Sessant’anni di Star Trek non sono un numero. Sono una postura mentale. Un modo di stare nel futuro che ha sempre preferito le domande alle risposte comode, l’errore all’eroismo prefabbricato, il confronto alla conquista. E allora non sorprende che, proprio mentre l’universo Trek si prepara a festeggiare una cifra che pesa come una stella di neutroni, qualcuno abbia deciso di tornare là dove tutto comincia davvero: sui banchi dell’Accademia. Non quella mitizzata, distante, raccontata per frammenti nelle serie classiche. Ma un’Accademia viva, fragile, fatta di cadetti che studiano, litigano, sbagliano, si fraintendono. Persone prima che uniformi. È da qui che nasce Star Trek: Starfleet Academy – Lost Contact, miniserie a fumetti targata IDW Entertainment, pronta ad accompagnare – e a complicare – l’arrivo della nuova serie Star Trek: Starfleet Academy.
Il colpo d’occhio delle prime tavole è già una dichiarazione d’intenti. Le copertine, firmate da Coralí Espuna e Nora Serrano, non cercano l’iconografia rassicurante della Flotta Stellare che conosciamo a memoria. C’è qualcosa di più inquieto, quasi irrisolto. Una montagna che ricorda un teschio, un pianeta che promette silenzio e invece restituisce tempesta. È quella sensazione sottile che ogni fan riconosce subito: quando una missione “di routine” sta per diventare tutto tranne che routine.
La storia si muove nel XXXII secolo, a bordo della U.S.S. Athena. Un gruppo di cadetti – Caleb, Genesis, Jay-Den, Kyle e Tarima – parte per quella che dovrebbe essere una semplice simulazione di rilevamento su un pianeta ostile ma disabitato. Bassa ossigenazione, nessuna forma di vita intelligente, manuale aperto alla pagina giusta. Poi il contatto con l’Accademia si interrompe. E, come spesso accade nell’universo Trek, l’impossibile bussa alla porta sotto forma di un incontro alieno non previsto.
Ed è qui che Lost Contact smette di essere “un fumetto tie-in” e diventa qualcosa di più interessante. Perché non parla di come salvare la galassia, ma di come restare fedeli a ciò che ti hanno insegnato quando nessuno ti guarda. Primo contatto. Etica. Comunicazione. Paura. Responsabilità. Tutte parole che suonano grandi finché non devi declinarle da ragazzo o ragazza, lontano da casa, senza il capitano a fare da scudo.
A tenere insieme tutto questo c’è la scrittura di Layne Morgan, che entra nel mondo di Star Trek con un rispetto palpabile ma mai reverenziale. Si sente l’amore per la serialità classica, per quella televisione fatta di dilemmi morali più che di esplosioni, ma anche la voglia di sporcare le mani con personaggi giovani, emotivamente disallineati, spesso in disaccordo tra loro. Morgan racconta l’Accademia come un luogo dove si cresce anche sbagliando, e dove il conflitto non è un difetto di scrittura ma un passaggio obbligato.
Il comparto visivo fa il resto. Le tavole hanno un respiro pittorico, quasi materico, che rende ogni pianeta meno “set” e più ambiente ostile da attraversare. I volti dei cadetti non sono mai statici: tradiscono tensione, entusiasmo, incertezza. È quell’arte che non accompagna la storia, ma la amplifica, lasciando spazio ai silenzi tanto quanto ai dialoghi.
A supervisionare il tutto c’è Cassandra Jones, che non nasconde il cuore pulsionale del progetto: drammi adolescenziali, incomprensioni, legami che si formano sotto pressione. Una soap spaziale, sì, ma con il cervello acceso. Con quella capacità tutta trekker di parlare di crescita personale mentre si discute di protocolli federali.
Star Trek: Starfleet Academy – Lost Contact arriverà in cinque numeri, con il primo previsto in primavera, in un momento perfetto per chi sta già guardando la serie su Paramount+ e sente il bisogno di restare in quell’universo un po’ più a lungo. Non come semplice riempitivo tra una stagione e l’altra, ma come espansione tematica, emotiva, quasi intima.
E la sensazione è che non finirà qui. IDW ha già fatto capire che questo è solo uno dei tasselli con cui Star Trek celebrerà il suo sessantesimo anniversario. Altri annunci arriveranno, altre storie cercheranno di dire qualcosa di nuovo su un futuro che conosciamo da decenni.
La vera domanda, quella che resta sospesa come una comunicazione in arrivo sul ponte, è un’altra: quanto spazio siamo pronti a dare alle storie di formazione dentro un franchise che ci ha insegnato a guardare sempre più lontano? Forse la risposta passa proprio da qui, da un pianeta ostile, da un contatto perduto, da un gruppo di cadetti che sta imparando cosa significa davvero indossare quell’uniforme. E forse vale la pena seguirli, senza sapere esattamente dove ci porteranno.
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