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Siamo tutti influencer? Come i social hanno trasformato i ricordi in contenuti

I social network erano stati immaginati come luoghi digitali in cui ritrovare compagni di scuola, pubblicare fotografie venute male, raccontare una giornata qualsiasi e conoscere persone con passioni simili. Oggi quella promessa sembra essersi trasformata in una corsa continua verso visibilità, engagement e monetizzazione, come se ogni utente dovesse comportarsi da influencer, ogni esperienza dovesse diventare un contenuto e ogni ricordo avesse valore soltanto dopo essere stato approvato dall’algoritmo. Il problema non riguarda soltanto Instagram, TikTok o YouTube: coinvolge il nostro modo di guardare ciò che viviamo, di fotografarlo e, forse, perfino di ricordarlo.

I social erano davvero più spontanei oppure stiamo solo idealizzando il passato?

Una parte di nostalgia esiste, inutile fingere il contrario. Anche i primi social avevano classifiche, numeri, popolarità e piccole guerre di status che oggi ricordiamo con una tenerezza probabilmente immeritata. Chi ha vissuto l’epoca di MySpace sa benissimo quanto potesse diventare diplomaticamente pericolosa la scelta degli amici da inserire nella Top 8, mentre Facebook ci ha insegnato molto presto che una relazione poteva essere ufficializzata attraverso un menu a tendina prima ancora che con una conversazione seria. Però qualcosa era davvero diverso: la maggior parte delle persone pubblicava senza avere la sensazione di dover costruire un prodotto.

Le foto erano spesso storte, scure, sgranate, attraversate dal flash come certe scene notturne degli anime dei primi Duemila. Nessuno avrebbe parlato di palette coerente, personal branding o strategia editoriale per mostrare una cena con gli amici. Si caricavano interi album chiamati “Lucca 2009” o “Estateeee”, pieni di cinquanta immagini quasi identiche, occhi rossi, cosplay fotografati da lontanissimo e tag selvaggi che oggi provocherebbero una crisi reputazionale. Erano contenuti tecnicamente discutibili, certo, ma conservavano qualcosa di prezioso: non sembravano creati pensando alla reazione di un pubblico invisibile.

La fotografia arrivava dopo l’esperienza, non prima. Scattavamo perché stavamo vivendo qualcosa e volevamo conservarne una traccia. Adesso, sempre più spesso, l’esperienza viene organizzata in funzione dello scatto, del reel o della storia da pubblicare. La differenza sembra sottile, ma modifica completamente il rapporto con il presente.

In quale momento abbiamo smesso di condividere e abbiamo iniziato a performare?

Il cambiamento non è avvenuto attraverso un singolo aggiornamento, come una trasformazione da magical girl con musica, luci e costume nuovo. È stato graduale, quasi comodo. I social hanno cominciato a ordinare i contenuti attraverso algoritmi sempre più selettivi, privilegiando ciò che tratteneva l’attenzione, generava reazioni e spingeva le persone a restare sulla piattaforma. Da quel momento pubblicare non ha più significato soltanto mostrare qualcosa ai propri amici: ha significato competere per uno spazio all’interno di un flusso potenzialmente infinito.

Ogni piattaforma ha iniziato a suggerirci, in maniera più o meno esplicita, quale tipo di contenuto fosse degno di essere visto. Il video doveva partire con un gancio immediato. La foto doveva fermare lo scroll. La didascalia doveva generare commenti. Il volto doveva comparire nei primi secondi. Il montaggio doveva essere veloce. L’audio doveva essere di tendenza. Perfino il silenzio, la lentezza o la goffaggine dovevano essere studiati abbastanza bene da sembrare autentici.

Ed eccoci qui, protagonisti di un enorme anime competitivo in cui nessuno ricorda esattamente quale sia il premio finale, ma tutti continuano ad allenarsi per superare il prossimo livello. Solo che al posto delle sfere del drago raccogliamo visualizzazioni, salvataggi e condivisioni, mentre il boss cambia regole ogni settimana.

Perché sembra che tutti debbano diventare influencer?

Perché il linguaggio dell’influencer marketing è uscito dall’ambito professionale ed è entrato nella quotidianità. Apriamo un tutorial per migliorare una foto e troviamo consigli su come renderla virale. Cerchiamo un modo per raccontare il nostro cosplay e veniamo invitati a identificare una nicchia. Proviamo a capire come montare un video della convention e scopriamo che dovremmo pubblicarlo nell’orario giusto, inserire parole chiave strategiche, seguire un trend e chiudere con una call to action.

Sono suggerimenti utili per chi lavora nella comunicazione digitale, per i creator che devono raggiungere un pubblico o per chi desidera trasformare una passione in una professione. Il cortocircuito nasce quando quelle stesse regole vengono presentate come necessarie per chiunque, anche per una ragazza che vorrebbe soltanto mostrare il make-up ispirato a una idol o per un ragazzo che ha appena finito di dipingere una miniatura di Warhammer e ne è sinceramente orgoglioso.

La retorica della monetizzazione ha fatto il resto. Ogni hobby sembra dover diventare un progetto, ogni talento una possibile entrata, ogni passione una microimpresa pronta a scalare. Ti piace cucire cosplay? Apri uno shop. Sai disegnare manga? Costruisci un personal brand. Giochi bene? Vai in streaming. Conosci la lore di un videogioco? Crea un canale. Ami il K-pop? Produci reaction. Nessuna di queste strade è sbagliata, anzi, molte persone hanno costruito carriere meravigliose partendo proprio da ciò che amavano. La domanda scomoda è un’altra: possiamo ancora fare qualcosa soltanto perché ci rende felici, senza trasformarla immediatamente in un piano editoriale?

Che cosa cambia quando fotografiamo pensando ai like?

Cambia lo sguardo. Una foto non viene più valutata soltanto per ciò che rappresenta, ma per la prestazione che potrebbe ottenere. Prima ancora di scattarla immaginiamo quante persone potrebbero fermarsi, quale posa funzionerà meglio, quale sfondo renderà il contenuto più riconoscibile. Non cerchiamo necessariamente il momento che vogliamo ricordare; cerchiamo il momento che gli altri potrebbero voler guardare.

Durante una convention questa dinamica diventa chiarissima. Il cosplay, che nasce anche dal piacere di interpretare un personaggio, incontrare altri fan e giocare collettivamente con un immaginario, rischia di ridursi alla caccia dello scatto perfetto. La posa viene ripetuta dieci, venti, cinquanta volte. Il video viene rifatto perché una ciocca era fuori posto, perché una persona è passata sullo sfondo, perché la transizione non era abbastanza pulita o perché il labiale non seguiva perfettamente l’audio. Alla fine rimane un contenuto impeccabile, magari spettacolare, ma l’intera giornata è stata vissuta come il backstage di qualcosa che sarebbe esistito davvero soltanto online.

Mi è capitato di vedere cosplayer meravigliosi più preoccupati di controllare le statistiche di un reel che di godersi il momento in cui qualcuno aveva riconosciuto un personaggio rarissimo. Ed è una scena che mi lascia sempre un po’ spiazzata, perché quel riconoscimento dovrebbe essere una delle magie più belle del cosplay: due sconosciuti che scoprono di amare la stessa storia e per trenta secondi si parlano come vecchi compagni di party. L’algoritmo, però, non misura quella sensazione. Non sa contarla, quindi finiamo per considerarla meno importante.

Rifare lo stesso contenuto cento volte ci aiuta a creare meglio oppure ci allontana dal ricordo?

Dipende dall’intenzione. Un videoclip K-pop non nasce da un’unica ripresa spontanea, un servizio fotografico cosplay richiede preparazione e un creator professionista ha tutto il diritto di cercare la versione migliore del proprio lavoro. La cura non è il nemico, così come non lo sono il montaggio, la tecnica o l’ambizione. Il punto diventa problematico quando la ripetizione non serve più a esprimere qualcosa, ma soltanto a soddisfare un modello imposto dalla piattaforma.

Rifacciamo il medesimo gesto finché non assomiglia agli altri gesti già premiati dall’algoritmo. Copiamo lo stesso audio, la stessa inquadratura, la stessa espressione sorpresa, la stessa coreografia ridotta a quindici secondi. Persino la spontaneità viene provata in anticipo. La risata casuale ha una posizione precisa, l’errore buffo viene montato, il dietro le quinte è spesso costruito con la stessa attenzione del contenuto principale.

È una specie di loop temporale degno di una puntata particolarmente crudele di Steins;Gate: continuiamo a ripetere la scena sperando che, nella linea temporale giusta, il post superi finalmente le diecimila visualizzazioni. Solo che ogni tentativo lascia dietro di sé una piccola stanchezza, e alla fine rischiamo di non ricordare più l’evento che stavamo cercando di documentare. Ricordiamo il set, le prove, la luce sbagliata, il telefono surriscaldato e il momento in cui abbiamo pensato che forse il contenuto non avrebbe funzionato.

Perché un numero può influenzare così tanto il valore che attribuiamo a ciò che creiamo?

I like offrono una risposta immediata, semplice e apparentemente oggettiva. Cinquemila sembrano meglio di cinquanta, quindi un contenuto con cinquemila like deve essere più bello, più interessante o più importante. Eppure chi frequenta davvero le community sa che non funziona così. Un post può esplodere perché utilizza un audio popolare, intercetta una discussione del momento o viene distribuito favorevolmente dalla piattaforma. Un altro può essere visto da poche persone, ma trovare esattamente quelle a cui serviva.

Un’illustrazione dedicata a un manga quasi dimenticato potrebbe ricevere cento interazioni e generare una conversazione bellissima tra fan che pensavano di essere rimasti soli. Un video su una serie mainstream potrebbe ottenere centomila visualizzazioni senza lasciare alcun segno. I numeri raccontano la distribuzione di un contenuto, non necessariamente il suo valore emotivo, culturale o creativo. Sembra una distinzione ovvia, ma dopo anni trascorsi davanti a contatori pubblici diventa difficile sentirla davvero.

Lo vediamo anche nel rapporto con i fandom. Una teoria viene considerata interessante perché è diventata virale, una ship sembra più legittima perché domina gli hashtag, un personaggio viene percepito come irrilevante perché genera meno fanart. La popolarità finisce per sostituire la discussione critica, come se il numero di edit su TikTok potesse stabilire definitivamente quale arco narrativo sia scritto meglio. Sarebbe divertente, se non avessimo iniziato a prendere queste metriche terribilmente sul serio.

Il problema sono davvero gli influencer?

No, e attribuire tutto agli influencer sarebbe troppo facile. Creare contenuti è un lavoro che richiede competenze, continuità, capacità narrativa, conoscenza delle piattaforme e una resistenza psicologica non indifferente. Molti creator hanno costruito community accoglienti, diffuso informazioni utili e dato spazio a passioni che i media tradizionali ignoravano. Anime, manga, cosplay, giochi di ruolo e K-pop devono moltissimo a chi ha saputo raccontarli online con competenza, spesso prima che diventassero fenomeni riconosciuti dal grande pubblico.

Il problema nasce quando il modello professionale dell’influencer viene applicato a ogni presenza digitale. Non tutti desiderano costruire un’audience. Non ogni profilo deve crescere. Non ogni post deve raggiungere persone nuove. Un account può restare piccolo, incoerente, personale, pieno di gatti, screenshot di JRPG, fotografie mosse e pensieri pubblicati alle due di notte. Può essere una stanza digitale e non una vetrina.

Questa possibilità sembra quasi rivoluzionaria perché le piattaforme ci spingono costantemente nella direzione opposta. Ci mostrano le prestazioni, ci invitano a sponsorizzare, ci suggeriscono di trasformare il profilo in professionale, ci informano che un reel ha ottenuto meno visualizzazioni del solito. È come avere un allenatore non richiesto che compare dopo ogni partita amichevole per spiegarci perché non siamo ancora pronti per il campionato mondiale.

Stiamo perdendo anche il diritto di essere mediocri online?

Forse è uno degli aspetti più inquietanti. Internet era pieno di tentativi incompleti, fanfiction improbabili, AMV montati con software instabili, cover registrate nella cameretta e cosplay costruiti con materiali trovati in casa. Molti di quei lavori non erano tecnicamente straordinari, ma permettevano alle persone di sperimentare senza sentirsi immediatamente giudicate da un pubblico globale.

Oggi pubblichiamo accanto a professionisti, brand, studi di produzione, fotografi, ballerini, make-up artist e creator supportati da team. Il confronto è continuo e quasi sempre impari. Una fan che prova una coreografia K-pop dopo il lavoro vede, nello stesso feed, performer che si allenano da anni in studi perfettamente illuminati. Un cosplayer alle prime armi si confronta con costumi sponsorizzati, set cinematografici e fotografie elaborate. Un piccolo streamer viene misurato accanto a personalità che dispongono di editor, moderatori e partnership.

Il risultato è che molte persone smettono di pubblicare finché ciò che fanno non sembra abbastanza bello, abbastanza pulito o abbastanza competitivo. Solo che quel momento potrebbe non arrivare mai, perché il livello del confronto continua a spostarsi. Abbiamo trasformato spazi nati anche per giocare in palcoscenici sui quali ci sentiamo costantemente in audizione.

Possiamo tornare a usare i social senza vivere per i like?

Tornare indietro non è possibile e forse non sarebbe nemmeno desiderabile. I social di oggi hanno reso accessibili strumenti creativi incredibili, consentito a persone lontanissime di incontrarsi e permesso a intere sottoculture di trovare una voce. Possiamo però recuperare una forma di libertà, iniziando a distinguere ciò che pubblichiamo per lavoro da ciò che condividiamo per affetto, memoria o puro divertimento.

Possiamo scattare una fotografia e conservarla senza mostrarla subito. Possiamo pubblicare un cosplay anche se la luce non è perfetta, perché quella foto ci ricorda il momento esatto in cui un’amica c

Note: AI-Generated Content

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