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Somewhere Out There: Shawn Levy porta su Netflix la fantascienza emotiva che sta già ossessionando i nerd

Shawn Levy ormai è diventato una specie di boss finale della cultura pop contemporanea. Uno di quei nomi che spuntano ovunque, come se Hollywood avesse deciso di affidargli metà dell’immaginario nerd degli ultimi anni. Lo trovi dietro Stranger Things, poi improvvisamente eccolo tra i multiversi Marvel con Deadpool & Wolverine, subito dopo catapultato dentro Star Wars con Ryan Gosling, e adesso Netflix si prepara a giocarsi un’altra carta gigantesca con Somewhere Out There, progetto sci-fi che sta facendo impazzire chiunque abbia ancora un debole per la fantascienza emotiva, quella che non ti lascia addosso soltanto hype da trailer ma una sensazione strana nello stomaco, quasi malinconica, come certe ending degli anime anni Novanta che ti devastavano emotivamente senza nemmeno capire bene il perché.

E giuro, appena ho letto la premessa del film ho avuto immediatamente quel tipo di brivido che arriva raramente ormai, soprattutto adesso che siamo sommersi da sequel, reboot, remake, universi condivisi e spin-off costruiti con la precisione chirurgica di un algoritmo. Un padre perde la moglie. Distrutto dal dolore, manda un messaggio nello spazio. Poi qualcuno risponde.

Fine. Bastano queste poche righe per accendere automaticamente tutta quella parte del cervello nerd cresciuta tra Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Contact, Interstellar, Voices of a Distant Star, le maratone notturne di X-Files e le run infinite su Outer Wilds dove il silenzio cosmico diventa quasi una presenza viva. Perché il fascino di storie così non nasce dagli effetti speciali o dalle astronavi gigantesche, nasce dalla solitudine umana. Dalla sensazione di parlare verso qualcosa di enorme sperando disperatamente che dall’altra parte esista davvero qualcuno disposto ad ascoltare.

Ed è assurdo quanto questa idea continui a colpirci anche oggi, forse più di prima. Viviamo connessi continuamente, riceviamo notifiche ogni trenta secondi, passiamo le giornate immersi nei feed, nei server Discord, nelle chat Telegram dei fandom, eppure il senso di isolamento collettivo sembra crescere sempre di più. Così l’idea di un uomo che lancia il proprio dolore nell’universo e riceve una risposta diventa immediatamente qualcosa di profondamente contemporaneo. Sembra quasi una metafora gigantesca della nostra epoca digitale, solo raccontata attraverso la fantascienza.

Netflix, tra l’altro, non ha semplicemente comprato il progetto. Se l’è conquistato dopo una vera guerra di offerte, e questo a Hollywood significa una cosa molto precisa: lo script di Max Taxe stava circolando ovunque come una di quelle sceneggiature considerate “calde”, quelle che tutti vogliono leggere prima ancora che esista un cast ufficiale. E sinceramente si capisce benissimo il motivo. Somewhere Out There appartiene a quel filone di sci-fi emozionale che negli ultimi vent’anni ha creato alcune delle opere più amate dalla community geek adulta, quella cresciuta con gli anime introspettivi, con la fantascienza esistenziale e con i videogiochi narrativi che ti lasciano addosso crisi emotive peggiori di una rottura sentimentale.

Le prime descrizioni parlano apertamente di atmosfere simili ad Arrival, e già soltanto questo riferimento manda il cervello in tilt. Il film di Denis Villeneuve non raccontava davvero gli alieni, raccontava il linguaggio, il tempo, il dolore, la memoria. Gli extraterrestri erano quasi una scusa per parlare della fragilità umana. E Shawn Levy, per quanto venga spesso etichettato come regista “mainstream”, ha sempre dimostrato di capire perfettamente questo tipo di sensibilità. Dietro l’estetica pop e i budget enormi, i suoi lavori hanno spesso una malinconia molto più forte di quanto sembri.

Pensate a Stranger Things. Tutti ricordano il Sottosopra, i Demogorgoni, Vecna, le biciclette nella nebbia, le lucine di Natale e Kate Bush sparata a volume massimo su TikTok per mesi. Però il motivo per cui Hawkins è diventata una seconda casa per milioni di persone non sono i mostri dimensionali. È Hopper che prova disperatamente a sopravvivere al dolore. È Eleven che cerca un’identità. È Mike terrorizzato all’idea di perdere chi ama. È quel senso continuo di adolescenza che sfugge via troppo in fretta, lasciando addosso una nostalgia quasi tossica. Levy quella sensazione la conosce benissimo. E sinceramente Somewhere Out There sembra il progetto perfetto per spingere ancora più a fondo proprio su quel terreno emotivo.

La cosa che mi intriga davvero è che nessuno, almeno per ora, ha idea di dove la storia andrà a parare. Ed è bellissimo così. Oggi sappiamo tutto troppo presto. Leak, spoiler, concept art, insider, casting rumor, Reddit detective che ricostruiscono l’intera trama mesi prima dell’uscita. Qui invece esiste ancora il mistero. Chi risponde a quel messaggio? Un’intelligenza aliena? Una civiltà sconosciuta? Una presenza cosmica incomprensibile? Oppure qualcosa di molto più inquietante?

Perché il bello di una premessa così è che può trasformarsi in qualsiasi cosa. Potrebbe diventare un dramma intimo alla Her, un thriller esistenziale alla Contact, oppure addirittura una deriva cosmic horror degna di certi manga psicologici che ti fanno sentire minuscolo davanti all’universo. E onestamente adoro il fatto che il progetto sembri voler giocare proprio su questa ambiguità.

Max Taxe, che firma la sceneggiatura, finora era associato soprattutto a Moonshot, film sci-fi romantico decisamente più leggero e comfort rispetto alle vibrazioni emotive che emergono qui. Però spesso sono proprio questi salti improvvisi a sorprendere di più. Tantissimi autori legati inizialmente a opere pop leggere hanno poi tirato fuori storie devastanti dal punto di vista emotivo. Succede continuamente anche negli anime. Basta pensare a quanto spesso serie apparentemente semplici finiscono per demolirti psicologicamente dopo averti abbassato la guardia.

Hollywood negli ultimi anni ha prodotto montagne di fantascienza enorme visivamente ma incapace di lasciare qualcosa una volta finiti i titoli di coda. Film perfetti da usare come clip su TikTok, pieni di CGI incredibile e scene spettacolari, ma emotivamente vuoti. Al contrario, opere come Interstellar, Arrival, Her o certi episodi di Black Mirror continuano a vivere nella memoria collettiva perché usano il fantastico come specchio delle paure umane più intime. Solitudine. Lutto. Tempo. Comunicazione. Distanza. Amore. Rimpianto.

E poi diciamolo sinceramente: il cinema nerd ha sempre avuto una relazione quasi romantica con l’idea del segnale cosmico. Da Contact fino agli anime di Makoto Shinkai, passando per videogiochi come Mass Effect o Outer Wilds, continuiamo a essere ossessionati dall’idea che qualcuno, da qualche parte, possa rispondere alla nostra voce. Forse perché in fondo tutti abbiamo provato almeno una volta quella sensazione assurda di parlare nel vuoto sperando che qualcosa torni indietro.

Anche il tempismo del progetto è interessante. Arriva in un momento in cui tantissimi appassionati stanno mostrando una certa stanchezza verso i franchise eterni. Continuiamo ad amare Marvel, Star Wars, DC, gli universi condivisi e tutta la macchina gigantesca della cultura pop contemporanea, però ogni tanto nasce il desiderio quasi fisico di vedere qualcosa di nuovo. Un mistero originale. Un mondo che non conosciamo già. Una storia capace di sorprendere davvero.

Ed è proprio questo che rende Somewhere Out There così magnetico ancora prima di vedere un teaser. Non nasce da un fumetto famoso, non è tratto da una saga YA, non è il remake nostalgico di qualcosa che abbiamo già visto mille volte. È fantascienza originale ad alto budget nel 2026. E ormai questa cosa sembra quasi rivoluzionaria.

Intanto Shawn Levy continua a vivere una fase professionale che sembra uscita da una modalità carriera truccata. Deadpool & Wolverine ha distrutto il box office mondiale diventando il film vietato ai minori con il maggiore incasso della storia, mentre il suo prossimo Star Wars con Ryan Gosling sta già generando discussioni infinite online pur essendo lontano anni dall’uscita. Pochissimi registi oggi riescono a muoversi contemporaneamente tra Marvel, Netflix e Lucasfilm mantenendo comunque una propria identità narrativa riconoscibile.

E forse è proprio questa la parte più interessante di tutta la faccenda. Dietro il gigantismo industriale di Hollywood, dietro le IP miliardarie e le strategie streaming, Shawn Levy continua a tornare sempre lì: ai rapporti umani. Alla nostalgia. Alla malinconia nerd di chi è cresciuto sognando altri mondi per sopravvivere a questo.

Per questo Somewhere Out There fa così tanto rumore pur essendo ancora lontanissimo dall’uscita. Non promette soltanto alieni o spettacolo. Promette una domanda gigantesca. Una di quelle domande che la fantascienza continua a ripetere da decenni cambiando soltanto estetica, tecnologie e linguaggi.

Se davvero qualcosa rispondesse al nostro dolore da qualche punto remoto dell’universo… avremmo il coraggio di ascoltare fino in fondo?

Note: AI-Generated Content

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