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Supergirl: il film con Milly Alcock convince solo a metà il nuovo DC Universe

Supergirl avrebbe dovuto essere quel film capace di farci dire: “Ok, il nuovo DC Universe ha davvero trovato la sua identità”. Dopo l’entusiasmo acceso da Superman, tanti di noi aspettavano l’arrivo di Kara Zor-El come la conferma definitiva che il progetto guidato da James Gunn e Peter Safran fosse pronto a decollare senza più esitazioni. Invece, uscendo dalla sala, la sensazione che continua a ronzarmi in testa è molto diversa. Non parlo di rabbia, nemmeno di bocciatura totale. Piuttosto di quella delusione sottile che arriva quando intravedi il potenziale di qualcosa che ami, ma lo vedi sfuggire continuamente dalle mani.

Il nuovo Supergirl, diretto da Craig Gillespie e interpretato da una Milly Alcock che conferma ancora una volta quanto sia una delle attrici più interessanti della sua generazione, nasce come secondo capitolo ufficiale del nuovo DCU. Una responsabilità enorme, soprattutto considerando che il personaggio rappresenta una figura fondamentale nell’immaginario dei fumetti DC. Kara non è mai stata semplicemente “la versione femminile di Superman”. Chi legge i fumetti lo sa bene. La sua storia è più dura, più dolorosa, più instabile. Ha visto Krypton morire con i propri occhi, ha vissuto un trauma completamente diverso da quello del cugino Clark Kent e porta sulle spalle un’eredità emotiva infinitamente più pesante.

Proprio per questo l’adattamento della splendida graphic novel Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King e Bilquis Evely sembrava una scelta quasi perfetta. Quel fumetto raccontava una Kara profondamente diversa da quella vista in televisione o al cinema negli ultimi decenni, una giovane donna imperfetta, arrabbiata, stanca, capace di alternare sarcasmo e malinconia mentre attraversava una galassia che sembrava riflettere il suo stesso dolore. Era materiale ideale per costruire qualcosa di davvero memorabile.

La premessa del film, almeno sulla carta, funziona benissimo. Durante il suo ventitreesimo compleanno Kara parte insieme a Krypto per un viaggio nello spazio e finisce per incrociare il destino della giovane Ruthye, una ragazza determinata a vendicare l’assassinio del padre. Da quel momento prende forma una lunga caccia all’uomo che dovrebbe trasformarsi in un western cosmico attraversato da pianeti ostili, mercenari, criminali e continue riflessioni sulla perdita, sulla vendetta e sul significato stesso della speranza. Purtroppo gran parte di questa profondità rimane intrappolata sulla carta.

Il problema più evidente di Supergirl non è la sua voglia di cambiare tono rispetto ai cinecomic tradizionali. Anzi, quello è probabilmente uno degli aspetti più interessanti dell’intera operazione. Il vero limite nasce dal fatto che quasi ogni intuizione viene immediatamente addomesticata. Ogni momento che potrebbe diventare davvero intenso viene spiegato invece che lasciato respirare. Ogni emozione sembra raccontata dalla sceneggiatura anziché nascere naturalmente davanti agli occhi dello spettatore. È come se il film avesse continuamente paura che il pubblico possa perdersi qualcosa e finisca quindi per sottolineare ogni singolo passaggio emotivo. Ed è un peccato enorme, perché Milly Alcock riesce a fare miracoli anche con il materiale che riceve.

Chi l’ha conosciuta grazie a House of the Dragon ritroverà lo stesso magnetismo, quella capacità quasi naturale di comunicare fragilità e forza nello stesso istante. Basta uno sguardo perché si percepisca tutto il peso che Kara porta dentro di sé. Il problema è che il copione raramente le concede lo spazio necessario per approfondire davvero queste sfumature. Rimane spesso bloccata in dialoghi che accennano conflitti interiori senza avere il coraggio di esplorarli fino in fondo. La relazione con Ruthye, interpretata da Eve Ridley, rappresenta probabilmente il lato migliore del film. Più che una classica dinamica tra mentore e allieva, le due protagoniste sembrano due persone spezzate che si riconoscono attraverso il dolore. Avrebbero potuto regalarci uno dei rapporti più belli mai visti in un cinecomic recente. Anche qui, però, la sceneggiatura sembra accontentarsi della superficie, lasciando intuire emozioni molto più grandi senza svilupparle davvero.

Discorso diverso per Krypto. Confesso una cosa: avevo paura che il super-cane diventasse l’ennesima mascotte costruita esclusivamente per vendere pupazzi e meme sui social. Invece rappresenta uno degli elementi più sinceri dell’intera pellicola. Il rapporto con Kara funziona perché non viene trasformato in semplice comic relief. Krypto è il compagno che rimane accanto anche nei momenti peggiori, quello che non parla ma riesce comunque a raccontare più di tanti personaggi umani. La sequenza che lo vede gravemente ferito su un pianeta illuminato da un sole rosso diventa il vero motore emotivo della storia e, fortunatamente, evita la scelta più traumatica possibile. Il cane sopravvive, proprio come accade nell’opera originale di Tom King, trasformando la ricerca dell’antidoto in un viaggio che parla molto più di speranza che di vendetta.

Anche Matthias Schoenaerts riesce a rendere Krem of the Yellow Hills un antagonista credibile, lontano dai classici villain che puntano tutto sulla spettacolarità. Non servono poteri cosmici per risultare terrificanti. Basta rappresentare la crudeltà più profondamente umana.

Molto più discutibile, invece, l’utilizzo dei personaggi secondari che sembrano comparire soprattutto per preparare gli sviluppi futuri del franchise. È una sensazione che ormai accompagna parecchi blockbuster contemporanei: più che assistere a un film completo, sembra di guardare un lungo trailer di ciò che arriverà dopo. Persino l’attesissimo debutto di Jason Momoa nei panni di Lobo finisce per lasciare addosso questa impressione. La sua presenza incuriosisce, promette caos e divertimento, ma appare ancora come una promessa piuttosto che come una componente davvero essenziale della storia. Nemmeno l’aspetto visivo riesce sempre a sostenere le ambizioni del progetto.

Le riprese tra Islanda, Scozia e Londra offrono scenari naturali straordinari e alcune sequenze mostrano una fotografia davvero affascinante, ma l’universo fantascientifico costruito digitalmente fatica a trovare una personalità riconoscibile. Pianeti, astronavi e ambientazioni scorrono davanti agli occhi senza lasciare immagini davvero memorabili. Per un film che dovrebbe spalancare nuove porte cosmiche all’interno del DC Universe, questa è probabilmente la mancanza più pesante. Ed è qui che nasce la vera preoccupazione.

Il nuovo universo DC non può ancora permettersi passi falsi. Ogni capitolo deve conquistare fiducia, consolidare entusiasmo e convincere anche quel pubblico che negli ultimi anni si è progressivamente allontanato dai cinecomic. Superman aveva acceso una speranza concreta, dimostrando che una nuova strada fosse possibile. Supergirl, invece, sembra frenare proprio nel momento in cui sarebbe servito il coraggio di accelerare.

La sensazione più frustrante è che il film continui a mostrare ciò che avrebbe potuto essere. Ogni tanto compare una scena capace di ricordarci quanto questa Kara sia diversa da tutte le incarnazioni precedenti. Una ragazza imperfetta, arrabbiata, sarcastica, traumatizzata, incapace di sentirsi davvero a casa in qualsiasi angolo dell’universo. Sono frammenti potentissimi che fanno immaginare un film molto più coraggioso di quello che arriva effettivamente sullo schermo.

Forse il DCU sta ancora cercando la propria voce definitiva. Forse questo capitolo rappresenta semplicemente una tappa di passaggio verso qualcosa di più grande. Oppure potrebbe essere il primo segnale che costruire un universo condiviso non basta se ogni singolo film non riesce a vivere di luce propria.

Una cosa, però, rimane difficile da ignorare: Milly Alcock è davvero Kara Zor-El. Anche nei momenti più deboli del racconto riesce a convincere che quella Supergirl meriti ancora tantissime storie. Stavolta è la sceneggiatura a non essere riuscita ad accompagnarla fino in fondo.

E voi come l’avete vissuto? Vi ha convinto questa nuova interpretazione di Supergirl oppure anche voi avete avuto la sensazione che il film non sia riuscito a sfruttare tutto il potenziale di uno dei personaggi più affascinanti dell’universo DC? La discussione, come sempre, continua tra appassionati: raccontateci le vostre impressioni nei commenti di CorriereNerd.it.

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