Speedy Gonzales che torna al cinema non è una notizia qualsiasi. È una di quelle cose che ti fanno fermare un attimo, con il mouse sospeso a mezz’aria, mentre la memoria fa un salto all’indietro e recupera voci, colori, accenti, pomeriggi davanti alla TV e quel ritmo forsennato che sembrava impossibile da fermare. Il topo più veloce del Messico non è mai stato solo un personaggio dei Looney Tunes: è stato un suono, una battuta, una presenza che arrivava come una folata improvvisa e se ne andava lasciando dietro di sé un sorriso un po’ storto. Il fatto che Speedy Gonzales torni oggi con un film tutto suo dice molto più di quanto sembri. Racconta di una Warner Bros. che continua a muoversi in modo apparentemente contraddittorio con il proprio passato animato, oscillando tra grandi investimenti, ripensamenti improvvisi e scelte che sembrano fatte più di pancia che di strategia. Racconta anche di un personaggio che, negli anni, è stato amato, discusso, messo in pausa, rivalutato. Mai davvero dimenticato.
L’annuncio della regia affidata a Jorge R. Gutiérrez suona come una dichiarazione d’intenti più che come una semplice scelta produttiva. Chi ha negli occhi The Book of Life sa che il suo modo di raccontare il Messico non passa mai per la cartolina o per la caricatura pigra. È un Messico colorato, stratificato, pieno di orgoglio culturale, ironia, malinconia e musica. È il tipo di sguardo che può trasformare Speedy da reliquia di un’altra epoca a figura nuovamente viva, senza cancellarne l’identità.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante, quasi delicata. Speedy Gonzales nasce in un contesto storico e culturale preciso, figlio di un’animazione che faceva dell’eccesso e della sintesi il suo linguaggio naturale. Accento marcato, sombrero, frasi iconiche sparate a raffica. Tutto funzionava perché funzionava il mondo intorno, perché i cartoni di allora erano schegge, non trattati sociologici. Col tempo, però, quelle stesse caratteristiche sono diventate oggetto di discussione, di riletture critiche, di silenzi imbarazzati.
Affidare il personaggio a un autore che ha sempre lavorato sulla riappropriazione positiva dell’immaginario latino sembra il modo migliore per affrontare la questione senza fingere che non esista. Non si tratta di “correggere” Speedy, ma di ascoltarlo davvero, di capire come può correre ancora oggi senza sembrare fuori tempo massimo. Il fatto che il progetto nasca all’interno di Warner Bros. Animation, lontano dalle tentazioni del live action e dai compromessi più rigidi, lascia immaginare uno spazio creativo più ampio, meno sorvegliato.
In fondo, Speedy Gonzales ha sempre rappresentato una forma di rivincita. Piccolo, velocissimo, sempre un passo avanti rispetto ai suoi antagonisti. Un personaggio che vince non con la forza ma con l’ingegno, con il tempismo, con quella leggerezza che è difficile da replicare ma facilissima da rimpiangere. Rivederlo al centro della scena oggi, in un’epoca che spesso fatica a gestire l’eredità del passato pop, fa nascere una curiosità sincera, quasi affettuosa.
Forse questo film sarà il modo giusto per dimostrare che i Looney Tunes non sono un museo da visitare in silenzio, ma un linguaggio ancora capace di mutare, di sporcarsi le mani, di correre rischi. Oppure sarà solo un altro esperimento in equilibrio precario tra nostalgia e contemporaneità. In entrambi i casi, l’idea di sentire di nuovo quel “Ándale, ándale” risuonare in una sala cinematografica ha qualcosa di irresistibile.
La vera domanda resta sospesa, come una nuvola di polvere dopo una fuga a tutta velocità: riuscirà Speedy a correre nel presente senza perdere la sua anima? O scopriremo che, a volte, tornare è già un modo per andare avanti.
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