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Shōwa Genroku Rakugo Shinjū: il dramma elegante del Giappone che racconta se stesso

Ci sono opere che non hanno bisogno di rumore per gridare la propria grandezza. Shōwa Genroku Rakugo Shinjū, manga scritto e disegnato da Haruko Kumota e pubblicato sulla rivista Itan di Kōdansha dal 2010 al 2016, è una di queste. È una di quelle storie che si insinuano lentamente, con passo lieve ma deciso, e che rimangono con te molto dopo la parola “fine”.
È un racconto che parla di arte, di vita e di morte, ma soprattutto del potere delle storie. E lo fa scegliendo una forma di narrazione profondamente giapponese e quasi dimenticata: il rakugo, l’arte antica del monologo comico e drammatico, in cui un solo performer, seduto su un cuscino, dà voce a una moltitudine di personaggi e sentimenti.

Un’arte fatta di voce e silenzi

Nel mondo di Shōwa Genroku Rakugo Shinjū, il rakugo non è soltanto un mestiere, ma una forma di esistenza. È linguaggio, memoria, espiazione. E in un Giappone che cambia rapidamente, dove la televisione e il dopoguerra minacciano di spazzare via le vecchie tradizioni, esso diventa anche un atto di resistenza culturale.
La storia ruota attorno a Yakumo Yurakutei VIII, un uomo segnato dai peccati del passato, che nel rakugo cerca la redenzione, e a Yotarō, un ex detenuto che, colpito da una rappresentazione durante la prigionia, decide di dedicare la sua nuova vita a quell’arte. Tra i due nasce un rapporto di allievo e maestro, ma anche di padre e figlio, di discepolo e ombra. È un legame complesso, in cui si intrecciano ammirazione, invidia, amore e desiderio di riscatto.

Kumota costruisce una narrazione che procede come una performance di rakugo: un racconto dentro un altro racconto, una voce che si sdoppia e poi ritorna alla sua essenza. È un viaggio attraverso decenni di storia giapponese, ma anche attraverso le anime di chi vive per raccontare — e di chi racconta per vivere.

Quando nel 2015 Studio Deen decide di adattare il manga in forma animata, la sfida è enorme. Portare su schermo un’arte che vive di parola e di gestualità minima sembrava quasi impossibile. Eppure, la serie OAV del 2015 e soprattutto l’anime televisivo, trasmesso tra gennaio 2016 e marzo 2017 in due stagioni, riescono nell’impresa con un’eleganza rara.
L’anime non cerca mai di spettacolarizzare il rakugo: lo ascolta. L’animazione, curata e raffinata, accompagna la parola con discrezione; le esibizioni dei personaggi sono rese con una sensibilità quasi teatrale, in cui ogni respiro e ogni movimento contano. La voce di Akira Ishida nel ruolo di Yakumo e quella di Kōichi Yamadera come Sukeroku sono performance che trascendono il doppiaggio, diventando vere e proprie recitazioni teatrali.

Dal punto di vista tecnico, Shōwa Genroku Rakugo Shinjū è una lezione di equilibrio. La regia di Mamoru Hatakeyama (lo stesso che in seguito dirigerà Kaguya-sama: Love Is War) opta per un ritmo contemplativo, fatto di silenzi, inquadrature statiche e colori che si fanno sempre più desaturati man mano che la storia entra nei suoi momenti più malinconici. La colonna sonora, firmata da Kana Shibue, accompagna tutto con un tocco jazzato e dolcemente anacronistico, evocando il Giappone del dopoguerra senza mai risultare nostalgica.

In Italia, la serie è arrivata grazie a Dynit, che l’ha distribuita su VVVVID, permettendo a un pubblico curioso e appassionato di scoprire una gemma che, in un panorama dominato da shōnen e fantasy, brilla per la sua diversità.

Rakugo come riflessione sull’arte e sulla vita

Chi si avvicina per la prima volta a Shōwa Genroku Rakugo Shinjū potrebbe pensare di trovarsi davanti a un anime “di nicchia”, quasi documentaristico. Ma basta un episodio per capire che non è così.
Il rakugo, in questa storia, non è un semplice pretesto narrativo: è una metafora dell’esistenza stessa. Ogni performance riflette le emozioni dei protagonisti, i loro fallimenti, le loro speranze. Raccontare diventa un modo per sopravvivere.
Quando Yakumo sale sul palco, non recita solo una storia: confessa la propria vita. E quando Yotarō tenta di seguirne le orme, non sta solo cercando un mestiere, ma una redenzione personale. Il rakugo è un atto di catarsi, una confessione collettiva in cui chi parla e chi ascolta condividono il dolore e la bellezza del vivere.

Personaggi che si muovono tra luce e ombra

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera di Kumota è la sua capacità di creare personaggi complessi, mai schiacciati su ruoli predefiniti. Yakumo, con la sua eleganza distaccata e il suo senso di colpa, è un uomo intrappolato tra il dovere e il desiderio di libertà. Sukeroku, il suo eterno amico-rivale, rappresenta invece la passione pura per l’arte, l’istinto e la spontaneità.
Tra loro si muove Miyokichi, una figura femminile tragica e bellissima, simbolo di un amore che diventa prigione, e Konatsu, erede spirituale di entrambi, destinata a sfidare un mondo che non concede spazio alle donne nel rakugo. Ognuno di loro è scritto e animato con un’attenzione quasi letteraria: non esistono buoni o cattivi, solo esseri umani che cercano, attraverso il racconto, un senso alle proprie vite.

La lentezza come virtù

Molti spettatori, abituati ai ritmi serrati di altri anime, potrebbero trovare Shōwa Genroku Rakugo Shinjū “lento”. E in un certo senso lo è. Ma quella lentezza non è un difetto: è un ritmo meditativo, necessario per entrare nel mondo che racconta. Ogni episodio è come un atto teatrale, costruito sulla parola e sul silenzio.
Ci sono momenti in cui lo spettatore quasi dimentica di stare guardando un anime. Si ritrova seduto davanti al palco, ad ascoltare il respiro dei performer, a percepire il fruscio del kimono, il peso di un sorriso trattenuto. È un’esperienza intima e quasi ipnotica, più vicina alla letteratura o al cinema d’autore che all’animazione commerciale.

Tra storia e memoria: il Giappone che cambia

Uno degli elementi più affascinanti della serie è il suo legame con la storia del Giappone. Shōwa Genroku Rakugo Shinjū attraversa diverse epoche, dal periodo prebellico fino al dopoguerra, mostrando come l’arte si adatti (o resista) ai mutamenti sociali. Nei momenti di guerra, il rakugo si spegne insieme al paese; nella ricostruzione, torna a essere voce e conforto.
Kumota non idealizza la tradizione, ma la osserva con rispetto e lucidità. Il rakugo, come ogni forma d’arte, rischia di diventare obsoleto, e i suoi interpreti devono scegliere se adattarsi ai tempi o rimanere fedeli al passato. È una riflessione che va oltre il Giappone, toccando qualunque artista o appassionato che si sia mai chiesto quale sia il prezzo della coerenza.

Un’eredità di premi e riconoscimenti

Non sorprende che Shōwa Genroku Rakugo Shinjū abbia raccolto riconoscimenti prestigiosi: nominato al Manga Taishō Award nel 2012, vincitore del 38° Kodansha Manga Award e del New Creator Prize al Premio Culturale Osamu Tezuka nel 2017.
Ma al di là dei premi, la sua vera vittoria è quella di aver riportato l’attenzione su un’arte dimenticata, avvicinando il pubblico più giovane a una forma di teatro che sembrava destinata a scomparire. Per molti spettatori occidentali, l’anime è stato la prima finestra su questo mondo, una scoperta culturale tanto affascinante quanto emozionante.

Conclusione: l’eleganza del dolore

Definire Shōwa Genroku Rakugo Shinjū un “capolavoro” può sembrare scontato, ma in questo caso è la parola giusta. È una serie che non ha bisogno di effetti speciali per emozionare, che costruisce la sua potenza attraverso il linguaggio, la memoria e la voce.
Ogni episodio è un piccolo atto di poesia visiva e sonora. È un’opera “elegante”, come l’ha definita qualcuno, nel senso più puro del termine: una storia che non alza mai la voce, ma riesce comunque a scuotere nel profondo.
In un panorama dominato da titoli rumorosi e ipercinetici, Shōwa Genroku Rakugo Shinjū ricorda che a volte basta un uomo, un ventaglio e un cuscino per raccontare l’intera complessità della vita umana.


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Gianluca Falletta

Gianluca Falletta

Gianluca Falletta, creatore di Satyrnet.it, finalista nel 2019 di Italia's Got Talent, è considerato "il papà del Cosplay Italiano". Come uno dei primi sostenitori e promotori del fenomeno made in Japan in Italia, Gianluca, in 25 anni di attività ha creato, realizzato e prodotto alcune delle più importanti manifestazioni di  settore Nerd e Pop, facendo diventare Satyrnet.it un punto di riferimento per gli appassionati. Dopo "l'apprendistato" presso Filmmaster Events e la Direzione Creativa di Next Group, due delle più importanti agenzie di eventi in Europa, Gianluca si occupa di creare experience e parchi a tema a livello internazionale e ha partecipato allo start-up dei nuovissimi parchi italiani Cinecittà World, Luneur Park e LunaFarm cercando di unire i concetti di narrazione, creatività con l'esigenza di offrire entertainment per il pubblico. Per info e contatti gianlucafalletta.com

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