Per anni parlare con Siri ha avuto qualcosa di stranamente rituale. Pronunciavi una frase con quell’intonazione un po’ artificiale che riserviamo agli assistenti vocali, speravi che capisse almeno metà della richiesta e, se andava male, finivi comunque con il prendere l’iPhone in mano e fare tutto da sola. Un rapporto affettuosamente complicato, quasi da NPC storico della nostra vita digitale: sempre presente, riconoscibile, a volte utilissimo, altre volte capace di interpretare una richiesta banalissima come se gli avessimo sottoposto un enigma scritto nell’alfabeto di Hyrule. Con iOS 27, però, Apple prova finalmente a cambiare la natura stessa di quel rapporto. Non una Siri semplicemente più veloce o dotata di qualche comando aggiuntivo, ma Siri AI, una nuova generazione dell’assistente costruita intorno ad Apple Intelligence, capace sulla carta di capire contesto, schermo, informazioni personali e conversazioni molto più naturali. Ed è forse questo il passaggio più interessante dell’intero aggiornamento: dopo quindici anni, Siri sembra voler smettere di essere un’interfaccia vocale e diventare davvero qualcosa che assomiglia a un assistente digitale. Apple descrive la nuova Siri come capace di mantenere conversazioni articolate, comprendere ciò che stiamo guardando sul display e recuperare informazioni pertinenti da messaggi, email, fotografie e altri contenuti personali. In pratica potremmo chiederle di ritrovare quella ricetta inviata mesi prima da un familiare, collegarla a una conversazione recente e aggiungere gli ingredienti a Promemoria senza saltare continuamente da un’app all’altra. Oppure mostrarle una pagina sullo schermo e continuare la conversazione partendo da ciò che stiamo vedendo. Non è più soltanto la logica del comando «imposta una sveglia alle sette», ma quella del contesto: capire cosa stiamo facendo e provare ad aiutarci dentro quella situazione. Apple parla anche di una conoscenza più ampia del mondo, alimentata attraverso informazioni recuperate dal web, e di nuove azioni trasversali nelle app, quindi Siri dovrebbe essere in grado di passare più facilmente dalla ricerca alla creazione di contenuti, dalla gestione delle foto alla scrittura.
Questa trasformazione diventa particolarmente affascinante perché racconta quanto sia cambiato il significato stesso della parola “assistente”. Siri nacque molto prima che l’intelligenza artificiale generativa diventasse la parola magica di qualsiasi keynote tecnologico. Le sue radici affondano nel lavoro di SRI International e nel progetto CALO finanziato dalla DARPA, e prima dell’acquisizione da parte di Apple nel 2010 Siri esisteva persino come applicazione indipendente. Poi arrivò l’iPhone 4S, nel 2011, e quella voce diventò immediatamente cultura pop. Chi è cresciuta con smartphone, fandom online e prime ossessioni tecnologiche ricorda bene quanto fosse fantascientifico chiedere al telefono che tempo avrebbe fatto il giorno dopo. Sembrava davvero di avere un pezzetto di Star Trek in tasca. Il problema è che il mondo dell’AI è corso a una velocità assurda. Chatbot conversazionali, modelli multimodali e sistemi capaci di ragionare sul contesto hanno progressivamente reso vecchio il paradigma degli assistenti vocali tradizionali, quelli costruiti soprattutto attorno a intenti e comandi predefiniti. Siri, Alexa e Google Assistant improvvisamente sembravano personaggi appartenenti a una generazione precedente della fantascienza. Siri AI nasce precisamente da questa frattura: Apple sta cercando di trasformare una delle sue icone software più conosciute in qualcosa che possa competere nell’era degli agenti intelligenti senza rinunciare alla caratteristica sulla quale insiste da anni, cioè l’integrazione profonda fra hardware, sistema operativo e dati personali.
L’idea più nerd, e probabilmente quella che mi incuriosisce di più, riguarda la consapevolezza dello schermo. Pensate a quante volte copiamo un testo, facciamo uno screenshot, apriamo un’altra app, incolliamo qualcosa e continuiamo da lì. Siri AI prova a eliminare parte di questa coreografia quotidiana permettendoci di fare domande direttamente su ciò che stiamo guardando. Apple ha integrato l’assistente anche nella Fotocamera attraverso una modalità dedicata e nella Visual Intelligence, con l’obiettivo di collegare sempre di più mondo fisico, contenuti dello schermo e azioni. Su iPhone la nuova Siri può essere richiamata con la voce, con il tasto laterale oppure attraverso la Dynamic Island, mentre su Mac e iPad entra più profondamente nell’esperienza di ricerca. Arriva persino un’app Siri dedicata che può sincronizzare tramite iCloud la cronologia delle conversazioni tra i dispositivi, così da iniziare una richiesta su iPhone e riprenderla altrove. Dal punto di vista della user experience è un cambiamento enorme, perché sposta Siri dall’idea di “voce che appare per qualche secondo” verso quella di presenza persistente dentro l’ecosistema. Apple ha inoltre potenziato gli strumenti di scrittura: Siri può aiutare a creare testi, suggerire modifiche e, in Mail e Messaggi, adattarsi maggiormente al modo in cui comunichiamo con persone diverse. Una funzione che sembra quasi uscita da uno di quei giochi dove il personaggio companion impara progressivamente il comportamento del giocatore, con tutte le domande inevitabili su privacy, controllo e quanto vogliamo davvero che un assistente conosca delle nostre abitudini. Apple continua naturalmente a impostare la propria narrativa sull’elaborazione privata e sull’integrazione controllata dei dati, ma questa nuova generazione rende il tema ancora più interessante, perché più un’assistente diventa utile, più deve capire chi siamo e cosa stiamo facendo.
Ed eccoci però davanti al boss di fine livello per noi utenti italiani: Siri AI non debutta su iPhone nell’Unione Europea insieme a iOS 27. Apple aveva già annunciato a giugno che le nuove funzioni sarebbero state ritardate su iOS, iPadOS e watchOS nel territorio europeo a causa delle questioni legate al Digital Markets Act e all’obbligo di garantire maggiore apertura verso assistenti virtuali concorrenti. La posizione dell’azienda è molto netta: secondo Cupertino, le modalità richieste per supportare assistenti alternativi pongono problemi rispetto all’architettura di privacy e sicurezza pensata per Siri AI. Il risultato concreto, però, è molto semplice da capire: possiamo installare iOS 27 sui nostri iPhone compatibili, ma non possiamo ancora utilizzare la versione dell’assistente che rappresenta probabilmente la novità simbolicamente più importante dell’aggiornamento. Siri AI parte in beta in inglese e Apple prevede il supporto a francese, giapponese, coreano, portoghese e spagnolo già da ottobre, mentre sulla piattaforma Apple Intelligence generale l’italiano è supportato; per Siri AI, però, lingua e disponibilità geografica sono due questioni differenti. Nell’Unione Europea l’assistente può invece arrivare su Mac e Apple Vision Pro impostati su una lingua compatibile. Al momento Apple non ha indicato una data per lo sblocco su iPhone e iPad europei.
iOS 27, intanto, può essere installato anche su dispositivi decisamente meno recenti: Apple conferma il supporto a partire da iPhone 11, includendo iPhone SE di seconda generazione e modelli successivi. Questa compatibilità non significa però accesso completo all’intelligenza artificiale. Apple Intelligence e Siri AI richiedono almeno iPhone 15 Pro o 15 Pro Max oppure un modello della famiglia iPhone 16 o successiva, inclusi naturalmente i nuovi dispositivi della generazione iPhone 18. È una distinzione fondamentale perché l’aggiornamento del sistema operativo raggiunge un parco hardware molto più ampio rispetto alle funzioni AI più avanzate.
La sensazione, insomma, è quella di assistere a una specie di reboot narrativo di un personaggio che conosciamo da sempre. Siri appartiene ormai alla memoria collettiva della tecnologia consumer: l’abbiamo presa in giro, imitata, interrogata per curiosità, utilizzata per timer, musica, messaggi e domande assurde durante le serate con gli amici. Ora Apple vuole trasformarla in qualcosa di molto più vicino all’immagine che la fantascienza ci ha venduto per decenni, quella dell’intelligenza ambientale capace di capire non soltanto le parole ma anche la situazione. Resta da vedere quanto bene questa promessa funzionerà fuori dalle demo perfette e, soprattutto per noi europei, quanto dovremo aspettare prima di poterla mettere davvero alla prova sul dispositivo che usiamo tutto il giorno. Forse la vera storia di Siri AI comincerà proprio lì, quando smetteremo di domandarci semplicemente se abbia capito la frase e inizieremo a chiederci quanto vogliamo che capisca di noi. E su questo, sinceramente, sono curiosissima di sapere da che parte sta la community di CorriereNerd.it.
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