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Sigur Ros – Takk

Diciamolo subito senza mezzi termini: questo è un disco di rara bellezza. Il passaggio ad una major non ha di certo influito sulla qualità della musica del quartetto islandese. Ci sono sicuramente dei cambiamenti se si considera che in queste canzoni (e sottolineo canzoni perché per la musica contenuta negli album precedenti difficilmente si poteva usare questo termine) c’è più spazio alla melodia e a chitarre dal sapore “rock”, ma ciò non intacca minimante la sempre eccelsa qualità delle composizioni.
Dopo due minuti di introduzione si parta alla grande con “Glòsòli” (brano che ha aperto l’esibizione romana del gruppo islandese e loro nuovo singolo), probabilmente il pezzo più “duro” mai stato composto dai Sigur Ros, che parte in modo lento e ipnotico per poi sfociare in un vortice sonoro che rimanda ai Mogwai. Non è solo la musica a risultare suggestiva ma anche il testo, (in islandese come quasi tutto il resto di “Takk”) che narra di un bambino che una mattina si accorge che qualcuno ha rubato il sole e così si lancia alla sua ricerca, alla fine trovandolo.
Subito dopo viene “Hoppìpolla” con il suo incidere che sa quasi di pop orchestrale, grazie alle sapienti mani delle Amina, quartetto d’archi al femminile che fa da spalla ai Sigur Ros in studio e sul palco. Con la quinta traccia, “Sé Lest”, si torna in territori già felicemente sperimentati in “Agaetis Byrjun”, mentre “Saeglòpur” rapisce con il suo alternarsi di struggenti note di piano e chitarre fragorose. Questa è sicuramente una grossa novità per i Sigur Ros: non eravamo abituati ad ascoltare chitarre così distorte nella loro musica. Ad ogni modo questo nuovo elemento si amalgama alla perfezione con le sonorità care alla band islandese. Piano e chitarre sono il tratto distintivo anche della successiva “Mìlanò” (scritta proprio nel capoluogo lombardo al termine di un concerto di cui la band conserva ricordi non propriamente felici) che ammalia l’ascoltatore per oltre dieci minuti. Segue “Gong” caratterizzata da una batteria in primissimo piano e dai suggestivi vocalizzi del cantante Birgisson. Toni più dimessi contraddistinguono “Andvari” che ci culla con i suoi sognanti archi. “Svo Hljòtt” è un sussurro impercettibile che piano piano si trasforma in una cavalcata elettrica degna dei migliori “My Bloody Valentin”. A chiudere le danze ci pensa “Heysàtan” che non è un inno satanista bensì una ballata per voce, piano elettrico e accenni di fiati. I Sigur Ros dicono “grazie” ma forse siamo noi a doverli ringraziare per l’ennesimo capolavoro.

1     Takk…
2     Glósóli
3     Hoppípolla
4     Með Blóðnasir
5     Sé Lest
6     Sæglópur
7     Mílanó
8     Gong
9     Andvari
10     Svo Hljótt
11     Heysátan

by Michele Inglesino Lo Presti

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