L’aria cambia quando si avvicina febbraio. Non è una questione di calendario, è un riflesso pavloviano tutto italiano. Basta accendere una radio per sbaglio, entrare in un bar con la TV sintonizzata male, scorrere un feed distrattamente, e capisci che l’assedio sta per cominciare. Il Festival di Sanremo non è ancora partito e già si sente. Come un boss finale che carica l’attacco fuori campo. Da qualche tempo, però, esiste una resistenza silenziosa. Una di quelle cose che nascono per scherzo, ma finiscono per raccontare più di mille analisi sociologiche. Si chiama SANREMOtion e, detta così, sembra una di quelle trovate da social manager con troppo tempo libero. In realtà è più simile a una sfida di sopravvivenza mentale. Un gioco a perdere, dichiaratamente. Un esperimento di autocontrollo che mette alla prova nervi, riflessi e capacità di fuga.
L’idea è talmente semplice da risultare quasi crudele: attraversare i giorni del Festival senza ascoltare nemmeno una singola nota delle canzoni in gara. Non una. Non per caso. Non di striscio. Chi cede, anche solo per un attimo, esce allo scoperto e confessa pubblicamente la sconfitta con un hashtag che sa di marchio d’infamia e autoironia insieme. È un gesto catartico, più che punitivo. Come ammettere di essere caduti in una boss fight impari.
Il bello è che non nasce da un laboratorio di marketing, ma da una redazione che vive di cultura pop e di anticorpi nerd. Dentro Satyrnet, tra una discussione su fumetti e una su videogiochi, qualcuno ha pensato che Sanremo fosse diventato una sorta di Whamageddon nazionale. Inevitabile, ripetitivo, onnipresente. Da lì al passo successivo il tempo è stato minimo: se a Natale si sopravvive evitando Last Christmas, perché non tentare l’impresa anche a febbraio?
Il nome è una piccola genialata che sembra uscita da una sessione di brainstorming notturna: Sanremo più “remotion”, come se davvero bastasse un comando per allontanare quelle melodie che si insinuano ovunque. Ovviamente non basta. Ed è proprio questo il punto. Il SANREMOtion vive sul paradosso: provare a scappare da qualcosa che è progettato per trovarti. Radio, spot, trailer, servizi al telegiornale, video che partono in autoplay mentre stavi solo cercando un meme.
C’è anche un margine di furbizia, perché il gioco non è moralista. Le cover passano, i remix pure. Puoi ascoltare una reinterpretazione jazz o una versione metal senza sentirti un traditore. Il confine, però, è sottile e infido. Riconosci il ritornello? Sei fuori. Quel mezzo secondo di consapevolezza è la ghigliottina. Non importa quanto tu ti sia impegnato fino a quel momento.
Qualcuno ha provato a trasformarla in una guerra fredda domestica, inviando link sospetti ad amici e parenti, come se fosse una partita a Risiko combattuta con le casse Bluetooth. La filosofia ufficiale, però, resta quella della resistenza individuale. Non si vince facendo perdere gli altri. Si perde da soli, con dignità. O almeno con una storia divertente da raccontare.
E poi c’è il lato mitologico, perché ogni gioco che si rispetti ha bisogno di un aldilà. I “Campii Elisi” sono il luogo simbolico dove finiscono i caduti. Una specie di girone infernale rovesciato, dove finalmente puoi ascoltare tutto senza più sensi di colpa. Un premio che arriva solo dopo la sconfitta, come in certe run fallite che ti sbloccano contenuti segreti.
Il SANREMOtion funziona perché prende atto di una verità che conosciamo tutti ma fingiamo di ignorare: Sanremo non si può evitare davvero. Si può solo rimandare l’inevitabile. Cambiare stazione, abbassare il volume, scorrere più veloce. Fingere di niente mentre quella melodia ti insegue come una catchphrase maledetta.
Forse è per questo che la frase più onesta del gioco resta quella che circola tra chi lo pratica con un sorriso amaro: non importa quanto tu sia preparato, alla fine perdi. Ed è proprio lì che sta il divertimento. Nel riconoscersi fragili, bombardati, umanissimi. Nel condividere la caduta invece di negarla.
Chi frequenta CorriereNerd.it lo sa: le sfide migliori non sono quelle che promettono vittoria, ma quelle che creano comunità. Il SANREMOtion non chiede di odiare Sanremo, né di prenderlo troppo sul serio. Chiede solo di giocare. E magari di raccontare, tra una risata e un facepalm, il momento esatto in cui anche tu hai abbassato le difese.
Perché la vera domanda, alla fine, non è se riuscirai a resistere. È dove, quando e con quale canzone capirai di aver perso. E se sarai pronto a raccontarlo.
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.










Aggiungi un commento