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Sangue d’oro: il nuovo action italiano tra Vaticano, reliquie sacre e adrenalina pura

Alcuni film arrivano senza fare troppo rumore e poi, all’improvviso, iniziano a ronzarti in testa come un’ossessione nerd difficile da ignorare. Sangue d’oro è esattamente quella sensazione lì: un titolo che sembra uscito da una VHS dimenticata degli anni ’90, ma con dentro tutta la voglia contemporanea di riportare il cinema di genere italiano a giocarsela davvero, senza complessi, senza filtri, senza quella timidezza che per anni ha tenuto il nostro immaginario un passo indietro rispetto a quello internazionale.

Il 23 marzo 2026 segna una data che, almeno per chi ama action, thriller e suggestioni sacrali, merita di essere cerchiata in rosso. Dietro la macchina da presa si muove Dario Germani, nome che chi bazzica l’horror italiano recente ha già incrociato grazie a titoli come Antropophagus: Le origini e Angelus tenebrarum. Stavolta però cambia completamente ritmo, cambia grammatica, cambia respiro. E già questo, per me, è un motivo sufficiente per essere curiosa in modo quasi irrazionale.

Perché diciamocelo: vedere un regista italiano lanciarsi nell’action puro, con un’ambientazione che mescola Vaticano, reliquie sacre e inseguimenti internazionali, non è qualcosa che capita tutti i giorni. Anzi, sembra quasi un glitch nella timeline del nostro cinema.

 

La storia parte con un’immagine potentissima, di quelle che sembrano pensate apposta per colpire chi è cresciuto tra Mission: Impossible, Il Codice Da Vinci e certe suggestioni borderline tra fede e mistero: un commando paramilitare irrompe in una chiesa all’interno del Vaticano per rubare un’ampolla che conterrebbe il sangue di Cristo. Solo a scriverlo mi viene quella scarica di hype che di solito associo ai trailer visti alle tre di notte su YouTube, con le cuffie e la mente che inizia a costruire teorie.

Da lì la narrazione si apre e diventa globale, quasi da spy story anni Duemila, con un salto a Manila dove entra in scena Jake Mitchel, ex comandante delle forze speciali, interpretato da Lorenzo Buran. Accanto a lui Nathalie Rapti Gomez, presenza che promette di dare peso emotivo e non solo estetico a una storia che, sulla carta, potrebbe facilmente scivolare nel puro spettacolo. Invece tutto lascia pensare a qualcosa di più stratificato, più sporco, più fisico.

E qui entra in gioco un dettaglio che personalmente adoro: Germani viene dal mondo della boxe e ha deciso di portare quella esperienza direttamente nelle scene di combattimento. Non parliamo quindi del classico action “coreografato” in stile iper patinato, ma di qualcosa che punta alla credibilità del colpo, al peso reale di un pugno, alla fatica del corpo. Una scelta che mi fa pensare a un ritorno a un certo tipo di cinema più ruvido, quasi analogico nella sensazione, dove il dolore si percepisce davvero e non è solo coreografia.

L’idea di integrare pugili professionisti con stuntman aggiunge un livello di autenticità che, se gestito bene, potrebbe fare la differenza tra un film “ok” e un film che lascia il segno tra gli appassionati di action. E poi c’è quella chicca quasi da dietro le quinte epico: un set devastato da un ciclone nelle Filippine, con il protagonista che non si tira indietro. Sono quelle storie che, da fan, mi fanno già immaginare il making of, i video dietro le quinte, le interviste piene di sabbia e sudore.

La produzione ha un respiro internazionale che si riflette anche nelle location: Roma, Manila, Los Baños, Bratislava, New York, fino ad arrivare al deserto di Nefta. Un viaggio che sembra costruito per dare al film quella dimensione globale che spesso manca alle produzioni italiane di genere. E qui la curiosità cresce ancora di più, perché l’equilibrio tra identità italiana e ambizione internazionale è sempre una scommessa delicatissima.

Dal punto di vista tecnico, la scelta di Germani di curare anche la fotografia suggerisce un controllo totale sulla visione visiva del film. Questo, per chi ama analizzare il linguaggio cinematografico, è un dettaglio tutt’altro che secondario: significa che ritmo, luce e movimento potrebbero essere perfettamente allineati con l’idea narrativa. Le musiche di Simone Pastore e gli effetti speciali di trucco firmati da David Bracci aggiungono ulteriori tasselli a un progetto che punta chiaramente a un’esperienza sensoriale completa.

E poi, lasciamelo dire, il tema della reliquia sacra rubata dal Vaticano è una di quelle cose che attivano automaticamente il cervello nerd. Non tanto per il lato religioso, quanto per tutto quello che porta con sé: simbolismo, mistero, complotti, possibilità narrative infinite. È quel tipo di concept che, se trattato con il giusto equilibrio, può trasformarsi in qualcosa di davvero iconico.

Non ho ancora visto Sangue d’oro, e forse proprio per questo l’attesa ha un sapore ancora più forte. Mi ritrovo a immaginare sequenze, a ricostruire il ritmo del montaggio, a chiedermi se davvero riuscirà a essere quel ponte tra il cinema di genere italiano di una volta e quello che potrebbe diventare oggi.

Perché in fondo la vera domanda che mi porto dietro è questa: siamo pronti a credere di nuovo nel nostro action? A lasciarci sorprendere da un film italiano che osa, che spinge, che prova a giocare nella stessa arena dei blockbuster internazionali senza perdere la propria identità?

Io, nel dubbio, il 23 marzo in sala ci vado. E ho la sensazione che non sarò l’unica.

E tu? Hai già visto il trailer o sei nella mia stessa fase di hype curioso e leggermente ossessivo? Parliamone, perché questa volta potremmo davvero trovarci davanti a qualcosa di inaspettato.


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