Ti avviso subito: parlare di Shin’ya Tsukamoto non è come raccontare la carriera ordinata di un autore da retrospettiva rassicurante. È più simile a rovistare in una scatola di vecchi VHS etichettati male, con l’odore di metallo e sudore che ti resta sulle dita. E mentre parliamo, davanti a un caffè che si raffredda troppo in fretta, ti rendi conto che Tsukamoto non lo capisci. Lo attraversi. Come una corrente elettrica scoperta.
Se sei arrivato fin qui, probabilmente lo sai già. Oppure lo sospetti. O magari hai visto Tetsuo: The Iron Man una volta, di notte, e ti è rimasto addosso come un sogno sbagliato. Non di quelli che dimentichi. Di quelli che ti ronzano dietro mentre vai a lavorare.
Tsukamoto nasce a Tokyo all’inizio degli anni Sessanta, ma non aspettarti il classico racconto da biografia pulita. Nessuna epifania da bambino prodigio sotto i ciliegi in fiore. Piuttosto l’arte come necessità fisica, come prurito sotto la pelle. Studia, sperimenta, sbaglia, insiste. Teatro prima di tutto. Teatro fatto di corpi, rumori, sudore vero. Il suo Kaijū Theatre non è un nome carino: è una dichiarazione d’intenti. Mostri, sì, ma mostri quotidiani. Gente che potresti incrociare in metropolitana alle otto del mattino, con lo sguardo perso e la mascella serrata.
Poi arrivano i corti in Super 8. E qui, se guardi bene, Tsukamoto è già tutto lì. Il montaggio nervoso, la città che non è scenario ma organismo ostile, il corpo umano che smette di essere sacro e diventa materia da plasmare, violare, spingere oltre il limite. Oggetti che entrano nella carne. Carne che risponde. Non per shock fine a se stesso, ma perché è così che lui vede il mondo moderno: una lotta continua tra quello che siamo e quello che ci sta inglobando.
E poi, inevitabile come un corto circuito annunciato, arriva Tetsuo: The Iron Man. 1989. Zero budget, zero compromessi, zero pietà per lo spettatore. Qui non si racconta una storia nel senso classico. Qui si prende un’ansia collettiva e la si trasforma in cinema. Metallo che cresce sotto la pelle. La città che pulsa come un incubo industriale. Stop-motion usato non per stupire, ma per rendere il movimento sbagliato, innaturale, come se il mondo fosse scattoso perché il cervello non riesce più a stargli dietro.
Se ami il cinema cyberpunk, questo è uno di quei momenti fondativi che non puoi ignorare. Ma la cosa interessante è che Tsukamoto non resta lì a lucidare la sua creatura più famosa. Non diventa il tipo che rifà lo stesso film all’infinito cambiando due viti. Ogni opera successiva è una mutazione. A volte ti spiazza. A volte ti ferisce.
Prendi A Snake of June. Un film che ti sembra quasi più “calmo”, finché non ti accorgi che ti sta scavando dentro con una delicatezza inquietante. Erotismo, ossessione, controllo, pioggia che sembra non finire mai. Venezia se ne accorge, e il premio arriva. Ma non è quello il punto. Il punto è che Tsukamoto riesce a fare qualcosa di rarissimo: passare dal body horror più estremo a un dramma psicologico senza perdere identità. Sempre lui. Sempre riconoscibile. Come una cicatrice.
Oppure Vital. Un film che parla di memoria, perdita, dolore. Qui il corpo non esplode, si svuota. È un cinema che respira più lentamente, ma pesa uguale. Come quando smetti di urlare e il silenzio fa più male.
E poi ci sono le deviazioni, quelle che ti fanno sorridere perché capisci che Tsukamoto non ha mai smesso di giocare sporco. Haze è claustrofobia pura, una trappola visiva che ti stringe fino a farti controllare lo spazio intorno a te. Nightmare Detective nasce da un’idea quasi televisiva e finisce per diventare qualcos’altro, lontano anni luce dalle rassicurazioni seriali. Più vicino a un sogno lucido che non sai se vuoi davvero continuare.
Quando torna a Tetsuo con The Bullet Man, non è nostalgia. È confronto. Con se stesso, con il tempo passato, con un mondo che nel frattempo è diventato ancora più tecnologico, ancora più violento, ancora più alienante. Il tema resta quello: uomo contro macchina. Ma ora la macchina è ovunque. E forse ha già vinto.
Qui entra in gioco una parola che prima o poi salta sempre fuori: Cronenberg. Tsukamoto non lo nasconde, anzi. Si definisce quasi un figlio spirituale. E lo vedi. Nel modo in cui il corpo diventa campo di battaglia, nel rifiuto di separare mente e carne, nell’idea che la trasformazione sia inevitabile. Ma attenzione: Tsukamoto non copia. Traduce. Porta quel discorso dentro Tokyo, dentro i suoi vicoli, dentro una cultura che vive il rapporto con la tecnologia in modo diverso, più intimo e più ossessivo.
E poi c’è lui, Tsukamoto attore. Sempre presente, spesso protagonista. Un corpo nervoso, contratto, mai neutro. Recita come se il personaggio stesse per rompersi da un momento all’altro. Non a caso altri registi se ne accorgono. Miike, Shimizu. E ogni volta che appare è come se portasse con sé un pezzo del suo cinema, anche quando la regia non è sua.
Dal punto di vista tecnico, se ti va di guardare sotto il cofano senza fare il professore, il suo cinema è una lezione continua su come il montaggio possa diventare linguaggio emotivo. Camera a mano che non ti accompagna ma ti insegue. Fotografia che non illumina ma suggerisce. Suono che graffia. Tutto è pensato per destabilizzarti, non per farti sentire a tuo agio.
Eppure, ed è qui che molti si fermano troppo presto, sotto tutta questa violenza visiva c’è una poesia feroce. Una tenerezza storta. Tsukamoto non odia i suoi personaggi. Li guarda soffrire perché soffrire è l’unico modo che conoscono per esistere davvero. Il corpo come ultimo baluardo dell’identità. Anche quando si rompe. Soprattutto quando si rompe.
Forse è per questo che, dopo tanti anni, continuiamo a parlarne. Perché il suo cinema non invecchia. Cambia forma, come fanno i metalli sotto stress. E ogni volta che lo rivedi sei diverso tu. Più stanco, forse. Più consapevole. O solo più pronto a lasciarti colpire.
E adesso dimmi: tu, con Tsukamoto, dove ti sei fermato? Alla prima scossa? O stai ancora seguendo quel rumore di ferraglia che arriva da lontano, chiedendoti fin dove può spingersi prima di diventare silenzio.
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