Ogni volta che torno tra le pagine de Il Signore degli Anelli succede una cosa strana, quasi glitchata come quando un vecchio JRPG decide di rompere le regole del sistema proprio mentre pensavi di aver capito tutto: arrivo al punto in cui appare Tom Bombadil e la mia mente smette di ragionare in modo lineare, perché lui non è un personaggio nel senso classico, non è un NPC, non è nemmeno un boss opzionale… è più tipo un bug sacro del codice narrativo di J.R.R. Tolkien, qualcosa che esiste e basta, senza bisogno di spiegazioni, senza bisogno di lore dump, senza bisogno di giustificarsi davanti al player, ed è proprio per questo che “Sulle tracce di Tom Bombadil”, il volume pubblicato da Eterea Edizioni nella collana Tolkien & Dintorni, mi ha colpito come quelle opere che non si limitano a raccontarti qualcosa ma ti costringono a rimettere in discussione il modo in cui guardi un intero universo narrativo, come quando scopri che un anime che amavi da piccolo nascondeva livelli di lettura che allora non potevi nemmeno immaginare e improvvisamente tutto cambia prospettiva.
La cosa che mi ha preso subito è il modo in cui questo libro non prova a “risolvere” Bombadil, e meno male, perché sarebbe stato il più grande errore possibile, tipo spiegare davvero chi o cosa sia un Digimon primordiale o ridurre l’AT Field di Evangelion a una semplice barriera energetica: perderebbe magia, perderebbe peso, perderebbe quella sensazione di mistero che ti rimane addosso come un’eco, e invece il lavoro curato da Roberto Arduini, accompagnato dalle visioni artistiche di Emanuele Manfredi e con una copertina firmata da Antonello Venditti, prende quella domanda — chi è davvero Tom Bombadil — e la smonta pezzo per pezzo senza mai distruggerla, come se fosse un oggetto troppo prezioso per essere aperto del tutto, come quei misteri della cultura pop che funzionano proprio perché restano irrisolti.
Leggere questo volume è stato un po’ come entrare in una side quest segreta della Terra di Mezzo, una di quelle che non compaiono nella mappa principale ma che, se le trovi, cambiano completamente il modo in cui interpreti la storia principale, perché qui Bombadil non è solo quello che canta, salva e poi sparisce lasciandoti lì a dire “ok ma cosa ho appena visto?”, ma diventa una specie di nodo narrativo che tiene insieme mito, poesia e memoria, qualcosa che vibra fuori dalle regole del potere, completamente immune all’ossessione per l’Anello, e già questo, se ci pensi con una mentalità da gamer o da fan di anime, è assurdo: in un mondo dove tutto ruota attorno a un oggetto capace di corrompere chiunque, lui è letteralmente intoccabile, come se fosse su un layer diverso della realtà.
E qui il libro fa una cosa che mi ha fatto impazzire in senso buono, perché invece di trattare Bombadil come un enigma da risolvere lo affronta come un’esperienza da attraversare, mettendo insieme analisi dei testi, riferimenti alle poesie e connessioni che ti fanno capire quanto questo personaggio sia radicato in qualcosa di molto più antico rispetto alla trama stessa del romanzo, quasi come se fosse un frammento di un mondo precedente, un residuo di una mitologia che esisteva prima ancora che la Terra di Mezzo diventasse quello che conosciamo, e questa cosa mi ha ricordato tantissimo certi elementi degli universi narrativi moderni, quando scopri che dietro una storia c’è un layer nascosto che non verrà mai completamente spiegato ma che senti essere fondamentale.
Le illustrazioni di Manfredi poi sono una di quelle cose che non riesci a guardare una volta sola, perché hanno quell’energia sospesa tra sogno e simbolo che ti fa venire voglia di fermarti, tornare indietro, perderti nei dettagli, come quando metti in pausa un anime solo per osservare meglio una scena, e in mezzo a tutto questo il lavoro editoriale riesce a mantenere un equilibrio strano ma potentissimo tra rigore e suggestione, senza mai scivolare nel didattico, senza mai diventare freddo, cosa che personalmente apprezzo tantissimo perché quando si parla di Tolkien il rischio di trasformare tutto in una lezione universitaria è sempre dietro l’angolo.
La verità è che più vai avanti e più inizi a pensare che forse la domanda giusta non è davvero chi sia Bombadil, ma perché Tolkien abbia sentito il bisogno di inserirlo in una storia già perfettamente funzionante senza di lui, e lì scatta quella scintilla che ti fa collegare tutto: Bombadil non serve alla trama, serve al mondo, serve a ricordarti che esiste qualcosa che sfugge al controllo, qualcosa che non può essere conquistato, qualcosa che non gioca secondo le regole del potere, e in un certo senso è una cosa che oggi, tra algoritmi, AI e universi narrativi sempre più costruiti per essere consumati e spiegati, suona quasi rivoluzionaria.
“Sulle tracce di Tom Bombadil” non è solo un libro su un personaggio, è un viaggio dentro quella sensazione di mistero puro che ti fa innamorare di un universo narrativo la prima volta, è quel momento in cui capisci che non tutto deve essere spiegato per essere importante, e forse è proprio questo che lo rende così necessario per chi ama davvero Tolkien e la cultura nerd in generale, perché ci ricorda che alcune delle cose più potenti che incontriamo nelle storie non sono quelle che comprendiamo, ma quelle che continuano a sfuggirci anche dopo anni, anche dopo mille riletture, anche dopo averci costruito sopra teorie, discussioni, thread infiniti.
E adesso la palla passa a voi, perché lo so già che ognuno ha la sua teoria su Bombadil, il suo headcanon, il suo modo di interpretarlo, quindi ditemi: per voi è un dio, uno spirito della natura, un errore intenzionale, oppure qualcosa di ancora più strano che non abbiamo ancora avuto il coraggio di immaginare davvero?
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