Alcuni manga arrivano addosso come quei JRPG sconosciuti che compri quasi per caso, magari durante una fase strana della vita, e poi ti restano incastrati nella memoria più di produzioni enormi con budget giganteschi e opening cantate dalle idol del momento. Shikihime, Hajimemashita mi ha dato esattamente quella sensazione lì. Non quella dell’hype esplosivo da trend TikTok o da cosplay virale in fiera, ma qualcosa di molto più silenzioso e per questo anche più difficile da ignorare. Una specie di carezza triste nascosta dentro un isekai che, almeno all’apparenza, sembra muoversi in territori già battuti mille volte.
E invece no. Perché Hana Tohno non è l’ennesima protagonista adolescente catapultata in un altro mondo con poteri assurdi e un harem di principi bellissimi pronti a inginocchiarsi dopo tre capitoli. Hana ha trentaquattro anni, lavora come impiegata precaria, perde il posto e cade in quel vuoto emotivo che tantissime persone conoscono benissimo anche senza draghi, magie o evocazioni dimensionali. Ed è proprio qui che il manga di Mochiko Mochida e Satsuki Urushiji cambia completamente energia rispetto a tanti fantasy contemporanei. Il portale verso l’altro mondo non arriva come premio, ma quasi come un crollo emotivo.
Da fan degli isekai cresciuta tra maratone notturne di Fushigi Yugi, sessioni infinite a Final Fantasy XIV e quelle settimane pericolose in cui si finisce a leggere web novel alle tre del mattino invece di dormire, devo ammettere che raramente capita di trovare protagoniste adulte trattate con questo tipo di delicatezza. Hana non entra nel nuovo mondo trasformandosi immediatamente in una leggenda vivente. Si porta dietro stanchezza, ansia, senso di fallimento, il peso di una vita che sembrava già scritta male prima ancora di iniziare davvero.
L’idea delle stagioni governate dagli esseri umani ha qualcosa di antico e quasi fiabesco, ma il manga la usa in modo molto emotivo. Hana diventa la Principessa della Primavera, una figura incaricata di mantenere equilibrio e rinascita, e già questa cosa mi ha fatto impazzire perché sembra uscita da certi fantasy romantici anni Novanta mischiati alla sensibilità moderna delle light novel più introspettive. Non si parla soltanto di magia o politica fantasy: si parla di rifiorire dopo essersi sentiti inutili.
E sinceramente? In un periodo storico in cui tantissimi manga e anime sembrano vivere solo di escalation continue, poteri sempre più rumorosi e protagonisti che dopo due episodi sono praticamente divinità ambulanti, leggere una storia che si ferma sulle emozioni adulte fa un effetto stranissimo. Bello, ma stranissimo.
Anche il rapporto con il cavaliere assegnato alla Principessa di Primavera evita certe dinamiche troppo meccaniche da romance standardizzato. La componente sentimentale esiste, ovviamente, però resta sospesa in quella tensione dolceamara che ricorda alcune visual novel romantiche malinconiche, quelle dove i personaggi sembrano avere sempre qualcosa da perdere anche durante i momenti felici. Hana non smette mai davvero di pensare al proprio mondo originale, e questa nostalgia continua cambia completamente il tono dell’opera. L’altro mondo non diventa una fuga totale dalla realtà, ma quasi una seconda possibilità fragile, instabile, persino dolorosa.
Forse è proprio questo l’aspetto che mi ha colpita di più. Tantissimi isekai moderni funzionano come fantasie di riscatto immediato. Qui invece il passato continua a pesare. Hana non cancella sé stessa entrando nel fantasy. Si trascina dietro tutte le sue ferite emotive come farebbe una persona vera.
Il tratto di Satsuki Urushiji accompagna benissimo questa atmosfera sospesa. I design hanno quella delicatezza shoujo elegante che ogni tanto sembra quasi uscita da una fanart premium di Fire Emblem Heroes, con linee morbide, sguardi malinconici e costumi che gridano immediatamente “cosplay complicatissimo ma stupendo”. Lo so già che se questo manga diventasse un anime, TikTok si riempirebbe in tempo zero di makeup tutorial dedicati alla Principessa della Primavera, soprattutto per quelle palette chiarissime e floreali che sembrano fatte apposta per il mondo idol-core che sta esplodendo negli ultimi anni.
Eppure sotto tutta quella bellezza estetica resta sempre una vena triste che non sparisce mai davvero. Persino i momenti più romantici hanno addosso una specie di fragilità continua. Hana sembra vivere ogni esperienza con la paura che possa svanire da un momento all’altro, un po’ come succede a noi nerd adulti quando torniamo verso certe passioni che amiamo da anni e ci chiediamo se siamo ancora capaci di sentirle allo stesso modo.
La cosa assurda è che Shikihime, Hajimemashita parte da elementi ultra classici della cultura web novel giapponese. La pubblicazione originale su Shōsetsuka ni Narō si sente tantissimo. Quel tipo di narrativa nata online ha ormai un linguaggio preciso: reincarnazioni, evocazioni, seconde vite, ruoli fantasy da interpretare. Però qui tutto viene filtrato attraverso una sensibilità più matura, quasi stanca, e il risultato diventa molto diverso rispetto alla massa di titoli isekai che arrivano ogni stagione.
Anche sapere che la serializzazione manga si sia conclusa lascia addosso una strana malinconia. Oggi siamo abituati a serie infinite che sembrano non voler finire mai, trascinate avanti fino allo sfinimento commerciale. Invece opere più piccole come questa spesso passano sotto il radar, soprattutto fuori dal Giappone, pur raccontando emozioni che molti lettori adulti comprendono molto più profondamente di quanto ammettano.
E mi fa anche sorridere pensare a quanto certi manga “silenziosi” diventino poi ossessioni personali nelle community nerd. Quelle opere che non dominano gli streaming ranking ma che improvvisamente trovi citate nei forum, nei gruppi Discord dedicati agli shoujo fantasy, nelle recommendation list fatte dagli utenti che leggono davvero tantissimo. Il classico “se ti è piaciuto questo allora devi assolutamente recuperare…” che poi ti manda in una spirale infinita di letture emotivamente devastanti.
Square Enix continua a muoversi benissimo in questo spazio ambiguo tra fantasy popolare e storie più intime. E in fondo è interessante vedere come l’industria manga stia lentamente iniziando ad accettare protagoniste femminili più adulte senza trasformarle automaticamente in figure materne o caricature della “office lady depressa”. Hana resta vulnerabile, romantica, emotiva, confusa. Resta umana.
Forse proprio per questo continua a funzionare così bene.
Da lettrice cresciuta tra shojo classici, MMO pieni di grinding tossico e fandom che vivono online ventiquattro ore su ventiquattro, sento che manga del genere intercettano una stanchezza collettiva molto contemporanea. Non quella spettacolare da drama social, ma quella quotidiana. La sensazione di sentirsi bloccati, invisibili, fuori posto. E allora l’idea di diventare la Principessa della Primavera smette quasi di essere fantasy puro. Diventa una metafora gigantesca del desiderio di ricominciare.
E sinceramente? Credo sia proprio questo il motivo per cui gli isekai continuano a esistere e trasformarsi. Non per la magia. Non per i power-up. Nemmeno per il romance. Ma perché parlano continuamente della voglia disperata di avere un’altra possibilità.
Magari non in un regno fantasy governato dalle stagioni, magari senza cavalieri bellissimi o rituali mistici, però quella sensazione resta riconoscibile. E forse è anche il motivo per cui storie apparentemente “piccole” riescono a colpire così forte chi vive davvero la cultura nerd come spazio emotivo prima ancora che come intrattenimento.
Ora sono curiosissima di sapere una cosa dalla community di CorriereNerd.it: quanti di voi hanno un isekai “minore” che vi è rimasto addosso più dei titoli mainstream? Perché secondo me tutti noi ne abbiamo almeno uno nascosto da qualche parte tra manga sottovalutati, anime dimenticati e notti passate a leggere capitoli su smartphone con gli occhi distrutti dal sonno.
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









Aggiungi un commento