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Star Wars e Taika Waititi: il film che non esiste (ancora) e l’idea di una galassia diversa

L’idea che Taika Waititi possa ancora avere una storia da raccontare dentro Star Wars è una di quelle voci che tornano come un’eco lontana. Non urla, non bussa alla porta. Sta lì, appoggiata contro la parete della memoria nerd, pronta a riaffiorare quando meno te lo aspetti. Era il 2020, il mondo si era fermato e qualcuno aveva sussurrato che sì, Taika stava lavorando a un film ambientato in quella galassia che ci ha insegnato a credere negli archetipi e a sospettare dei padri. Poi il silenzio. Un silenzio lungo, stratificato, pieno di progetti annunciati e rimandati, di promesse che diventano rumor di cantina.

Negli anni, quell’idea ha cambiato forma. All’inizio era entusiasmo puro, una scossa elettrica. Taika, quello di Jojo Rabbit, quello capace di farti ridere e subito dopo farti sentire in colpa per aver riso. Taika che entra in un mito come Star Wars e decide di guardarlo di traverso, senza chiedere il permesso. Poi sono arrivate le pause, le mezze frasi, gli “stiamo vedendo”, e pian piano l’attenzione si è spostata altrove. Serie nuove, ritorni rassicuranti, nomi noti che tenevano insieme il brand come una colla resistente ma un po’ fredda.

A rimettere tutto in movimento è stata una frase buttata lì con leggerezza apparente da Kathleen Kennedy, mentre si preparava a lasciare la guida di Lucasfilm. Uno di quei commenti che sembrano innocui, ma che per chi vive di queste storie diventano immediatamente micce. La sceneggiatura esiste. È divertente. Il progetto, in qualche modo, respira ancora. Non un annuncio, non una data, non una promessa. Solo abbastanza per far rialzare la testa a chi aveva smesso di sperare.

Taika, dal canto suo, quando parla di Star Wars lo fa senza la solennità di chi teme di rompere un vaso antico. Racconta di voler ritrovare quel senso di gioco serio che aveva reso speciali i film originali. Pericolo reale, emozioni autentiche, ma anche la possibilità di sorridere mentre tutto crolla. L’idea di lavorare in una zona un po’ decentrata della galassia, lontano dai corridoi più affollati della lore, suona quasi come una dichiarazione d’intenti. Non riscrivere la storia. Spostare l’angolazione.

E poi c’è il modo in cui parla dei cattivi. La sua fascinazione per Darth Vader non passa dall’iconografia o dalla potenza visiva, ma da qualcosa di più scomodo. La paura infantile che una figura amata possa trasformarsi in qualcosa di irriconoscibile. Il genitore che diventa nemico. Il corpo familiare che smette di essere casa. È una chiave di lettura che dice molto su come Waititi guarda i mostri, e su come potrebbe raccontarli in un universo che, spesso, li ha resi più simboli che ferite aperte.

In questo periodo di transizione, con Dave Filoni e Lynwen Brennan chiamati a tenere il timone, Star Wars sembra sospesa tra due impulsi opposti. Da una parte la necessità di continuità, di riconoscibilità, di non perdere chi è rimasto aggrappato alla saga anche nei momenti più controversi. Dall’altra il desiderio, quasi fisico, di un cambio di passo. Qualcosa che non sembri l’ennesima variazione sul tema, ma un vero spostamento laterale.

Serie come Andor hanno dimostrato che il rischio paga, quando è guidato da una visione chiara. Hanno fatto capire che Star Wars può respirare anche senza spade laser in primo piano, senza il bisogno costante di strizzare l’occhio al passato. In questo contesto, un film di Waititi appare come una creatura potenzialmente destabilizzante. Non perché irriverente, ma perché emotivamente imprevedibile.

Il tempo, però, è un avversario strano. Più passa, più rende tutto fragile. Un progetto rimandato troppo a lungo rischia di diventare un’idea mitologica, bella proprio perché non esiste. Il titolo in codice, le voci di corridoio, le riscritture affidate ad altri nomi importanti: ogni dettaglio aggiunge fascino ma anche distanza. E intanto la galassia continua ad espandersi, a saturarsi di storie che cercano un equilibrio tra comfort e novità.

Forse il punto non è più chiedersi se questo film vedrà la luce. Forse la domanda giusta è un’altra, ed è più scomoda. Star Wars è davvero pronta a lasciarsi attraversare da uno sguardo come quello di Taika Waititi, che trova l’epica nei margini e l’umanità negli angoli storti? O preferisce restare su rotte conosciute, sicure, dove il rischio è calcolato e l’imprevisto viene limato prima ancora di nascere?

L’idea che quella sceneggiatura “divertente” sia lì, in attesa, ha qualcosa di romantico e di frustrante insieme. Come un’astronave parcheggiata troppo a lungo in un hangar, con i motori pronti ma il permesso di decollo sempre rimandato. E mentre il fandom discute, immagina, si divide come ha sempre fatto, resta quella sensazione familiare che accompagna ogni grande saga quando arriva a un bivio. La sensazione che il prossimo passo potrebbe cambiare tutto, oppure lasciare tutto esattamente com’è.

Da qualche parte, nella Forza, quell’eco continua a vibrare. E forse non ha ancora finito di farsi sentire.


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