C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel ripensare ai cartoni animati che hanno colorato le nostre mattine da bambini. Per me, “Sabrina: The Animated Series” è molto più di un semplice show per ragazzi: è un piccolo angolo incantato della mia infanzia, un luogo fatto di magie scombinate, streghe secolari che sembrano zie qualunque, e un gatto nero parlante capace di incantare con la sua ironia. È un ricordo affettuoso e vivido, legato a quelle colazioni frettolose prima di correre a scuola, quando tutto quello che mi serviva era una tazza di latte e l’ultima avventura di Sabrina Spellman per iniziare bene la giornata.
Parliamo di una serie animata prodotta nel 1999 dalla DiC Entertainment, in collaborazione con ABC, United Paramount Network e Hartbreak Films, che affonda le sue radici nel colorato universo degli Archie Comics. Con una sola stagione all’attivo, ma ben 65 episodi, “Sabrina: The Animated Series” riuscì comunque a lasciare un segno indelebile in quella generazione cresciuta a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000. In Italia, la sua trasmissione fu capillare: da Italia 1 a Disney Channel, passando per Jetix, K2, Toon Disney, Hiro, Boing e Frisbee. Non c’era canale per ragazzi che non l’avesse accolta nel suo palinsesto, come se Sabrina fosse diventata una sorta di coinquilina fissa nelle case dei piccoli spettatori.
La protagonista è una ragazzina di dodici anni, metà umana e metà strega, che vive a Greendale con le due eccentriche zie, Hilda e Zelda Spellman, e con l’inseparabile Salem Saberhagen, un gatto nero in cui è intrappolato lo spirito di un potente mago condannato per i suoi errori. A completare il quadro familiare c’è lo zio Quigley, una sorta di figura paterna razionale e affettuosa, unica ancora di saggezza in mezzo a pozioni che esplodono e incantesimi andati storti. La sua migliore amica, Chloe Flanna, è l’unica, al di fuori della cerchia familiare, a conoscere il grande segreto di Sabrina. E poi c’è Harvey Kinkle, il classico primo amore adolescenziale: dolce, un po’ tonto, totalmente ignaro del caos magico che ruota intorno alla sua cotta.
Ciò che rende “Sabrina: The Animated Series” così speciale, ancora oggi, è la sua capacità di mescolare con leggerezza e intelligenza i temi dell’adolescenza con il mondo del soprannaturale. I problemi di una ragazza delle scuole medie – l’accettazione, l’amicizia, le insicurezze, il desiderio di crescere – si intrecciano ai maldestri tentativi di usare la magia per risolverli. Ma la lezione è sempre dietro l’angolo: ogni scorciatoia magica porta con sé conseguenze imprevedibili, e Sabrina deve imparare, episodio dopo episodio, a bilanciare le sue due nature. È una narrativa formativa travestita da sitcom magica per bambini, che riesce a far riflettere senza perdere mai la sua leggerezza.
Come ogni prodotto ben riuscito, la serie non si è fermata lì. Nel 2002 arrivò il film d’animazione Sabrina – Amiche per Sempre (Sabrina the Teenage Witch in Friends Forever), dove vediamo la nostra protagonista alle prese con la Witch Academy, una scuola di magia che mette alla prova le sue capacità e la sua determinazione. In un contesto che richiama vagamente le atmosfere alla Harry Potter, Sabrina dovrà dimostrare di essere all’altezza degli altri studenti nonostante le sue origini miste, affrontando il tema dell’identità e della fiducia in sé stessi in modo accessibile e coinvolgente.
A questo seguì anche una serie sequel intitolata Sabrina – La mia vita segreta (Sabrina’s Secret Life), dove la streghetta è ormai cresciuta ed è diventata una studentessa part-time delle arti oscure. Il tono si fa leggermente più maturo, senza abbandonare del tutto la vena comica e spensierata. Sabrina si trova spesso in competizione con Cassandra, una nuova studentessa che, come lei, vive una doppia vita. Le dinamiche tra loro due aggiungono un ulteriore strato di complessità, con uno sguardo più ampio sul concetto di rivalità e di crescita personale.
Ma tornando alla serie del ’99, è impossibile non menzionare Salem. Sì, quel Salem. Saggio, sarcastico, a volte infantile, eppure immancabilmente affascinante. È lui il vero cuore comico della serie, la voce che accompagna Sabrina (e noi spettatori) con un mix irresistibile di ironia e cinismo. Mentre nelle versioni live-action era interpretato da un pupazzo un po’ inquietante ma adorabile, nel cartone animato ha trovato piena espressione, potendo muoversi, arrampicarsi e pasticciare in modo più dinamico e divertente.
A distanza di anni, guardare anche solo un episodio di Sabrina: The Animated Series è come aprire un vecchio album fotografico. I colori accesi, la colonna sonora vivace, i dialoghi che strizzano l’occhio al pubblico giovane ma non mancano di intelligenza… tutto contribuisce a creare un universo che, pur essendo fantastico, ci sembrava così vicino. Perché alla fine, Sabrina non era solo una strega: era una ragazza come noi, impacciata e brillante, piena di sogni e di insicurezze. E in questo, era magicamente reale.
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