La notizia è arrivata con quel peso silenzioso che hanno solo le cose davvero importanti. Quelle che non fanno rumore, ma restano addosso. Sal Buscema se n’è andato a pochi giorni da un compleanno che avrebbe dovuto essere una festa, lasciando dietro di sé una scia di tavole, vignette, muscoli in tensione e sguardi carichi di pathos che hanno educato intere generazioni di lettori senza mai chiedere attenzione esplicita.
Buscema era uno di quegli autori che non urlavano il proprio nome. Non lo trovavi al centro del palcoscenico, ma se aprivi un albo Marvel degli anni giusti, lui era lì. Sempre. A tenere insieme il ritmo, la chiarezza narrativa, l’energia pura del fumetto supereroistico quando ancora non aveva bisogno di spiegarsi, di giustificarsi, di diventare “adulto”. Bastava una pagina disegnata bene. Bastava una sequenza che funzionasse.
Chiunque abbia passato anche solo un pomeriggio della propria adolescenza con The Incredible Hulk lo sa. Quel Hulk non era soltanto rabbia verde e pugni che sfondano montagne. Era un corpo che pesava, che occupava spazio, che sembrava davvero fare fatica a stare dentro le vignette. Buscema sapeva disegnare la massa, ma soprattutto sapeva farla muovere. Ogni passo era credibile, ogni salto aveva una traiettoria che sentivi nelle ossa. Non era virtuosismo. Era mestiere, nel senso più alto del termine.
E poi Spider-Man. Non quello patinato, iper-dettagliato, acrobatico fino all’eccesso. Ma quello nervoso, urbano, un po’ stropicciato, che corre sui tetti di una New York mai idealizzata. The Spectacular Spider-Man era una palestra narrativa continua, e Buscema la affrontava con una naturalezza disarmante. Le sue tavole respiravano. Lasciavano spazio ai dialoghi, agli sguardi, ai silenzi. Raccontavano senza mettersi in posa.
Forse è anche per questo che, ripensandoci oggi, il suo stile sembra quasi invisibile. Invisibile nel senso più nobile: non distrae mai dalla storia. Non chiede di essere ammirato, chiede di essere seguito. Ed è una qualità rarissima, soprattutto in un’industria che col tempo ha iniziato a premiare l’effetto, la splash page urlata, il momento da poster.
Sal Buscema veniva da Brooklyn, figlio di immigrati siciliani, fratello minore di John Buscema. E già questo basterebbe a raccontare una certa idea di fumetto come lavoro serio, quotidiano, fatto di disciplina e dedizione. I fratelli Buscema non erano divi, erano artigiani del racconto per immagini. Gente che sapeva cosa voleva dire consegnare tavole ogni settimana, farle funzionare, renderle leggibili, emozionanti, solide.
Si sente, questa formazione, in ogni fase della carriera di Sal. Anche quando entra in Marvel sul serio, dopo anni passati tra studi pubblicitari, lavori governativi, esercito. Anche quando Stan Lee gli salta letteralmente addosso durante un colloquio per spiegargli come deve “sentirsi” una pagina Marvel. Racconti che oggi sembrano leggende, ma che allora erano quotidianità. Un’industria che stava inventando se stessa, pezzo dopo pezzo.
Buscema non è stato solo Hulk e Spider-Man, anche se basterebbero quelli per garantirgli un posto nella storia. C’è ROM, personaggio improbabile diventato culto grazie a una gestione visiva coerente e potente. Ci sono i Difensori, team strano, sbilenco, filosoficamente affascinante, che senza un disegnatore capace di tenerli insieme sarebbe crollato su se stesso. C’è un modo tutto suo di rendere i gruppi, di farli convivere sulla pagina senza confondere mai l’occhio.
E poi il lungo rapporto con sceneggiatori come Bill Mantlo, Steve Englehart, J.M. DeMatteis. Autori diversi, sensibilità diverse, ma sempre lo stesso risultato: storie che scorrono, che ti prendono per mano e non ti mollano. DeMatteis lo ha detto chiaramente, anni fa, parlando della loro collaborazione su Spider-Man: Buscema era uno storyteller puro. Uno che capiva la sceneggiatura e la restituiva amplificata, senza tradirla.
Colpisce anche la sua longevità creativa. Quando tanti si ritirano, lui continua. Inchiostra, rifinisce, corregge. Torna su personaggi che ha contribuito a definire, senza mai sembrare stanco o fuori tempo. Anzi, con quella sicurezza tranquilla di chi sa esattamente dove mettere il segno. Fino agli ultimi lavori, fino a premi che arrivano tardi ma arrivano, come a dire: sì, ce ne siamo accorti.
La sua scomparsa non è solo la perdita di un grande autore Marvel. È la perdita di un certo modo di intendere il fumetto mainstream. Un modo che non aveva bisogno di sovrastrutture, di spiegazioni teoriche, di manifesti. Bastava aprire un albo e leggere. Bastava seguire le vignette. Bastava fidarsi.
E adesso resta quella sensazione strana, familiare a chi ama davvero questo medium. La sensazione di aver perso qualcuno che non conoscevi di persona, ma che ti ha accompagnato per anni. Qualcuno che, in silenzio, ti ha insegnato come funziona una storia disegnata bene.
Viene spontaneo chiedersi se oggi, in mezzo a tavole sempre più affollate e stili che cercano disperatamente di farsi notare, ci sia ancora spazio per quella chiarezza, per quella forza calma. Forse sì. Forse no. Dipende da chi disegnerà domani. Dipende anche da noi, da cosa continuiamo a cercare quando apriamo un fumetto e speriamo, ancora una volta, di sentirci a casa.
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