Un mito dell’avventura torna a solcare i mari dell’immaginario collettivo italiano con la forza di una leggenda che rifiuta di restare ancorata al passato. Sandokan approda su Disney+ il 17 gennaio come una vera serie evento internazionale, pronta a riportare sotto i riflettori uno degli eroi più iconici nati dalla penna di Emilio Salgari. Non un’operazione nostalgia fine a sé stessa, ma un tentativo ambizioso di rifondare il mito della Tigre della Malesia per una generazione cresciuta tra grandi produzioni seriali, antieroi complessi e narrazioni stratificate. Questa nuova incarnazione nasce da una produzione Lux Vide del gruppo Fremantle in collaborazione con Rai Fiction e porta la firma registica di Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo. Fin dalle prime immagini è chiaro che l’obiettivo non è limitarsi a rievocare suggestioni esotiche, ma costruire un racconto capace di dialogare con il presente, pur restando fedele allo spirito avventuroso che ha reso Sandokan una figura indelebile della cultura pop italiana.
La storia ci catapulta nel Borneo del 1841, un mondo segnato dal dominio coloniale britannico e attraversato da tensioni politiche, culturali e umane. Sandokan non è ancora la leggenda scolpita nei racconti, ma un pirata che vive alla giornata, libero e indisciplinato, affiancato dal fedele Yanez e da una ciurma composta da uomini provenienti da ogni angolo del mondo. La sua esistenza cambia rotta nel momento in cui entra in contatto con il popolo Dayak, oppresso e in attesa di una figura profetica capace di guidarlo verso la libertà. Quel destino, inizialmente rifiutato, comincia a farsi strada tra battaglie, tradimenti e scelte che non possono più essere rimandate.
Il cuore narrativo della serie si accende davvero con l’incontro tra Sandokan e Marianna Guillonk, la celebre Perla di Labuan, figlia del console britannico. Marianna non è una semplice dama da salvare, ma una giovane donna intrappolata nelle convenzioni della società vittoriana, assetata di un’avventura che le è sempre stata negata. Tra lei e Sandokan nasce una tensione che va oltre il romanticismo classico, diventando lo scontro e l’incontro di due visioni del mondo inconciliabili. La libertà che entrambi desiderano ha significati diversi, e proprio questa distanza rende il loro rapporto fragile, intenso e carico di conseguenze.
A complicare ulteriormente il quadro arriva Lord James Brooke, affascinante e inquietante cacciatore di pirati, incarnazione elegante e spietata del potere coloniale. Non è un antagonista monolitico, ma un personaggio mosso da ambizione, intelligenza e un desiderio di controllo che si estende tanto sui mari quanto sui cuori. Il triangolo tra Sandokan, Marianna e Brooke diventa così il motore emotivo della serie, un gioco di forze dove il conflitto non è solo fisico, ma anche ideologico e morale.
Nei panni della Tigre della Malesia troviamo Can Yaman, chiamato a confrontarsi con un’eredità pesantissima. Il paragone con l’indimenticabile Kabir Bedi è inevitabile, ma Yaman sceglie una strada diversa, costruendo un Sandokan più tormentato, fisico, viscerale. Il suo pirata è credibile nelle sequenze d’azione e convincente nel rappresentare un uomo in lotta con il proprio destino, anche se la componente sentimentale mostra qualche incertezza, soprattutto nei passaggi più melodrammatici.
Accanto a lui, Alessandro Preziosi dà vita a un Yanez de Gomera che cresce episodio dopo episodio, passando da spalla carismatica a personaggio dotato di una propria traiettoria emotiva. La chimica tra Yanez e Sandokan funziona in modo naturale, ricordando quanto l’amicizia e la fratellanza siano sempre state colonne portanti della saga salgariana. Ed Westwick, nei panni di Lord Brooke, rappresenta uno dei punti di forza della serie: il suo antagonista è magnetico, pericolosamente affascinante, capace di rubare la scena e di rendere ogni confronto carico di tensione. A completare il quadro, John Hannah porta autorevolezza e solidità a un cast che ambisce a un respiro internazionale.
Dal punto di vista visivo, Sandokan sorprende. Le riprese, realizzate tra il Teatro 7 del polo produttivo Lux Vide, l’isola di Réunion, il Lazio, la Toscana e la Calabria, restituiscono un mondo credibile e immersivo. La ricostruzione della colonia di Labuan a Lamezia Terme evita l’effetto artificiale e contribuisce a un worldbuilding che guarda alle grandi produzioni seriali contemporanee. La fotografia, le scenografie e le sequenze in mare dimostrano una cura rara per una serie televisiva italiana di questo genere, rafforzando la sensazione di trovarsi davanti a un progetto che osa alzare l’asticella.
La prima stagione, composta da otto episodi, funziona come un lungo racconto di origine. Non assistiamo ancora alla piena consacrazione del mito, ma alla lenta e dolorosa trasformazione di un uomo libero in un simbolo di resistenza. Questa scelta narrativa permette di approfondire temi come il colonialismo, l’identità e il prezzo della libertà, senza la fretta di arrivare a traguardi già noti. Qualche squilibrio resta, soprattutto nella gestione del romance, che avrebbe beneficiato di una maggiore intensità emotiva sullo schermo, ma l’insieme regge e incuriosisce.
Alla fine, Sandokan non è una serie perfetta, ma è una serie coraggiosa. Dimostra che la televisione italiana può confrontarsi con i propri miti fondativi senza trasformarli in reliquie intoccabili, scegliendo invece di rileggerli e rimetterli in gioco. La Tigre della Malesia ha iniziato di nuovo a ruggire e, con una seconda stagione già confermata, l’avventura è solo all’inizio. Ora la parola passa alla community: questa nuova rotta vi convince? Siete pronti a seguire Sandokan fino in fondo nella giungla e oltre i mari, per scoprire dove lo porterà davvero il suo destino?
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