Hawkins non è il tipo di posto che spegne le luci e chiude bottega. Nemmeno adesso che l’epopea live action di Stranger Things ha salutato il pubblico con la sua quinta stagione. Le strade sembrano più silenziose, certo, ma sotto la superficie qualcosa continua a muoversi, a grattare, a reclamare attenzione. Netflix lo sa bene e, invece di limitarsi a custodire il ricordo, ha deciso di fare la cosa più pericolosa e affascinante possibile: riaprire il portale con una serie animata che guarda dritto negli occhi la nostra infanzia nerd.
Il progetto si chiama Stranger Things: Tales From ’85 ed è una dichiarazione d’amore spudorata ai cartoni animati degli anni Ottanta, quelli che profumavano di cereali, pomeriggi infiniti e VHS consumate. Non è un’operazione nostalgia buttata lì per tenere vivo il brand, ma un tentativo consapevole di tradurre l’anima di Hawkins in un linguaggio diverso, più libero, più elastico, capace di fare cose che il live action poteva solo suggerire.
L’idea di tornare indietro nel tempo non è casuale. L’inverno del 1985 diventa il nuovo terreno di gioco, uno spazio narrativo incastrato tra la seconda e la terza stagione, abbastanza vicino da risultare familiare e abbastanza distante da permettersi deviazioni pericolose. È una scelta intelligente, quasi chirurgica, che evita di riscrivere il passato e allo stesso tempo apre spiragli per raccontare storie che non hanno mai trovato spazio sullo schermo principale. Hawkins è ancora scossa dagli strascichi del Mind Flayer, la paranoia aleggia nell’aria come il vapore che esce dalla bocca nelle notti gelide, e i ragazzi si ritrovano di nuovo a fare ciò che sanno fare meglio: fronteggiare l’ignoto con biciclette, walkie-talkie e un coraggio che nessun adulto sembra possedere.
L’annuncio ufficiale, arrivato durante lo Stranger Things Day, ha avuto l’effetto di una scossa elettrica nel fandom. Teaser, immagini e una featurette hanno mostrato subito la direzione creativa del progetto, e a parlare non sono stati dei produttori qualunque, ma i fratelli Duffer Brothers, ormai architetti di un universo narrativo che va ben oltre la serie madre. Nelle loro parole si percepisce un desiderio coltivato a lungo: raccontare Hawkins come se fosse uscita da un palinsesto del sabato mattina, con quel mix inconfondibile di avventura, ironia e inquietudine che definiva i migliori cartoon dell’epoca.
Per dare forma a questa visione è stata coinvolta la Flying Bark Productions, studio che negli anni ha dimostrato di saper bilanciare dinamismo moderno e rispetto per l’immaginario classico. Alla guida creativa troviamo Eric Robles, uno di quelli che la cultura pop non la studia sui manuali ma la mastica da decenni. Le influenze dichiarate non sono casuali: The Real Ghostbusters, Beetlejuice, Transformers. Serie capaci di essere divertenti e allo stesso tempo sorprendentemente oscure, perfette per un mondo in cui i mostri non arrivano solo da un’altra dimensione, ma anche dalle paure interiori dei protagonisti.
Dal punto di vista visivo, Tales From ’85 sembra voler camminare su una linea sottile. Il character design strizza l’occhio ai volti che conosciamo, ma li traduce in forme più stilizzate, elastiche, pronte all’azione. La CG promette profondità e movimento senza tradire l’estetica vintage, come se qualcuno avesse preso un vecchio cartone anni Ottanta e lo avesse potenziato con la tecnologia di oggi, senza cancellarne l’anima. È un equilibrio difficile, e proprio per questo affascinante.
Sul piano narrativo, l’introduzione di nuovi personaggi come Nikki Baxter, giovane inventrice ribelle con una mente brillante, sembra pensata per arricchire il gruppo senza snaturarlo. È il tipo di aggiunta che profuma di Goonies, di ingegno nerd applicato alla sopravvivenza, di quella creatività fai-da-te che definiva un’intera generazione. E poi c’è lui, il fantasma buono che tutti speravano di rivedere: Eddie Munson. La collocazione temporale della serie rende possibile il suo ritorno, anche solo per un cameo, e l’idea di rivederlo in versione animata è sufficiente a far tremare le corde emotive di chi ha ancora una toppa degli Hellfire Club nello zaino.
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