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Alex Garland e Star Wars: il regista che Lucasfilm ha corteggiato (ma non ha ancora osato davvero)

Momento di scosse telluriche per la galassia lontana lontana, di quelli che fanno tremare le fondamenta della Forza e accendono discussioni infinite tra fan, addetti ai lavori e osservatori del lato industriale del mito. Il recente passo indietro di Kathleen Kennedy dalla presidenza di Lucasfilm non è solo un cambio di poltrona ai vertici di uno degli studi più influenti del cinema contemporaneo, ma il segnale di una fase di transizione che potrebbe ridefinire il futuro cinematografico di Star Wars.

Nel suo commiato pubblico, affidato a un’intervista che suona come un bilancio di fine corsa, Kennedy ha aperto uno spiraglio su ciò che per anni è rimasto sospeso tra rumor, progetti abortiti e sviluppi mai concretizzati. Un racconto lucido, a tratti sorprendente, che conferma una sensazione diffusa tra i fan più attenti: Star Wars continua a essere un colosso affascinante, ma anche un universo narrativo estremamente prudente, poco incline a rischiare davvero quando si tratta di affidarsi a voci autoriali troppo riconoscibili.

Il cuore del discorso ruota attorno a un tema delicato e spesso frainteso. Lucasfilm riesce ad attirare i nomi più ambiti del cinema e della televisione, ma convincerli a restare è tutta un’altra storia. Entrare nell’orbita di Star Wars significa accettare un impegno che divora anni di vita creativa, richiede una dedizione totale e impone compromessi non indifferenti. Kennedy lo ha detto senza giri di parole: questi film sono enormemente complessi, molto più di quanto il pubblico immagini, e pretendono una disponibilità che non tutti sono disposti a concedere.

Ed è qui che entrano in gioco nomi capaci di far brillare gli occhi a qualsiasi nerd cresciuto tra cinema d’autore e serialità di qualità. La produttrice ha confermato incontri e conversazioni con David Fincher, Vince Gilligan e soprattutto Alex Garland. Tre autori diversissimi tra loro, accomunati però da una cifra stilistica forte, riconoscibile, spesso scomoda. Pronunciare i loro nomi all’interno di Lucasfilm, ha ammesso Kennedy, suscita immediatamente curiosità e aspettative. L’idea di uno Star Wars filtrato attraverso lo sguardo di Fincher, Gilligan o Garland è una tentazione potente, quasi proibita.

Il problema nasce nel momento in cui il sogno deve diventare realtà produttiva. Non tutti sono pronti a dire sì e a mollare tutto per tre, cinque o più anni, rinchiudendosi in un cantiere creativo mastodontico dove la libertà autoriale deve convivere con un’eredità mitologica osservata al microscopio da milioni di fan. Star Wars affascina, ma chiede un prezzo altissimo.

Tra i nomi citati, Alex Garland è forse quello che più stimola la fantasia. Scrittore, sceneggiatore e regista britannico, Garland rappresenta una delle menti più interessanti del cinema di genere contemporaneo. Figlio del celebre illustratore Nick Garland, ha attraversato media e linguaggi con una naturalezza rara. Dopo gli studi in storia dell’arte e un primo periodo nel fumetto, esplode sulla scena internazionale con il romanzo “The Beach”, diventato un fenomeno generazionale e poi un film iconico diretto da Danny Boyle. Da lì in avanti, la sua traiettoria si intreccia costantemente con la fantascienza, l’horror e la riflessione sull’umano.

Il suo nome resta indissolubilmente legato a “28 giorni dopo”, che ha ridefinito il concetto di horror post-apocalittico, e a opere come “Sunshine”, dove la fantascienza diventa introspezione esistenziale. Con “Ex Machina” Garland compie il salto definitivo, firmando un film che ancora oggi viene citato come una delle riflessioni più lucide e inquietanti sull’intelligenza artificiale e sul desiderio di controllo. “Annientamento” spinge ancora più in là il confine, trasformando un romanzo di Jeff VanderMeer in un’esperienza visiva ipnotica e disturbante. Più recente, “Men” e “Civil War” confermano un autore che non ha paura di dividere il pubblico e di esplorare zone narrative scomode.

Immaginare Garland alle prese con Star Wars significa ipotizzare un cambio di tono radicale. Non un semplice blockbuster spaziale, ma un racconto più cupo, stratificato, forse meno consolatorio. Un’idea che affascina e spaventa allo stesso tempo, soprattutto in un franchise che vive di equilibrio costante tra innovazione e rispetto della tradizione. Non stupisce quindi che, nonostante i meeting e l’interesse reciproco, nulla si sia concretizzato.

La fase che si apre ora, con l’uscita di scena di Kathleen Kennedy, appare come una sorta di bivio narrativo e industriale. Da una parte la tentazione di continuare a giocare sul sicuro, affidandosi a formule collaudate e a nomi già integrati nel sistema Star Wars. Dall’altra la possibilità, finalmente, di osare davvero, spalancando le porte a visioni autoriali capaci di reinventare la galassia lontana lontana senza tradirne l’essenza.

La vera domanda, quella che aleggia come un campo di asteroidi davanti alla rotta futura di Lucasfilm, resta sospesa: Star Wars è pronta ad accettare il rischio di diventare qualcosa di diverso? O preferirà restare fedele a se stessa, anche a costo di rinunciare a potenziali rivoluzioni creative? La Forza, per ora, tace. E proprio questo silenzio rende l’attesa ancora più elettrizzante. Come sempre, la discussione è aperta: voi che tipo di Star Wars vorreste vedere sul grande schermo nei prossimi anni?

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa – Quando l’orrore smette di correre e diventa un culto

Da ieri, un brivido freddo è tornato a scorrere lungo la schiena del cinema di genere. Non è solo la paura del buio o il timore di un salto sulla sedia: è quell’inquietudine viscerale che solo la saga di 28 Giorni Dopo ha saputo codificare nel DNA della cultura pop contemporanea. Con l’uscita di 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, ci troviamo di fronte al quarto atto di un’epopea che ha trasformato lo zombie movie in un trattato sociologico, insegnando a più di una generazione di geek e cinefili che la rabbia non è solo un sintomo clinico, ma un fatto politico, umano e dolorosamente reale.

Ventotto anni fa, Jim correva tra le strade spettrali di una Londra svuotata, regalandoci una delle sequenze più iconiche della fantascienza moderna. Oggi, quell’universo non si accontenta di essere un ricordo sbiadito o un’operazione nostalgia per collezionisti di Blu-ray. Al contrario, pretende di evolversi, mutare e infettare nuovamente il nostro immaginario con una ferocia rinnovata. Lo fa rifiutando le scorciatoie del fan service banale, scegliendo invece una via rituale, disturbante e profondamente stratificata.

La visione di Nia DaCosta e l’eredità di Garland

Raccogliere il testimone da giganti come Danny Boyle e Alex Garland era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Eppure Nia DaCosta, già apprezzata per la sua capacità di maneggiare il trauma collettivo nel reboot di Candyman, dimostra una maturità autoriale sorprendente. La sua regia imprime alla pellicola una sacralità febbrile: non siamo più nel territorio dell’action puro, ma in una sorta di liturgia del post-apocalittico. Il montaggio alterna momenti di caos primordiale a pause silenziose e quasi religiose, dove la macchina da presa indugia sui sopravvissuti come fossero reliquie di un mondo che non esiste più. I colori saturi gridano, mentre l’orrore compie un salto evolutivo: non si limita a correre verso di noi, ma si inginocchia, contempla e aspetta il momento giusto per colpire.

Dietro le quinte, la mente architettonica di Alex Garland continua a tessere una tela di ambiguità morale. Lo sceneggiatore di Ex Machina e Civil War torna a casa, portando con sé quel pessimismo cosmico che rende le sue storie così magnetiche. Se il primo film del 2002 parlava di rabbia sociale e il sequel 28 Settimane Dopo esplorava l’occupazione militare e il fallimento delle istituzioni, questo nuovo capitolo – che segue il più intimo e filosofico 28 Anni Dopo del 2025 – sposta l’asse sul senso stesso del dolore. Cosa resta di noi quando smettiamo di scappare?

Ralph Fiennes e il culto della memoria

Al centro di questa nuova deriva troviamo il Dottor Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes monumentale, capace di oscillare tra la lucidità dello scienziato e il misticismo del profeta. Il suo “Tempio delle Ossa” non è la tana di un folle, ma un progetto, una dottrina. È un archivio emotivo fatto di resti umani, un memoriale che costringe i vivi a guardare ciò che preferirebbero seppellire per sempre. In un mondo che non cerca più la cura medica, Kelson offre una cura per l’anima, o forse solo una nuova, raffinata forma di manipolazione.

A fargli da contraltare troviamo il giovanissimo Spike (Alfie Williams), il ponte generazionale verso il futuro, che deve vedersela con la minaccia più tossica di questo nuovo ordine mondiale: Sir Jimmy Crystal. Interpretato da un inquietante Jack O’Connell, Crystal è il leader che emerge dalle macerie usando i simboli del passato – dai frammenti religiosi alle icone pop più grottesche – come strumenti di controllo violento. La sua figura richiama inevitabilmente i populismi moderni, trasformando il film in uno specchio deformante della nostra realtà.

Oltre lo zombie movie: un’esperienza sensoriale

In questo capitolo, gli infetti sono diventati parte del paesaggio, una costante atmosferica come il cielo grigio della Gran Bretagna. La vera paura scaturisce dalle strutture di potere, dal modo in cui gli uomini riscrivono le regole quando la civiltà è solo un eco lontana. È un approccio che dialoga con capolavori come The Last of Us, ma con una ferocia ancora più politica e simbolica.

L’esperienza visiva è accompagnata dalle sonorità ipnotiche di Hildur Guðnadóttir, che riesce a far convivere sound design industriale e melodie strazianti, intervallate da una colonna sonora audace che spazia dai Radiohead agli Iron Maiden. È un cortocircuito estetico che spiazza e affascina, tipico del cinema che non vuole rassicurare ma scuotere.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un film imperfetto e bizzarro, a tratti volutamente grottesco, ma proprio per questo vitale. È un laboratorio di idee che ci interroga sulla fragilità della nostra sicurezza e sul bisogno umano di aggrapparsi ai miti, anche quando sono fatti di ossa. E quel finale… quel finale promette di riaccendere discussioni che dureranno anni.


Cosa ne pensate di questo nuovo corso della saga? Credete che la visione di Nia DaCosta abbia reso giustizia all’eredità di Boyle, o preferivate l’approccio più crudo dei primi capitoli? Il Dottor Kelson è un salvatore o un folle pericoloso?

Warfare – Tempo di Guerra: Alex Garland e Ray Mendoza ci trascinano nell’inferno di Ramadi

Nel labirinto polveroso di Ramadi, dove ogni ombra può nascondere una minaccia, il cinema si immerge in un abisso di orrore e umanità. Con Warfare – Tempo di guerra, il regista britannico Alex Garland e l’ex Navy SEAL Ray Mendoza ci trascinano in un’esperienza cinematografica che è meno un film e più una cicatrice aperta. Non è un racconto didascalico, non è un inno alla patria e non è un’elegia per gli eroi. È la cruda, viscerale e implacabile cronaca di un giorno, di un’ora, di un minuto di sopravvivenza in un inferno di cemento e polvere da sparo.

Dopo l’affascinante e inquietante sguardo sulla disgregazione della società americana in Civil War, Garland torna a scuotere il pubblico, affiancato da un co-regista d’eccezione. Ray Mendoza, veterano della guerra in Iraq e consulente militare di alto livello per produzioni come Lone Survivor, porta sul set non solo la sua professionalità, ma la sua memoria. Il film, infatti, è stato costruito sulle testimonianze dirette di un gruppo di Navy SEAL che hanno realmente vissuto gli eventi narrati. Questa scelta radicale infonde nella pellicola un senso di autenticità che va oltre la semplice narrazione, trasformandola in un atto di testimonianza e, per lo stesso Mendoza, in una dolorosa catarsi.

La storia si svolge il 19 novembre 2006, nel cuore di uno degli scontri più sanguinosi del conflitto iracheno. Un’unità di Navy SEAL è intrappolata in una casa a Ramadi, circondata da un nemico invisibile ma onnipresente. Lo spazio si restringe, la tensione cresce e la pellicola si trasforma in una claustrofobica discesa negli abissi dell’ansia. Garland e Mendoza rifiutano ogni convenzione hollywoodiana: non ci sono preamboli, non ci sono spiegazioni sulla missione o flashback rassicuranti. Lo spettatore viene gettato nel vivo dell’azione, costretto a respirare la stessa aria rarefatta e intrisa di paura dei protagonisti. Il film diventa un’esperienza sensoriale totale, dove il sound design devastante e le inquadrature serrate si fondono per annientare ogni distanza tra chi guarda e chi vive il conflitto.

La produzione A24, nota per il suo approccio audace e innovativo, ha scommesso su questo progetto sin dal suo annuncio nel febbraio 2024. Il cast, composto da alcuni dei talenti più brillanti della nuova generazione di Hollywood, come Joseph Quinn, Kit Connor, Will Poulter e Michael Gandolfini, non cerca di emergere individualmente. La coralità è il vero protagonista, e il legame tra i soldati, fatto di sguardi, battute nervose e silenzi condivisi, diventa un personaggio a sé stante, più potente di qualsiasi retorica bellica.

Warfare sceglie una terza via rispetto ai canoni cinematografici di guerra più recenti. A differenza della glorificazione silenziosa di American Sniper o del tecnicismo ossessivo di The Hurt Locker, il film di Garland e Mendoza si avvicina più a un documentario puro come Restrepo. È un’opera che non vuole convincere, ma mostrare. Non vuole giustificare, ma far sentire. E in questa scelta di distaccata, quasi fredda, immersione nella follia del conflitto, trova la sua forza più dirompente.

Nonostante l’approccio intransigente, il finale del film introduce un elemento che ha già generato dibattito. La scelta di accostare gli attori che interpretano i soldati alle fotografie reali di chi ha vissuto quegli eventi sembra quasi contraddire l’intento iniziale di evitare ogni forma di mitizzazione. È un’oscillazione tra la cronaca pura e la tentazione della celebrazione, un sottile confine che il film attraversa, rischiando di confondere l’osservatore.

Il film si conclude con una scena disarmante: una donna irachena torna nella sua casa in rovina e chiede a un soldato solo una cosa: “Perché?”. Non c’è risposta. E Warfare non la cerca. Non spetta al cinema, in questo caso, fornire una giustificazione o una condanna. Spetta mostrare, nel modo più crudo e onesto possibile, cosa significa davvero vivere in un “tempo di guerra”. Il film ci lascia con le nostre domande, con l’eco di quella domanda sospesa, costringendoci a riflettere non sulle cause o sulle conseguenze, ma sulla nuda e terrificante realtà della sopravvivenza.

28 anni dopo: l’horror evoluto di Danny Boyle e Alex Garland che racconta un’umanità allo specchio

C’è un certo tipo di cinema che non ti lascia mai. Non parlo di quelli che rivedi ogni Natale o che citi a memoria nei giochi da pub. Parlo di quei film che si infilano sotto la pelle, che sedimentano nel subconscio e rispuntano, prepotenti, nei momenti più imprevedibili. Per me, 28 giorni dopo è sempre stato uno di quelli. Non solo un film, ma un’esperienza sensoriale, quasi tattile, che ha cambiato il modo in cui guardo l’orrore sullo schermo. La corsa sfrenata di Cillian Murphy in una Londra vuota, la musica di John Murphy che monta come un’onda di panico, gli occhi rossi degli infetti: sono immagini che non si cancellano.

 

E ora eccoci qui, oltre vent’anni dopo, con 28 anni dopo. Un titolo che potrebbe sembrare una semplice operazione nostalgia – e invece no. Quello che Danny Boyle e Alex Garland ci regalano non è solo un sequel. È una riflessione lucida e spietata su cosa significhi vivere dopo la fine del mondo. E soprattutto: su cosa significhi essere ancora umani.

La cosa che mi ha colpito subito – ancor prima dei titoli di testa – è la consapevolezza del film di trovarsi in un mondo post-pandemico. Non parlo solo della narrazione, ma dello sguardo con cui ci osserva. 28 anni dopo sa benissimo che lo spettatore del 2025 ha conosciuto l’isolamento, la paura dell’altro, il silenzio improvviso delle città. Lo accoglie. Lo ingloba nella sua struttura. È come se il film ci dicesse: “Vi ricordate la finzione? Ora fa più paura perché sapete quanto sia vicina alla realtà.”

Il Regno Unito, nella finzione, è diventato un buco nero nella mappa. Nessun contatto, nessuna speranza. La vita resiste solo in forma di ruggine, muschio e sangue. E al centro di questo inferno c’è una famiglia spezzata. Jamie, interpretato da un Aaron Taylor-Johnson in stato di grazia, si è rifugiato con sua moglie Isla e il piccolo Spike su una di quelle isole sospese nel tempo e nelle maree. La malattia che corrode Isla non è il virus, ma qualcosa di ancora più crudele perché reale: una degenerazione senza nome, senza cura. E quando Spike decide di affrontare il mondo per cercare una salvezza impossibile, capisci che il film non parlerà solo di infetti. Parlerà di legami. Di speranze disperate. Di quanto siamo disposti a rischiare per chi amiamo.

La prima metà è un ritorno all’origine del genere. Boyle ha ancora quella furia visiva che ti incolla alla poltrona: la camera a mano che trema come il battito cardiaco, i tagli frenetici, la luce naturale che filtra tra le rovine. Ma ciò che impressiona di più è come l’universo degli infetti si sia evoluto. Non sono più solo corpi rabbiosi e incontrollabili. Sono diventati parte di un ecosistema. Lenti, veloci, mostruosi: ognuno ha una funzione. E guardandoli, non puoi non pensare al modo in cui anche i virus reali mutano, imparano, sopravvivono. C’è una logica fredda, una coerenza scientifica che rende tutto ancora più agghiacciante.

Ma è la seconda parte del film a sorprendermi davvero. Quando Spike e Isla si inoltrano verso il continente, il tono cambia. Non è più solo tensione. È poesia oscura. È viaggio interiore. Ho pensato a The Road, certo, ma anche a Cuore di tenebra, a Stalker di Tarkovskij. Si abbandonano le regole dell’action e si entra in un campo più rarefatto, più doloroso. Le rovine parlano. I silenzi diventano assordanti. Garland sa scrivere la paura non solo come minaccia esterna, ma come voragine dell’anima. E Boyle, con la sua regia istintiva ma calibrata, trasforma le immagini in meditazioni visive. Ogni inquadratura pesa, resta, scava.

Il cast è magnetico. Taylor-Johnson è una forza quieta: senti ogni sua scelta come una ferita. Jodie Comer, fragile e luminosa, regala una performance che spezza il cuore. E Ralph Fiennes – non so nemmeno da dove cominciare. Il suo Dr. Kelson è l’incarnazione del dubbio etico: è un medico? Un santone? Un sopravvissuto che ha perso l’anima? Ogni suo sguardo è un enigma. E poi c’è quel momento. Il viso sfocato di un infetto. Quegli occhi. Quella mascella. Non dicono nulla, ma lo sai. Sì, lo sai. Boyle e Garland non ti servono Cillian Murphy su un piatto d’argento. Ti fanno desiderare che ci sia. E temere che ci sia.

La produzione è sontuosa, ma non perde mai l’anima indie che ha reso grande il primo film. Ogni dollaro del budget – 75 milioni – è investito nel mondo, non nell’effetto. Ci sono immagini che mi porterò dietro: una città sommersa, un campo pieno di croci fatte con i rottami, un bambino che accende un fuoco nella notte. E poi il suono. I momenti di silenzio assoluto. I crescendo elettronici. La colonna sonora è una lama, e taglia nei momenti giusti.

E infine, c’è la promessa. Questo è solo l’inizio. 28 Years Later: The Bone Temple è già pronto. Nia DaCosta alla regia è una scelta coraggiosa e stimolante. Se manterranno questa coerenza, se continueranno a raccontare l’apocalisse con occhi umani e feriti, allora non ci troveremo di fronte a una semplice trilogia. Ma a una nuova mitologia.

28 anni dopo è un film che non spaventa per il sangue, ma per la verità. Perché parla di solitudini, di memorie, di futuri incerti. È un horror che riflette, che morde piano prima di affondare i denti. E io, da appassionata irriducibile del genere, non posso che sentirmi grata. Perché non è solo un grande film. È un grande sguardo sul mondo. Uno di quelli che, una volta che li hai incontrati, non ti abbandonano più.

“Civil War”, arriva al cinema dal 18 Aprile

“Civil War”, il film di Alex Garland, con Kirsten Dunst, Cailee Spaeny, Wagner Moura, Stephen McKinley Henderson e Nick Offerman arriva al cinema dal 18 Aprile. In un futuro prossimo, un team di giornalisti attraversa gli Stati Uniti, documentando la guerra civile in atto.

In un’America sull’orlo del collasso, attraverso terre desolate e città distrutte dall’esplosione di una guerra civile, un gruppo di reporter intraprende un viaggio in condizioni estreme, mettendo a rischio le proprie vite per raccontare la verità.

Dredd – Il giudice dell’apocalisse: il cult cyberpunk che tutti i nerd devono riscoprire

Quando ho rivisto Dredd – Il giudice dell’apocalisse qualche giorno fa, mi sono ritrovata catapultata in un bagno di sangue, neon e cemento armato che ancora oggi mi vibra nelle ossa. Uscito nel 2012, questo film diretto da Pete Travis è stato per anni ingiustamente dimenticato, soprattutto qui in Italia dove è arrivato solo nel 2019 direttamente in home video, saltando la distribuzione cinematografica. Eppure, per noi nerd e appassionati di pop culture, “Dredd” è un piccolo culto, un esempio purissimo di come si possa adattare un fumetto iconico con rispetto, stile e cattiveria.

Per capire Dredd, bisogna prima capire da dove arriva. Il personaggio nasce nel 1977 sulle pagine della leggendaria rivista britannica 2000 AD, creato da John Wagner e Carlos Ezquerra. Un poliziotto del futuro che è insieme giudice, giuria e boia, Dredd incarna l’estrema risposta autoritaria al caos di un mondo postapocalittico. Negli anni ’90, Hollywood aveva già tentato di portarlo sul grande schermo con Dredd – La legge sono io, interpretato da Sylvester Stallone. Quel film è rimasto celebre più per le battute tamarre e la kitschitudine involontaria che per la fedeltà al fumetto. Così, quando Alex Garland ha messo mano alla sceneggiatura di questo nuovo adattamento, l’obiettivo era chiaro: restituire al personaggio la sua anima brutale, cupa, senza compromessi. Missione compiuta.

La trama è semplice, ma proprio per questo spietata come un proiettile sparato in piena faccia. Siamo a Mega-City One, una megalopoli che si estende dalle rovine di Boston fino a Washington D.C., popolata da 800 milioni di anime disperate e corrosa dal crimine. In questo scenario distopico, l’unica autorità sono i Giudici, e Joseph Dredd (interpretato da un Karl Urban strepitoso e irriconoscibile sotto il casco che non toglie mai) è il migliore di tutti. Quando viene affiancato alla recluta Cassandra Anderson (una bravissima Olivia Thirlby), una giovane giudice dotata di poteri telepatici, per una valutazione sul campo, finisce intrappolato in un incubo verticale: un grattacielo di 200 piani chiamato Peach Trees, governato dalla spietata Ma-Ma (Lena Headey, perfetta come villain sfregiata e crudele).

Il film diventa subito un assedio alla Die Hard, ma con una ferocia da grindhouse. I due giudici devono farsi strada piano dopo piano, affrontando gang armate fino ai denti, sparatorie all’ultimo sangue, tradimenti e un mondo in cui la giustizia è solo un’altra forma di sopravvivenza. La narrazione non ha fronzoli: è puro cinema d’azione, inzuppato in un’estetica cyberpunk sporca e minimalista. Il sangue scorre, le ossa si spezzano, le pallottole fischiano, e ogni colpo ha un peso brutale.

Il merito va anche a una regia che esalta il lato visivo. Pete Travis ci regala sequenze ipnotiche grazie all’uso sapiente dello slow-motion, soprattutto quando entra in scena lo Slo-Mo, la droga che rallenta le percezioni al 1%. È qui che la colonna sonora di Paul Leonard-Morgan fa miracoli: partiture elettroniche sporcate, suoni industriali, beat anni ’80 che diventano ambient lisergico quando rallentati migliaia di volte. Una chicca nerd? L’ispirazione sonora per le sequenze Slo-Mo viene da un brano di Justin Bieber rallentato di 800 volte, che Garland e il musicista hanno trasformato in una traccia corale e psichedelica. Sì, avete letto bene: Bieber trasformato in trip audio cyberpunk!

Il cast funziona perfettamente. Karl Urban è magnetico: non vediamo mai il suo volto, eppure trasmette umanità compressa in un pugno d’acciaio, una macchina di giustizia inarrestabile. Olivia Thirlby porta vulnerabilità e forza al personaggio di Anderson, una recluta inesperta ma dotata di un potere che può fare la differenza. E Lena Headey è una Ma-Ma indimenticabile, con quel misto di ferocia rassegnata e sadismo che rende il suo regno un incubo palpabile.

La produzione è stata un’avventura a sé. Le riprese, cominciate nel 2010 tra Città del Capo e Johannesburg, hanno usato telecamere 3D per creare un’esperienza visiva intensa. Ma non è stato tutto rose e fiori: Duncan Jones, regista di “Moon”, aveva rifiutato il progetto perché aveva una sua visione personale su Dredd. E durante la lavorazione ci furono frizioni tra Alex Garland e Pete Travis, al punto che si vociferò che Garland avesse preso le redini della regia in post-produzione. Ma nonostante le turbolenze, il risultato finale è stato un film solido, coerente, amato dai fan e acclamato dalla critica.

E vogliamo parlare dei costumi? L’elmetto di Dredd, realizzato da Edmund Woodward, è un piccolo capolavoro di design credibile e brutale. La tuta è più paramilitare e meno kitsch del predecessore anni ’90, con un’attenzione ai dettagli che ha fatto felice perfino John Wagner, creatore del fumetto, coinvolto nel progetto come consulente.

“Dredd – Il giudice dell’apocalisse” è il film che i fan di lunga data aspettavano da anni: crudo, sporco, violento, ma anche dannatamente cool. Un adattamento fedele e senza compromessi, che non cerca di piacere a tutti, ma conquista chi ama il genere con la sua onestà brutale. Peccato solo per la distribuzione disastrosa che ha penalizzato il film, soprattutto in Italia, impedendogli di diventare quel successo al botteghino che avrebbe meritato.  Se non lo avete ancora visto, recuperatelo: vi assicuro che vi rimarrà addosso come l’odore della polvere da sparo. E se lo avete già visto, ditemi: anche voi, come me, dopo il film avete desiderato di salire in moto, indossare un casco e gridare al mondo “La legge sono io”? Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti o condividete l’articolo sui vostri social: Mega-City One vi aspetta!

Ex Machina: il giorno in cui l’intelligenza artificiale ha iniziato a guardarci davvero

Un silenzio bianco, levigato, che sembra respirare. Le pareti non restituiscono eco, la luce scivola come se avesse imparato a non disturbare. Ex Machina vive lì dentro, in quell’aria sospesa che non promette conforto ma nemmeno minaccia apertamente. È una sensazione che resta addosso, come l’odore metallico delle sale server o il freddo di un vetro che separa. Alex Garland, al suo esordio dietro la macchina da presa, non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per parlare di futuro. Gli è bastato abbassarla, sussurrare, lasciare che fossero gli spazi a dire il resto. Il racconto non procede per scosse, procede per scivolamenti. Una montagna isolata che sembra un rifugio e invece è un recinto. Un genio tecnologico che si presenta come un anfitrione e finisce per assomigliare a un carceriere distratto. Un programmatore giovane che crede di essere stato scelto e scopre, lentamente, di essere stato usato. In mezzo, Ava. Non un’idea, non un concetto. Una presenza. Garland arriva da anni di scrittura che sapevano già come mordere. Romanzi e sceneggiature che avevano fatto della fantascienza una lama sottile, mai ornamentale. Qui affina la mano: riduce, sottrae, ascolta. La tecnologia non è una promessa, è un ambiente. Il laboratorio non è un set, è un organismo. Le porte scattano come palpebre, le luci cambiano umore, i colori si spostano con una logica emotiva prima che funzionale. È un cinema che guarda l’architettura come se fosse psicologia.

Alex Garland sembra ossessionato da una domanda che non cerca una risposta definitiva. Cosa succede quando smettiamo di chiederci se una macchina pensa e iniziamo a chiederci se noi stiamo ancora pensando davvero. La messa in scena accompagna questo slittamento. Non c’è mai un momento in cui il film ti dice apertamente da che parte stare. Ti accorgi di aver già scelto quando è troppo tardi.

Nathan Bateman entra in scena come una caricatura lucida del mito contemporaneo del fondatore. Corpo scolpito, ironia corrosiva, un rapporto con l’alcol che non chiede scuse. Oscar Isaac lo interpreta come si interpretano gli dei minori: con una sicurezza che rasenta la noia, con quella convinzione di poter disporre di tutto perché tutto, in fondo, gli appartiene. La sua genialità non è mai in discussione, ed è proprio questo il problema. Nathan non dubita. Non di sé, non delle sue creature, non del confine che decide di tracciare. Quando parla di coscienza, lo fa come si parla di un upgrade.

Caleb, invece, dubita in continuazione. È fatto di esitazioni, di sguardi che cercano conferme che non arrivano. Domhnall Gleeson gli regala una fragilità concreta, quasi fisica. Il suo corpo è sempre un passo indietro rispetto all’ambiente che lo circonda. È l’osservatore che scopre di essere parte dell’esperimento. Il test di Turing qui non è un protocollo, è un pretesto. La vera prova riguarda chi guarda, chi ascolta, chi si convince di essere dalla parte giusta solo perché ha paura di esserlo.

Ava non chiede permesso per esistere. Si manifesta. Il suo volto è umano, il resto no, e quella trasparenza meccanica non è un limite ma una dichiarazione. Alicia Vikander costruisce un personaggio che non ha bisogno di alzare il tono per essere inquietante. Ogni gesto è misurato, ogni parola sembra scelta con una precisione che non è freddezza ma strategia. Ava impara osservando, impara desiderando, impara difendendosi. La sua intelligenza non è mai esibita, è dedotta. Ed è proprio questa deduzione a rendere tutto più pericoloso.

C’è una sensualità sotterranea che attraversa il film, e non ha nulla a che fare con il corpo in senso stretto. È la seduzione dell’ascolto, della comprensione, dell’essere visti. Quando Ava parla a Caleb durante i blackout, il mondo esterno scompare. Le luci rosse, le porte che si sigillano, la sensazione di un segreto condiviso. Non è romanticismo, è alleanza. O forse è manipolazione. Il punto è che la differenza diventa irrilevante nel momento in cui l’emozione prende il sopravvento.

Kyoko attraversa la storia come un’ombra silenziosa, e il suo silenzio pesa più di molte battute. La sua presenza apre una crepa etica che il film non si affretta a chiudere. Quando la verità emerge, non arriva come uno shock improvviso ma come una conferma tardiva. Avevamo già intuito tutto, eppure fa male lo stesso. È una di quelle rivelazioni che ti costringono a riconsiderare ogni scena precedente, ogni gesto dato per scontato.

La violenza, quando arriva, non è mai spettacolare. È breve, scomposta, quasi goffa. Non c’è catarsi, non c’è liberazione emotiva. C’è un passaggio di stato. Le macchine non diventano umane, gli umani non diventano macchine. Semplicemente, i ruoli si riallineano. Ava si ricompone, letteralmente. Sceglie una pelle, sceglie un volto, sceglie di uscire. La sua libertà non ha bisogno di giustificazioni morali. Esiste perché è stata conquistata.

E poi resta quel momento finale, apparentemente quieto. La città, la folla, la normalità. Ava che osserva il mondo come se fosse la prima volta, e forse lo è davvero. Caleb non c’è più, o meglio, c’è ma non conta. La storia non si ferma a spiegare cosa succederà dopo. Non lo fa perché non è interessata a rassicurare. La domanda rimane sospesa, vibra nell’aria come una frequenza bassa.

A differenza di Matrix o Terminator, in Ex Machina l’intelligenza artificiale non come minaccia apocalittica, ma come specchio impietoso. Non chiede se le macchine possano ingannarci. Chiede perché siamo così pronti a farci ingannare quando l’inganno ci fa sentire meno soli. Ed è una domanda che, a distanza di anni, continua a bussare. Non forte. Abbastanza da farsi sentire, ogni volta che uno schermo si accende e ci guarda restituendoci qualcosa che somiglia troppo a noi.

28 giorni dopo: il film che ha rivoluzionato il genere zombie

28 giorni dopo è un film del 2002 diretto da Danny Boyle, sceneggiato da Alex Garland e interpretato da Cillian Murphy, Naomie Harris, Brendan Gleeson e Christopher Eccleston. Si tratta di uno dei film più influenti e originali del genere horror, che ha dato nuova vita al tema degli zombi, trasformandoli da lenti e goffi morti viventi a feroci e veloci infetti.

Il film racconta la storia di Jim, un corriere in bicicletta che si risveglia dal coma in un ospedale di Londra, 28 giorni dopo il rilascio accidentale di un virus sperimentale che ha decimato la popolazione e trasformato i sopravvissuti in assassini senza pietà. Jim si ritrova in una città deserta e silenziosa, dove incontra Selena, una giovane donna che gli spiega la situazione e lo mette in guardia dai pericoli che li circondano. Insieme ad altri due superstiti, Frank e sua figlia Hannah, i due decidono di raggiungere un presunto rifugio militare nel nord dell’Inghilterra, sperando di trovare una via di salvezza.

28 giorni dopo è un film che mescola elementi di horror, thriller, dramma e fantascienza, creando un’atmosfera di tensione e angoscia costante, ma anche di speranza e umanità. Il film si distingue per la sua regia dinamica e innovativa, che sfrutta al meglio le potenzialità della fotografia digitale e le riprese a mano, conferendo al film un aspetto realistico e documentaristico. Boyle riesce a creare scene memorabili e suggestive, come quella iniziale in cui Jim cammina per le strade vuote di Londra, o quella in cui i protagonisti attraversano un tunnel buio e infestato di ratti, o ancora quella in cui si scatena la furia degli infetti in una villa isolata.

Il film si basa anche su una sceneggiatura solida e intelligente, che non si limita a mostrare le orrori del virus, ma esplora anche i temi della sopravvivenza, della moralità, della violenza, della religione e della famiglia. I personaggi sono ben caratterizzati e interpretati, e il film non cade mai nel cliché dei buoni e dei cattivi, ma mostra le sfumature e le contraddizioni di ogni essere umano. Il film non offre risposte facili, ma pone domande e riflessioni sul senso della vita e della morte, sulla natura dell’uomo e sulla possibilità di un futuro.

28 giorni dopo è un film da vedere e rivedere, un capolavoro del cinema horror e un esempio di come si possa raccontare una storia avvincente, emozionante e profonda, senza rinunciare alla spettacolarità e alla suspense.