L’incontro tra Sam Raimi e Jordan Peele suona come uno di quei crossover impensabili che da fan sogni di vedere almeno una volta nella vita. Una collisione cosmica tra due scuole dell’orrore che raramente hanno incrociato i loro sentieri, e che ora decidono di fondersi per dare forma a Portrait of God, il lungometraggio tratto dall’omonimo corto virale di Dylan Clark. Ed è uno di quei momenti in cui senti che qualcosa, nel panorama horror contemporaneo, sta per cambiare direzione.
Universal Pictures ha appena dato il via libera al progetto e l’idea stessa che il regista di Evil Dead e l’autore di Get Out stiano lavorando fianco a fianco sembra un miracolo partorito da un altare profano. Non è semplice entusiasmo da fan: è la sensazione che due mentori del genere stiano investendo su una nuova voce creativa, uno di quei talenti destinati a rompere schemi e accendere immaginari. E questa voce si chiama Dylan Clark, autore del corto originale che in soli sette minuti e mezzo è riuscito a terrorizzare quasi nove milioni di spettatori su YouTube, diventando in poco tempo una vera e propria leggenda metropolitana digitale.
Il cortometraggio nasce come un esperimento minimalista, una di quelle storie che puntano tutto sull’atmosfera e sulla suggestione visiva. Al centro c’è Mia, una giovane studiosa di religione che sta preparando una presentazione accademica. Il soggetto? Un dipinto chiamato “Portrait of God”. Un quadro che, almeno teoricamente, dovrebbe apparire come una tela nera impenetrabile. E invece si rivela molto più di questo. Il suo buio non è silenzioso: è un luogo che guarda indietro. Un varco che inghiotte lo sguardo. Un confine pronto a incrinarsi nel momento esatto in cui la mente abbassa le sue difese.
Quello che rende Portrait of God così efficace è il modo in cui gioca con l’idea del sacro, non come rifugio ma come opposizione radicale e disturbante. L’orrore non nasce dalla profanazione, ma dal rendersi conto che ci si è avvicinati troppo a qualcosa che non dovrebbe essere contemplato. È un ribaltamento potente dell’iconografia cristiana, che Dylan Clark maneggia con sorprendente lucidità. Lo spettatore non si trova davanti a un’immagine blasfema o dissacrante, ma a un’entità che incarna una sorta di glaciale indifferenza cosmica. Una divinità che non ama, non odia: semplicemente è. E tanto basta per distruggere ogni certezza umana.
Ed è proprio questa intuizione a convincere Universal, e soprattutto due colossi dell’horror come Peele e Raimi, a trasformare il corto in un lungometraggio. Peele, con la sua capacità di incastonare il terrore all’interno di una riflessione sociale e simbolica, e Raimi, maestro nel lavorare sulla tensione visiva e sulla deformazione percettiva, sembrano perfetti per amplificare l’impatto concettuale dell’idea. Non stanno rubando il progetto a Clark, anzi: lo stanno sostenendo. Sarà infatti lui a dirigere la versione estesa del film, espandendo un microcosmo di sette minuti in un horror psicologico a pieno respiro.
L’aspetto più affascinante del progetto sta proprio nella sfida narrativa. Perché prendere un corto così essenziale e farne un film durevole significa lavorare sul non detto, sull’invisibile, sulla parte sommersa dell’idea originale. Portrait of God non è un racconto già pronto: è un varco, un punto di partenza da cui tirare fuori un mondo di simboli, interpretazioni e inquietudini. È una domanda aperta che Clark, con la sceneggiatura scritta insieme a Joe Russo (The Inheritance), dovrà trasformare in una vera e propria discesa negli abissi della percezione.
L’orrore teologico è uno dei territori più affascinanti e meno battuti del genere. Richiede equilibrio, coraggio e una consapevolezza profonda delle immagini che si maneggiano. Da L’Esorcista a Saint Maud, il cinema ha spesso tentato di dare forma al divino, ma raramente ha osato affrontare la questione più pericolosa: cosa succede quando l’essere umano incontra il sacro in forma non umana, non riconoscibile, non rassicurante? Portrait of God promette di muoversi proprio su questo confine sottile e perturbante.
E ammettiamolo: vedere Peele e Raimi impegnati in un progetto che affronta la rappresentazione di Dio come entità percepita e non mostrata è una promessa intrigante. Loro sanno come costruire il non detto, come dare peso al silenzio, come rendere minaccioso ciò che non ha volto. E se il corto originale faceva tremare per il semplice gioco di sguardi tra spettatore e tela, immaginare cosa potrà fare un film intero con questo concetto mette i brividi.
A rendere la storia ancora più suggestiva è il fatto che Portrait of God nasca da un’opera quasi artigianale, costruita con mezzi minimi ma idee enormi. È quel tipo di progetto che incarna la quintessenza dell’horror indipendente: immaginazione che supera la produzione, intuizione che precede la tecnica. Il suo successo virale non è accidentale; è il risultato di una narrazione che lavora sull’istinto, sulle paure primordiali, su quel senso di “qualcosa che non dovrei vedere” che sta alla base del terrore più puro.
Ed è qui che la collaborazione con Peele e Raimi diventa simbolica. È come se il cinema di genere stesse dicendo a voce alta: questo ragazzo ha qualcosa da dire. E noi vogliamo ascoltarlo.
L’attesa intorno al progetto cresce di giorno in giorno, anche perché il tema ha un potenziale esplosivo nella cultura pop contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui il sacro viene continuamente rielaborato attraverso meme, arte digitale, folklore urbano, reinterpretazioni personali. L’idea di affrontare l’immagine di Dio non come icona ma come visione proibita, come distorsione percettiva, si inserisce perfettamente in questo dialogo collettivo tra spiritualità e paura.
Il film, per ora, resta un mistero. Non esiste una data di uscita, non sono stati annunciati casting o dettagli sulla trama estesa. Ma forse è proprio questo a renderlo così potente: come il quadro del corto, qualcosa sta guardando da dentro l’oscurità, e noi non sappiamo ancora cosa sia.
Una cosa, però, è chiara: Portrait of God potrebbe diventare uno di quei cult moderni che nascono dal nulla, crescono grazie al passaparola e si radicano nella memoria collettiva degli appassionati. La combinazione Peele-Raimi-Clark è un triangolo creativo inedito che promette di scuotere l’horror dall’interno, riportandolo a quell’essenzialità primordiale che fa paura perché tocca corde antiche.
E ora tocca a voi: avevate già visto il corto originale? Che cosa vi aspettate dal lungometraggio? Vi affascina o vi inquieta l’idea di un horror teologico che prova a guardare il volto di Dio? Parliamone nei commenti: l’oscurità, dopotutto, diventa meno minacciosa quando la si attraversa insieme.
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