’horror. È fantasy, ma senza nessuna voglia di essere epico. È grottesco, ma non gratuito. La sua forza sta proprio nell’abbracciare l’assurdo come linguaggio naturale, nel rendere coerente ciò che altrove sarebbe solo caos. L’uso combinato di animazione 2D e 3D, tanto discusso all’epoca, oggi appare quasi profetico: una scelta estetica che rispecchia la natura ibrida di quel mondo, sempre a metà tra carne e magia, tra fumetto sporco e incubo urbano.

La prima stagione, composta da dodici episodi più sei OVA, aveva adattato i primi archi narrativi del manga senza annacquarli. L’arrivo su Netflix aveva permesso a Dorohedoro di uscire dalla nicchia e raggiungere spettatori che magari non avevano mai letto una tavola di Hayashida, ma che si erano lasciati catturare da quell’energia anarchica. Doppiaggi, discussioni infinite online, fan art disturbanti al punto giusto: in pochi mesi la serie era diventata una di quelle opere che non guardi e basta, ma che continui a portarti dietro.

Ora la seconda stagione promette di scavare ancora più a fondo. I volumi successivi del manga ampliano il punto di vista, spostano l’attenzione su figure come En, Shin, Noi ed Ebisu, personaggi che riescono nell’impresa rara di essere spaventosi e irresistibili allo stesso tempo. MAPPA ha lasciato intendere che il nuovo arco narrativo non avrà paura di spingere sull’acceleratore, sia sul piano emotivo che su quello visivo, mantenendo quell’equilibrio folle tra brutalità e quotidianità che rende Dorohedoro così difficile da imitare.

Le parole di Q Hayashida, entusiaste e piene di attesa, hanno fatto il resto. Sapere che anche l’autrice vede questa continuazione come il frutto di una lavorazione lunga e complessa dà la sensazione che non si tratti di un semplice sequel, ma di una vera seconda vita per l’anime. In un periodo storico in cui molte produzioni sembrano fatte in serie, il ritorno di Dorohedoro suona come una dichiarazione d’intenti: esistono ancora storie che non vogliono essere addomesticate.

Aprile 2026 sembra lontano, ma per chi ama questo universo è già dietro l’angolo. La sensazione è quella di rimettere piede in un vicolo di Hole che conosci a memoria e che, nonostante tutto, riesce ancora a sorprenderti. Nuovi segreti, nuove trasformazioni, vecchie ferite che tornano a sanguinare. La follia non è finita, aveva solo bisogno di tempo per fermentare. E noi, onestamente, non potevamo chiedere di meglio.

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