L’eccentrico maestro Kunihiko Ikuhara (La rivoluzione di Utena, Mawaru Penguindrum) è tornato con un’opera folle e ipnotica, un delirio simbolico tra kappa, desideri repressi e una Asakusa surreale. Sarazanmai non è solo un anime: è un rituale visivo sulla fame inestinguibile di autentico contatto umano nell’era della solitudine digitale.
Quando si parla di Kunihiko Ikuhara, si sa che l’esperienza non sarà mai banale. Il regista, un vero e proprio demiurgo di allegorie e simboli, ha lanciato sul mondo dell’animazione la sua ultima provocazione, prodotta dallo studio MAPPA e co-diretta con Nobuyuki Takeuchi: Sarazanmai (さらざんまい). Una serie che, come da tradizione ikuhariana, finisce per essere un labirinto filosofico mascherato da show pop e demenziale. Ambientata nella storica Asakusa di Tokyo, la serie è un’esplosione di colori, folklore e un’incessante speculazione sul significato profondo del desiderio e della connessione.
Kappa Zombie e la Rivelazione dello Shirikodama
La premessa è un innesco narrativo degno di un B-movie surreale: tre ragazzi delle scuole medie – il solitario Kazuki, l’ombroso Toi e l’appassionato calciatore Enta – rompono accidentalmente la statua di un kappa. Non un semplice ornamento, ma il principe del Regno dei Kappa, Keppi, che per punizione li trasforma in creature mitologiche acquatiche. Da questo momento, il loro destino si lega a una guerra assurda: sconfiggere gli “zombie-kappa”, entità generate dai desideri repressi e dalle ossessioni non risolte degli esseri umani.
Il meccanismo di combattimento è il primo capolavoro di genio narrativo. Per battere le creature, il trio deve gridare all’unisono la parola magica: “Sarazanmai”. Questa formula non è solo un grido di battaglia, ma un vero e proprio catalizzatore di intimità forzata. Ad ogni invocazione, i ragazzi si connettono in maniera tanto fisica quanto spirituale, arrivando a rivelare un segreto doloroso o imbarazzante celato nel cuore di uno di loro. Ogni scontro è, in sostanza, una confessione, un atto di esposizione emotiva che, in modo a tratti letterale, li mette a nudo gli uni davanti agli altri.
Ikuhara utilizza qui il folklore giapponese come un bisturi per l’analisi psicologica. Lo shirikodama, la sfera mitologica che i kappa estraggono dall’ano della vittima e che si ritiene contenga l’anima o la forza vitale, diventa la metafora definitiva del legame più intimo. Estrarre lo shirikodama non è un mero fanservice bizzarro, ma il drammatico svelamento della fragilità interiore, la sostanza stessa che unisce o separa gli esseri umani.
La Falsa Prossimità e la Solitudine nell’Era Social
Dietro la facciata di follia pop e design accattivante, Sarazanmai pulsa di una riflessione sorprendentemente lucida sull’epoca contemporanea. Il regista stesso ha espresso il suo interrogativo fondamentale: in un mondo dove, grazie a smartphone e social media, la connessione è un’attività apparentemente costante e quotidiana, che cosa significa davvero “connettersi”?
Questo è il nervo scoperto della serie. I tre protagonisti incarnano tre differenti angolazioni del desiderio di legame e della vergogna che impedisce di ottenerlo autenticamente. Le loro azioni, oscillanti tra l’egoismo più crudo e l’altruismo più commovente, disegnano un’umanità imperfetta che cerca disperatamente l’equilibrio tra l’isolamento autoimposto e l’ineludibile bisogno dell’altro.
Le connessioni in Sarazanmai non sono solo un fatto digitale; sono le corde invisibili che tengono insieme il desiderio e il dolore. L’oggetto simbolo del legame è il miçanga, il braccialetto dell’amicizia che appare ciclicamente: i rapporti, come il braccialetto, si possono intrecciare, spezzare e, con sforzo e volontà, ricucire.
Il Simbolismo Estatico del “Sanmai”
Ikuhara non è mai un regista semplice, ma Sarazanmai, pur mantenendo i suoi leitmotiv (desiderio, colpa, perdita), si rivela forse la sua opera più accessibile. L’allegoria non è un fine, ma un mezzo per affrontare temi universali. Persino il titolo è un enigma linguistico denso di significato: “Sara” (piatto), “san” (tre) e “mai” (danza o piano). Ma se letto nella sua forma completa, “三昧” (sanmai), evoca un termine buddhista che significa stato di profonda concentrazione o estasi. Sarazanmai diventa quindi “l’essere immersi in tre piatti” o, interpretando il sanmai spirituale, “tre persone unite in un solo stato di connessione”. Non è un caso che gli avversari, i kappa-zombie, siano ossessionati da oggetti che hanno perduto, simboli di legami spezzati. Ogni zombie è la manifestazione mostruosa di un desiderio frustrato, della mancanza di connessione.
A fare da contraltare al trio giovanile, la serie introduce l’enigmatico duo di poliziotti, Mabu e Reo. Il loro dramma sentimentale, legato a un passato oscuro e un design impeccabile, incarna l’“adultità” perduta, quella parte della società che ha smesso di credere nella possibilità di legami autentici, rifugiandosi in meccanismi di controllo e negazione.
La Magia Visiva di MAPPA e il Ritmo Pulsante
Lo studio MAPPA conferisce all’opera un’animazione vibrante e fluida, essenziale per rendere credibile la transizione tra l’intimità di una scena quotidiana e la frenesia psichedelica delle sequenze di trasformazione e battaglia. L’estetica è travolgente, quasi teatrale, con una colonna sonora che ne amplifica il lirismo.
Le opening e ending, “Massara” degli KANA-BOON e “Stand by Me” dei The Peggies, sono piccoli, perfetti inni generazionali. Pulsanti di malinconia e vitalità, riescono a condensare l’intero spirito agrodolce della serie.
Sarazanmai chiede agli spettatori di accettare il rischio di perdersi nel nonsense. Ma è un perdersi produttivo, che alla fine sfocia nella catarsi. Nella sua miscela unica di comicità grottesca e struggente malinconia, ogni trasformazione, ogni estrazione di shirikodama, ogni urlo “Sarazanmai!” diventa una piccola, assurda epifania sul significato di essere umani.
È un promemoria essenziale in un’epoca di iperconnessione: la vera unione non è lo scambio di dati, ma la fusione delle anime. E come suggerisce il principe Keppi con il suo sorriso enigmatico, nessuno può vivere senza connessioni. Anche se, a volte, per ritrovarle, dobbiamo prima imparare a superare le nostre paure e le nostre perdite.
Sarazanmai è più di un anime; è un rituale di purificazione lungo undici episodi, un punto d’ingresso ideale nel labirinto di metafore di Ikuhara e, soprattutto, un’esperienza emotiva completa per chi cerca un’opera che parli davvero della nostra condizione nell’era della solitudine condivisa. Lo avete già visto, o siete pronti a farvi estrarre il vostro shirikodama?
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