Ci sono libri che parlano di videogiochi, e poi ci sono libri che ti fanno sentire dentro un videogioco anche mentre stai semplicemente sfogliando le pagine. “Press Start – Il Giappone dei videogiochi” appartiene senza dubbio alla seconda categoria, ed è uno di quei titoli che riescono a raccontare il gaming non come semplice intrattenimento, ma come esperienza culturale totale, quasi come se fosse una lingua segreta capace di tradurre un intero Paese. Leggerlo è un po’ come premere davvero quel tasto “Start” che abbiamo visto milioni di volte nelle nostre vite da gamer. Solo che qui non si entra in un livello digitale, ma dentro il Giappone più autentico, quello che respira tra luci al neon, sale giochi, quartieri iconici e piccoli dettagli quotidiani che spesso sfuggono anche agli occhi più attenti. Le fotografie diventano checkpoint emotivi, frammenti di un viaggio che si muove tra passato e presente, tra nostalgia pixelata e visioni futuristiche.
Il cuore del libro non è solo la storia del videogioco giapponese, ma il modo in cui questo medium si intreccia con la cultura del Sol Levante. In Giappone il gaming non è mai stato semplicemente “giocare”: è osservare, è apprendere, è immergersi. È un riflesso della società, un’estensione del modo in cui si percepiscono equilibrio, armonia, sacrificio, crescita personale. E questa cosa, se ci pensate, l’abbiamo sempre sentita anche noi, magari senza riuscire a spiegarla.
Passeggiare tra le pagine di questo volume significa ritrovarsi catapultati tra le insegne di Akihabara, con quel mix quasi ipnotico di tecnologia, cultura otaku e memoria collettiva. Non è solo un quartiere, è un simbolo globale del videogioco come esperienza condivisa. E poi Osaka, con le sue vetrine retrò, i cabinati che raccontano storie di un’altra epoca, ma che continuano a pulsare di vita. È un Giappone che sembra uscito da un sogno cyberpunk, e allo stesso tempo profondamente umano.
Dietro questo viaggio visivo e narrativo troviamo Nicolò Mulas Marcello, una figura che vive il videogioco non solo come passione, ma come archivio vivente di memoria culturale. La sua esperienza, anche come presidente dell’Associazione Insert Coin e anima del Videogame Art Museum di Bologna, si percepisce in ogni pagina. Non si limita a raccontare, ma costruisce connessioni, lega epoche diverse, mette in dialogo il passato arcade con il presente immersivo.
Ed è proprio qui che il libro fa qualcosa di speciale: riesce a trasformare titoli che tutti conosciamo in chiavi di lettura culturali. Quando si parla di Space Invaders o Pac-Man, non si tratta solo di nostalgia. Si parla di filosofia, di equilibrio, di ritmo. Si parla di quel senso di armonia tra opposti che richiama lo yin e yang, di un gameplay che diventa quasi meditazione, ripetizione, crescita.
E poi arrivano i titoli che hanno segnato intere generazioni, quelli che ancora oggi fanno parte del nostro DNA nerd. Super Mario non è solo un platform, è un linguaggio universale. Resident Evil non è solo paura, è costruzione dello spazio, tensione narrativa, controllo del ritmo. E quando il libro si spinge verso opere più particolari come Katamari Damacy o Sky: Children of the Light, il discorso si allarga ancora di più, abbracciando l’arte, la poesia, la sperimentazione.
Una delle cose che più mi ha colpita è il modo in cui viene raccontato il rapporto tra giocatore e gioco. Non è mai passivo, non è mai superficiale. In molti titoli giapponesi si percepisce chiaramente una volontà di educare lo sguardo, di insegnare qualcosa senza dichiararlo apertamente. Che si tratti di affrontare una sfida, di comprendere un personaggio o semplicemente di esplorare un mondo, il giocatore diventa parte di un processo più grande.
E poi c’è la musica. Quella magia incredibile che, anche nei limiti tecnici degli 8 bit, è riuscita a creare melodie immortali. Brani che ancora oggi ci emozionano, che ci riportano indietro nel tempo, che si agganciano alla memoria come pochi altri linguaggi riescono a fare. Anche questo è Giappone: la capacità di trasformare vincoli in stile, limiti in identità.
L’elemento forse più affascinante di “Press Start” è la sua capacità di raccontare il videogioco come fenomeno sociale. In Giappone il gaming è stato, e continua a essere, uno specchio della società. Scuola, lavoro, relazioni, cibo, perfino la criminalità: tutto trova spazio nei videogiochi, diventando racconto, esperienza, simulazione. E chi gioca, anche senza rendersene conto, assorbe tutto questo. Impara, osserva, si connette.
L’edizione italiana, curata da NuiNui, riesce a valorizzare perfettamente questa visione. La qualità delle immagini, la cura del design, la scelta dei materiali: tutto contribuisce a rendere il libro un oggetto che va oltre la lettura, trasformandosi in esperienza sensoriale. Non è un caso che NuiNui abbia costruito negli anni un catalogo così riconoscibile, capace di unire arte, cultura e innovazione con una coerenza rara.
Alla fine, quello che resta dopo aver attraversato “Press Start – Il Giappone dei videogiochi” è una sensazione familiare e allo stesso tempo nuova. È come se qualcuno avesse preso tutti i nostri ricordi da gamer, li avesse portati in Giappone e poi ce li avesse restituiti con un significato più profondo. Un viaggio che parte dagli arcade e arriva fino alle esperienze immersive contemporanee, senza mai perdere quel filo invisibile che lega gioco, cultura e identità.
E ora lo chiedo a voi, perché questa è una conversazione che merita di continuare: qual è il videogioco giapponese che vi ha fatto sentire davvero dentro un altro mondo? Quello che vi ha cambiato, anche solo un po’? Raccontatemelo nei commenti e condividete questo articolo sui vostri social. Perché il bello della cultura nerd è proprio questo: trasformare una passione personale in un’esperienza collettiva, fatta di ricordi, scoperte e nuove avventure da vivere insieme.
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