Il 9 settembre 2025 si è spenta la voce graffiante, ironica e visionaria di Stefano Benni, lo scrittore bolognese che per quasi mezzo secolo ha saputo trasformare la satira in poesia e la fantasia in specchio della realtà. Aveva 78 anni e da tempo combatteva con una malattia che lo aveva costretto al silenzio e lontano dalla scena pubblica. Con lui se ne va non solo un autore di culto, ma un pezzo di quella cultura italiana capace di parlare al popolo, al lettore comune e all’intellettuale allo stesso tempo.
Lupo di carta e di palco
Nato a Bologna il 12 agosto 1947, Benni è stato tante cose insieme: scrittore, giornalista, poeta, drammaturgo, sceneggiatore, “battutista” televisivo. Un funambolo della parola, soprannominato “Lupo” sin dall’infanzia a Monzuno, nome che avrebbe costellato i suoi libri come alter ego narrativo e animale guida. Nel corso della carriera ha firmato romanzi entrati nell’immaginario collettivo come Bar Sport, La compagnia dei celestini, Saltatempo, Margherita Dolcevita e Pane e tempesta. Pagine che hanno mischiato satira sociale, invenzione linguistica e leggerezza surreale, traducendo i tic e le contraddizioni italiane in favole moderne.
Tra satira, cinema e jazz
Il suo percorso non si è mai fermato alla pagina scritta. Benni ha collaborato con testate come L’Espresso, Panorama, Linus, La Repubblica e Il manifesto, firmando articoli che univano sferzate ironiche e impegno civile. Negli anni ’80 scrisse testi per un giovane Beppe Grillo, tra cui la celebre equazione satirica “Pietro Longo = P2”. Al cinema fu sceneggiatore di Topo Galileo e regista, insieme a Umberto Angelucci, di Musica per vecchi animali, portando sullo schermo Dario Fo e Paolo Rossi. La sua passione per il jazz lo condusse persino a un progetto con il pianista Umberto Petrin, dedicato a Thelonious Monk.
Un fumettista inatteso
Non tutti ricordano che il Lupo si cimentò anche con i fumetti: per la collana “Ossigeno” firmò racconti e illustrazioni negli Albi Avventura, contaminando narrativa e disegno con il suo consueto spirito anarchico. E se oggi parliamo di contaminazioni tra media come normalità, Benni le sperimentava già negli anni ’90, quando l’Italia editoriale non era ancora pronta a quel tipo di ibridazioni.
L’amicizia con Pennac e il rifiuto dei compromessi
Un tratto distintivo della sua carriera fu l’amicizia con lo scrittore francese Daniel Pennac, da lui introdotto in Italia attraverso Feltrinelli. I due si presentavano a vicenda le rispettive opere, in una sorta di gemellaggio letterario che travalicava confini e lingue. Ma Benni non fu mai un autore accomodante: nel 2015 rifiutò il prestigioso premio Vittorio De Sica come protesta contro i tagli alla cultura del Governo Renzi. Un gesto simbolico, coerente con il suo ruolo di coscienza critica.
La leggenda continua
Nel 2018, al Festival del Cinema di Roma, un documentario ne raccontò la vita: Le avventure del Lupo. Ma forse nessun film potrà mai contenere del tutto l’universo di giochi di parole, neologismi e invenzioni stilistiche che hanno reso unica la sua voce. Perché leggere Benni significava trovarsi catapultati in mondi paralleli in cui la risata apriva la strada alla riflessione, e il fantastico diventava lente per guardare meglio il reale.
Oggi il Lupo non c’è più, ma restano i suoi libri, tradotti in oltre trenta lingue e capaci di parlare a generazioni diverse. Restano i bar sportivi dove le sue caricature continuano a vivere, i celestini che giocano partite impossibili, le Margherite che resistono all’assedio della modernità. Restano soprattutto le parole, quelle che nessuna malattia può cancellare.
E allora, come in ogni buona favola, il finale non è mai davvero la fine. Stefano Benni ci ha salutati, ma il suo branco di lettori continuerà a seguirne le tracce. Perché i Lupi, quelli veri, non muoiono: si trasformano in leggende.
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