Resident Alien sembra una di quelle serie nate da una battuta assurda detta alle tre di notte in una chat tra fan di sci-fi, tipo “ok, immagina un alieno mandato a sterminare l’umanità che però finisce a fare il medico in Colorado e scopre che gli esseri umani sono insopportabili, tenerissimi e completamente illogici”. Solo che poi la guardi davvero, ti ritrovi davanti Alan Tudyk con quella faccia da creatura extraterrestre intrappolata in un corpo umano preso malissimo, e capisci che sotto la superficie da comedy stramba si nasconde una delle piccole anomalie più belle della serialità recente, una di quelle storie che non provano a essere cool a tutti i costi ma finiscono per sembrarlo proprio perché abbracciano il loro lato più storto, più buffo, più sinceramente alieno. Harry Vanderspeigle non arriva sulla Terra per salvarci, coccolarci o insegnarci qualcosa con la solita morale da favola cosmica. No, lui precipita, si arrangia, prende il posto di un medico locale e tenta di portare avanti una missione decisamente poco amichevole nei confronti della razza umana. Il punto è che Patience, la cittadina immaginaria del Colorado in cui finisce incastrato, non è esattamente il posto ideale per mantenere una distanza emotiva da qualunque cosa. È uno di quei luoghi da provincia americana in cui tutti sanno qualcosa di tutti, anche quando fingono il contrario, dove un omicidio può trasformare un alieno genocida nel dottore di riferimento della comunità e dove la normalità ha sempre quell’odore un po’ sospetto da episodio filler che all’improvviso diventa canon.
La cosa geniale di Resident Alien è che usa la fantascienza come la userebbe un manga intelligente travestito da sitcom: non come vetrina di astronavi, tecnologie impossibili e gerarchie galattiche, ma come specchio deformante per farci vedere quanto siamo strani. Harry osserva gli umani con la stessa energia di chi apre per la prima volta un manuale di istruzioni scritto malissimo, e noi ridiamo perché ogni sua reazione è esagerata, crudele, infantile, ma anche perché spesso ha ragione lui. Gli umani mentono, si complicano la vita, si affezionano alle persone sbagliate, trasformano il cibo in rituale, la solitudine in abitudine, il dolore in sarcasmo, e intanto pretendono pure di essere la specie dominante del pianeta. Vista da fuori, la nostra quotidianità sembra un bug di sistema lasciato lì dagli sviluppatori prima della patch definitiva.
Alan Tudyk, in tutto questo, è semplicemente illegale per quanto funziona. Chi lo ha amato in Firefly, chi lo ha riconosciuto in Rogue One, chi lo ha incrociato mille volte tra doppiaggi Disney, comedy, sci-fi e ruoli laterali rubati con una smorfia, sa già che Tudyk ha una dote rara: riesce a rendere fisico l’assurdo. Il suo Harry cammina come se avesse letto online “come comportarsi da essere umano” e avesse preso sul serio solo metà del tutorial, sorride nel momento sbagliato, parla con una sincerità talmente fuori scala da sembrare maleducazione pura, guarda le persone come se fossero PNG con dialoghi troppo lunghi. Eppure, episodio dopo episodio, quella rigidità diventa vulnerabilità, quella comicità diventa malinconia, quel mostro venuto dallo spazio comincia a sembrare meno alieno di tanti terrestri perfettamente integrati.
Resident Alien nasce dal fumetto di Peter Hogan e Steve Parkhouse pubblicato da Dark Horse Comics, e già questa origine dice parecchio sul suo DNA. Non parliamo della fantascienza patinata da blockbuster che deve sempre convincerti di avere budget, esplosioni e destino dell’universo sul tavolo, ma di un immaginario più laterale, più curioso, dove il genere diventa un modo per parlare di identità, isolamento, appartenenza e relazioni senza sedersi in cattedra. La serie creata da Chris Sheridan prende quella scintilla e la trasforma in un racconto seriale capace di saltare dalla gag quasi slapstick al dramma personale senza far scattare l’allarme “cambio tono improvviso”, perché il suo equilibrio è proprio lì, in quella zona buffa e un po’ fragile dove ridere non cancella il disagio ma lo rende sopportabile.
Asta Twelvetrees, interpretata da Sara Tomko, è molto più della “confidente umana” utile a rendere il protagonista meno mostruoso. È uno dei motivi per cui la serie non resta intrappolata nel giochino dell’alieno che non capisce le buone maniere. Asta porta dentro Resident Alien una parte più terrestre, più ferita, più concreta, fatta di relazioni complicate, radici, scelte difficili e bisogno disperato di non essere definita solo dagli errori. Il legame con Harry funziona perché non sembra mai una semplice dinamica da buddy comedy: sembra piuttosto l’incontro tra due creature che, per motivi diversissimi, hanno sempre avuto la sensazione di non stare esattamente nel posto giusto.
Poi c’è Max, il ragazzino che riesce a vedere il vero aspetto dell’alieno, e qui la serie prende una scorciatoia meravigliosamente nerd: il bambino diventa l’unico personaggio in grado di leggere la realtà senza filtro, come quei protagonisti degli anime anni Novanta che vedono spiriti, mostri o entità dimensionali mentre gli adulti continuano a compilare moduli e a preoccuparsi delle riunioni comunali. Max è la prova vivente che l’infanzia, nella fantascienza fatta bene, non è mai solo innocenza: è percezione aumentata, è glitch nel sistema, è capacità di notare l’assurdo prima che venga normalizzato. Il rapporto tra lui e Harry ha qualcosa da rivalità da cartoon, con un adulto alieno e un bambino terrestre che si dichiarano guerra come se fossero due boss di fine livello, ma dietro le gag passa una delle intuizioni più belle della serie: a volte capirsi non significa andare d’accordo, significa riconoscere che l’altro esiste davvero.
Attorno a loro si muove una comunità che, poco a poco, smette di essere semplice fondale. Lo sceriffo Mike Thompson di Corey Reynolds, D’Arcy Bloom di Alice Wetterlund, Ben Hawthorne di Levi Fiehler, Liv Baker di Elizabeth Bowen e gli altri abitanti di Patience costruiscono quella sensazione da microcosmo che per chi ama le serie cult è una specie di comfort food narrativo. Funziona perché non tutto deve per forza correre verso la mitologia aliena, non ogni scena deve lanciare un indizio cosmico, non ogni episodio deve alzare il livello della minaccia. A volte basta vedere questi personaggi incastrarsi nelle loro nevrosi quotidiane per ricordarsi che la fantascienza, al suo meglio, non parla solo dello spazio sopra di noi ma anche dello spazio emotivo che non sappiamo abitare.
La comicità di Resident Alien è una creatura strana, e per fortuna. Non ha l’aria levigata delle comedy costruite al millimetro per generare meme, né quella posa cinica da serie che vuole dimostrare di essere più intelligente del pubblico. Ride degli esseri umani, ma non li disprezza. Prende in giro Harry, ma non lo riduce a macchietta. Fa esplodere momenti assurdi e poi, senza troppa fanfara, ti lascia addosso una frase, uno sguardo, una piccola crepa emotiva. È un equilibrio che molti prodotti sci-fi cercano senza trovarlo, perché o si prendono troppo sul serio o hanno paura di farlo; Resident Alien invece sembra dirti che un alieno può parlare come un sociopatico appena uscito da un corso base di interazione sociale e, nello stesso episodio, farti pensare a quanto sia difficile sentirsi parte di qualcosa. Forse è proprio per questo che la serie ha trovato una fanbase così affezionata. In un periodo in cui la fantascienza televisiva spesso punta tutto sull’epica, sulla continuity mastodontica, sui multiversi da tenere aggiornati con una lavagna e tre thread su Reddit, Resident Alien ha scelto una via più umana, paradossalmente. L’apocalisse esiste, le razze aliene pure, i misteri si accumulano, le minacce arrivano e la lore si allarga, ma il vero centro emotivo resta sempre la domanda più semplice e più bastarda: che cosa ci rende davvero umani? La risposta non arriva mai come una frase da poster motivazionale, e meno male. Arriva attraverso l’imbarazzo, l’amicizia, il lutto, la rabbia, il desiderio di essere visti, la fame di pizza, le bugie dette male, i tentativi goffi di fare la cosa giusta dopo aver pensato per tutta la vita che “giusto” fosse solo una parola inventata dai deboli.
La quarta stagione, salutata come capitolo conclusivo della serie, ha dato a questa strana epopea da provincia cosmica un sapore particolare. Ogni serie che arriva alla fine porta con sé una domanda scomoda: ha ancora qualcosa da dire o sta solo girando attorno alla propria formula? Resident Alien, con tutte le sue irregolarità e i suoi momenti volutamente sopra le righe, ha continuato a funzionare perché Harry non è mai stato soltanto “l’alieno buffo”. Il suo percorso è una lenta contaminazione emotiva, una specie di infezione sentimentale al contrario: arriva per distruggere gli umani e finisce per assorbire il peggio e il meglio della nostra specie, scoprendo che l’empatia è una tecnologia molto più instabile di qualunque arma interplanetaria.
Guardarla oggi, con il percorso ormai definito e le stagioni disponibili per il binge watching in diversi cataloghi streaming, ha un gusto diverso rispetto alla scoperta episodio dopo episodio. Resident Alien è una di quelle serie che puoi iniziare pensando di avere davanti una comedy sci-fi leggera e poi ritrovarti a maratonare con la sensazione di essere entrato in un piccolo fandom di culto, popolato da chi cita le battute di Harry, da chi difende Asta come se fosse una sorella, da chi ha sviluppato un affetto inspiegabile per Patience e da chi vorrebbe più storie di fantascienza capaci di essere buffe senza diventare stupide. Non è perfetta, e forse sarebbe meno interessante se lo fosse. Ha tempi tutti suoi, qualche deviazione narrativa, qualche momento in cui sembra godersi troppo il caos, ma anche questo fa parte del suo fascino da creatura non completamente addomesticata.
Per chi è cresciuto tra alieni tragici, invasioni da film anni Cinquanta, E.T. visto da piccoli, X-Files recuperato troppo tardi, Men in Black citato a memoria, Doctor Who aperto come una botola dimensionale e anime in cui l’essere venuto da un altro mondo finisce sempre per capire gli umani meglio degli umani stessi, Resident Alien ha un sapore familiare e insieme bizzarro. Non vuole riscrivere la fantascienza, non pretende di essere la serie definitiva sugli extraterrestri, non indossa la maschera del capolavoro solenne. Preferisce arrivare con una risata storta, una battuta crudele, un’espressione impagabile di Tudyk, e poi lasciarti lì a pensare che forse sentirsi alieni non è una condizione eccezionale, ma una delle esperienze più comuni del vivere.
Alla fine Harry Vanderspeigle ci piace perché sbaglia tutto, perché non capisce le regole, perché guarda l’umanità come un esperimento difettoso e comunque, lentamente, comincia a difenderla. Ci piace perché il suo disgusto per noi è spesso più onesto di tanti discorsi pieni di buone intenzioni. Ci piace perché in quella sua goffaggine cosmica ritroviamo un pezzo del nostro sentirci fuori posto, soprattutto in un mondo dove tutti sembrano avere un’identità perfettamente aggiornata, un profilo ottimizzato, una bio impeccabile e un posto assegnato nella timeline. Harry no. Harry improvvisa, mente male, impara peggio, inciampa nei sentimenti come un player senza mappa in un open world troppo grande.
Resident Alien resta così, una gemma sci-fi comedy con l’anima sghemba, un adattamento da fumetto Dark Horse che ha trovato in Alan Tudyk il suo avatar perfetto e nella piccola Patience un laboratorio emotivo dove testare l’assurdità degli esseri umani. Magari non tutti la ameranno allo stesso modo, magari qualcuno resterà più attaccato alla parte mystery, qualcun altro alla commedia, qualcun altro ancora alla malinconia nascosta sotto il trucco alieno, ma il bello è proprio questo: ognuno finisce per riconoscere un dettaglio diverso dentro quella creatura strana. E allora la domanda resta lì, sospesa come un UFO sopra le montagne del Colorado: siamo davvero sicuri che l’alieno, in questa storia, sia solo Harry?
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