È finita. E sì, lo ammetto: non ero pronta a salutare Taro Sakamoto, almeno non così. Dopo dodici episodi di risate, botte, flashback e ramen fumanti, la prima stagione di Sakamoto Days su Netflix si è conclusa con un finale che è insieme esplosivo e malinconico, degno del miglior shōnen contemporaneo.
E mentre scorrevano i titoli di coda accompagnati da “Dandelion” dei Go!Go!Vanillas, una cosa è diventata chiara: la serie tratta dal manga di Yūto Suzuki non è solo una commedia d’azione ben confezionata — è un piccolo miracolo di equilibrio tra cuore, caos e filosofia da supermercato.
Dal minimarket al mito
Quando il progetto anime fu annunciato nel 2024, nessuno immaginava davvero che un ex sicario sovrappeso potesse diventare l’eroe di una delle serie più fresche e divertenti dell’anno. Eppure, Sakamoto Days ha conquistato in silenzio, episodio dopo episodio, grazie a una scrittura sorprendentemente matura e a una regia che sa quando spingere sull’adrenalina e quando fermarsi per lasciare spazio al respiro, al sorriso, all’amore.
Prodotto da TMS Entertainment, con la direzione esperta di Masaki Watanabe e la sceneggiatura firmata da Taku Kishimoto, l’anime ha saputo prendere l’anima del manga e trasformarla in un’esperienza visiva piena di ritmo e ironia. La colonna sonora di Yūki Hayashi accompagna ogni scena come un battito: potente nelle risse, dolce nei momenti di quiete. E non è un caso che ogni episodio sembri costruito come una danza tra caos e normalità, dove anche un carrello della spesa può diventare un’arma letale.
Un assassino che non uccide (ma spacca tutto)
Taro Sakamoto è l’eroe che non ti aspetti. Un tempo il killer più temuto del Giappone, oggi è un padre affettuoso e un droghiere appesantito dalla pancetta, ma non dalla morale. Ha promesso di non uccidere più, ma non per questo rinuncia a difendere ciò che ama.
La stagione lo mostra oscillare costantemente tra due mondi: quello tranquillo del suo minimarket e quello violento dei sicari che non hanno mai dimenticato chi fosse. E quando il giovane telepate Shin bussa alla sua porta, il passato torna a bussare con i pugni.
Nel corso della serie abbiamo visto Sakamoto affrontare sfide sempre più folli — killer acrobatici, trappole assurde, duelli degni di un film di Jackie Chan — ma sempre con un’ironia irresistibile. L’idea che un uomo possa combattere per la pace, disarmato ma invincibile, è diventata il simbolo stesso della serie: una riflessione paradossale e tenera sulla violenza e la redenzione, nascosta sotto chili di comicità e sushi volante.
Un finale che colpisce al cuore (e allo stomaco)
L’ultimo episodio — trasmesso su Netflix in contemporanea mondiale — è stato un concentrato di emozione pura. Lo scontro finale contro il misterioso gruppo di assassini della fazione X ha alzato il livello dell’azione, ma la vera sorpresa è arrivata nei minuti conclusivi, quando la narrazione ha cambiato tono.
Lì, tra un duello e un ricordo, abbiamo intravisto l’uomo dietro la leggenda. Sakamoto non è solo un ex killer: è un uomo che ha scelto di vivere, nonostante tutto. Un padre che combatte per tenere la violenza fuori dalla porta di casa, anche quando quella violenza è parte di lui.
C’è un momento, nel finale, in cui il nostro eroe resta solo nel negozio, la notte. Si guarda le mani — le stesse mani che un tempo stringevano pistole e ora servono onigiri e riviste ai clienti abituali — e sorride. È una scena silenziosa, ma potentissima: il perfetto riassunto di cosa significhi essere Sakamoto.
E poi, come in ogni shōnen che si rispetti, arriva il cliffhanger: un nuovo avversario compare nell’ombra, annunciando una seconda stagione che promette di spingersi ancora più a fondo nel passato dell’ex sicario. La scritta “Sakamoto Days tornerà” è bastata per far esplodere internet.
Azione, umorismo e umanità
Tra tutte le nuove serie anime del 2025, Sakamoto Days è forse quella che meglio rappresenta il nuovo corso di Weekly Shōnen Jump: storie che sanno far ridere, ma anche commuovere; personaggi che combattono non per la gloria, ma per sopravvivere a se stessi.
Il trio composto da Sakamoto, Shin e Lu Xiaotang funziona alla perfezione: tre anime agli antipodi, unite da un legame che sa di famiglia improvvisata e di ironica disperazione. L’alchimia tra loro è il motore dell’intera stagione.
E se è vero che alcune animazioni non raggiungono i livelli di Jujutsu Kaisen o Demon Slayer, il carisma dei personaggi, le trovate visive e la cura nei dettagli bastano e avanzano per farne una delle produzioni più riuscite dell’anno.
Un anime che sa essere umano
Forse il segreto del successo di Sakamoto Days è la sua umanità. In un’epoca di anti-eroi tormentati e di universi narrativi sempre più cupi, Sakamoto sceglie la via più difficile: essere buono. Non perfetto, non innocente — solo buono.
E il bello è che la serie riesce a dirlo senza moralismi, con la leggerezza di un sorriso e la forza di un pugno. È una parabola sulla normalità che diventa straordinaria, sull’amore che resiste al tempo e sulla violenza che, seppur domata, non scompare mai del tutto.
Con il finale della prima stagione, Sakamoto Days si conferma una delle rivelazioni dell’anno. Un anime capace di farci ridere, sudare e persino riflettere. E se la seconda stagione manterrà questo equilibrio tra follia e sentimento, potremmo trovarci di fronte a un nuovo classico moderno.
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