“Spider-Man”, diretto da Sam Raimi, è finalmente nelle sale. E il risultato è qualcosa di più di un semplice cinecomic. Chiunque abbia sfogliato almeno una volta una copia di The Amazing Spider-Man sa che dietro alla maschera rossa e blu si cela molto di più di un semplice vigilante in calzamaglia. Creato da Stan Lee e Steve Ditko nel lontano 1962, Peter Parker è forse il supereroe più vicino a noi: un ragazzo impacciato, orfano di genitori, cresciuto con zia May e zio Ben, tormentato da dubbi, insicurezze e, all’improvviso, dotato di poteri fuori dal comune. Questa trasposizione cinematografica, il primo capitolo della trilogia firmata Raimi, si è fatta attendere per decenni, complici cavilli legali, diritti contesi e un’industria che, fino a poco fa, non sembrava credere davvero nel potenziale dei supereroi in celluloide. Ma ora, nel 2002, il tempo è finalmente maturo. E che debutto.
Tobey Maguire veste i panni – aderenti, anzi strettissimi – del nostro Spidey con una naturalezza disarmante. Il suo Peter è esattamente quello che abbiamo amato sulle pagine dei fumetti: timido, sognatore, spesso goffo, ma capace di incredibili gesti di coraggio. Accanto a lui, una Kirsten Dunst luminosa nei panni di Mary Jane, e un Willem Dafoe ambivalente e tormentato nel ruolo del temibile Green Goblin. Completa il cast una sfilza di volti noti e perfettamente incasellati: James Franco, Cliff Robertson, Rosemary Harris, J.K. Simmons (memorabile come J. Jonah Jameson), fino ad arrivare ai cammei di Stan Lee e Bruce Campbell, deliziosi omaggi ai fan più attenti.
La storia che Raimi sceglie di raccontare è la genesi dell’eroe, la classica origin story che tutti conosciamo, ma che sullo schermo prende vita con una forza visiva e una profondità emotiva inaspettate. Peter Parker viene morso da un ragno geneticamente modificato e sviluppa, quasi come in un rito di passaggio adolescenziale, poteri sovrumani: arrampicarsi sui muri, lanciare ragnatele dai polsi, un “senso di ragno” che lo avverte del pericolo. Ma con questi poteri arriva anche il fardello della responsabilità. Quando suo zio Ben viene ucciso da un ladro che Peter aveva lasciato scappare per ripicca, il giovane capisce che non può più ignorare il suo destino.
Ecco quindi che Spider-Man nasce davvero. Non solo con il costume (che Peter cuce da sé dopo un curioso processo creativo degno di un giovane disegnatore di fumetti), ma con una missione. La New York cinematografica diventa il suo terreno di gioco e battaglia, tra grattacieli svettanti e vicoli ombrosi, mentre la sua doppia vita lo porta a confrontarsi con i pericoli del crimine, la rabbia di Norman Osborn, il peso dell’amore non corrisposto per Mary Jane e, soprattutto, il conflitto interiore tra ciò che desidera e ciò che è giusto fare.
La regia di Raimi è sorprendente. Lungi dall’appiattirsi sui cliché del genere, il cineasta di Evil Dead e Darkman sfrutta le potenzialità del digitale per creare un’estetica paradossalmente “low-tech”: effetti speciali avanzati che però non vogliono essere realistici, ma dichiaratamente e orgogliosamente fumettistici. Le acrobazie di Spider-Man, i voli del Goblin sull’aliante, le prospettive vertiginose sopra Manhattan, tutto contribuisce a costruire un mondo “altro”, coerente con la carta stampata da cui tutto ha avuto origine. In questa metagenesi visiva, ogni effetto speciale è un atto di amore per il linguaggio dei comics: non cerca l’illusione del vero, ma la celebrazione dell’immaginario.
Eppure, non è solo lo spettacolo visivo a brillare. Spider-Man sorprende per la cura dedicata ai momenti più intimi e umani, per i dialoghi che costruiscono personaggi credibili e per la centralità della love story tra Peter e Mary Jane. Raimi, consapevole che il meccanismo “bene contro male” funziona meglio nei balloon che al cinema, sposta l’epicentro emotivo del film nel melodramma romantico. Una scelta vincente, che dà profondità a una storia che altrimenti rischierebbe di ridursi a una sequenza di scontri tra super-esseri in costume.
Certo, lo script di David Koepp non è immune da qualche fragilità strutturale. Alcune motivazioni appaiono un po’ pretestuose, e certi snodi narrativi sembrano funzionali solo ad arrivare al prossimo set piece spettacolare. Ma a colmare questi buchi c’è una regia consapevole e giocosa, capace di far convivere l’azione con l’introspezione, il pathos con l’ironia. E se Maguire si conferma una scelta perfetta, meno incisive appaiono le prove di Dafoe, troppo rigido e teatrale, e di un James Franco che fatica a uscire dall’anonimato. La Dunst, invece, brilla di una luce sincera e malinconica, perfetta incarnazione della ragazza della porta accanto.
Alla fine, ciò che davvero colpisce è la coerenza interna del film, il modo in cui tutto – fotografia, scenografie, costumi, musiche – concorre a creare un universo coerente e personale. Le musiche di Danny Elfman, cupe e incalzanti, amplificano le emozioni e restituiscono un tono epico e fiabesco. La fotografia di Don Burgess colora New York di luci contrastanti, rendendola teatro perfetto di una favola moderna.
Spider-Man è quindi più di un semplice film di supereroi. È un manifesto d’amore per il personaggio e per ciò che rappresenta: la lotta quotidiana, il sacrificio silenzioso, il desiderio di fare la cosa giusta anche a costo della felicità personale. È cinema pop nel senso più nobile del termine, capace di far sognare grandi e piccoli, nerd accaniti e spettatori occasionali.
E Sam Raimi? Ancora una volta, dimostra di essere un autore autentico, capace di attraversare generi e budget senza mai perdere il tocco personale. Con Spider-Man, firma un film che non rinnega la sua poetica, ma la espande e la traduce in linguaggio mainstream, raggiungendo un pubblico vastissimo senza svendere il suo talento. Non sarà il suo film più profondo, forse, ma è senza dubbio uno dei suoi più riusciti. E già questo, in un’epoca in cui Hollywood spesso sacrifica la visione personale sull’altare del profitto, è un risultato da applausi.
Allora, che ne pensate di questo debutto cinematografico dell’Uomo Ragno? Vi ha conquistati come ha conquistato noi? Avete già il vostro momento preferito? Raccontatecelo nei commenti qui sotto o condividete l’articolo sui vostri social… che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, sì, ma anche grandi conversazioni!
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