A volte basta un’immagine. Non per capire se è bella o brutta, ma per intuire se sta cercando di dirti qualcosa oppure se sta semplicemente mostrando quanto è stato raffinato lo strumento che l’ha generata. È una linea sottilissima, quasi crudele, che riconosci al primo colpo d’occhio. Una specie di corrente fredda che attraversa lo stomaco. Ed è esattamente quella sensazione che mi ha accompagnato davanti al video introduttivo del capitolo Time Travel durante la straordinaria cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026.
Lo chiarisco subito, senza girarci intorno: l’idea di utilizzare – con ogni probabilità – l’intelligenza artificiale generativa per dare vita all’avatar di Sabrina Impacciatore è stata una scelta coraggiosa. Una scelta che stimo. Una scelta che, per molti versi, difendo. Con le AI ci lavoro ogni giorno, non per moda ma per mestiere. Le uso, le studio, le spingo, e quando diventano il capro espiatorio perfetto di chi ha bisogno di un nemico semplice per spiegare un disagio più profondo, non ho problemi a metterci la faccia. L’intelligenza artificiale non è il problema. È uno strumento. Ed è uno strumento centrale nella nuova creatività digitale, non il suo opposto.
Proprio per questo, però, quando quell’occasione non viene portata fino in fondo, il dispiacere pesa il doppio.
L’intro animata di Time Travel nasceva con una promessa enorme. Un varco simbolico, un salto lungo cento anni di Olimpiadi Invernali. Non un riepilogo storico ordinato, ma un viaggio spaziotemporale che avrebbe dovuto colpire prima il cuore e solo dopo la testa. L’idea era potente: Sabrina risucchiata dal quotidiano, trascinata in una dimensione altra, sospesa tra decenni di sport, immaginari, linguaggi. Non una mascotte rassicurante, non una gag di passaggio, ma una figura guida. Un corpo narrante che diventa metafora del tempo che scorre.
E invece qualcosa si arresta prima.
Il risultato finale è impeccabile sul piano estetico. Pulito, levigato, perfetto. Forse anche troppo. Ha l’aria di una demo ben rifinita, di un saggio tecnico che dimostra cosa si può fare con l’AI, ma non perché lo si stia facendo. È lì che manca il respiro. Manca l’errore vivo, l’asimmetria, quella vibrazione imperfetta che ti prende allo stomaco e ti fa dimenticare il mezzo per farti entrare davvero nella storia. È tutto corretto, ma distante. Bello, ma freddo. E per un viaggio nel tempo, è un limite enorme.
È in quel punto che l’occasione diventa davvero sprecata. Perché da un lato il video ha acceso i flame più sterili sui social, quelli del “l’AI fa schifo” urlato senza conoscenza, senza pratica, senza curiosità. Critiche pigre, spesso figlie della paura più che di una visione. Dall’altro ha toccato un nervo scoperto molto più delicato: quello dei professionisti italiani dell’animazione e del fumetto che, legittimamente, si sono chiesti perché non siano stati coinvolti. Perché proprio lì, in un passaggio così simbolico, non si sia scelto di far dialogare la tecnologia con quella maestria artigianale che è uno dei patrimoni più forti del nostro immaginario.
La domanda pesa, perché l’intera cerimonia è stata un tributo magnifico all’arte, alla tradizione, alla creatività italiana. Un racconto che ha celebrato il gesto umano, la voce, la materia, la memoria. Allora perché in quel punto specifico si è scelto un linguaggio che sembra dimenticare quella scuola che ha affascinato la Pixar, che ha trasformato delle fatine in un franchise globale, che sa dare peso a uno sguardo e intenzione a un movimento?
Il problema non è l’AI. Non lo è mai stato.
Il problema è come la si dirige.
E poi succede qualcosa. Il digitale si spezza. Il live prende il comando. E tutto cambia.
Sabrina entra in scena, reale, presente, viva sul palco di San Siro. Il passaggio dall’avatar alla performer funziona come un teletrasporto riuscito. Uno stacco netto che rimette ordine nel caos. Lo stadio lo sente immediatamente. L’aria si scalda. Chi l’ha scoperta solo di recente forse resta sorpreso. Chi la segue da sempre sa che Sabrina è una di quelle artiste capaci di trasformare il rischio in linguaggio. Da lì in poi Time Travel diventa finalmente ciò che prometteva di essere: un viaggio emotivo vero. Un varietà intelligente che attraversa epoche e immaginari senza nostalgia polverosa e senza l’ansia di sembrare moderno a tutti i costi. Sciatori del primo Novecento, suggestioni disco anni Ottanta, coreografie che sembrano uscite da un Eurovision ambientato su Marte. Tutto tiene. Tutto dialoga.
Il telefono vintage che squilla resta uno di quei momenti destinati a sedimentare. Una chiamata che apre le porte a Prisencolinensinainciusol, già futuro puro in un’epoca che non aveva ancora gli strumenti per definirlo. Surreale, pop, fuori asse. Esattamente dove doveva stare. Il finale accelera sull’elettronica, trasforma lo stadio in una pista da ballo collettiva, un flusso di icone che scorrono senza chiedere spiegazioni. Non serve capire tutto. Serve lasciarsi attraversare.
Anche il look racconta una storia. La catsuit metallizzata riflette le luci come una medaglia vivente, sopra una tuta che richiama lo sportswear anni Novanta filtrato da immaginari sci-fi. Sabrina sembra una sciatrice del futuro, una popstar cyberpunk, un personaggio sbloccabile dopo una missione segreta. Il volto espressivo, i capelli sciolti, rompono l’armatura e riportano tutto su un piano umano, fragile, vero. È lì che il senso profondo del segmento trova finalmente equilibrio. Quando il talento incontra una visione chiara, passato e futuro riescono a stare insieme senza perdere calore.
L’intro animata resta allora come una domanda sospesa. Un’occasione mancata che però insegna qualcosa. L’intelligenza artificiale generativa non è creatività automatica. Non è emozione pronta all’uso. È potenza grezza che ha bisogno di una direzione fortissima per diventare racconto. Qui quella direzione si è fermata un passo prima. L’AI mostra tutto il suo potenziale tecnico, ma non riesce a farsi ponte emotivo tra memoria e promessa. E per un capitolo che si chiama Time Travel, è un limite che fa rumore.
Fa male dirlo proprio perché la scelta era giusta. Era rischiosa. Era contemporanea. Ma è stata gestita senza quella contaminazione profonda che l’avrebbe resa memorabile: l’AI come strumento nelle mani di grandi storyteller, non come vetrina tecnologica autosufficiente.
Forse è da qui che vale davvero la pena ripartire. Non dal rifiuto della tecnologia, ma dalla sua integrazione autentica. Dall’incontro tra la nuova creatività digitale e quella tradizione artistica italiana che non chiede di essere sostituita, ma coinvolta. Perché il futuro non si costruisce scegliendo tra umano e artificiale. Si costruisce quando i due iniziano, finalmente, a parlarsi davvero.
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