Segnatevi questa data, cerchiatela, evidenziatela come fareste con l’uscita di un titolo che promette di lasciarvi qualcosa dentro: il 23 aprile 2026 arriva finalmente nelle sale italiane Resurrection, il nuovo film di Bi Gan, distribuito da I Wonder Pictures. E già solo pronunciare questo titolo ha qualcosa di evocativo, quasi rituale, come se stessimo aprendo un portale più che parlando di una semplice uscita cinematografica. Chi ha già incrociato lo sguardo visionario di Bi Gan con Kaili Blues o Un lungo viaggio nella notte sa benissimo che non stiamo parlando di cinema “da guardare e basta”. Qui si entra in territori dove il tempo si piega, la memoria si dissolve e la narrazione smette di essere lineare per diventare esperienza. Resurrection porta tutto questo a un livello ancora più ambizioso, costruendo una riflessione potente su una domanda che sembra uscita da una distopia cyberpunk ma che, a pensarci bene, tocca qualcosa di profondamente umano: cosa resta di noi se smettiamo di sognare?
Nel mondo immaginato da Bi Gan, proiettato nel 2068, l’umanità ha fatto una scelta radicale e inquietante. Per allungare la propria esistenza, ha sacrificato la capacità di sognare. Una rinuncia che sembra quasi un patto faustiano moderno, dove il prezzo da pagare non è l’anima ma l’immaginazione stessa. Il risultato è un’umanità più longeva, certo, ma svuotata, sospesa in una realtà che ha perso profondità, mistero, visione.
In questo scenario si muove la protagonista interpretata da una magnetica Shu Qi, una donna che si ritrova catapultata in una dimensione ambigua, sospesa tra coscienza e allucinazione, dopo un’operazione al cervello. Non è il classico risveglio post-operatorio: è una discesa in un mondo devastato, quasi post-apocalittico, dove il confine tra reale e irreale si sgretola scena dopo scena.
Ed è proprio lì che avviene l’incontro che cambia tutto. Un androide, apparentemente privo di vita, ma custode di qualcosa che l’umanità ha perduto: la capacità di sognare. Questo essere, interpretato da Jackson Yee, non è solo una macchina. È una memoria vivente, un archivio emotivo, una scintilla di ciò che siamo stati.
Da questo momento, Resurrection smette di essere semplicemente una storia e diventa un viaggio. Ogni notte, la protagonista entra nei sogni dell’androide, come se stesse hackerando un subconscio artificiale. E dentro quei sogni accade qualcosa di straordinario: prendono forma racconti, sensazioni, frammenti di storia cinese, esperienze che ricostruiscono un patrimonio emotivo dimenticato.
Quello che nasce tra i due non è facilmente etichettabile. Non è solo connessione, non è solo empatia, non è nemmeno semplice amore. È qualcosa di più sottile e inquietante: un legame tra due solitudini che si riconoscono nel vuoto lasciato dall’assenza di sogni. E mentre questo rapporto si intensifica, il film ci trascina sempre più in profondità, fino a farci perdere ogni appiglio sicuro.
Bi Gan costruisce la sua narrazione come un labirinto sensoriale diviso in sei capitoli, ognuno legato a uno dei cinque sensi più un sesto elemento, la mente. Non si tratta di una scelta estetica fine a sé stessa, ma di una dichiarazione d’intenti. Ogni segmento è un universo a sé, con un linguaggio visivo diverso, un ritmo differente, una texture emotiva che cambia continuamente.
Dentro questa struttura, il personaggio di Jackson Yee diventa una sorta di entità mutaforma, un viaggiatore che attraversa epoche e identità, riflettendo diverse fasi della storia del cinema cinese. Ed è qui che il film compie uno dei suoi gesti più affascinanti: trasformarsi in una lettera d’amore al cinema stesso. Non in modo nostalgico, ma quasi archeologico, come se scavasse tra i generi e le estetiche per riportare alla luce ciò che il tempo rischia di cancellare.
La regia di Bi Gan è ipnotica, riconoscibile al primo sguardo. I suoi piani sequenza sembrano sospendere la gravità narrativa, i cambi di formato e di frequenza dei fotogrammi creano una sensazione costante di spaesamento, mentre la luce avvolge ogni scena in un’aura quasi pittorica. Non si tratta di virtuosismo tecnico fine a sé stesso, ma di un linguaggio che parla direttamente all’inconscio dello spettatore.
A rendere tutto ancora più immersivo contribuisce la colonna sonora firmata dagli M83, che costruisce un tappeto sonoro etereo, tra elettronica e malinconia, perfetto per accompagnare questo viaggio tra memoria e sogno. È una musica che non accompagna semplicemente le immagini, ma le amplifica, le trasforma, le rende quasi tangibili.
Visivamente, il lavoro di Dong Jingsong è qualcosa che resta negli occhi. Pioggia, neon, ombre e riflessi si fondono in una dimensione che sembra costantemente sul punto di dissolversi. Ogni inquadratura è studiata per essere vissuta più che osservata, come se il film chiedesse allo spettatore di smettere di analizzare e iniziare a sentire.
Non sorprende che Resurrection abbia fatto parlare di sé al Festival di Cannes 2025, dividendo pubblico e critica. Alcuni lo hanno definito un’opera complessa, quasi ermetica, altri lo hanno celebrato come una delle esperienze cinematografiche più audaci degli ultimi anni. La verità, probabilmente, sta proprio nel mezzo: questo non è un film che cerca di piacere a tutti, ma uno di quelli che ti restano addosso, che continuano a lavorare dentro anche dopo i titoli di coda.
Chi ama il cinema di David Lynch o le atmosfere di Wong Kar-wai troverà qui un terreno familiare, ma Bi Gan non imita, non cita per compiacere. Costruisce qualcosa di profondamente personale, un linguaggio che richiede attenzione, apertura e una certa disponibilità a lasciarsi andare.
E forse è proprio questo il punto. Resurrection non vuole essere compreso fino in fondo. Vuole essere vissuto, attraversato, respirato. È un invito a perdersi, a ritrovare quella dimensione del sogno che il mondo moderno sembra voler cancellare.
Alla fine, resta una domanda sospesa, una di quelle che continuano a ronzarti in testa mentre esci dalla sala: se davvero potessimo vivere più a lungo rinunciando ai sogni, lo faremmo davvero?
Adesso la palla passa a voi. Vi intriga questo viaggio tra sogno, memoria e identità? Avete già messo Resurrection in lista oppure vi state avvicinando a questo tipo di cinema per la prima volta? Parliamone insieme nei commenti, perché un film così non finisce quando scorrono i titoli di coda… continua ogni volta che qualcuno lo racconta.
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