Sedici storie che sembrano uscire da universi paralleli diversi, e invece sono tutte qui, incastrate nella stessa realtà che spesso noi guardiamo da uno schermo, convinti che il vero cambiamento succeda sempre altrove, come se fosse roba da protagonisti di un anime politico super intenso o da eroine di un manga slice of life che a un certo punto decidono di smettere di restare sullo sfondo. Scelte. Femminile plurale arriva con quella vibrazione lì, quella che senti quando capisci che qualcuno ha preso la parola “scelta” e l’ha trasformata in qualcosa di vivo, sporco, concreto, pieno di conseguenze.
Dentro questo libro non si trovano personaggi perfetti, né archetipi rassicuranti, ma donne che hanno deciso di fare una cosa difficilissima: non girarsi dall’altra parte. Valeria Scafetta e Giulia Migneco costruiscono un racconto che non ha bisogno di effetti speciali perché la materia di partenza è già potente di suo, mentre i disegni di Alma Velletri aggiungono quella dimensione visiva che, da lettrice cresciuta tra tavole manga e splash page occidentali, ti fa entrare ancora più a fondo nelle storie, come se ogni volto e ogni gesto fosse un frame di qualcosa che continua anche dopo aver chiuso il libro.
La sensazione, mentre scorri queste pagine, è stranissima e bellissima allo stesso tempo: sembra di stare leggendo una raccolta di backstory, quelle che nei videogiochi spesso ignoriamo perché vogliamo subito passare all’azione, salvo poi accorgerci troppo tardi che lì dentro c’era tutto, il senso, il peso, il motivo per cui certe battaglie contano davvero. Qui le battaglie non hanno boss fight finali spettacolari, ma si combattono nei tribunali, nelle redazioni, nei contesti sociali più complicati, in quelle zone grigie dove scegliere significa esporsi, perdere qualcosa, rischiare di non tornare più indietro.
E mentre leggi, ti accorgi che il filo che tiene insieme queste vite non è una narrativa eroica nel senso classico, ma qualcosa di molto più vicino alla realtà che conosciamo, quella fatta di dubbi, di errori, di ostinazione, di momenti in cui vorresti mollare tutto ma poi succede qualcosa, anche minuscolo, che ti ricorda perché hai iniziato. È una roba che chi vive il fandom conosce benissimo, perché alla fine anche scegliere di restare in una community, di creare, di esporsi online, di fare cosplay o raccontare storie è sempre una forma di posizionamento, anche quando sembra solo divertimento.
Il libro non ti accompagna con la mano, non ti spiega cosa devi pensare, non cerca di essere didattico, e forse è proprio questo che lo rende così coinvolgente. Ti lascia lì, dentro queste vite, a fare i conti con quello che significa davvero parlare di legalità, responsabilità, partecipazione, parole che spesso sembrano lontane dal nostro immaginario nerd, ma che invece si infilano perfettamente nelle narrazioni che amiamo di più, quelle dove qualcuno decide di cambiare le regole del gioco invece di subirle.
Poi succede una cosa che personalmente mi ha colpita tantissimo, quasi come un cambio di stile improvviso dentro una serie anime: arriva la graphic novel dedicata a Letizia Battaglia, e lì il racconto cambia ritmo, diventa più viscerale, più diretto, quasi cinematografico. Non è solo un omaggio, è una dichiarazione di intenti, uno sguardo che ti fissa e ti dice che raccontare la realtà senza compromessi è già una forma di resistenza, e se sei cresciuta tra immagini, cosplay, estetica e costruzione visiva, quella parte ti entra sotto pelle in modo ancora più forte.
Quello che resta, dopo aver finito di leggere, non è una morale chiusa, non è un messaggio confezionato, ma una specie di eco che continua a girarti in testa. Ti ritrovi a pensare alle scelte, alle tue, a quelle che rimandi, a quelle che hai fatto senza accorgertene, a quelle che forse arriveranno quando meno te lo aspetti. Ed è qui che il libro fa qualcosa di raro: non ti lascia spettatrice.
Chi vive di cultura pop lo sa bene, le storie servono anche a questo, a spostarti un millimetro più in là, a farti vedere una possibilità diversa, a suggerirti che forse il confine tra chi guarda e chi agisce non è così netto come pensiamo.
E quindi sì, mentre scorrevano queste pagine continuavo a pensare a quante volte abbiamo idolatrato personaggi che combattono per qualcosa di giusto, senza renderci conto che quelle stesse dinamiche esistono già qui, senza power-up né OST epiche, ma con una forza che a volte è ancora più difficile da sostenere.
Alla fine la domanda resta sospesa, senza bisogno di essere urlata: quanto siamo disposti a scegliere davvero, quando tocca a noi?
E soprattutto, voi che state leggendo… vi è mai capitato di sentire che una storia, anche lontanissima dal vostro mondo, vi stesse in realtà parlando direttamente?
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