La ricchezza, al cinema, raramente arriva da sola. Si porta dietro saloni troppo grandi per sembrare abitati davvero, ritratti di antenati con lo sguardo giudicante, bicchieri di cristallo che tintinnano come minacce educate, cognomi pesanti come casate fantasy e quella sensazione un po’ marcia che sotto il velluto, sotto i completi sartoriali, sotto le buone maniere imparate a tavola con il coltello giusto, stia fermentando qualcosa di molto meno elegante. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, titolo italiano di How to Make a Killing, sembra nascere proprio da questo cortocircuito meravigliosamente tossico: la famiglia come campo di battaglia, l’eredità come maledizione moderna, il privilegio come mostro di fine livello da affrontare non con la spada dell’eroe, ma con un piano criminale così freddo e assurdo da far sorridere nel momento esatto in cui capisci che non dovresti.
Lucky Red porta al cinema dal 17 giugno una dark comedy che ha tutta l’aria di voler giocare sporco, senza fingere di essere più innocente di quanto sia. Alla regia troviamo John Patton Ford, già autore di Emily the Criminal, uno che ha dimostrato di saper raccontare personaggi messi con le spalle al muro da un sistema che li mastica piano, fino a farli diventare qualcosa di diverso, più tagliente, più disperato, più imprevedibile. Stavolta però il terreno cambia completamente: non siamo più nella tensione urbana di chi cerca di sopravvivere tra debiti, lavori impossibili e scelte al limite, ma dentro una dinastia ricchissima, un universo chiuso dove il denaro non è solo potere d’acquisto, è linguaggio, sangue, destino, una specie di codice genetico sociale trasmesso da una generazione all’altra con la naturalezza di un cognome inciso su una targa d’ottone.
Al centro di questa storia c’è Becket Redfellow, interpretato da Glen Powell, e già qui il film comincia a diventare interessante. Powell arriva da anni in cui Hollywood lo ha lucidato come uno dei volti più spendibili della nuova generazione, uno di quelli capaci di stare dentro il blockbuster, nella commedia romantica, nel cinema d’azione e nella conversazione pop senza perdere presenza scenica. Ha quel sorriso da protagonista solare che sembra nato per vendere sicurezza, fascino e una certa idea americana di successo, e proprio per questo vederlo scivolare dentro un personaggio così ambiguo promette un piacere cattivo. Becket non è il classico eroe tradito che chiede giustizia al mondo, non è il ragazzo povero da sostenere mentre combatte contro i cattivi ricconi, non è nemmeno una figura tragica facile da assolvere con due frasi sulla società ingiusta. È un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine, rinnegato alla nascita da una stirpe milionaria, convinto che qualcosa gli sia stato sottratto prima ancora di poterne conoscere il sapore. E quando un personaggio comincia a confondere ciò che desidera con ciò che ritiene gli sia dovuto, il cinema diventa subito più pericoloso.
Il suo piano è semplice solo in apparenza, e proprio per questo fa paura: eliminare, uno dopo l’altro, i sette parenti che lo separano da un’eredità miliardaria. Sette eredi, una fortuna, nessun testimone. La formula sembra uscita da un Cluedo con il budget di Succession e la cattiveria laterale di una commedia britannica nerissima, ma Ricchi… da morire – Delitti in famiglia non pare accontentarsi del gioco al massacro elegante. Dietro il meccanismo degli incidenti orchestrati con precisione, dietro la soddisfazione colpevole di vedere una famiglia intoccabile trasformarsi in una lista di ostacoli da cancellare, si intravede qualcosa di più disturbante: il modo in cui il rancore può diventare metodo, il modo in cui un torto originario può essere trasformato in autorizzazione morale, il modo in cui la parola “merito” può deformarsi fino a somigliare a una pistola appoggiata sul tavolo.
Becket Redfellow appartiene a quella categoria di protagonisti che non vogliono essere amati per forza. Vogliono essere osservati. Vogliono trascinare lo spettatore dentro la propria logica, non perché sia giusta, ma perché è seducente, perché funziona come una build perfetta in un videogioco in cui ogni scelta sblocca una nuova abilità e ogni ostacolo abbattuto avvicina al boss finale. Solo che qui il premio non è un trofeo digitale, è una fortuna sterminata, e i nemici non sono creature generate da un algoritmo, ma parenti in carne, ossa, privilegi e bugie familiari. La parte più subdola di una storia così sta nel fatto che il pubblico conosce il codice morale del racconto, sa benissimo che uccidere per un’eredità non è esattamente una mossa da protagonista shonen, eppure il cinema, quando è costruito bene, riesce a farti trattenere il fiato davanti alla riuscita di un piano terribile. Ti ritrovi a seguire il ritmo, a intuire la prossima mossa, a goderti il montaggio, poi ti fermi mezzo secondo e pensi: aspetta, ma perché sto tifando per questa follia?
La dark comedy vive proprio lì, in quel microsecondo di vergogna divertita. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia sembra volerci portare in quella zona dove il crimine diventa coreografia, la morte assume una forma quasi teatrale, l’incidente è una gag macabra e il sorriso dello spettatore resta sospeso in una posizione scomoda. Non è il territorio del thriller tradizionale, dove la tensione nasce solo dal pericolo, né quello della commedia pura, dove la risata libera tutto. Qui la risata incastra. Ti lascia addosso una patina di disagio. Somiglia a quel momento in cui guardi un meme molto sbagliato, ridi, poi guardi lo schermo nero del telefono e ti chiedi cosa dica di te quella reazione. Il cinema criminale contemporaneo ha riscoperto con forza questa ambiguità, e il pubblico nerd, cresciuto tra antieroi, villain carismatici, famiglie disfunzionali e universi narrativi dove nessuno è davvero pulito, sa muoversi benissimo in questo territorio pieno di trappole emotive.
John Patton Ford, con questa nuova regia, sembra voler ampliare la sua ossessione per i personaggi che reagiscono alla frustrazione trasformandola in strategia. Emily the Criminal raccontava una rabbia sociale più secca, quasi da sopravvivenza quotidiana, con una protagonista schiacciata da debiti, precarietà e porte chiuse. How to Make a Killing prende quella stessa tensione e la sposta in una dimensione più aristocratica, più grottesca, più apertamente satirica. Qui il denaro non è un obiettivo qualsiasi, ma una divinità domestica attorno alla quale tutti si muovono. La famiglia Redfellow non è soltanto ricca, è un sistema chiuso, un ecosistema di potere, una gabbia dorata dove ogni gesto sembra filtrato dalla domanda più brutale: chi ha diritto a cosa?
Il punto è che l’eredità, nelle storie migliori, non riguarda mai solo i soldi. Riguarda ciò che viene lasciato addosso alle persone senza che possano scegliere. Un patrimonio può essere fatto di case, azioni, conti, proprietà, ma anche di frasi ripetute da bambini, umiliazioni accumulate, assenze, racconti familiari pieni di veleno, convinzioni che diventano identità. Becket cresce con l’idea di essere stato escluso da qualcosa che gli apparteneva, e quella ferita finisce per diventare una religione privata. Non vuole semplicemente arricchirsi. Vuole correggere il mondo. Vuole rimettere le cose al loro posto. Ed è proprio questa convinzione a renderlo molto più inquietante di un semplice opportunista. Il criminale che sa di essere criminale è una cosa; quello che si sente restauratore dell’ordine naturale è tutta un’altra boss fight.
Accanto a Glen Powell troviamo Margaret Qualley, qui nei panni di Julia Steinway, una presenza che promette di complicare ogni certezza. Qualley è una di quelle attrici capaci di spostare l’energia di una scena senza alzare troppo la voce, con un modo di abitare l’inquadratura che può sembrare fragile e minaccioso nello stesso istante. Julia non sembra pensata come semplice pedina romantica o come decorazione emotiva del protagonista. Il suo ingresso nella traiettoria di Becket ha il sapore di una deviazione pericolosa, di quelle che nei videogiochi ti fanno abbandonare la main quest perché una side quest apparentemente secondaria nasconde in realtà la parte più importante della storia. Lei rappresenta desiderio, attrazione, memoria, forse tentazione, forse specchio deformante. Non arriva per semplificare Becket, ma per renderlo più instabile, e questo è sempre un buon segnale.
Jessica Henwick aggiunge invece un contrappunto che potrebbe rivelarsi fondamentale per dare spessore al film. La sua Ruth, fidanzata di Becket, viene raccontata come una figura meno sedotta dal denaro, più distante dal delirio di accumulo e dalla fame di status che muove il resto della partita. In un racconto dominato da eredi, fortune, piani omicidi e privilegi ereditari, un personaggio così rischia di diventare la solita voce della coscienza, quella piazzata lì per dire al protagonista che sta andando troppo oltre. Ma Henwick ha abbastanza carisma da rendere interessante anche la posizione morale più apparentemente lineare, perché il vero conflitto non è mai solo tra bene e male. È tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e ciò che facciamo quando nessuno ci obbliga davvero, tra l’amore che ci tiene ancorati e la fantasia di grandezza che ci chiama altrove.
Ed Harris, poi, è un discorso a parte. Il suo Whitelaw Redfellow, temuto capofamiglia della dinastia, sembra costruito per incarnare quella forma di autorità che non ha bisogno di agitarsi. Harris porta al cinema una presenza quasi minerale, fatta di durezza, silenzi, occhi che sembrano aver già giudicato tutti prima ancora che qualcuno apra bocca. Nei panni del patriarca Redfellow può diventare il vero drago del tesoro, il boss finale seduto non su una montagna d’oro fantasy ma su un impero familiare, su una fortuna accumulata, protetta e tramandata come se fosse una legge naturale. Il confronto con Becket non promette soltanto tensione narrativa, ma una collisione simbolica molto potente: da una parte il figlio escluso, dall’altra il sovrano del sistema che lo ha respinto. Non una semplice resa dei conti tra parenti, ma una guerra privata tra chi vuole entrare nella leggenda familiare e chi ne controlla ancora le serrature.
Il trailer italiano diffuso da Lucky Red spinge proprio su questa miscela di eleganza e crudeltà, mostrando un film che sembra divertirsi a trasformare la morte in un gesto quasi stilizzato, mai banale, mai lasciato al caso. Gli incidenti diventano performance. La vendetta assume il ritmo di una partita a scacchi giocata da qualcuno che ha studiato troppo bene il tabellone e troppo poco la propria coscienza. La cosa più gustosa è che il tono non pare mai voler diventare cupo in modo pesante, perché la commedia nera funziona davvero quando mantiene una leggerezza apparente, quasi offensiva, davanti a eventi che in qualsiasi altro genere sarebbero trattati con solennità. Qui invece il sangue blu della dinastia Redfellow viene messo alla prova da una fantasia omicida che sembra avere il gusto dell’assurdo, del grottesco, del ridicolo sociale.
La famiglia ricca, in fondo, è uno dei dungeon narrativi più longevi della cultura pop. Ogni parente nasconde un segreto, ogni stanza sembra avere una porta proibita, ogni testamento può ribaltare una vita, ogni cena è una battaglia diplomatica con posate costose. Da Knives Out a Succession, passando per The Menu e arrivando fino a certi manga dove la genealogia è praticamente una maledizione scolpita nel sangue, il pubblico continua a tornare in questi mondi perché dentro la ricchezza estrema tutto appare amplificato. Le invidie diventano architetture, i traumi diventano fondazioni, i rapporti di potere si trasformano in scenografie. Guardare una famiglia del genere sgretolarsi è un piacere narrativo antico, quasi gotico, solo che oggi lo filtriamo attraverso meme, discussioni social, true crime, estetica prestige e una fame collettiva di storie in cui i potenti non vengono solo ammirati, ma messi sotto stress fino a mostrare le crepe.
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia arriva in un momento in cui il pubblico sembra particolarmente pronto per questo tipo di racconto. Abbiamo sviluppato una specie di sesto senso per la satira del privilegio, forse perché la distanza tra chi possiede tutto e chi arranca dietro ogni scadenza è diventata materiale quotidiano, non più solo tema da romanzo sociale. La commedia nera su un’eredità miliardaria parla a chi ama il thriller, certo, ma anche a chi ha passato anni a guardare miliardari immaginari litigare su yacht, famiglie televisive divorarsi nei consigli d’amministrazione, influencer vendere sogni di lusso algoritmico e piattaforme digitali trasformare il successo in una lotteria psicologica. Becket Redfellow è un personaggio estremo, grottesco, criminale, ma nasce da una fantasia riconoscibile: quella di essere stati tagliati fuori da una festa a cui qualcuno ci aveva convinti di avere diritto.
Il titolo originale How to Make a Killing gioca con un doppio senso perfetto, perché “fare una fortuna” e “uccidere” collassano nella stessa espressione, come se capitalismo e omicidio si strizzassero l’occhio da lontano. Il titolo italiano, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, prende invece una strada più pop, più immediata, più ironica, con quel sapore da giallo avvelenato che si presta benissimo alla distribuzione cinematografica italiana. È un titolo che ti fa capire subito dove vuole portarti: dentro un ambiente in cui il denaro non rende migliori, ma più creativi nel fare schifo. E scusate la brutalità, ma ogni tanto serve dirlo così, perché la dark comedy vive proprio di questo contrasto tra raffinatezza e bassezza morale, tra salotti impeccabili e pensieri indecenti.
L’arrivo al cinema dal 17 giugno, distribuito da Lucky Red, sarà preceduto da un passaggio che profuma di cultura pop contemporanea: l’anteprima al Best Movie Day, sabato 30 maggio al Multisala Gloria Notorious Cinemas di Milano, dove il film chiuderà l’evento con un’introduzione in sala affidata a Zerocalcare. Questa combinazione è stranamente perfetta. Da una parte abbiamo un film hollywoodiano, elegante, nero, costruito attorno a una dinastia miliardaria e a un piano omicida; dall’altra uno degli autori italiani che meglio ha saputo raccontare la pressione generazionale, l’ansia del futuro, il peso delle aspettative e quella sensazione di vivere sempre dentro una partita truccata. Zerocalcare davanti a una storia di eredità tossiche, famiglie ingestibili e rabbia accumulata sembra quasi una scelta da multiverso editoriale riuscito per sbaglio, ma probabilmente è proprio per questo che funziona.
Il Best Movie Day, con il suo incontro tra cinema, serie tv, fumetto, creator, podcast e nuovi linguaggi dell’intrattenimento, è il contesto ideale per un film che non sembra voler restare chiuso nella categoria comoda del “thriller al cinema”. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia dialoga con la cultura pop perché usa codici riconoscibili, ma li piega in modo cattivo. La famiglia come boss rush. L’eredità come MacGuffin emotivo. Il protagonista carismatico come avatar disturbante del nostro rapporto con il successo. Il privilegio come lore. Le morti come set piece. Il patriarca come final boss. Se uno guarda il film con occhi nerd, è impossibile non vedere questa struttura quasi ludica, questa progressione da campagna narrativa dove ogni eliminazione apre un nuovo livello, ogni relazione mette in crisi la build morale del personaggio e ogni alleanza può rivelarsi una trappola.
La parte davvero interessante, però, sarà capire quanto il film vorrà farci restare comodi dentro il divertimento. Perché una dark comedy su un uomo che elimina i parenti per conquistare una fortuna può diventare facilmente un esercizio di stile, una giostra macabra piena di morti creative e dialoghi taglienti. Non sarebbe nemmeno poco, intendiamoci, perché il cinema ha tutto il diritto di essere anche puro intrattenimento cattivo, elegante, adrenalinico. Ma John Patton Ford sembra avere gli strumenti per andare oltre, per trasformare il piano di Becket in una lente sulla fame di riconoscimento, sulla tossicità delle narrazioni familiari, sul confine sottilissimo tra sentirsi vittime e diventare carnefici. La domanda non è solo “fino a dove arriverà?”, ma “in quale momento ha smesso di considerare gli altri persone e ha iniziato a vederli come ostacoli?”.
Questa domanda, detta così, sembra enorme, quasi filosofica, ma il bello del cinema pop è proprio la sua capacità di nasconderla dentro una scena brillante, una battuta cattiva, un omicidio impossibile, un’inquadratura troppo bella per essere innocente. Le grandi dark comedy non ti mettono davanti un cartello con scritto “adesso riflettiamo sulla morale”. Ti fanno ridere, ti seducono, ti fanno godere il meccanismo, poi ti lasciano da solo con il retrogusto. E quel retrogusto è spesso più potente di qualsiasi discorso solenne. Se Ricchi… da morire – Delitti in famiglia riuscirà a mantenere questa promessa, potrebbe diventare uno di quei film da discutere all’uscita della sala, con gli amici divisi tra chi ha adorato l’ironia criminale, chi si è sentito a disagio, chi ha trovato Becket irresistibile e chi invece lo considera il tipo di protagonista da cui scappare anche nella vita reale, soprattutto durante una riunione condominiale.
Glen Powell, Margaret Qualley, Jessica Henwick ed Ed Harris compongono un cast che sembra scelto per tenere insieme più temperature emotive. Il fascino, l’ambiguità, la tensione morale, l’autorità, la fragilità, il grottesco. Attorno a loro si muove una famiglia di personaggi che promette di incarnare diverse facce del privilegio, e questa è una delle cose che rendono il progetto così appetitoso. Non basta mettere in scena dei ricchi antipatici per fare satira sociale. Serve capire in che modo ciascuno abita il proprio potere, come lo giustifica, come lo difende, come lo ostenta o lo nasconde. I migliori personaggi grotteschi non sono macchiette perché sì, ma deformazioni credibili di qualcosa che riconosciamo. Il parente inutile, il patriarca spietato, l’erede convinto di meritare tutto, la figura apparentemente fragile che sa manipolare meglio degli altri, l’outsider che entra in scena con la fame di chi ha aspettato troppo. Sono archetipi, certo, ma gli archetipi funzionano quando vengono morsi dalla scrittura.
A livello SEO, e senza trasformare il discorso in una roba da manuale che farebbe scappare pure un crawler, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia ha tutte le parole giuste per entrare nelle conversazioni cinematografiche delle prossime settimane: Glen Powell protagonista, dark comedy al cinema, How to Make a Killing, Lucky Red, Margaret Qualley, Ed Harris, John Patton Ford, thriller nero, satira sociale, eredità miliardaria, commedia criminale. Ma la cosa più importante, per chi vive di cinema e cultura nerd, è che queste parole non restino etichette. Devono corrispondere a un’esperienza. Il pubblico non va in sala solo perché un film ha un cast forte o un trailer ben montato. Va in sala perché sente che quella storia può dargli qualcosa di cui parlare dopo, qualcosa da rilanciare in chat, da discutere nei commenti, da trasformare in paragone con altri titoli, da infilare in quella mappa mentale infinita che ogni appassionato costruisce tra film, serie, fumetti, anime e videogiochi.
E allora Becket Redfellow diventa più di un personaggio. Diventa una domanda ambulante con il sorriso di Glen Powell. Quanto ci definisce ciò che pensiamo ci sia stato tolto? Quanto è pericolosa l’idea di essere destinati a qualcosa di più grande? Quanto velocemente una ferita può trasformarsi in giustificazione? Sono domande grosse, ma Ricchi… da morire – Delitti in famiglia sembra volerle affrontare senza rinunciare al piacere del ritmo, del sarcasmo, del colpo di scena, della cattiveria visiva. Ed è forse questa la miscela più interessante: un film che può intrattenere come un thriller criminale, far ridere come una commedia nera e allo stesso tempo toccare nervi molto attuali, dal mito del successo personale alla rabbia di chi si sente escluso dal banchetto.
Il 17 giugno, quindi, questa famiglia ricchissima e probabilmente insopportabile arriverà nelle sale italiane con il suo carico di segreti, morti sospette, privilegi ridicoli e vendetta lucidissima. Becket entrerà in scena con un piano che suona come una follia, ma che dentro la logica distorta del personaggio ha tutta la precisione di una missione programmata. E noi, dall’altra parte dello schermo, saremo lì a capire quanto possiamo ridere prima di sentirci complici, quanto possiamo essere affascinati da un villain prima di ricordarci che il carisma è spesso la maschera più pericolosa del cinema.
Magari Ricchi… da morire – Delitti in famiglia sarà soltanto una corsa nerissima e spietatamente divertente tra eredi da eliminare, fortune da conquistare e parenti da non invitare mai a Natale. Magari, invece, finirà per lasciare addosso qualcosa di più fastidioso, quella piccola scheggia mentale che torna fuori mentre pensiamo alle nostre famiglie, ai nostri rancori, alle cose che crediamo di meritare e alle storie che ci raccontiamo per sopravvivere al fatto di non averle ottenute. In ogni caso, una cosa pare già chiara: appena si accenderanno le luci in sala, la discussione non finirà davvero lì, perché davanti a un’eredità miliardaria, a un protagonista così ambiguo e a una famiglia che sembra disegnata apposta per essere smontata pezzo dopo pezzo, la community avrà parecchio da dire.
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