Alex Zanardi, l’uomo che ha continuato a correre anche dopo la fine della pista

Alcune storie sembrano scritte con troppa libertà creativa per essere vere, come se dietro ci fosse una writer’s room impazzita che ha deciso di spingere ogni parametro oltre il limite consentito, e invece poi scopri che tutto è accaduto davvero, senza tagli, senza filtri, senza bisogno di effetti speciali. Alex Zanardi apparteneva a quella categoria rarissima di protagonisti che non chiedono mai il permesso alla realtà, la riscrivono direttamente, con una naturalezza che ancora oggi lascia un retrogusto quasi irreale, come certi archi narrativi degli anime sportivi che ti fanno alzare gli occhi al cielo e poi ti costringono ad ammettere che sì, se qualcuno poteva farlo davvero, era lui.

Bologna, i kart, quell’odore di benzina e asfalto che per tanti è solo un ricordo di domeniche rumorose e per altri diventa destino, poi la Formula 1, l’America, la CART, la sensazione di trovarsi davanti a uno che non si limita a correre ma sembra voler negoziare con la fisica, discutere con le curve, piegare la traiettoria come fosse un’opinione e non una legge. Gli anni Novanta lo consacrano in modo quasi cinematografico, due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998 e quel sorpasso a Laguna Seca che ormai vive in loop nella memoria collettiva come una scena madre, un glitch nella realtà che ha deciso di diventare leggenda, qualcosa che ancora oggi ti compare nella testa alle due di notte mentre scrolli video e ti chiedi se sia successo davvero o se sia uno di quei momenti costruiti per emozionare. Non lo era. Era Alex.

Poi arriva il 15 settembre 2001, Lausitzring, e il tono della storia cambia senza preavviso, senza dissolvenze, senza colonna sonora a prepararti. Un impatto violentissimo, il corpo che paga un prezzo altissimo, entrambe le gambe amputate, il confine tra vita e morte attraversato con una brutalità che nessuna retorica potrà mai addolcire davvero. E qui succede qualcosa che ancora oggi, anche a distanza di anni, continua a sembrare fuori scala rispetto a qualsiasi narrativa motivazionale che abbiamo consumato tra film, manga e serie tv: invece di fermarsi, invece di accettare la parola fine, Zanardi ricomincia a progettare.

Non è solo resilienza, parola abusata fino a svuotarsi, è qualcosa di più tecnico, quasi ingegneristico, quasi cyberpunk nella sua forma più autentica e meno patinata: un uomo che rinegozia il proprio corpo attraverso la tecnologia, che modifica le vetture, che torna in pista, che riscrive il rapporto tra carne, macchina e volontà. In un’epoca in cui ci piace raccontare il futuro come fusione tra umano e artificiale, lui quella fusione l’ha incarnata senza bisogno di estetica, senza bisogno di luci al neon, con il sudore, con la fatica, con una lucidità che faceva sembrare tutto inevitabile.

E poi la seconda vita, quella che per molti sarebbe già un epilogo e invece per lui è un nuovo inizio narrativo, la handbike, la strada, il cronometro che torna a scandire qualcosa che non è più soltanto velocità ma diventa resistenza pura, ostinazione, fame. Le Paralimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016 lo consacrano ancora una volta, quattro ori e due argenti che non chiedono compassione, non cercano applausi di circostanza, impongono rispetto sportivo nel senso più crudo e autentico. Il punto non è mai stato “nonostante tutto”, ed è forse questa la lezione più difficile da metabolizzare per chi guarda da fuori, il punto era competere, vincere, esserci davvero.

E intanto, mentre tutto questo accadeva, la cultura pop lo assorbiva in modo quasi naturale, senza bisogno di etichette, senza dover spiegare perché funzionasse. Non era soltanto un atleta da raccontare nei servizi televisivi con la musica emozionale sotto, era un volto familiare, una voce riconoscibile, uno di quelli che ti sembra di conoscere anche senza averci mai parlato. Ritrovarselo dentro Cars a dare voce a Guido è una di quelle magie tutte italiane che funzionano senza bisogno di essere spiegate, il pilota reale che entra in un film d’animazione sui motori e diventa parte di quel mondo, un ponte tra paddock e infanzia, tra memoria sportiva e cultura pop, tra chi lo seguiva già e chi lo scopre da bambino senza sapere ancora quanto sia profonda quella storia.

E poi, come se non bastasse, un altro colpo durissimo nel 2020, durante una staffetta in handbike in Toscana, un incidente che riapre una ferita che sembrava impossibile anche solo concepire. Trauma cranico, anni di silenzio, una lunga attesa collettiva fatta di aggiornamenti rarefatti, di speranze trattenute, di rispetto. Intorno a lui si crea qualcosa di difficile da spiegare razionalmente, una specie di campo emotivo condiviso, come se ogni notizia riguardasse tutti, come se quella battaglia fosse diventata in qualche modo anche nostra, pur senza aver mai incrociato davvero il suo sguardo.

La notizia della sua scomparsa, arrivata il primo maggio 2026 a 59 anni, ha avuto quella qualità strana delle cose che sai che prima o poi accadranno ma che non sei mai pronto ad accettare davvero. I funerali fissati per il 5 maggio a Padova segnano una data, ma non riescono a chiudere una storia che ha sempre rifiutato di essere contenuta dentro un perimetro semplice, lineare, ordinato.

Forse il motivo per cui continua a colpirci così tanto è proprio questo rifiuto costante della posa eroica, quella patina che spesso trasformiamo in racconto per renderlo più digeribile. Zanardi non sembrava mai interessato a diventare simbolo, e proprio per questo lo è diventato. Aveva quell’ironia tagliente, quella leggerezza che non nasce dalla superficialità ma da una consapevolezza profonda, da uno che ha guardato il buio in faccia e ha deciso di non regalargli anche il proprio senso dell’umorismo. Non trasformava la sofferenza in spettacolo, non la impacchettava, la attraversava e basta, a volte la prendeva persino in giro, ed è lì che diventava gigantesco, in quel modo tutto suo di smontare la retorica mentre la stavi ancora costruendo.

Rimane quella sensazione difficile da definire, come dopo aver finito una serie che ti ha accompagnato per anni e che non riesci davvero a lasciare andare, perché continui a ritrovartela addosso nei dettagli, nelle citazioni, nei momenti più inaspettati. Non si tratta solo di ricordare un campione, parola che nel suo caso sembra sempre troppo stretta, ma di fare i conti con un’idea di limite che lui ha reso improvvisamente negoziabile, discutibile, quasi temporanea.

E allora viene spontaneo chiederselo, come tra amici dopo una maratona di episodi o una notte passata a parlare di storie che ci hanno cambiato: quale versione di Zanardi ti è rimasta dentro davvero? Quella del sorpasso impossibile, quella del sorriso che arriva sempre prima di tutto, quella dell’atleta che non accetta etichette, o quella voce familiare che sbuca da un film e ti fa sentire a casa? Perché la verità, forse, è che non ha mai smesso di correre, ha solo cambiato pista ogni volta che qualcuno pensava di aver capito dove sarebbe arrivato.

Cars 2 – Spionaggio, motori e risate: la corsa più rocambolesca di Pixar

Cinque anni dopo il successo del primo capitolo, Pixar riporta in pista Saetta McQueen e il suo inseparabile amico Cricchetto con Cars 2, un sequel che prende le redini della narrazione originale per condurla su un terreno completamente nuovo. Diretto da John Lasseter, figura simbolo dell’animazione moderna e Leone d’Oro alla carriera, affiancato da Brad Lewis, già produttore del celebratissimo Ratatouille, questo secondo episodio si distacca dall’atmosfera più introspettiva del primo film per abbracciare l’adrenalina delle corse internazionali e il brivido del genere spy-thriller. Il risultato? Un viaggio scatenato tra circuiti mozzafiato, missioni segrete e scenari internazionali degni dei migliori film di James Bond… ma con le auto.

http://www.youtube.com/watch?v=QwdrF5_CxIU

La storia si apre con Saetta McQueen, sempre al massimo della forma e della velocità, pronto a gareggiare nel World Grand Prix, una competizione che si preannuncia come la più importante e spettacolare mai vista nel mondo delle corse. Al suo fianco, come sempre, c’è Cricchetto, il carro attrezzi più genuino e spassoso della Pixar. Ma proprio quest’ultimo sarà il vero protagonista della pellicola. Coinvolto suo malgrado in un intrigo di spionaggio internazionale, Cricchetto si troverà a dover affrontare situazioni che richiedono astuzia, coraggio e – naturalmente – un bel po’ di fortuna. Reclutato dalla super-spia britannica Finn McMissile e dalla giovane agente Holley Shiftwell, il nostro buffo amico dovrà dividersi tra il supporto al suo migliore amico in pista e una missione segreta che lo porterà dalle strade illuminate al neon del Giappone ai vicoli storici di Roma, passando per l’eleganza di Londra e il glamour della Riviera Italiana.

La forza di Cars 2 sta nella sua capacità di fondere due generi apparentemente inconciliabili: l’animazione sportiva e l’action da spionaggio. Ma Pixar ci ha abituati a non sottovalutare mai la sua creatività. Se nel primo film la trama si muoveva attorno al valore dell’amicizia e alla riscoperta delle proprie radici, qui l’amicizia viene messa alla prova in un contesto più dinamico e movimentato. Cricchetto, spesso considerato solo una spalla comica, emerge come vero e proprio eroe della storia, dimostrando che anche chi non ha il turbo sotto il cofano può fare la differenza.

http://www.youtube.com/watch?v=J-BVTFJJ2lQ

Il cast vocale italiano brilla di luce propria. A guidarlo c’è Massimiliano Manfredi, che dona carisma e grinta a Saetta McQueen. Marco Messeri presta invece la voce a Cricchetto, donandogli una sensibilità che si sposa perfettamente con la sua ironia contagiosa. Ma è l’italianità a fare davvero la parte del leone in questo capitolo: Francesco Bernoulli, l’arrogante ma irresistibile rivale di Saetta, è una monoposto dal cuore tricolore, cresciuta sui circuiti nostrani, con la voce napoletanissima di Alessandro Siani. L’attore riesce a infondere al personaggio quella verve tutta italiana che conquista immediatamente il pubblico, facendo di Bernoulli una delle new entry più riuscite del film. A completare il team delle voci italiane troviamo Paola Cortellesi nei panni della raffinata Holley Shiftwell, Sabrina Ferilli nel ruolo della dolce Sally e, in un cameo irresistibile, la leggendaria Sophia Loren che interpreta Mamma Topolino, vera e propria matriarca della comunità di Porto Corsa.

Proprio Porto Corsa, inventata località balneare ispirata a Portofino e alle perle della Liguria, ospita una delle tappe più suggestive del World Grand Prix. È in questi momenti che l’occhio attento di Pixar si fa sentire: ogni ambientazione è curata nei minimi dettagli, dai cartelli stradali in italiano alle barche da pesca ormeggiate nei porticcioli, fino agli immancabili piatti di pasta al pesto. Il film è un omaggio in piena regola alla bellezza delle location europee, con un gusto visivo che fa innamorare a ogni fotogramma.

A sostenere l’azione e l’emozione del film è la vibrante colonna sonora firmata da Michael Giacchino, già premio Oscar per Up e Gli Incredibili. Le sue musiche accompagnano con perfetto tempismo tanto le scene di inseguimento quanto i momenti più intimi e toccanti, dando un ulteriore strato di profondità a una pellicola che, pur mantenendo un tono leggero, non rinuncia a momenti di riflessione.

http://www.youtube.com/watch?v=q9cTtl5GFfU

Nonostante una certa distanza dalle tematiche più adulte che spesso caratterizzano i lavori Pixar, Cars 2 si distingue per il coraggio di sperimentare, portando il franchise su un terreno inedito e riuscendo comunque a mantenere vivo il cuore pulsante della saga: l’importanza dell’amicizia, la lealtà e il riconoscimento del proprio valore, anche quando gli altri sembrano sottovalutarlo. Cricchetto ne è la prova: goffo, rumoroso e apparentemente fuori posto, si rivela l’elemento chiave per sventare un complotto che avrebbe potuto mettere in ginocchio l’intero mondo delle corse.

Con Cars 2, Pixar offre al pubblico un’avventura scoppiettante, fatta di risate, colpi di scena e un sincero messaggio di empowerment. È un film che corre veloce, ma sa anche fermarsi a guardare il paesaggio, lasciando agli spettatori il tempo di sorridere e, perché no, di emozionarsi.

Per chi cerca nel cinema d’animazione qualcosa che vada oltre i semplici giochi di luce e colore, Cars 2 è una corsa da non perdere. Una pellicola che si spinge oltre i confini del primo episodio, esplorando nuove strade narrative con coraggio e divertimento. In poche parole: Pixar al massimo dei giri.

 

 

 

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