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Firenze, il caso dello Stitch abusivo divide il web: cosplay o sfruttamento della cultura nerd?

Passeggiare tra le pietre di Firenze, soprattutto in quelle ore del giorno in cui il centro storico sembra quasi un server sovraccarico di NPC impazziti tra selfie stick, gruppi guidati e file infinite davanti alle gelaterie, ormai significa anche assistere a una strana mutazione della cultura pop contemporanea. Una di quelle trasformazioni che ti colpiscono in modo ambiguo, perché da nerd cresciuta tra fiere cosplay, anime notturni scaricati male su eMule e pomeriggi passati a cucire dettagli assurdi per una gara in convention, fai fatica a capire se ridere, arrabbiarti oppure restare semplicemente lì a osservare il glitch.

La foto del gigantesco Stitch blu apparso sul Ponte Vecchio ha fatto esattamente questo effetto a tantissime persone online. Un’immagine straniante, quasi da fever dream digitale: il personaggio amatissimo della galassia Disney catapultato in uno degli scorci più iconici d’Italia, fermo tra turisti e curiosi con il classico piattino per le offerte ai piedi. A rilanciare il caso è stato il consigliere comunale Massimo Sabatini, che ha condiviso sui social lo scatto denunciando un fenomeno che, a detta sua, rischia di trasformare il centro storico in una specie di teatro abusivo popolato da versioni improvvisate di personaggi pop.

E la verità? Da persona che vive il cosplay praticamente da tutta la vita nerd possibile, la sensazione è molto più complessa di quanto sembri leggendo i commenti indignati su Facebook.

Perché il problema non è davvero Stitch.

Stitch, Spider-Man, Naruto, Pikachu o qualunque altra mascotte improvvisata che compare tra le città europee sono soltanto la skin superficiale di qualcosa che ormai succede da anni, soprattutto nelle metropoli ultra turistiche. Basta pensare a Barcellona e alla sua Rambla, che negli ultimi tempi è diventata quasi una lobby multiplayer di personaggi randomici pescati dalla cultura pop globale. Ti capita di vedere un presunto Deadpool accanto a una Elsa di Frozen con la parrucca distrutta dal sole, un Jack Sparrow che sembra uscito da una side quest post-apocalittica e magari pure un Goku con la tuta arancione due taglie più piccola intento a chiedere monete ai passanti. Alcuni fanno sorridere, altri inquietano un po’, altri ancora sembrano il risultato di un character creator fatto alle tre di notte senza abbastanza punti abilità.

Dietro quei costumi però raramente si nasconde il mondo cosplay come lo conosciamo noi.

Ed è qui che la discussione diventa delicata.

Chi non frequenta convention, contest o community online spesso pensa che cosplay significhi semplicemente “travestirsi”. Fine. Metti una tuta, indossi una parrucca colorata, fai due foto e sei dentro il personaggio. Ma chiunque abbia passato anche soltanto una notte prima di una gara cosplay con la colla a caldo ancora sulle dita sa benissimo che non funziona così. Il cosplay autentico è interpretazione, studio, performance, cultura visuale, artigianato, fotografia, presenza scenica. A volte persino ossessione. E lo dico nel modo più affettuoso possibile, perché ogni cosplayer conosce quella follia dolcissima che ti porta a rifare una cucitura tre volte soltanto perché “nel reference screenshot dell’episodio 17 era leggermente diversa”.

Dietro una armor di un personaggio di Genshin Impact o di Honkai Star Rail magari si nascondono mesi di stampa 3D, foam lavorato male fino alle quattro del mattino, tutorial salvati su TikTok, make-up testati per settimane e crisi esistenziali davanti allo specchio. Dietro una performance idol ispirata al K-pop magari esistono ore di allenamento per replicare movimenti perfetti, espressioni facciali, presenza scenica. Non è semplicemente indossare un costume. È incarnare un immaginario.

Per questo tanti appassionati guardano fenomeni come quello del “finto Stitch” con una certa amarezza.

Non perché chiedere soldi per strada sia automaticamente sbagliato. Gli artisti di strada esistono da sempre e alcune performance urbane sono meravigliose. Alcuni performer costruiscono personaggi incredibili, lavorano sul movimento, sull’interazione, sulla comicità fisica. Il punto è un altro: molte di queste figure non stanno celebrando la cultura nerd. La stanno usando come calamita visiva per attirare turisti distratti.

E purtroppo si vede.

Si vede nei costumi comprati velocemente online senza alcuna cura. Si vede nelle mascotte deformate che ricordano creepypasta nate male. Si vede soprattutto nell’assenza totale di connessione col personaggio interpretato. Nessuna posa iconica, nessuna recitazione, nessun amore reale per quel mondo narrativo. Soltanto il peso gigantesco della recognoscibilità immediata. Perché Stitch funziona. Spider-Man funziona. Mario funziona. Sono icone universali ormai entrate nella memoria collettiva globale come loghi viventi.

La parte inquietante del racconto fatto da Sabatini riguarda però ciò che starebbe dietro queste presenze improvvisate. Secondo quanto riportato, il timore è che personaggi del genere possano diventare esche perfette per distrarre famiglie e bambini mentre eventuali complici agiscono tra la folla. Una dinamica che trasformerebbe la cultura pop in semplice strumento per attirare attenzione e abbassare la guardia dei turisti. E onestamente fa uno strano effetto immaginare un personaggio Disney finire dentro una narrativa quasi cyberpunk fatta di caos urbano, abusivismo e microcriminalità.

Ancora più assurda è la scena raccontata sull’arrivo della municipale: il presunto Stitch che sparisce rapidamente dopo essere stato avvisato da alcuni “pali”. Sembra letteralmente una scena da open world game ambientato in Italia, qualcosa a metà tra Assassin’s Creed e Yakuza ma con mascotte Disney al posto delle gang.

Eppure tutto questo apre anche una riflessione enorme su come la cultura nerd sia cambiata negli ultimi quindici anni.

Una volta cosplay, anime e videogiochi erano nicchie riconoscibili. Oggi sono mainstream assoluto. Le icone geek sono diventate strumenti commerciali universali, codici estetici immediati, linguaggio globale perfetto per attirare attenzione in tre secondi netti su TikTok o per strada. Stitch stesso ormai vive una seconda vita clamorosa grazie all’estetica kawaii, ai social, alle idol culture e al merchandising infinito che invade fiere, negozi e feed Instagram. Non sorprende che qualcuno scelga proprio lui come calamita umana ambulante.

Il problema nasce nel momento in cui il cosplay perde completamente l’anima e diventa soltanto una scorciatoia visiva.

Perché chi vive davvero questo ambiente riconosce subito la differenza. La senti quasi istintivamente. Un vero cosplayer anche fermo immobile trasmette amore per il personaggio. Magari ha studiato le pose, i dettagli, perfino il modo di parlare. Alcuni performer riescono a trasformare una semplice foto in un momento memorabile perché dietro quella parrucca esiste passione reale. Community reale. Cultura reale.

Ed è forse questo il punto più triste di tutta la vicenda di Firenze: vedere ridotto un universo creativo gigantesco a semplice folklore turistico da monetizzare velocemente.

Anche perché il cosplay italiano, quello vero, negli anni ha raggiunto livelli assurdi. Basta entrare in una grande fiera per rendersene conto. Ragazze che costruiscono ali meccaniche degne di un boss fight di Final Fantasy, creator che trasformano EVA foam in armature cinematografiche, performer che reinterpretano personaggi anime meglio di certi adattamenti live action ufficiali. Dietro ogni costume esiste storytelling personale, identità, affetto, memoria fandom.

E forse fa male proprio questo contrasto enorme tra dedizione autentica e imitazione improvvisata.

Poi certo, la linea resta sottile. Alcuni potrebbero dire che anche le mascotte di strada fanno parte dell’intrattenimento urbano contemporaneo. Altri invece vedono un degrado estetico e culturale difficile da ignorare. Probabilmente la verità sta in mezzo, come succede sempre nelle cose legate al pop contemporaneo. Però una domanda continua a girarmi in testa da ore, quasi come quelle soundtrack malinconiche degli anime slice of life che partono nei momenti strani: che fine fa una passione quando diventa soltanto un costume riconoscibile da usare per attirare attenzione?

Forse è la stessa domanda che il fandom nerd si porta dietro da anni mentre osserva l’esplosione commerciale della propria cultura. E forse proprio per questo storie apparentemente assurde come quella dello Stitch di Firenze fanno discutere così tanto. Perché dietro quel pupazzo blu sul Ponte Vecchio non si nasconde soltanto un performer abusivo o un caso di cronaca urbana. Si intravede il riflesso di una cultura pop sempre più enorme, sempre più sfruttata, sempre più presente ovunque.

E sinceramente sono curiosa di sapere come la vede la community di CorriereNerd.it. Per voi questi personaggi di strada sono folklore contemporaneo, semplice sopravvivenza urbana oppure una caricatura triste del cosplay e dell’immaginario nerd che amiamo da anni?

Note: AI-Generated Content

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